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Vittorio Iavazzo

Nato a Napoli nel 1991, Vittorio Iavazzo è uno scultore contemporaneo dall’impronta estremamente originale.

La sua formazione ha inizio in seguito alla grande passione per il disegno, che lo porterà nel 2014 a specializzarsi nell’illustrazione e poi nel 2016 nella grafica d’arte presso l’Accademia delle Belle Arti della sua città natale.

Nonostante la sua bravura in campo disegnativo, la sua produzione artistica non si limita ad una sola tecnica, ma spazia ampiamente nella scultura, nella pittura e approfondisce le varie tecniche grafiche, grazie soprattutto alla viva attività culturale della città partenopea, che ha permesso all’artista di lavorare in ambito scenografico, pubblicitario e religioso.

Dopo solo un anno dalla laurea magistrale, nel 2017 espone la sua prima mostra personale dal titolo Outcast, grazie al progetto Giovani Artisti, presso la romana Galleria Moderni.
Nello stesso anno realizza un’opera molto importante e soprattutto permanente presso la scuola del Balletto di Roma Centro Danza, costituita da una serie di pannelli di grande formato che rappresentano l’arte del danzare non solo nella sua espressione fisica ma anche in quella spirituale, sfruttando accesi toni di colori contrastanti e giustapposti l’un l’altro, portando alla luce l’arte della danza come punto di contatto tra anima e libertà, assieme ad altre brevi frasi realizzate con una tecnica che richiama quella del collage.

Iavazzo è conosciuto soprattutto per le sue sculture in cartapesta, che appaiono tanto esili quanto potenti. Sono opere di piccolo e medio formato, esposte nel 2018 presso la galleria RvB Arts di Roma, dalla quale è oggi rappresentato, in occasione della mostra personale Nella materia e oltre.
Tramite l’interessante allestimento della mostra si può esaminare tutto il processo artistico che accompagna lo scultore nella creazione delle sue opere, partendo dagli schizzi, dai disegni preparatori, dai bozzetti in cera, giungendo alla realizzazione finale, mostrando agli occhi del visitatore la genesi straordinaria delle sue opere.

“Un vero e proprio diario del mio lavoro, […]; attraversando la progettazione, creazione e trasformazione della materia, andando “oltre”, raccontando le difficoltà, i ripensamenti, i dubbi ma soprattutto le mie emozioni quotidiane durante questo percorso.”

La mostra è stata parte del progetto MANI (Manualità Armonia Narrazione Italiana), attraverso la quale la galleria ha invitato giovani artisti per mostrare l’importanza della manualità, del “saper fare”artigiano, che è proprio della tradizione italiana, Iavazzo infatti fa sposare nelle sue opere questa tradizione antica con il progresso del contemporaneo.

Le sue figure sono estremamente dinamiche, attraverso salti quasi pindarici sembrano voler sfidare la forza di gravità, senza curarsi del sottile basamento che le sostiene, che le ancora a terra e che è posto spesso asimmetricamente rispetto alla centralità della figura scultorea.

Le loro espressioni sono contrite, spaventate, talvolta sorprese e le loro posizioni instabili e innaturali sembrano voler essere lo sfogo di un tormento, di una molteplicità di forti emozioni custodita in quei piccoli corpi, una molteplicità espressa anche dalla vasta gamma cromatica che li caratterizza, esplodendo infine, con abile maestria tecnica, in un vulcano di vortici e di contrazione dei corpi.

Iavazzo si riallaccia ad una tradizione ancor più precedente: dalle sue opere traspare la classicità facendo ricorso al nudo, tema classico per eccellenza, reinterpretandolo in chiave contemporanea, filtrandolo tramite la sua soggettività così intrinsecamente umana, priva dell’ordine e della simmetria che caratterizza invece il composto nudo antico.

Osservando i capolavori esposti presso questa mostra, si percepisce la linfa vitale che attraversa le opere e colpisce violentemente lo spettatore, coinvolgendolo nei sentimenti più umani che appartengono alla vita di ognuno e che conferiscono quindi alle sculture di Iavazzo una valenza universale, portando alla luce temi importanti, come possiamo osservare nell’opera dell’Abbraccio, in cui due figure dal genere indistinto si stringono l’una all’altra diventando quasi carne della stessa carne, le mani dell’uno si confondono con la schiena dell’altro, è un’opera carica emotivamente, che può suscitare sentimenti contrastanti dalla nostalgia alla passione, dalla riconciliazione alla fratellanza tra esseri umani.

“Per me l’Arte è come un fiume, sorge dal pensiero, ti attraversa il cuore superando cascate e
deviazioni arrivando a sfociare dalle mani…”

Articolo a cura di Alice di Nicola

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ENRICO FERRARINI

In un connubio perfetto tra formazione e pratica, Enrico Ferrarini è parte integrante del mondo dell’arte italiana.

Nato a Modena nel 1987, si approccia alla scultura presso l’Istituto Professionale “Pietro Tacca” di Carrara, dedicandosi allo studio delle tecniche di lavorazione della ceramica. Prosegue i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera, dove conosce la storia della scultura classica, ma mira all’elaborazione di uno stile personale, intimo e dinamico.

A soli 23 anni inizia la sua carriera da insegnante, portando avanti un’idea di arte libera, in cui non esistono limiti o confini, ma soltanto la forza incontrastabile dell’immaginazione.

Accanto alle produzioni scultoree da artista indipendente, Enrico Ferrarini continua la sua missione da insegnante: nel 2020 viene eletto Accademico Corrispondente presso l’Accademia Delle Arti e del Disegno di Firenze ed è attualmente Professore presso l’Accademia di Belle Arti del capoluogo toscano; inoltre, organizza numerosi workshop e corsi di formazione per giovani scultori.  

Foto dal sito ufficiale dell’artista https://www.enricoferrarini.com/sculture

LA SCULTURA DELL’ANIMA E DELLA MENTE

Il percorso di creazione di un’opera di Ferrarini unisce istinto e meditazione, in una chiave interpretativa che sfrutta materiali precisi e tematiche della sfera umana. L’artista è stato in grado di proporre una scultura moderna, ma profondamente intrisa di classicità, simmetria ed emozione.

Le sue sculture sono caratterizzate da un’attenzione minuziosa per l’anatomia della persona, un campo di ricerca approfondito da Ferrarini, sia attraverso letture, sia attraverso la pratica continua del disegno; a questo si aggiunge l’interesse per le espressioni del corpo, referenti della complessità dei sentimenti umani.

In un’intervista da remoto al Talk Quarantena Nydai, l’artista ha spiegato nel dettaglio il processo creativo da lui seguito: tutto inizia da un’idea, uno stimolo che proviene dall’interno, in cui spesso coesistono sentimenti o pensieri contrastanti; viene abbozzata una prima immagine o su un disegno o direttamente sull’argilla, in cui la forma “danza” da subito con la materia.

La scultura, pur essendo un’arte che spinge verso l’immobilità, viene sconvolta da Ferrarini che, invece, protende al dinamismo e al movimento. L’idea che sta alla base di ogni sua produzione è quella di far dialogare sentimenti e istinti differenti che si incontrano in un unico corpo plastico.

Come detto in precedenza, il lavoro di scultore di Ferrarini si accompagna ad un percorso di formazione personale: negli ultimi anni si è interessato soprattutto alla neuroscienza e al meccanismo di lavoro dei neuroni specchio: si tratta di una particolare classe di neuroni che rispondono a stimoli motori e sensoriali e si attivano sia quando il soggetto compie una certa azione o quando vede compiere la medesima azione da un altro individuo; sono, quindi, alla base di tutti i fenomeni empatici di comprensione intersoggettiva.

L’interesse scientifico di Ferrarini si sposa con la predilezione di tematiche astratte, quali il tempo, l’amore, la sofferenza, metaforicamente riprodotte facendo ricorso alla figura umana, sia maschile che femminile.

In Revoluzione troviamo esplicati tutti questi concetti.

Enrico Ferrarini, Revoluzione, 2014

Si tratta di un’opera frutto di un processo creativo molto lungo: due corpi, uno statico con il volto di un bambino, e uno in movimento, con un volto di adulto, legati tra loro quasi in un percorso di evoluzione che, dall’infanzia, conduce alla maturità. La bocca è il punto di collegamento più rilevante, in quanto essa si prolunga dal primo al secondo volto. Anche nel busto dell’uomo adulto si vede il contorno di una bocca, all’altezza del cuore.

Enrico Ferrarini, Revoluzione (dettaglio dei volti), 2014

Ferrarini dà anche un impianto prospettivo alla scultura, in quanto, vista da destra, essa mostra soltanto il volto dell’uomo adulto; viceversa, si scorge il volto del fanciullo. Si tratta di una rappresentazione di un momento particolare della vita dell’artista, un momento di transizione e di trasformazione, come mostra il movimento stesso delle figure.

Completamente diversa sul piano formale è Sara.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Come riferito dell’artista, si tratta della rappresentazione del momento esatto in cui avviene l’innamoramento, in particolare quello fulmineo in cui, in un solo momento, la vita del singolo è destinata a cambiare. Ecco che il volto della figura femminile si trasforma, diventa più espressiva e subisce nuovamente una metamorfosi.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Questa stessa visione dell’amore come processo di trasformazione personale viene riproposto da Ferrarini in Insieme.

Enrico Ferrarini, Insieme, 2020

L’opera, anche in questo caso, è frutto di un percorso di lavoro molto lungo, basato sull’idea di far congiungere le due anime in un unico corpo. Gli amanti provengono da esperienze di vita differenti, hanno intrapreso percorsi di diversa natura, rappresentati sempre dai volti in movimento. Le loro strade, però, li hanno condotti a questo momento. Insieme.

La componente dello spazio e del tempo si fondono nel bacio, in un tripudio di passionalità e affetto.

Come abbiamo visto, Ferrarini rappresenta i suoi soggetti in maniera fluida, con dei tratti quasi sfuocati, ma capaci di parlare al cuore dello spettatore che riconosce, nell’inquietudine delle forme, il suo stesso stato d’animo.

Per questo motivo, la scultura di Ferrarini non vive per sé stessa, ma si rapporta con l’esterno come se fosse dotata di una forza centrifuga in grado di catturare, di far riflettere e di commuovere.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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DANIELE ACCOSSATO: lo scultore che “rapisce” l’arte

Lontana dall’austera monumentalità dei canoni classici, l’arte di Daniele Accosato si dimostra frutto di una ricerca scultorea che unisce l’antico ed il nuovo con estrema ironia

Stoccata, confezionata ed imballata, la scultura non si era mai mostrata in modo tanto irriverente ed inaspettato, lasciando lo spettatore perplesso ed incuriosito. Attraverso questa modalità l’artista riesce a tirar fuori “la più accattivante espressione di sé” che se pur intenta a riformare l’idea di bellezza classicista non rinuncia a citarla con doverosa accuratezza tecnica.

Le sculture “rapite”

Torino è la città in cui il giovane artista asseconda la sua fiorente tendenza alla scultura: lì nasce nel 1987 ed intraprende negli anni un percorso di crescita artistica che lo porta dalle file dell’Accademia di Belle Arti alle esposizioni nelle più importanti gallerie italiane.

La sua ricerca scultorea appare irriverente ed innovativa, ragion per cui vince numerosi premi e riconoscimenti, facendosi notare – e ricordare – all’interno delle mostre collettive in cui prende parte a Milano, Torino e in molte altre città italiane, arrivando sino a Miami in “Scope Art Show” nel 2019 e New York in “VOLTA Art Fair” alla Armory week del 2020.

Gran parte delle sue opere altro non sono che un richiamo all’arte classica ed ai soggetti di natura archetipica: guerrieri dell’antichità giunti fino a noi dai racconti mitologici e dai celebri scritti di matrice occidentale, figure simbolo di sentimenti umani, virtù e debolezze che vengono riscoperte e scolpite in modo assolutamente anticonvenzionale.

Ma in cosa consiste questa anticonvenzionalità? Daniele Accossato rende l’osservatore partecipe di un vero e proprio “rapimento”.

Lontane dai piedistalli in cui tutti siamo abituati ad ammirarle, le sculture “classiche” di Accossato vengono letteralmente rapite, legate tramite funi e corde, costrette in pose forzose e inusuali, prelevate dunque dal loro contesto elitario e poste in casse pronte al trasporto; l’artista le confeziona e le imballa come fossero merce pronta alla consegna, facendo uso di materiali da trasporto che variano dal pluriball al pallet.

Un Bronzo di Riace viene legato e rinchiuso in una cassa, mostrato per la prima volta non con il carattere fiero e audace con cui siamo abituati a vederlo ma nei panni di un prigioniero vulnerabile ed indifeso; allo stesso modo il Leone di Nemea viene costretto ad abbandonare la sua aura di potere e protezione, intrappolato da funi, cercando di liberarsi con gesti scomposti e indomiti, in una ribellione disperata ma lasciata inascoltata.

L’artista elabora dunque un modo del tutto personale per restituire una dimensione realistica alle statue: queste vengono ora riprese con espressioni di terrore tragicomico, cosa che non sarebbe avvenuta in epoca classica dove le figure risultavano idealizzate, perfette e prive di quell’espressione emotiva dal sapore contemporaneo.

Pezzi di sculture celebri e dal valore inestimabile vengono così reinventate, trafugate come per assurdo e custodite in gabbie di legno come reliquie preziose: la testa di Apollo e una delle ali della Nike di Samotracia vengono rubate metaforicamente dall’artista che lascia così intendere con ironia che le sculture originarie siano state smembrate nei singoli elementi costitutivi.

Daniele Accossato illustra una estetica nuova, bizzarra e contraddittoria, sintesi di una ricerca scultorea che può essere racchiusa in quattro erre fondamentali: RAPIMENTO, REINTERPRETAZIONE, REINVENZIONE, RIFLESSIONE.

Nuove chiavi di lettura

L’azione dell’artista appare come violenta, irriverente e sacrilega ma la sua produzione si presta alle più varie chiavi di lettura che vanno ben oltre l’apparente volontà di dissacrare.

Molte delle sue opere, infatti, tendono ad evidenziare come la scultura sia trattata alla stregua di banale merce, metaforizzano il legame tra arte e mercato che, per quanto sia necessario, spesso tende a compromettere o condizionare la libertà d’espressione degli artisti.

Approcciarsi alla sua arte implica l’accettare un contrasto tra antico e contemporaneo che, tuttavia, sembra assumere i contorni di una perfetta simbiosi visiva; Il nostro modo di immaginare la scultura viene stuzzicato, portato a vedere le forme classicheggianti in un contesto diverso dalla confort zone proposta dal nostro immaginario.

Se da un lato la sua produzione mira ad esaltare l’importanza del passato dell’arte, della sua storia e del suo bagaglio tecnico, dall’altro evidenzia la tendenza dei movimenti contemporanei a mettere in discussione  gli antichi valori ed i canoni del bello.

Non rimane che una domanda da porsi: quello di Daniele Accossato è un modo per denunciare questa tendenza o accoglierla con ironia?  Lasciamo al lettore quest’ultima deduzione.

Per saperne di più visita il sito: https://www.danieleaccossato.com/

Articolo a cura di: Maria Nunzia Geraci

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Artista

JEFF KOONS: la personalità che ha stravolto il mercato dell’arte

Quando la banalità degli oggetti si gonfia di esagerazioni fuori misura, colorate fino al pacchiano, infantili nell’ estetica ma in grado di stuzzicare il collettivo senso di sconcerto…probabilmente ci troviamo davanti ad un’opera dell’americano Jeff Koons.

Considerata l’emblema dello stile neo pop che ha interessato l’arte contemporanea negli anni Ottanta e Novanta, la sua personalità si fa portatrice di una eccentrica e spensierata allegria ludica, tradotta in opere dal gusto neo-minimalista.

La concettualità di Koons altro non è che un bizzarro paradosso, una freccia scagliata verso la cultura del consumo che però non condanna ma, al contrario, si radica nella stessa.

Nato in Pennsylvania nel 1955, manifesta sin da subito la passione per la pittura: si forma all’Art Istitute of Chicago e successivamente al Maryland Institute College of Art di Baltimora dove diventa assistente del suo insegnante, il pittore Ed Paschke.

La sua personalità campeggia nel mondo dell’arte già dagli anni ’70, periodo in cui lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al MOMA di New York; Il suo spiccato senso degli affari lo contraddistingue, rendendolo una personalità geniale all’interno del mondo dell’arte: una figura allegra e perfezionista che rompe definitivamente lo stereotipo dell’artista romantico e tormentato.

Le trasformazioni sociali della società degli anni ’80, l’american way of life e il propagarsi del consumismo incidono notevolmente sulla produzione artistica che porta avanti nei successivi quarant’anni. Tutt’ora l’artista non smette di sorprendere il mercato dell’arte con opere di dimensioni esagerate e di forte impatto visivo che vengono battute all’asta con cifre da record. Un esempio? La versione arancione dell’opera “Balloon Dog” è stata venduta nel 2013 per ben 58,4 milioni di dollari.

UNO STILE NEO-POP

Per comprendere l’arte di Koons occorre fare un richiamo all’idea di Duchamp secondo la quale l’arte sta negli occhi di chi guarda e l’oggetto, per esistere in quanto arte, richiede la presenza dell’osservatore. Non a caso, a caratterizzare buona parte della sua produzione artistica è il Ready made che, in questo caso, strizza l’occhio all’arte pop degli anni Sessanta. Ne risultano opere bizzarre e trasgressive che esaltano sfrontatamente ed in una declinazione Kitsch gli oggetti comuni: per questo motivo Koons viene considerato il massimo esponente dello stile neo-pop ed erede dell’eccentrico Warhol.

Sulle orme di quest’ultimo, infatti, presenta un’arte che si radica nel consumismo della società contemporanea e nell’attaccamento di questa agli oggetti del quotidiano: molti di quelli rappresentati nelle sue opere appartengono ad una dimensione ludica e risultano perciò bizzarre e divertenti.

Attraverso l’utilizzo di elementi estrapolati dalla pubblicità commerciale e dall’industria dell’intrattenimento, l’artista comunica con le masse e livella quella differenza che persiste tra cultura alta e cultura popolare. 

A consacrare Koons il “re del Kitsch” è l’opera “Banality” che comprende una serie di composizioni in legno e porcellana, rappresentativi dei personaggi famosi del cinema, della canzone, dei cartoni animati e dei giocattoli, più generalmente della società del consumo.

LE OPERE…DA VICINO

Jeff Koons si serve di varie tecniche per esprimere la banalità della vita moderna tra cui pittura, scultura, installazioni e fotografia: queste si velano del carattere volutamente grossolano ed appariscente che rende la sua cifra stilistica assai riconoscibile.

La sua carriera artistica può essere divisa in cicli tematici ognuno dei quali è caratterizzato da una precisa tecnica di creazione.

“The New”, realizzata tra il 1980 e il 1987, consiste in degli elettrodomestici adagiati o posti verticalmente su tubi al neon fluorescenti, chiusi in vetrine di plexiglass. Il pubblico viene in questo caso sfidato ad osservare gli oggetti del quotidiano in una modalità diversa: questi vengono prelevati dal loro contesto superficiale ed abituale ed elevati ad arte, messi sul piedistallo di un museo.

Tuttavia è La Biennale di Venezia del 1990 a vedere la più scandalosa e discussa opera di questo stravagante artista: “Made in Heaven” è un’installazione di fotografie e sculture che consiste  nella celebrazione dell’incontro fisico e artistico tra Koons e la moglie, la celebre pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, da cui divorzia dopo poco tempo.

Le fotografie sono a colori, di grandi dimensioni e presentano i due in pose erotiche e durante alcuni amplessi. La critica ne rimane sconcertata e ancora oggi molti guardano con scetticismo la sua produzione artistica.

Dopo la rottura con Ilona Staller, da cui l’artista ha avuto il figlio Ludwig, nasce la serie “Celebration” che celebra un ritorno all’infanzia e si fa emblema di una distanza difficile da accettare per l’artista: quella col figlio, affidato in via esclusiva alla madre.

Le sculture di questo periodo consistono in figurazioni di cappellini di compleanno, uova di Pasqua, palloncini, cuori, cagnolini, conigli e oggetti tipici dell’infanzia, riprodotti su larga scala e con colori sgargianti che variano dall’arancio a giallo, rosso, magenta e blu e con l’utilizzo di svariati materiali tra marmo, metallo, plastica e pigmenti.

Tali sculture evidenziano una delle caratteristiche alla base dell’arte di Koons ossia la riproduzione di oggetti ordinari con dimensioni esagerate e con materiali completamente estranei ad essi. Queste, inoltre, tendono ad illudere i sensi dell’osservatore: seppur realizzate in acciaio inossidabile dal peso considerevole, sembrano imitare la leggerezza dei palloncini gonfiabili normalmente venduti alle feste di paese per attrarre i più piccoli.

Tra le più celebri vi è il coniglietto in acciaio inossidabile dal titolo “Rabbit”, realizzato nel 1986 e poi… come non menzionare poi il celebre “Puppy”, un gigantesco cane composto da 70.000 fiori che campeggia davanti al Guggenheim Museum di Bilbao!

Occorre però precisare che molte delle opere che Koons presenta non sono fabbricate da lui in prima persona ma da professionisti da lui selezionati, incaricati di realizzare in concreto le sue idee. Dopotutto, come contemporaneità vuole, è l’idea a fare l’artista e non la sua esecuzione materiale!

Sentir parlare di Koons è dunque inevitabile: la sua arte comunica a tutti ed in egual maniera, riducendo all’estremo quella distanza da sempre presente tra linguaggio artistico delle belle arti, patrimonio dell’upper class, ed il Kitsch della cultura popolare. Possiamo definirlo un punto di congiunzione? Possiamo.

«La prima cosa che voglio far capire allo spettatore è che questi oggetti sono perfetti ma allo stesso tempo sono vuoti e quindi possono fungere da trasmettitore e diffusore. Ogni cosa è una metafora della nostra vergogna e del nostro senso di colpa culturale. Si tratta di oltrepassare i giudizi per creare il proprio momento perfetto»

Maria Nunzia Geraci

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ERIK RAVELO

Il richiamo all’anti-arte del movimento dada e alla sua natura indisponente è un carattere che accomuna le forme artistiche più varie e di più recente sviluppo: molte di queste, infatti, amano rivestirsi di una insistente tendenza alla provocazione.

Perchè farlo? Sfidare le crude verità socialmente accettate, imbarazzare l’omertà collettiva, togliere il silenziatore dalle coscienze dei molti spettatori sono gli obiettivi individuabili con immediatezza nelle intenzioni degli artisti.

Erik Ravelo con i suoi stravaganti progetti di arte multimediale, pittura e scultura, rappresenta l’emblema attuale di un’arte che fa della provocazione il suo centro di gravità permanente.

PROVOCATORE SERIALE DI COSCIENZE

L’artista nasce a L’Avana, Cuba, nel 1978 e si avvicina alla pittura studiando all’Accademia National de Bellas Artes San Alejandro. L’istinto gli suggerisce di perseguire in questa strada e ad appena diciotto anni fugge da L’Avana per lavorare come libero artista in Argentina.

La sua carriera decolla nel momento in cui ottiene la posizione di direttore artistico presso un’agenzia pubblicitaria a Buenos Aires; il suo talento si estenderà da lì a poco oltre i confini nazionali arrivando all’Italia.

Fino al 2002 lavora per l’Agenzia Armando Testa di Torino e diventa successivamente direttore per Fabrica, l’agenzia di comunicazione di proprietà del gruppo Benetton a Treviso che per vent’anni aveva confermato l’insostituibile firma di Oliviero Toscani: l’estetica pop di quest’ultimo si aggiunge alle fonti da cui Ravelo trae la sua ispirazione.

Per Benetton realizza svariate Campagne che hanno fatto il giro del web, facendo decisamente discutere la collettività trovatasi colpita sul personale da queste bizzarre figurazioni: ogni suo progetto creativo si presenta come un inno alla  riflessione a cui l’artista induce senza mezze misure ma con una violenta e diretta comunicazione.

Nel 2011 realizza una Campagna che diventa un punto di svolta nella sua produzione artistica: “Unhate” è il titolo di questa serie di scatti raffiguranti i leader mondiali, politici e religiosi, intenti a scambiarsi un bacio. La provocazione del gesto è evidente ma necessaria alla forgiatura di una mentalità diversa in grado di combattere la cultura dell’odio ed accogliere il dialogo per aprirsi ad una vera comunicazione.

Il significato del progetto è dunque allegorico: mira a far riflettere su come la politica e la religione debbano mettere da parte le contrarietà delle rispettive ideologie e portare alla riconciliazione. In merito al progetto, l’artista rivela:

Gli odi non cessano mai grazie all’odio ma grazie al non-odio”

I PROGETTI CREATIVI: UN ATTACCO AI POTERI FORTI

Erik Ravelo fatica a descrivere con le parole ciò che di sbagliato c’è nella nostra realtà quotidiana; attraverso l’arte però riesce a far ruggire questo suo feroce disappunto:

“Il mio lavoro è il mio urlo di dolore, è il mio modo di arrabbiarmi, io non sparo, non uso le armi, ma li attacco con l’arte.”

Le sue istallazioni, i suoi progetti creativi – molti dei quali realizzati in collaborazione con fotografi internazionali – e le sue sculture dai materiali ricercati si fanno promotori di una svolta culturale il cui intento si prefissa essere quello di partire dai giovani attraverso internet, i social network e i media.

Il progetto che ha consacrato la fama di Ravelo è la serie dal titolo “Gli intoccabili” realizzata assieme al direttore artistico Daniel Ferreira. Censurato dai media perchè ritenuto violento e fuori luogo, il progetto utilizza il simbolo cristiano della croce per sensibilizzare la coscienza collettiva sulle diverse forme di violenza a cui sono sottoposti i bambini nelle società contemporanee;  ogni immagine ritrae un bambino crocifisso sul corpo dell’adulto di cui è stato vittima.

Ognuna di queste figure denuncia il tipo di abuso subito dai bambini: Il  cardinale evidenzia gli episodi di pedofilia nella chiesa, il pagliaccio icona del McDonald rappresenta i danni alimentari a cui molti bambini sono esposti, un soldato si fa emblema della guerra in Siria così come il ragazzo armato sottolinea le sparatorie nelle scuole americane; segue un chirurgo a rappresentazione del traffico di organi ed il turista occidentale come simbolo del turismo sessuale.

L’adulto di spalle incarna dunque lo strumento di tortura, il carnefice, colui che aveva il compito di proteggere ma non lo ha fatto condannando così i piccoli innocenti ad essere marchiati a vita con l’amara esperienza del sopruso.

Queste immagini arrivano come un pugno dritto allo stomaco e disarmano con la loro efficacia comunicativa. Ravelo evidenzia il suo intento di aprire gli occhi sulle terribili realtà che i bambini si trovano a vivere quotidianamente: davanti ad esse la gente non può restare indifferente.

Gli abusi sui minori sono oggetto di un altra serie di immagini che Ravelo propone, la cui violenza nell’enunciare il messaggio si ripete. Il titolo è “Gli imperdonabili” e ritrae i massimi esponenti politici con in braccio dei bambini privati dei loro sicurezza, della loro spensieratezza, dei loro diritti. Il progetto attribuisce la colpa di tali violenze ai poteri forti, attacca la coda all’asino senza esitare e condanna la società taciturna davanti a tali disgrazie; con approccio crudo e severo colpevolizza i responsabili di questa vera e propria crisi umanitaria.

Caratteristica dei lavori di Ravelo, oltre che la mescolanza di discipline e l’uso dell’allegoria, è il richiamo al simbolismo religioso che viene privato della sua natura spirituale per rientrare in una dimensione rappresentativa essenziale, terrena, materialista, di forte impatto visivo e concettuale.

Tra i progetti censurati, lo scatto realizzato in in collaborazione con il fotografo cinese Shek Po Kwan pone l’accento sul tema delle mutilazioni genitali femminili e dei diritti delle donne.

L‘AMORE COME PUNTO DI UNIONE, INCONTRO, CONFRONTO

Sono diverse le Campagne che Ravelo firma per Benetton e “Lana Sutra” è il titolo di una di queste. Consiste in una serie di 15 installazioni realizzate con dei fili di lana colorata che si fanno portatrici di un messaggio: perseguire l’equità sociale.

L’amore e la sessualità sono al centro del progetto: il nome stesso è una chiara allusione al Kamasutra e ciò si evidenzia dalle forme dei corpi che si intrecciano tra di loro in un atto sessuale, legate tra loro da un filo di lana che ha il compito di unirle e di cambiare il loro punto di vista e quello di chi osserva.

Ogni installazione si compone di due sculture ossia due corpi ricavati da calchi in gesso su modelli reali e successivamente intrecciati con la lana.Anche qui la provocazione si fa palese ed evidenzia come l’amore sia capace di unificare, superando le differenze.

“The Unsustainable” pone invece l’attenzione alla mancanza di amor proprio, una mancanza che si traduce nel lasciarsi andare, comandati dalla tecnologia. L’immagine di un uomo con uno smartphone tra le mani appeso al cappio e sollevato da un drone che lui stesso comanda – o così pare – è l’immagine del suicidio moderno, un suicidio interiore che evidenzia una mancanza di forza oppositiva.

La domanda da porsi davanti a ciò è: Siamo davvero sicuri che sia il volere dell’uomo a controllare il drone?

L’arte di Ravelo, in definitiva, non si sofferma sul tecnicismo ma plana su una concettualità a tratti disturbante: batte con insistenza sul ferro caldo delle nostre coscienze cercando di plasmarle ad una forma migliore, superando ogni giudizio, ogni omertà, ogni censura.

Maria Nunzia Geraci

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Artista

Michelangelo Buonarroti

“[…] Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde, e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto. […]”

Quelle che a primo impatto sembrerebbero le parole di un discepolo del dolce stilnovo, in realtà nascono dalla mano dell’artista più ammirato, e forse anche il più amato, dell’arte italiana: Michelangelo Buonarroti.

Lo splendore della sua arte fu la protagonista di un’epoca storica molto contorta che, forse impropriamente etichettata come “rinascimento”, fu caratterizzata da scontri bellici e giochi di poteri, soprattutto sul territorio italiano, ma che innegabilmente ha influenzato lo sviluppo della cultura occidentale in genere.

Il suo nome non necessita di alcuna presentazione perché è la grandezza e la maestosità delle sue opere a precederlo; con un talento concesso davvero a pochi, Michelangelo continuò il percorso iniziato da Leonardo Da Vinci alle metà del ‘400, ma lo spinse su vie ancora inesplorate.

Esempio di artista poliedrico, condusse sé stesso al confronto con tutte le discipline praticate, trovando la sua strada maestra nelle arti figurative: si dedicò alla pittura, all’architettura ed in particolare amò la scultura, eccellendo però in ognuna di esse, quasi come fossero l’una parte dell’altra.

BIOGRAFIA

Il Buonarroti nasce a Caprese, vicino alla città di Arezzo, nel 1475 da una famiglia benestante, ma che, al momento della nascita di Michelangelo, viveva un periodo di estrema povertà; perse la madre a soli sei anni e mostrò sin da subito una profonda inclinazione artistica che inizialmente fu ostacolata dal padre.

Dal 1487 fu apprendista presso la bottega di Domenico Ghirlandaio, pittore rinomato nella Firenze del tempo soprattutto grazie alle commissioni ricevute da parte della borghesia vicina alla famiglia Medici. Durante l’anno di studio con il maestro, Michelangelo partecipò da protagonista alle attività del Ghirlandaio, dedicandosi anche allo studio delle opere di Masaccio e Giotto.

La mente visionaria di Lorenzo de’ Medici lo spinse ad aprire il Giardino di San Marco, stimolante luogo di formazione per giovani artisti che avevano la possibilità di studiare le opere del passato, contenuti nella collezione di famiglia Medici, e frequentare i maestri della Firenze del ‘400. Qui Michelangelo si dedicò alla formazione filosofica, frequentando pensatori come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, ed anche alla letteratura, grazie al contatto con Poliziano.

A causa di varie questioni politiche che portarono al crollo del potere della famiglia Medici, Michelangelo lasciò Firenze: visitò Venezia, poi Bologna e entrò in contatto anche con il Rinascimento ferrarese.

Il 1496 è l’anno del suo primo soggiorno romano, sotto l’invito del cardinale Riario, ricevendo le prime commissioni ecclesiastiche, ma è nel 1505 che Michelangelo raggiunse l’apice del suo successo, lavorando per Giulio II: il papa guerriero commissionò all’artista opere di vario genere, tra cui il suo monumento funebre, forse l’opera per la quale l’artista impiegò più tempo, e la decorazione della volta della Cappella Sistina, nonostante il rapporto tra i due fu molto teso.

Il Buonarroti tornò per l’ultima volta a Roma negli anni 30 del ‘500 e lavorò per Paolo III, completando il suo progetto presso la Sistina con l’enorme affresco del Giudizio Universale.

Anche durante gli anni delle grandi commissioni ecclesiastiche, Michelangelo mantenne saldi i suoi rapporti con Firenze, lavorando nuovamente per la famiglia Medici, ma anche per il comune della città, oltre che per committenti privati.

Lavorò instancabilmente fino alla vecchiaia, dedicandosi alla progettazione di grandi piazze, monumenti e soprattutto l’emblematica cupola di San Pietro, forse l’unica nel suo genere ad essere in grado di fronteggiare il capolavoro fiorentino del Brunelleschi per Santa Maria del Fiore.

Morì il 18 febbraio 1564 a Roma, nella sua modesta residenza situata dove oggi si erge il monumento a Vittorio Emanuele. La sua morte fu particolarmente sentita dalla città di Firenze il cui governo si spese affinché le spoglie venissero recuperate; il suo sepolcro venne progettato da Giorgio Vasari per la Basilica di Santa Croce, dove ancora oggi giace.

LE OPERE

Geograficamente, l’attività di artista di Michelangelo si sviluppò a Firenze e a Roma. Nel caso di Firenze, furono molti i committenti privati che richiesero il servizio dell’artista come nel caso di Agnolo Doni, mercante fiorentino da poco sposato con Maddalena Strozzi, che commissionò

a Michelangelo il celebre tondo, l’unico dipinto certo del maestro realizzato su tavola a Michelangelo il celebre tondo, l’unico dipinto certo del maestro realizzato su tavola.

La cornice del tondo è stata intagliata da Francesco del Tasso, esponente della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino: sono raffigurate la testa di Cristo e quelle di quattro profeti e, in alto a sinistra, delle mezze lune, insegne araldiche della famiglia Strozzi.

Il soggetto è quello della Sacra Famiglia raffigurata, però, con uno schema totalmente innovativo: nella sua compattezza, data soprattutto dalla raffigurazione dei corpi come statue marmoree, il gruppo centrale ricorda la struttura di una cupola a cui, però, si affianca la dinamicità dei gesti, soprattutto quello della Vergine, raffigurata nell’atto di cedere il bambino a Giuseppe. Alle spalle si mostra una schiera di corpi nudi che sembrano rappresentare l’umanità pagana, separata della verità di Cristo con un piccolo muretto.

Per l’intera scena, Michelangelo predilige colori molti accessi, soprattutto il giallo, connesso sia ai corpi nudi, sia alle vesti che alla cornice stesso, ma anche il blu della veste di Maria.

Questa composizione scaturisce dalla conoscenza e dallo studio da parte di Michelangelo dei grandi marmi del periodo ellenistico (III-I secolo a. C.), contraddistinti da movimenti serpentinati e forte espressività, che stavano emergendo dagli scavi delle ville romane.

Ma fu con il David che Michelangelo sancì il suo rapporto indissolubile con il capoluogo toscano. Da un blocco di marmo scartato da alcuni artisti precedenti egli creò un’opera senza tempo, capace di racchiudere, non solo la fierezza di una città nella sua epoca d’oro, ma anche il fascino di un’arte nuova.  Inizialmente, l’incarico era stato affidato ad Agostino di Duccio nel 1476 che abbandonò l’opera e passò ad Antonio Rossellini, ma rimase egualmente incompiuta. Fu nel 1501 che i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze commissionarono l’opera a Michelangelo che accettò la sfida e terminò l’opera nel 1504.

La scultura incarnava l’eroe cristiano per eccellenza che, armato solo di una fionda e della fede in Dio, uccise il terribile golia, emblema del male: per questa ragione fu posto al centro della città come simbolo dello spirito di Firenze. Ma pur legandosi ad una tradizione religiosa e artistica del passato, Michelangelo creò un nuovo David: egli non ha più l’espressione di “un fanciullo dall’aspetto gentile” con la testa della vittoria adagiata sui piedi, ma è rappresentato nel momento in cui si appresta ad affrontare il nemico. Ha un’espressione accigliata, lo sguardo fiero e penetrante, una leggera smorfia sulle labbra forse a tradire un sentimento di disprezzo verso il nemico; l’osservatore percepisce quasi il sangue scorrere nelle vene.

Grazie alla volontà dei pontefici di celebrare il potere della Chiesa di Roma, Michelangelo ebbe la possibilità di dedicarsi alla rappresentazione di grandi opere religiose, sia nell’ambito pittorico, che scultoreo e architettonico.

Nei suoi tre viaggi a Roma, Michelangelo arricchì notevolmente il catalogo delle sue opere, raggiungendo l’apice della perfezione con la realizzazione della decorazione per la volta della cappella Sistina: fu un lavoro estenuante che l’artista svolse in solitudine, dipingendo tutto il giorno ogni giorno per ben quattro anni (1508/1512). Si racconta che Michelangelo vietò a qualsiasi collaboratore e addirittura al Papa stesso di visitare il luogo prima della conclusione dei lavori e che, a causa dei cattivi rapporti con Giulio II, spesso la produzione degli affreschi fu interrotta dalle repentine partenze dell’artista.

Con la presentazione al pubblico il mondo dell’arte cambiò: quelle immagini erano qualcosa di mai visto sulla scena artistica, quegli sguardi, quei corpi non potevano essere nati dalla mano di un mortale, ma dalla volontà onnipotente di Dio. Michelangelo divenne il grande maestro del Rinascimento e il suo capolavoro fu celebrato in tutto il mondo; proprio per la magnificenza raggiunta con la volta, destò non poco scalpore la visione del Giudizio Universale, realizzato trent’anni dopo dallo stesso artista, sulla parete di fondo della cappella.

Fu papa Clemente VII, seguito poi da Paolo III, a richiedere l’intervento di Michelangelo, in quanto desiderava completare il progetto iniziato dal suo predecessore con un ulteriore capolavoro. L’affresco mostra una delle più celebri rappresentazioni della parusia, ovvero l’ultima venuta di Cristo sulla terra alla fine dei tempi e l’ascesa degli uomini al Regno dei Cieli.

Sono rappresentate poco più di quattrocento figure divisibili, per comodità di trattazione, in tre zone fondamentali: gli angeli con gli strumenti della Passione in alto nelle nuvolette, Il Cristo e la Vergine tra i beati, l’ascesa al cielo dei giusti e la caduta dei dannati all’Inferno.

Tutta la composizione si sviluppa a partire del gesto di sdegno del Cristo che alza il braccio quasi a voler coprire il volto: anche la luce viene irradiata nell’ellissi in cui egli è inscritto. Tra angeli e peccatori, emergono anche i volti dei Santi, raffigurato con i loro strumenti di tortura: tra di loro vi è San Bartolomeo, scuoiato vivo, in cui dalla pelle strappata dal suo copro emerge il volto dello stesso Michelangelo.

Lo scalpore suscitato dall’affresco fu provocato sia dai corpi nudi dei santi (che vennero coperti poco prima della morte di Michelangelo), ma anche dal significato stesso che esso cela: l’opera segnò la fine di un’epoca in cui all’uomo forte e sicuro, emblema di quel Rinascimento che egli stesso aveva esaltato nella volta, si sostituisce un mondo caotico e incerto che investe i dannati e i beati in una totale mancanza di certezze.

LA MANO DI DIO

Durante una recente intervista, il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt ha dichiarato che, passeggiando per le sale del museo fiorentino, gli è impossibile non fermare lo sguardo proprio di fronte al “tondo Doni”. È forse la reazione di uno dei più rinomati storici dell’arte a definire in modo chiaro lo stato d’animo del pubblico di fronte ad ogni opera del Buonarroti: incapacità di muoversi, commozione, quasi incredulità.   

L’approccio alle opere di Michelangelo non aveva nulla di convenzionale in nessuna delle sue fasi: si sviluppava attraverso un lavoro preparatorio molto lungo, spesso vissuto con sofferenza a causa della volontà di raggiungere la perfezione, un conseguente approccio maniacale alla realizzazione pratica dell’opera e, infine, lo stupore del pubblico, spesso certo di trovarsi di fronte alla mano di Dio.

Come detto nell’introduzione, egli si dedicò magistralmente a tutte e tre le arti figurative, non separandole mai del tutto, ma creando una perfetta simbiosi tra pittura, architettura e scultura: significativo è, per esempio, la scelta di inserire una finta cornice in marmo che delimita gli affreschi sulla volta della cappella Sistina che consente di creare un ordine nella moltitudine delle figure e dare profondità alle scene rappresentate.

Nella pittura seguì fortemente le lezioni impartite dagli antichi, prediligendo l’uso di colori accesi, contorni marcati (a differenza dello sfumato di Leonardo) e per la raffigurazione della figura umana protendeva verso corporature massicce, indifferentemente dal sesso del soggetto: i suoi uomini e le sue donne sembrano come rinvenute dal marmo, sono solide, compatte, pesanti alla vista. A questi caratteri di base si aggiunge la sua attenzione minuziosa ai dettagli, non solo decorativi, ma anche anatomici che suggeriscono una profonda conoscenza del corpo umano.

Nell’ambito della progettazione, Michelangelo sfruttava la totalità dello spazio, prediligendo l’utilizzo di linee curve e strutture circolari o trapezoidali che conferivano dinamicità all’ambiente. Spesso i suoi progetti sono caratterizzati da una fusione tra architettura e scultura, come suggerisce la realizzazione finale della Sagrestia Nuova presso la chiesa di San Lorenzo, in cui i monumenti funebri della famiglia Medici non sono asserviti all’architettura, ma diventano parte integrante della complessità dello spazio. 

Tra tutte le arti, Michelangelo predilesse la scultura, per lui emblema della perfezione.

Il suo percorso di lavoro era determinato da una concezione filosofica di base secondo la quale l’opera fosse già nascosta all’interno del blocco di marmo e il compito dell’artista era quello di tirarla fuori: per questa ragione, la tecnica scultorea del Buonarroti è detta “tecnica per rimozione” in quanto l’artista scolpiva il marmo come se dovesse liberare un corpo contenuto all’interno.

Sono le sculture di Michelangelo a rendere chiaro questa sua concezione della scultura: le quattro figure dei “prigioni”, lasciati incompleti dell’artista, mostrano il modo nel quale egli si approcciasse al blocco di marmo, come se dovesse favorire un movimento liberatorio che già aveva avuto il suo inizio dell’interno del blocco.

A questo sistema di lavorazione del marmo si aggiunge la sua formazione neoplatonica secondo la quale il corpo fosse una prigione dell’anima e che fosse pervaso da una forza viscerale che prendeva posto in ogni angolo della sua lunghezza; non è un caso che ogni figura umana rappresentava o scolpita da Michelangelo sprigioni una tale energia capace di catturare l’occhio dello spettatore.

In senso opposto, questa concezione la si ritrova anche nei corpi privi di vita realizzati dall’artista: emblematico è il corpo del Cristo avvolto nelle braccia della Vergine nella sua “Pietà”, realizzata nel 1497, in cui Maria, per quanto afflitta dal dolore, mantiene la rigidità di un corpo ancora in vita, a differenza di Gesù la cui anima ha già lasciato la prigione del corpo e quest’ultimo resta ormai privo di forza.

UNA PERSONALITA’ OSCURA

Il genio dell’artista nasconde, però, l’instabilità dell’uomo: Michelangelo era un soggetto scontroso, burbero, spesso in contrasto con i committenti, addirittura con la stessa famiglia Medici che, oltre ad averlo fatto conoscere sulla scena artistica, provò una perpetua stima nei suoi riguardi.

Vari episodi, o forse leggende, raccontate dal Vasari e altri biografi, testimoniano il temperamento eccentrico dell’artista, privo di filtri e inibizioni, ma dedito solo all’arte, o meglio, la SUA arte.

Il Vasari nelle sue Vite racconta che durante il suo periodo di formazione presso il Giardino di San Marco realizzò una testa di Fauno, oggi perduta, che venne critica dal signore di Firenze per il modo in cui l’artista avesse scolpito la dentatura, a suo parere troppo curata e inverosimile per una persona anziana: senza indugio, Michelangelo si avventò sul busto e con un piccolo scalpello scalfì uno dei denti del fauno, lasciando gli altri artisti e Lorenzo stesso senza parole.

L’inesperienza dell’artista non gli impedì di compiere un gesto inaspettato, forse anche poco rispettoso nei confronti del Magnifico che, essendo di larghe vedute, apprezzò la sua temerarietà, aprendo il cammino alla lunga collaborazione dell’artista con la famiglia Medici.

Un altro episodio risale al suo rientro a Firenze, avvenuto intorno al 1495, quando Lorenzo di Pierfrancesco, cugino di Lorenzo de’ Medici, gli commissionò un Cupido dormiente: la scultura fu poi portata a Roma e, forse dall’iniziativa dello stesso Lorenzo, si decise di sotterrarlo con lo scopo di spacciarlo per reperto archeologico; l’inganno riuscì e fu il cardinale Riario ad acquistarlo per la sua collezione. Scoperta la menzogna, nonostante la rabbia del cardinale, egli stesso si congratulò con Michelangelo per la capacità di emulare gli antichi con una tale coerenza.

Gli eventi raccontati ci offrono una visione completa della personalità dell’artista rinascimentale: egli era un uomo privo di scrupoli nella sua arte, poco curante della morale o dell’etica e completamente dedito al lavoro.

Recenti studi hanno anche ipotizzato che l’artista fosse affetto dalla sindrome di Asperger, a causa dei suoi problemi di ira, a cui si aggiunge un rapporto complesso con il denaro: alcuni storici dell’arte hanno osservato che Michelangelo vivesse in condizioni di estrema povertà, nonostante la ricchezza che egli aveva accumulato nel corso della sua lunga carriera;

Michelangelo visse nell’austerità spendendo con grande parsimonia e soprattutto trascurando la sua persona fino a limiti impensabili per un uomo così ricco.

Come ogni genio esistito, anche Michelangelo portò con sé il peso del tormento: il ricordo della povertà vissuta in giovinezza, il precoce distacco dalla madre hanno sicuramente favorito il palesarsi della sua inquietudine. Il suo spirito, però, come una fenice ritornò alla vita e, dalle ceneri della sofferenza, con ogni sua forza, condusse quel dolore sull’unica via che gli era possibile: l’arte.

Il dono a lui concesso ha reso l’Italia e il Rinascimento celebri in tutto il mondo e, ancora oggi, ci dà la possibilità di vivere emozione uniche: ci basterà alzare lo sguardo verso il corpo senza vita di un figlio adagiato sulle braccia della madre, verso il gesto indignato di Cristo di fronte ai suoi peccatori, verso gli occhi penetrarti del David per sentire il nome di Michelangelo riecheggiare nell’eternità.

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Andrea Gandini

Originario di Teramo, Andrea Gandini è un giovane scultore e street artist divenuto un fenomeno internazionale grazie al suo talento che trova espressione nella ricerca di nuovi ed originali modi di modellare la materia: da alcuni anni porta avanti un progetto di arte urbana per le vie di Roma, trasformando i tronchi morti degli alberi recisi e ancora radicati a terra in meravigliose sculture.

Le sue opere, oltre a suscitare lo stupore di innumerevoli passanti e turisti, creano degli angoli d’arte da osservare ed apprezzare: un modo creativo di impreziosire le strade della capitale e rendere l’arte accessibile a tutti.

Ceppi d’alberi trasformati in street art

Il suo percorso artistico ha inizio sin da giovanissimo tra i banchi del Liceo artistico dove accresce la passione per il disegno e la scultura, cimentandosi dapprima con la creta e successivamente con altri materiali tra cui il legno.

E’ in quel contesto che matura la sua voglia di sperimentare attraverso nuovi linguaggi, sotto il lungimirante consiglio del suo docente di scultura.

Nel garage della sua casa inizia a scolpire pezzi di legno e ben presto si rende conto delle incredibili proprietà di questo materiale, fendibile e poroso, dotato di un’intensa carica vitale e pieno di potenzialità.

La ragione della sua attuale fama trova origine in un avvenimento del tutto casuale. La mancanza di pezzi di legno a portata di mano e la vista di un tronco tagliato di fronte il garage – suo attuale studio – ne conduce la  creatività verso una nuova sfida: armato di scalpello e fantasia, realizza il primo “troncomorto” che darà il via ad una serie di opere di oltre sessanta tronchi di alberi scolpiti, da scovare per le vie della capitale.

«In giro per Roma ci sono più di 60 sculture, aspettano solo di essere trovate»

“Troncomorto 6″_ Via Jenner, Roma

Con le sue creazioni cerca di dare un volto ai tronchi mozzi degli alberi abbandonati, restituendogli una dignità attraverso l’uso dello scalpello: volti e busti sono intagliati e modellati dalle sue mani abili che riportano alla vita quelli che potrebbero essere considerati elementi di scarto e gli conferiscono un’identità umana, compiendo un gesto degno dell’ ammirazione generale e al servizio della collettività.

Tra le sue opere trovano spazio anche incisioni di animali, oggetti e paesaggi la cui ubicazione ha iniziato ad estendersi oltre la provincia romana abbellendo molte altre città italiane: tra queste il comune di Colle in cui un gigantesco pino di 25 metri di altezza, destinato all’abbattimento, è diventato una stele scolpita dove sono raffigurati elementi dell’architettura e del paesaggio urbano, da Porta Nova al campanile del Duomo.

“Veduta di Colle Val D’Elsa_ pino di 120 anni
“Venere di Primavalle” _ Via Augusto Tebaldi 43

Con la sua tecnica l’artista riesce così a cogliere la bellezza della materia, ad esaltarla con il suo talento manuale, lasciandosi trasportare dal profondo “significato vibrazionale” insito nello scolpire.

«Quando realizzo un pezzo, mi ispiro alle forme stesse del tronco, cresciuto in un contesto cittadino e quindi pieno di pieghe e cicatrici interne dovute all’adattamento forzato a un ambiente talvolta ostile»

La “mappatura” delle opere

Camminando per le vie di Roma – e non solo-  può capitare di imbattersi in questo artista, accucciato a lavorare su tronchi alti in media 70 cm: gli occhi dei bambini si fanno curiosi e un misto di timore e meraviglia si diffonde tra gente che viene resa partecipe dell’esecuzione dell’opera dal vivo, avendo così modo di apprezzarne l’aspetto performativo.

Molti altri lavori, di più recente creazione, sono invece realizzati – su commissioni pubbliche e private – in tronchi la cui altezza si estende per diversi metri e ciò ha richiesto l’utilizzo di strumenti adatti quali impalcature, scalpello elettrico e motosega.

L’artista ha realizzato nel tempo una mappatura dei suoi lavori così da favorirne la ricerca: essa è fruibile dalla sua pagina web ed è in continuo incremento!

Tuttavia, a causa dei restrittivi regolamenti sul decoro urbano, Andrea Gandini ha spesso rischiato di essere multato per la sua attività;

Nonostante ciò, i suoi lavori vengono elogiati dalla collettività quale prezioso arricchimento per le città che, oltre a risultarne impreziosite, lanciano anche un messaggio di cura e salvaguardia degli alberi del circondario.

«Quando lavoro in strada  non chiedo mai autorizzazioni per due motivi: il primo è che ci vorrebbe troppo tempo, il secondo motivo è che se chiedessi i permessi non avrei la stessa libertà espressiva che ho non facendolo»

“Libri”_ Arcidosso

Per saperne di più sull’artista visita il sito web:

http://andreagandini.art/

In esso è presente il form “Segnalami un tronco” attraverso cui è possibile indicare e suggerire all’artista dei ceppi abbandonati al fine di essere trasformati in splendide opere d’arte ed ampliare il suo museo a cielo aperto!

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Artista

Marco Maschio

Nell’immenso oceano d’arti visive contemporanee gli artisti sono spesso mossi da una tendenza al nuovo volta al superamento dell’approccio figurativo tipico dell’opera dei grandi creativi passati: la ricerca del bello nella sua più vera natura sembra sbiadirsi per lasciare spazio a nuove forme espressive.

Il giovane pugliese Marco Maschio emerge quale artista contemporaneo di talento che utilizza la scultura come contapassi della propria determinazione: una “eccezione” alla non-regola la sua, che si concretizza nella riscoperta di quella tradizionalità figurativa che sembrava essere ormai superata.

La pietra che “respira immortalità”

E’ a Vitigliano, in Puglia, che Marco Maschio trascorre la sua adolescenza all’insegna di una propensione all’arte figurativa in continuo accrescimento: frequenta l’istituto d’arte di Poggiardo e prosegue gli studi in Arti visive e nuovi linguaggi espressivi presso l’Accademia di belle arti di Firenze.

Ad oggi vive e lavora a Lecce, partecipando a numerose mostre e concorsi e ricevendo critiche positive per la sua ricerca.

«Scolpire non è scavare una pietra: è trovare il respiro della vita in essa e rivelarlo»

Lo studio dei capolavori dell’arte classica e cinquecentesca si presta da perfetto crocevia d’ispirazioni in grado di alimentare una energia creativa in lui già presente.

La produzione artistica di Maschio fonda le sue radici nelle tecniche ereditate dai maestri rinascimentali: è da Michelangelo Buonarroti che ricava l’idea per la quale l’uomo va “liberato dalla materia” per ricevere un respiro d’immortalità.

Con mano paziente e grande minuzia nella cura del dettaglio, Maschio tira fuori l’anima dalla pietra approcciandosi alla scultura come ad una sfida da accogliere, sempre più grande e complessa.

Dalla lavorazione di materiali grezzi quali bronzo, marmo, legno ed argilla – che Maschio ama definire come “masse informi da affrontare” – dà forma alla fisicità dei corpi , spesso ponendo l’attenzione al dettaglio delle mani, del braccio o parti del volto che vengono presentate come veri e propri “territori da esplorare”.

“Tràdere”_marmo_2019

«Non riesco mai a capire se sono io a trovare la figura oppure e la figura che trova me»

Mani, volti, corpi…uno sguardo alle OPERE

Il processo di creazione dell’opera si estrinseca in tre importanti passi attraverso cui l’ispirazione si trasforma in materia tangibile: pensare l’idea – trasporla in inchiostro – lavorarla sul marmo. Difficilmente i suoi lavori vengono alla luce senza un elegante disegno preparatorio.

“Oblivion”_pietra bianca di carovigno_2016

Opere come “Eva” evidenziano la profonda attenzione che l’artista ripone nell’espressività del gesto delle mani; “Oblivion”e “Pathos” – realizzati rispettivamente nel 2016 e nel 2017 – sono invece realizzati in pietra bianca di carovigno il primo ed in marmo acquabianca il secondo: entrambi raffigurano parti di volto in scorcio, come delle maschere espressione di passione, sofferenza e grandezza umana nonchè della presenza di forza emotiva nella tragedia del quotidiano.

«Mi si chiede spesso perchè scolpisco frammenti. Ebbene personalmente vedo nei “frammenti” non quello che abbiamo perso ma ciò che ci rimane dei più alti valori dell’uomo che scivolano inesorabilmente nell’oblio. Ci vedo riflesso il nostro tempo dunque, ma ci vedo nascosta la speranza»

Il bassorilievo in bronzo “Annuntio” si rivela essere tra le opere di maggior apprezzamento e consiste in una mano che, emergendo dalla materia informe, tiene una fiamma sul suo palmo.

Il simbolismo accarezza gran parte della sua produzione che affronta tematiche strettamente connesse alla fede cattolica: alla rappresentazione della “Pietà” di più recente creazione si aggiungono opere come “Principium”, realizzata in pietra leccese nel 2016, consistente in una rappresentazione della femminilità quale metafora del verbo che si fa carne;

“Principium”_ pietra leccese_2016

Nel 2018 realizza il busto di Aldo Moro la cui accuratezza d’esecuzione gli consente di acquisire notorietà e riconoscimento. Di altrettanta esemplare fattura il busto raffigurante Papa Giovanni Paolo II e le varie rappresentazioni a figura intera e a tutto tondo della Vergine.

«Scolpire è scavare nel passato alla ricerca di un presente da consegnare al futuro»

Nel momento in cui la pietra inizia a respirare lo scultore si ferma: è in quell’istante che il lavoro di Marco Maschio giunge al termine per ricominciare, con nuove idee e ricercati materiali, a creare frammenti di realtà plastica su cui lasciar soffermare lo sguardo.

Per ammirare le sue opere visita i link:

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Maurizio Cattelan

A scatenare l’indignazione del pubblico con la sua arte provocatoria e dissacrante è l’italiano Maurizio Cattelan, artista contemporaneo tra i più noti e quotati del mercato dell’arte.

La sua vita si scandisce tra New York e Milano dove si dedica alla realizzazione di opere a metà tra scultura e performance, in grado di scardinare convenzioni, interrogare gli spettatori, sconvolgere i loro valori.

“Comedian” 2019

Un carattere “irriverente”

E’ nel 1991 alla Galleria d’arte moderna di Bologna che Cattelan ha il suo esordio espositivo con l’opera “Stadium” consistente in un tavolo da calcio balilla con ai lati due schiere di giocatori bianchi e neri: da un lato le riserve del Cesena e dall’altro gli operai senegalesi che lavoravano in Veneto.

Ha così inizio la sua attività artistica segnata da un susseguirsi costante di ironiche provocazioni: Le sue opere si caratterizzano per un evidente richiamo alla tendenza dadaista e, talvolta, all’arte povera. Molte di queste nascono dalla combinazione di performance art e scultura ed includono eventi di tipo “Happening” consistenti in azioni provocatorie, pezzi teatrali, testi-commento sui pannelli che accompagnano le opere d’arte.

«Non ho mai fatto niente di più provocatorio e spietato di ciò che vedo tutti i giorni intorno a me. Io sono solo una spugna. Un altoparlante»

La sua produzione artistica ruota attorno all’ironia che viene tramutata in arte e si contorna di un atteggiamento irriverente nei confronti delle istituzioni e dell’establishment culturale.

Con “La nona ora” – pietra miliare della sua attività d’artista – Cattelan fa parlare di se generando contrarietà da parte della comunità cattolica: l’opera consiste in una scultura in cera che mostra Papa Giovanni Paolo II per terra, colpito da un meteorite.

“La nona ora” 1999

Le sue provocazioni continuano quando, invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia, affitta lo spazio che ha a disposizione ad una agenzia di pubblicità che lo utilizza a scopi commerciali durante l’evento: “L’opera” viene intitolata “Lavorare è un brutto mestiere”.

“A perfect day”… o forse no!

Nel 1999 Cattelan realizza una performance dal titolo “A perfect day”: Apparentemente confinato in una ragnatela, il suo gallerista Massimo De Carlo viene incollato alla parete della galleria d’arte con del nastro adesivo, sospeso ed incapace di muoversi liberamente.

L’opera vivente è espressione di una ricercata ironia: il mercante d’arte è abbandonato su uno sfondo bianco, gli occhi chiusi, la testa leggermente china di lato: un martire del mondo dell’arte alla completa mercé dell’artista.

“A perfect day” 1999

Alla fine del vernissage, De Carlo viene ricoverato al pronto soccorso per un malore!

«Siamo delle macchine che vanno ad emozioni, il cui eco risuona in quello che facciamo e, guardando anche alle mie opere precedenti, mi convinco sempre più di essere un autentico parco giochi per psicologi»

Le sue opere sono battute all’asta per milioni di dollari: tra le più celebri, ad aver battuto il record per l’asta e per l’artista è “Him” del 2001 raffigurante Hitler in ginocchio intento a pregare con gli occhi commossi. L’opera è stata venduta da Christie’s per 17.189.00 dollari!

Tutti questi paradossi a metà tra realtà e finzione fanno dell’artista un maestro del sarcasmo che si prende sapientemente gioco del sistema dell’arte: è con queste prerogative che Cattelan viene ricondotto nell’ambito dell’ “arte relazionale”, un’arte il cui campo di azione altro non è che il contesto sociale, esterno a quei limiti spaziali o temporali generalmente imposti da una qualsivoglia mostra.

“Him” 2001

All’apice del successo

Nel 2004 viene esposta a piazza degli Affari di Milano l’opera che più rappresenta l’atteggiamento dissacrante e di sfida dell’artista: “L.O.V.E.” acronimo di “Libertà, Odio, Vendetta ed Eternità, consiste in un saluto romano con le dita mozzate – un vero e proprio gesto del dito medio – posto di fronte la sede della borsa di Milano e rivolto verso la città.

Le polemiche generate dalla sua inaugurazione non sono state poche: Che sia esso un modo metaforico per accostare il mondo della finanza ad un “nuovo fascismo”?

“L.O.V.E.” 2004

Il temporaneo ritiro dalle scene dell’arte, all’apice del suo successo, pone fine al periodo in cui animali imbalsamati appesi al soffitto e premi conseguiti presso istituzioni d’arte costellano la sua carriera.

Con “Comedian” del 2019, Cattelan torna a far discutere, attaccando una banana al muro con del nastro adesivo e dando vita ad una serie di eventi attorno a questa: una performance artistica che vede dapprima la vendita dell’oggetto a 120.000 dollari e la sua conseguente consumazione da parte di un artista americano, David Datuna che, nel corso della mostra, agisce staccando la banana dal muro per mangiarla.

Arte come appropriazione dell’arte

Tra i più recenti progetti di Cattelan vi è la mostra a Shangai in cui, insieme al direttore artistico di Gucci Alessandro Michele, indaga sul concetto di creatività e originalità dell’arte, basandosi sull’idea di appropriazione.

Viene così riprodotta a Shangai una stanza della cappella sistina: L’artista si appropria dell’arte. Sarà anche questa oggetto di dibattito?

«L’arte è spesso una causa di malinteso, perché la gente può farne qualsiasi cosa desideri. C’è un malinteso quando si desidera davvero dire qualcosa, e le persone non lo comprendono. Per me il malinteso è molto più forte dell’idea da cui ero partito»

Per saperne di più visita i link:

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