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Eventi/Mostre

Mostre fotografiche 2022

“Viaggio, Racconto, Memoria”: Ferdinando Scianna in mostra a Palazzo Reale di Milano

Oltre sessant’anni di carriera del noto fotografo siciliano vengono ripercorsi e celebrati in una mostra antologica al Piano Nobile del Palazzo Reale di Milano. I tre grandi temi proposti nel titolo – il viaggio, il racconto e la memoria – costituiscono i tre corpi fondanti dell’esposizione, una trinacria che ripercorre le sfumature stilistiche del reporter siciliano e conduce il visitatore all’interno di un percorso allestito con 200 scatti in bianco e nero, articolato a sua volta in ventuno sezioni tematiche.

Dalla memoria delle feste religiose in Sicilia, al racconto visivo di Lourdes, alle ossessioni tematiche come l’ombra, le bestie e gli specchi, il viaggio in America, i ritratti, i riti, i miti e le donne: un ampio bagaglio visuale che invita il visitatore ad una total immersion nel vissuto dell’artista.

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, è stata inaugurata il 22 Marzo rimarrà visibile fino al 5 giugno 2022.

“Steve McCurry. For freedom”: mostra al Palazzo dei Normanni di Palermo

Fino al 17 luglio 2022 Palazzo dei Normanni ospita l’arte fotografica di Steve Mc Curry. Per oltre quarant’anni il noto reporter ha saputo raccontare l’Afghanistan attraverso il suo intrepido obbiettivo, testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie e speranze.

Oggi più che mai la sua fotografia viene chiamata in causa per denunciare la lesione continua dei diritti umani delle donne in Afghanistan a seguito del ritorno al potere del regime integralista talebano. Protagonista della mostra è dunque l’oltraggio morale all’Umanità, la violazione dei diritti fondamentali, attraverso una narrazione fotografica densa di pathos ambientale e umano.

La mostra gode di un allestimento scenografico e site specific in uno spazio emblematico del Palazzo Reale di Palermo; essa comprende quarantanove immagini la cui disposizione segue concettualmente l’evoluzione della condizione della donna in Afghanistan.

L’esposizione, aperta al pubblico fino al 17 luglio 2022,è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Federico II e il celebre fotografo, riconosciuto e premiato nel mondo per i suoi reportage antropologici.

“Photos! I capolavori della Collezione Julian Castilla: Cartier-Bresson, Doisneau, Capa, Man Ray e i più grandi fotografi del ‘900”: la collezione Julian Castilla in mostra a Bologna

Esposte al Palazzo Albergati di Bologna oltre 70 opere di grandi maestri della fotografia del Novecento appartenenti al noto collezionista spagnolo Julian Castilla: un percorso espositivo suddiviso in nove sezioni tematiche che introduce il visitatore alla scoperta della fotografia moderna, partendo dallo scatto più antico della collezione (ossia “La mano dell’uomo”, realizzato da Alfred Stieglizt nel 1902) sino allo scatto più recente della collezione datato 2005 e firmato dagli artisti Christo e Jeanne-Claude.

Dai reportage di guerra dei fotografi dell’Agenzia Magnum Photos al surrealismo degli scatti di Man Ray, la mostra conduce sino alla scoperta dell’arte fotografica digitale e ai progetti fotografici dei più importanti autori spagnoli degli ultimi anni.

Considerata tra le più importanti d’Europa, la collezione privata Julian Castilla vanta (oltre i già citati) nomi del calibro di Henri Cartier-Bresson, Vivian Meier, Robert Capa, André Kertèsz, Alberto Korda e Robert Doisneau a cui si aggiungono i fotografi spagnoli Carlos Saura, Ramón Masats, Oriol Maspons, Isabel Muñoz, Cristina García Rodero o Chema Madoz.

La mostra curata da Cristina Carrillo de Albornoz, è stata realizzata grazie al patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, in cooperazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villanueva de Los Infantes. Inaugurata l’8 aprile, rimarrà aperta al pubblico fino al 4 settembre 2022

“Sabine Weiss: la poesia dell’istante”: mostra alla Casa dei tre Oci di Venezia

Inaugurata l’11 Marzo nella sede espositiva Tre Oci di Venezia e visitabile fino al 23 Ottobre 2022, la mostra Sabine Weiss “LA POESIA DELL’ISTANTE” racchiude oltre 200 scatti della nota fotografa franco-svizzera considerata tra i maggiori rappresentanti della fotografia umanista francese.

Un susseguirsi di reportage, moda, pubblicità e ritratto -realizzati nel corso della sua intensa carriera che esordisce nel 1935 e si protrae fin’oltre gli anni ’80 – costituisce l’allestimento delle varie sezioni della mostra .

Ogni settore, uno per ogni categoria sperimentata dall’artista, mette in evidenza l’occhio fortemente umano e sensibile del suo fotografare che ha reso il suo nome celebre nel panorama fotografico dell’immediato dopoguerra.

Le sue fotografie “umaniste” rappresentano la quotidianità e le scene di vita degli anni ’50, bambini che popolano la strada, giocano, scherzano tra di loro, scene di matrimoni gitani, tra riti, canti, balli e costumi. La mostra, inoltre, svela per la prima volta alcuni scatti inediti: tra questi la serie dedicata ai manicomi, realizzata durante l’inverno 1951-1952 in Francia nel dipartimento dello Cher.

“David LaChapelle. I Believe in Miracles”: mostra al MUDEC di Milano

Il Mudec ospita dal 22 aprile all’11 settembre 2022 un percorso espositivo che offre ai più curiosi una nuova prospettiva sulla, ad oggi vastissima, produzione di LaChapelle: oltre 90 opere, tra grandi formati, scatti site- specific, nuove produzioni e una video installazone costituiscono il percorso espositivo assai ricco di suggestioni.

Una grande fetta del background artistico di LaChapelle viene riproposto sotto una luce diversa rispetto al passato, affiancato ad opere nuove e dalle sfumature inedite che trovano origine nella sua più recente esperienza artistica.

Gli scatti interpretano alcuni passaggi della Bibbia ma questa volta i colori si fanno più tenui e le ambientazioni si spogliano del surreale che siamo abituati a conoscere per assumere contorni più realisti.

La retrospettiva, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura, pone l’accento sull’animo umano e il suo presente, inducendo lo spettatore ad aprirsi ad una riflessione antropologica: l’uomo, il rapporto con se stesso, con la società e la natura, le gioie, i dolori, le insicurezze e le passioni.

E tu, quale mostra visiterai? Faccelo sapere nei commenti!

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Artista

Robert Capa

Nonostante la sua breve vita, Robert Capa è riconosciuto come il più famoso fotogiornalista di guerra; i suoi reportage hanno reso giustizia alla drammaticità dei conflitti che hanno contaminato il ‘900, mostrando agli occhi del mondo il vero volto della guerra che, nonostante le differenze geografiche, porta con sé lo stesso sguardo crudo della morte. 

La sua vita fluì nei fatti della storia del mondo e i suoi passi si mossero seguendo il fluire degli eventi con il solo scopo di raccontare la verità in un modo del tutto rivoluzionario.

Biografia

Endre Ernò Friedmann nacque a Budapest nel 1913 da una famiglia ebrea che possedeva una casa di moda. Nella città ungherese, a soli 17 anni, venne arrestato a causa delle sue simpatie per l’ideologia comunista e scelse di lasciare la nazione spostandosi a Berlino.

Nella capitale tedesca si iscrisse alla facoltà di Scienze Politiche con il sogno di diventare giornalista e trovò un impiego presso uno studio fotografico. Questa sua prima esperienza lavorativa gli permise di entrare in contatto con i rudimenti della fotografia e di svolgere anche una trasferta a Copenaghen per immortalare Lev Trotskij.

A causa dell’introduzione delle leggi antisemite nel 1933 il giovane fotografo dovette lasciare la nazione per spostarsi prima a Vienna e poi a Parigi. Qui ebbe difficoltà a trovare un’occupazione, ma conobbe un numero ingente di giovani fotoreporter, lontani culturalmente e geograficamente, ma uniti dal medesimo sogno di raccontare il mondo con l’immagine.

Il suo primo reportage di guerra risale al 1936, anno in cui scoppiò la guerra civile spagnola, combattuta dalle forze nazionaliste e quelle repubblicane. Grazie all’intervento dalla compagna e fotografa Gerda Taro, Friedmann ottenne l’incarico da reporter e giunse a Barcellona.

Fu proprio durante il sodalizio tra i due amanti che nacque lo pseudonimo di Robert Capa, un vero e proprio personaggio mitico capace di attrare il pubblico e su cui i due fotografi costruirono la loro fama. Gerda morì tragicamente nel 1937, schiacciata da un carro armato “amico” e l’anno seguente Capa le dedicò una raccolta fotografica con tutti gli scatti realizzati insieme.

Nel 1939, quando scoppiò la seconda guerra mondiale, Capa si era rifugiato a New York a causa delle persecuzioni anti-ebraiche: inizialmente lavorò per due giornali statunitensi, il Collier’s Weekly e il Life, per poi spostarsi sul campo di battaglia e nel 1943 sbarcò in Sicilia tre settimane prima dell’arrivo degli alleati.

Il percorso di Capa sull’isola fu molto lungo: giunse a Palermo, ad Agrigento dove conobbe il giovane e non ancora scrittore Andrea Camilleri, ma anche nell’entroterra siciliano in cui realizzò i celebri scatti della battaglia di Troina.

Il 6 giugno 1944 partecipò allo sbarco delle truppe americane in Normandia di cui però sono rimasti soltanto undici fotogrammi danneggiati. Con la fine della guerra, Capa tornò in America e fondò, insieme ad altri fotografi, la cooperativa Magnum, destinata a diventare una delle agenzie fotografiche più rinomate.

Nonostante la sua fama fosse assodata, l’attività di reporter non si arrestò, ma nel 1948 giunse in Israele per documentare la nascita dello Stato, per poi essere testimone della guerra arabo-israeliana nel ’48.

Nel 1954 documentò la prima guerra d’Indocina (conflitto svoltosi tra 1946 e il 1954, combattuto dalle truppe coloniali francesi e il gruppo Viet Minh che mirava all’indipendenza del Vietnam), ma morì durante l’evacuazione di un villaggio posando il piede su una mina antiuomo.

Gli scatti che hanno fatto la storia

Per realizzare i suoi scatti Capa utilizzò la fotocamera Leica da 35 mm, un dispositivo abbastanza piccolo da poter essere tenuto in una mano, leggero e la sua pellicola consentiva di realizzare più scatti in sequenza e dava la possibilità di produrre vere e proprie foto d’azione sul campo di battaglia.

Tra i suoi primi impieghi, ricordiamo il viaggio a Copenaghen in cui ascoltò e immortalò il discorso di Lev Trovkji pronunciat0 durante una conferenza nel 1929: questi scatti per la prima volta mostrarono agli occhi del mondo il suo innato talento.

A sancire istantaneamente la fama di Capa fu uno scatto del 1936 noto come “the falling soldier”, realizzato durante la guerra civile spagnola che gli garantì il titolo di “più grande fotografo di guerra del mondo” da parte della rivista britannica Picture Post. La fotografia apparve in varie riviste europee, tra cui Vu, Paris-soir, Regards e fu protagonista di un acceso dibattito in merito all’autenticità dell’immagine, poi chiarito.

Capa cattura l’istante transitorio tra il colpo mortale impartito a un soldato lealista e la consecutiva caduta sul suolo; in maniera magistrale egli racchiude nella staticità dell’immagine tutta la drammaticità dell’attimo conclusivo della vita di un uomo, forse proprio il suo ultimo respiro.

Il campo circostante è completamente vuoto, privo di forme di vita, se non per il soldato stesso, ormai parte di quell’aridità. Come il Cristo portatore della croce, l’uomo si prepara a svolgere la sua ultima “caduta”, si abbandona alla morte allentando la presa sul fucile e chiudendo gli occhi, come se fosse in pace.

In questo atto conclusivo permane il ricordo del soldato rappresentato da Francisco Goya nel suo “3 maggio 1808” che trattava un altro episodio significativo della storia spagnola, ovvero l’immagine della resistenza all’occupazione francese del 1808: Capa, quasi come se fosse scritto nel destino, è il nuovo Goya che, però, sostituisce alla forza dei colori ad olio, la durezza e la drammaticità del bianco e nero.

Nel 1937 il Giappone, alleato di Germania e Italia, scelse di invadere la Cina e l’anno dopo Capa decise di andare a documentare quanto stava accadendo. Le due fotografie riportate mostrano la capacità dell’artista di osservare e analizzare ogni aspetto della vita umana durante la guerra: dalla freddezza e impassibilità dello sguardo del giovane soldato, alla leggerezza dei bambini che giocano con la neve. Entrambi gli scatti sono due facce della stessa medaglia nonché i due volti della giovinezza, una ormai perduta, l’altra ancora piena di speranza.

Ma fu durante la seconda guerra mondiale che Capa diede adito al suo estro di fotografo e reporter, vivendo da testimone alcuni dei momenti più significati del conflitto.

La foto riportata fu scattata nel 1943 in Sicilia in seguito ad uno scontro tra gli alleati americani e le truppe tedesche; si presenta come un’immagine presa di lato, quasi scattata per caso, ma racchiude in sé il senso più vero della volontà artistica di Capa.

Un soldato tedesco, visibilmente ferito, accoglie con gli occhi chiusi le cure di un medico delle truppe nemiche. Cronologicamente la foto è stata realizzata in seguito alla cattura dello stesso soldato, ma l’immagine trasuda pace e serenità; per ciò che essa mostra, tale fotografia risulta essere l’emblema della capacità di Capa che, anche di fronte all’atrocità della guerra, sceglie di umanizzare i suoi soggetti, empatizza con loro e li arricchisce di pathos. È impossibile non sentire l’eco delle parole del giovane Giuseppe Ungaretti che con la potente arma della parola è come se, più di vent’anni prima, avesse dato un significato ancora più forte a questo gesto:

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.”

L’uomo e/è l’artista

Non c’è dubbio che l’attività di Robert Capa ha rivoluzionato non soltanto il mondo della fotografia nell’ambito tecnico, ma ha anche fornito al concetto stesso di immagine un nuovo significato.

È audace vedere in lui una sorta di Dorian Gray del XX secolo; egli era un uomo affascinante e consapevole del fascino che la sua figura esercitava sia sul pubblico che sulle donne. La sua intelligenza e caparbietà lo guidarono verso il successo che però non mutò le fondamenta del suo carattere, determinato a raccontare la verità delle cose.

Visse la sua esistenza guardando in faccia la morte e ridendo difronte al suo spettro, non temendo il pericolo, ma al contrario andando incontro ad esso.

Al lato oscuro del suo temperamento, la cui sfrontatezza lo condusse anche alla morte, si contrappone l’immagine che i suoi contemporanei ne riportano: a detta di tutti, Robert Capa era un uomo generoso, altruista e profondamente avverso a ogni forma di pregiudizio o presunzione. Il suo modo di essere artista incarna la vera essenza dell’arte, cioè una missione svolta a servizio dell’altro.

Nella sua persona si manifesta il connubio perfetto tra arte e vita, sulla scia di quelli che erano stati i grandi movimenti d’avanguardia del ‘900: ogni aspetto del suo temperamento lo si ritrova negli scatti da lui realizzati, figli del suo coraggio, della sua volontà di superare i limiti e del suo amore senza filtri per la verità come scrisse nel suo diario durante la seconda guerra mondiale:

“La verità è l’immagine migliore, la miglior propaganda.”

È nel documentare gli scontri bellici che il duplice volto del suo essere si manifesta: egli mostra la brutalità della guerra prediligendo uno stile crudo, penetrante e senza fronzoli, capace di arrivare direttamente e inequivocabilmente al punto.

Osservando i suoi scatti si viene catapultati direttamente in prima linea, ma nonostante ciò egli mostra la drammaticità con il filtro della gioia della pace. Raramente infatti sceglie di immortalare soldati defunti o feriti gravi, ma predilige il ritratto dei sopravvissuti, la cui vita continua a scorrere nel tempo nonostante la sofferenza.

Le sue immagini sono sempre caratterizzate da una forte immediatezza, ma anche intimità ed empatia in quanto fu proprio l’esperienza personale di Capa a mostragli il demone della sofferenza, a seguito della morte di Gerda Taro sul campo di battaglia Ma da Robert Capa rinasce un altro Dorian Gray. Egli deteneva la medesima bellezza del personaggio di Wilde, ma fu capace di esaltare l’immensità dello spirito umano capace di vincere la morte, a dispetto della finitezza della bellezza stessa. Il suo ritratto non sarà mai avvolto dalle brutture della corruzione, bensì vivrà nel tempo mantenendo la sua bellezza eterna.

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