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GABRIELE GALIMBERTI: “The Ameriguns”

Sfogliando le ultime edizioni di noti giornali internazionali come Times, The Sunday o La Repubblica non può che saltare all’occhio il ricorrere di alcuni tra i progetti di reportage più originali degli ultimi tempi: ad accomunarli è l’obiettivo di Gabriele Galimberti, nato in Toscana nel 1977 ed operativo nel mondo della fotografia documentaristica già da qualche anno.

Impegnato in lunghissimi viaggi in giro per il mondo – ed in modo particolare negli Stati Uniti che sviscera da cima a fondo – Galimberti ritrae le storie delle persone più svariate, approfondendo la loro vita, i loro usi e modi di pensare per documentare con partecipato interesse e senza giudizi la loro cultura d’appartenenza.

Oggi lo conosciamo come il vincitore del World Press Photo 2021 ed autore di svariati libri che prendono il nome ed i contenuti dai suoi progetti fotografici solisti, ma per conoscerlo facciamo un passo indietro;

La sua esperienza sul campo ha inizio con un primo periodo di fotografia commerciale a cui segue il suo inserimento nel collettivo artistico Riverboom, noto soprattutto per il suo lavoro dal titolo “Svizzera Versus The World” esposto con successo in festival, riviste e mostre d’arte in tutto il mondo.

L’approdo nella fotografia documentaristica si concretizza successivamente con l’incarico di svolgere progetti a lungo termine per riviste e giornali internazionali come National Geographic, Le Monde o Marie Curie.
Ed è proprio mentre realizza un documentario per National Geographic che nasce l’idea alla base del suo progetto più celebre, battezzato nel tempo come “The Ameriguns”.

L’America delle armi: “THE AMERIGUNS”

Il progetto consiste in quarantacinque scatti realizzati in altrettanti paesi d’America, da New York alle Hawaii fino al Montana, in cui la gente viene ritratta in compagnia della propria collezione d’armi da fuoco di ogni calibro e tipologia. Incuriosito da questo loro modo di fare così caratteristico, Galimberti contatta circa 500 persone e chiede loro di raccontare ciò che li spinge all’acquisto di così tante armi.

«Molti mi spiegavano che erano liberi di avere armi e nemmeno si ponevano il problema di giustificarlo. E non capivano perché gli chiedessi come mai ne avevano così tante»

Che siano motivi legati alla cultura, al voler vivere in maggior sicurezza o per semplice passione, ogni americano possiede una o più armi che utilizza per difesa o per divertimento e molti sono stati abituati a maneggiarle fin dall’età di 7 – 8 anni con l’aiuto di un parente.

La sua ricerca ha evidenziato come in America circolino circa 400 milioni di armi, un numero vertiginoso che supera quello dell’effettiva popolazione del Paese e che mette in luce un comportamento ritenuto “morboso” dagli europei ma pienamente normale per gli americani.

Insomma: entrare in armeria e comprare fucili da guerra a poco prezzo per arricchire la propria collezione è all’ordine del giorno e costituisce un motivo di assoluta fierezza per ogni cittadino americano che si rispetti.

Gli scatti che Galimberti realizza in oltre un anno di lavoro mirano ad evidenziare la matrice culturale che spinge gli americani anche minori d’età a comprare pistole e fucili in modo così facile e frequente creando delle vere e proprie collezioni senza una dovuta regolamentazione da parte dei governi.

In sostanza, dall’analisi antropologica condotta dal fotografo emergono quattro ragioni fondamentali dietro questa cultura delle armi: La libertà, la famiglia, la passione e lo stile. A queste si aggiunge la ferma convinzione che le sparatorie di massa avvenute nel Paese siano frutto della scarsa attenzione data ai disagi mentali piuttosto che del libero commercio delle armi, commercio a cui la popolazione non intende rinunciare. ( la più recente tragedia vede un appena diciottenne sparare all’impazzata in una scuola elementare del Texas con un bilancio di 21 morti!)

Una volta visitate decine di abitazioni e raccolte le testimonianze, il lavoro ultimato di Galimberti risulta in 45 ritratti dai toni eccessivi, a tratti grotteschi, che forniscono un accurato e sapiente affresco del background culturale di una realtà americana più attuale che mai.

Tra cultura e reportage: gli altri progetti

Così come in “The Ameriguns”, l’interesse e la ricerca di Galimberti costituiscono il leitmotiv di altri progetti documentaristici che hanno dato vita alla pubblicazione di rispettivi libri. I più celebri realizzati nel periodo compreso tra il 2014 e il 2015 sono “Toy Stories” e “The Heavens”.

“Toy Stories”, tuttora in corso,vede come protagonisti i bambini di oltre 50 paesi ritratti mentre mostrano timidamente i loro giocattoli preferiti: che siano collezioni di macchinine o semplici animaletti di peluche, l’orgoglio con cui ogni bambino mostra i suoi oggetti preferiti appare commovente, divertente e stimolante.

“The Heavens”, invece, posa l’attenzione sul mondo della finanza internazionale, sulla manipolazione da parte dei grandi marchi e sulla realtà dei paradisi fiscali: Gabriele Galimberti, insieme a Paolo Woods, viaggia per oltre due anni nei centri offshore che incarnano l’elusione fiscale, la segretezza, le attività bancarie offshore e la ricchezza estrema, trasformando in fotografia una tematica “immateriale” ma fortemente concreta.

Tuttavia, girare per il mondo non è una scusa per rinunciare al piacere di sedersi a casa propria davanti un piatto di ravioli preparati della nonna: da questa matrice così intima e personale nasce il progetto fotografico dal titolo “In Her Kitchen” che raccoglie i ritratti delle nonne di oltre sessanta paesi e dei loro piatti d’autore.

Da una casalinga svedese con il suo salmone e verdure fatti in casa a un abitante di un villaggio dello Zambia e il suo pollo speziato arrosto, dalle empanadas ripiene a mano dall’Argentina al maiale e verdure fritte due volte dalla Cina… un vero e proprio omaggio alle nonne e alla loro cucina nonché ritratto suggestivo del loro affetto a noi tutti così familiare.


Per conoscere qualche curiosità in più sull’artista visita i link:

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Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci