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Eventi/Mostre

Mostre fotografiche 2022

“Viaggio, Racconto, Memoria”: Ferdinando Scianna in mostra a Palazzo Reale di Milano

Oltre sessant’anni di carriera del noto fotografo siciliano vengono ripercorsi e celebrati in una mostra antologica al Piano Nobile del Palazzo Reale di Milano. I tre grandi temi proposti nel titolo – il viaggio, il racconto e la memoria – costituiscono i tre corpi fondanti dell’esposizione, una trinacria che ripercorre le sfumature stilistiche del reporter siciliano e conduce il visitatore all’interno di un percorso allestito con 200 scatti in bianco e nero, articolato a sua volta in ventuno sezioni tematiche.

Dalla memoria delle feste religiose in Sicilia, al racconto visivo di Lourdes, alle ossessioni tematiche come l’ombra, le bestie e gli specchi, il viaggio in America, i ritratti, i riti, i miti e le donne: un ampio bagaglio visuale che invita il visitatore ad una total immersion nel vissuto dell’artista.

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, è stata inaugurata il 22 Marzo rimarrà visibile fino al 5 giugno 2022.

“Steve McCurry. For freedom”: mostra al Palazzo dei Normanni di Palermo

Fino al 17 luglio 2022 Palazzo dei Normanni ospita l’arte fotografica di Steve Mc Curry. Per oltre quarant’anni il noto reporter ha saputo raccontare l’Afghanistan attraverso il suo intrepido obbiettivo, testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie e speranze.

Oggi più che mai la sua fotografia viene chiamata in causa per denunciare la lesione continua dei diritti umani delle donne in Afghanistan a seguito del ritorno al potere del regime integralista talebano. Protagonista della mostra è dunque l’oltraggio morale all’Umanità, la violazione dei diritti fondamentali, attraverso una narrazione fotografica densa di pathos ambientale e umano.

La mostra gode di un allestimento scenografico e site specific in uno spazio emblematico del Palazzo Reale di Palermo; essa comprende quarantanove immagini la cui disposizione segue concettualmente l’evoluzione della condizione della donna in Afghanistan.

L’esposizione, aperta al pubblico fino al 17 luglio 2022,è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Federico II e il celebre fotografo, riconosciuto e premiato nel mondo per i suoi reportage antropologici.

“Photos! I capolavori della Collezione Julian Castilla: Cartier-Bresson, Doisneau, Capa, Man Ray e i più grandi fotografi del ‘900”: la collezione Julian Castilla in mostra a Bologna

Esposte al Palazzo Albergati di Bologna oltre 70 opere di grandi maestri della fotografia del Novecento appartenenti al noto collezionista spagnolo Julian Castilla: un percorso espositivo suddiviso in nove sezioni tematiche che introduce il visitatore alla scoperta della fotografia moderna, partendo dallo scatto più antico della collezione (ossia “La mano dell’uomo”, realizzato da Alfred Stieglizt nel 1902) sino allo scatto più recente della collezione datato 2005 e firmato dagli artisti Christo e Jeanne-Claude.

Dai reportage di guerra dei fotografi dell’Agenzia Magnum Photos al surrealismo degli scatti di Man Ray, la mostra conduce sino alla scoperta dell’arte fotografica digitale e ai progetti fotografici dei più importanti autori spagnoli degli ultimi anni.

Considerata tra le più importanti d’Europa, la collezione privata Julian Castilla vanta (oltre i già citati) nomi del calibro di Henri Cartier-Bresson, Vivian Meier, Robert Capa, André Kertèsz, Alberto Korda e Robert Doisneau a cui si aggiungono i fotografi spagnoli Carlos Saura, Ramón Masats, Oriol Maspons, Isabel Muñoz, Cristina García Rodero o Chema Madoz.

La mostra curata da Cristina Carrillo de Albornoz, è stata realizzata grazie al patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, in cooperazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villanueva de Los Infantes. Inaugurata l’8 aprile, rimarrà aperta al pubblico fino al 4 settembre 2022

“Sabine Weiss: la poesia dell’istante”: mostra alla Casa dei tre Oci di Venezia

Inaugurata l’11 Marzo nella sede espositiva Tre Oci di Venezia e visitabile fino al 23 Ottobre 2022, la mostra Sabine Weiss “LA POESIA DELL’ISTANTE” racchiude oltre 200 scatti della nota fotografa franco-svizzera considerata tra i maggiori rappresentanti della fotografia umanista francese.

Un susseguirsi di reportage, moda, pubblicità e ritratto -realizzati nel corso della sua intensa carriera che esordisce nel 1935 e si protrae fin’oltre gli anni ’80 – costituisce l’allestimento delle varie sezioni della mostra .

Ogni settore, uno per ogni categoria sperimentata dall’artista, mette in evidenza l’occhio fortemente umano e sensibile del suo fotografare che ha reso il suo nome celebre nel panorama fotografico dell’immediato dopoguerra.

Le sue fotografie “umaniste” rappresentano la quotidianità e le scene di vita degli anni ’50, bambini che popolano la strada, giocano, scherzano tra di loro, scene di matrimoni gitani, tra riti, canti, balli e costumi. La mostra, inoltre, svela per la prima volta alcuni scatti inediti: tra questi la serie dedicata ai manicomi, realizzata durante l’inverno 1951-1952 in Francia nel dipartimento dello Cher.

“David LaChapelle. I Believe in Miracles”: mostra al MUDEC di Milano

Il Mudec ospita dal 22 aprile all’11 settembre 2022 un percorso espositivo che offre ai più curiosi una nuova prospettiva sulla, ad oggi vastissima, produzione di LaChapelle: oltre 90 opere, tra grandi formati, scatti site- specific, nuove produzioni e una video installazone costituiscono il percorso espositivo assai ricco di suggestioni.

Una grande fetta del background artistico di LaChapelle viene riproposto sotto una luce diversa rispetto al passato, affiancato ad opere nuove e dalle sfumature inedite che trovano origine nella sua più recente esperienza artistica.

Gli scatti interpretano alcuni passaggi della Bibbia ma questa volta i colori si fanno più tenui e le ambientazioni si spogliano del surreale che siamo abituati a conoscere per assumere contorni più realisti.

La retrospettiva, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura, pone l’accento sull’animo umano e il suo presente, inducendo lo spettatore ad aprirsi ad una riflessione antropologica: l’uomo, il rapporto con se stesso, con la società e la natura, le gioie, i dolori, le insicurezze e le passioni.

E tu, quale mostra visiterai? Faccelo sapere nei commenti!

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Artista

ROBERT MAPPLETHORPE: LA FOTOGRAFIA DEL “PROIBITO”

Nel pieno tumulto culturale della New York anni ’70, cornice di una rivoluzione sessuale e teatro di manifestazioni in favore dei diritti LGBT e dell’inclusività, la fotografia di Robert Mapplethorpe arriva come un fulmine dalla tensione irriverente, oltraggiosa ed elegantissima a testimonianza di tale stravolgimento sociale.

Per la prima volta la sottocultura omosessuale della città viene portata alla luce senza filtri, elevata ad arte attraverso i suoi scatti in bianco e nero che se da un lato vengono etichettati malevolmente come inni alla pornografia, dall’altro contribuiscono a sdoganare l’erotismo esplicito nell’arte fotografica.

Una vera e propria rivoluzione estetica la sua di cui ancora oggi si avverte il rimbombo.

UNA SENSIBILITA’ FUORI DALLE CONVENZIONI

La vita di questo artista, seppur breve, è stata vissuta all’insegna della fotografia nella sua declinazione più scandalosa e affascinante, velata di quella sfumatura di innovazione che ancora oggi contraddistingue il suo operato ed ispira le nuove generazioni di fotografi.

Nato nel Queens, nel 1946, Mapplethorpe inizia sin da ragazzo ad esternare la sua creatività, inventando collage con immagini ritagliate da libri e riviste. Lo stringente ambiente cattolico in cui cresce alimenta la sua tendenza ad uscire dagli schemi di una società perbenista come quella americana e ricercare il proibito, tema che ricorrerà spesso nella sua produzione creativa.

L’attrazione verso il proibito lo induce ad appena 16 anni nel tentativo di rubare da un negozio di Times Square un giornaletto pornografico gay che, per via dei suoi contenuti espliciti vietati ai minori,veniva venduto sigillato: inaccessibile ai suoi occhi curiosi e per questo attraente.

Negli anni delle rivolte studentesche e dei movimenti di liberazione delle donne e degli omosessuali, l’artista vent’enne cerca di reprimere le proprie tendenze omoerotiche. Conosce e si innamora nel 1967 di Patti Smith, allora una giovane ragazza con l’ambizione della poesia, con cui va a vivere insieme in un appartamento in Hall Street e successivamente al Chelsea Hotel.

Il rapporto tra i due, dapprima romantico e poi amicale, segna una tappa importante nella vita e nell’arte di Robert: molte delle fotografie scattate tra il ’70 e il ’73 ritraggono proprio la ragazza  e uno di questi scatti diventa la copertina del primo album di lei dal titolo “Horses”.

Si tratta delle prime immagini che Mapplethorpe realizza con la sua Polaroid, acquistata con l’intento di sostituirsi alla ricerca di immagini da utilizzare per i suoi collage.

La svolta avviene quando gli viene regalata la sua prima Hasselblad dal suo amante Sam Wagstaff, curatore e collezionista: il supporto di quest’ultimo inserisce l’artista negli ambienti della buona società. Espone la sua prima mostra personale dal titolo “Polaroids” alla Light Gallery di New York ed inizia una collaborazione durata diversi anni con Lisa Lyon, una delle prime bodybuilder della storia, per cui realizzera svariati ritratti oggi raccolti nella monografia “Lady, Lisa Lyon”.

I ritratti dalla sessualità vibrante, gli studi di nudo maschile e femminile e le nature morte floreali lasceranno la scia di quella originalità anticonformista che ancora oggi contraddistingue il suo stile.

Tuttavia la dipendenza da marijuana e LSD segnerà la sua intera vita; nel 1986 gli viene diagnosticato l’AIDS e, poco tempo dopo la sua prima grande retrospettiva al Whitney Museum of American Art nell’88, muore per complicazioni legate alla malattia. Aveva 42 anni.

“NEOCLASSICISMO” CHE GRIDA SESSUALITA’

Lo stile di Mapplethorpe è stato spesso definito come una forma di “pornografia artistica” per i contenuti omoerotici da lui prediletti che se da un lato scandalizzano le masse dal’altro evidenziano un’eleganza compositiva che difficilmente lascia indifferenti; La sua produzione spazia dalla rappresentazione visiva di libertà sessuali alla delicatezza di uno still life floreale dai contorni neoclassici.

Il suo primo approccio alla fotografia si esterna nella rappresentazione di scene bondage e sadomaso gay : nella serie “The X Portfolio”, che ha reso celebre il nome dell’artista, delle reali coppie newyorkesi vengono ritratte in pratiche erotiche estreme. Da qui si evidenzia uno dei temi principali nella produzione artistica di Mapplethorpe ossia lo studio del corpo, soprattutto maschile, della sua fisicità e plasticità, che riesce col suo obbiettivo a scolpire con la luce, dando esempio di una bravura tecnica degna dei più noti maestri rinascimentali.

A rendere la sua fotografia così individuale,dunque, è la contrapposizione tra la scabrosità dei contenuti e la raffinatezza dello stile: i corpi sono immortalati in pose sessualmente esplicite, plasmati da un bianco e nero soft e raffinato e si ergono a rappresentazione di un ideale estetico dal sapore classico.

“Quando ho fatto foto sado-maso, immagini molto esasperate, la gente faceva delle cose vere, reali. Non c’era alcuna finzione teatrale. L’esperienza è più importante della foto in sé. Io non faccio foto, faccio parte dell’evento, in questo senso non mi considero un fotografo. La fotografia per me è uno strumento per fare un oggetto”.

Il nudo statuario e la sua attrattiva sessuale sono oggetto di gran parte degli scatti realizzati tra gli anni ’70 e ’80; la restante parte comprende i ritratti di celebrità e lo studio delle nature morte floreali.

Queste ultime altro non sono che una riproposta del lavoro già effettuato sul corpo umano che vede il fondersi di sesso e raffinatezza: l’attenzione è ora focalizzata ai fiori, gli organi riproduttivi delle piante, che vengono immortalati nella loro staticità, delicatezza e tensione erotica. Molti di questi scatti sono contenuti nella monografia “Flora. The complete flowers”.

L’arte di Mapplethorpe rappresenta una decisa rottura nel muro che separa arte e pornografia, due estremi divisi da un diverso giudizio sociale, due linee parallele tra loro che infrangono la promessa di non incontrarsi mai.

Maria Nunzia Geraci

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VIK MUNIZ: TRA ARTE E RICICLO

Ecologia, materialità, riciclo: sono questi i termini chiave che distinguono le opere firmate Vik Muniz da tutte le altre. Approdato nel mondo dell’arte contemporanea con le sue particolari illustrazioni, l’artista brasiliano dà il via ad un modo del tutto personale di celebrare il suo estro, un modo che si lascia alle spalle le classiche tecniche pittoriche per abbracciare una creatività visionaria ed ecologista.

Le sue opere materiche si compongono di ogni sorta di oggetto di scarto, dalla carta ai rifiuti tecnologici agli ingredienti da cucina che si rivelano essere il mezzo perfetto attraverso cui mostrare la realtà sotto una luce diversa.

Con il contributo della fotografia poi ognuna di queste opere prende vita: sarà per questo che il suo lavoro è così apprezzato dal pubblico e dalla critica? Approfondiamo…

DIETRO L’ARTISTA

Nato a San Paolo – in Brasile – nel 1961, Vik Muniz opera nel settore dell’arte da più di vent’anni: a soli quattordici anni vince un concorso artistico che gli consente di avere una borsa di studio e proseguire il suo percorso nell’arte.

Nei suoi primi vent’anni si trasferisce a New York e si lascia ispirare dai postmodernisti Cindy Sherman e Jeff Koons; mosso da un grande spirito umano, si da all’attivismo sociale aiutando i più poveri ed inizia così a creare quelle opere che lo renderanno celebre a livello globale. La sua prima mostra personale? a soli ventotto anni, nel 1989, nella quale inizia a delinearsi la sua ricerca artistica che si estende oltre la scultura fino alle sperimentazioni plastiche.

Il suo stile si pervade delle influenze di grandi nomi come Man Ray, Max Ernst e il regista Buster Keaton ma la sua ispirazione travalica il contemporaneo e si lascia incantare dalla tecnica mosaicistica nelle chiese di Ravenna e dalla prospettiva a tre punti di Ghiberti.

L’artista stesso si autodescrive come uno “spettatore nel mezzo della sparatoria tra la critica strutturalista e quella post – strutturalista”.

MA IN COSA STA L’ORIGINALITA’ DELL’ARTE DI MUNIZ?

Le sue illustrazioni – che spesso ritraggono uomini donne e bambini – sono realizzate esclusivamente con elementi di riciclo, di diversa provenienza e grandezza; Questi comprendono rifiuti tecnologici, oggetti rotti, terra , fili, spille, polvere, fumo e persino cibo e danno vita alla così denominata “Trash Art”.

L’artista setaccia enormi pile di immondizia affiancato dai catadores, persone che perlustrano le grandi discariche di rifiuti alla ricerca di materiali riciclabili. Una volta trovati gli oggetti necessari a realizzare ciò che ha in mente, Muniz assembla con fantasia e coraggio detriti e colori per dar corpo ad opere spesso di forte denuncia.

Nel 2008 si reca in una delle discariche a cielo aperto più grandi del mondo, Jardim Gramacho, alla periferia di Rio de Janeiro, ed è lì che realizza il progetto Pictures of Garbage puntando i riflettori non solo sul concetto di riciclo, per lui molto importante, ma anche sulle 25mila persone che vivono quotidianamente rovistando e cercando cose da recuperare tra le montagne di spazzatura.

Il corso del progetto è stato seguito e documentato in Waste Land, il film documentario diretto da Lucy Walker nel 2010. La serie è stata poi venduta all’asta nel Regno Unito per un profitto di circa 50.000 sterline che l’artista ha donato ai lavoratori di Rio, ultimi e dimenticati nella scala sociale.

Alle opere di riciclo si aggiunge poi “Rolleiflex” nata dalla commistione di oggetti che si spinge fino al recupero di soldatini e giocattoli, capaci nelle sue opere di trovare una nuova e insospettabile vita.

Sulla stessa scia altra creazione di Muniz è “Sugar Children” che vede l’artista cimentarsi in dei ritratti di bambini realizzati interamente con lo zucchero. Nel 1966 si reca nella piantagione di canne da zucchero di St. Kitts per fotografare i figli degli operai che vi lavoravano; una volta tornato a New York ha utilizzato una base di carta marrone per realizzare i volti dei bambini con vari tipi di zucchero sparso sulla carta.

Ma questo non è l’unico materiale commestibile che Muniz utilizza: ad aver reso celebre il suo operato sono le illustrazioni di sciroppo di cioccolato, caramello e marmellata. Con l’intento di rielaborare l’immaginario popolare, riproduce le più famose opere del passato con metodi alternativi: la Gioconda di Leonardo da Vinci viene riprodotta interamente in gelatina e burro d’arachidi e così la Venere di Botticelli, l’Origine du monde di Coubet e la Morte di Marat di Jacques-Louis David.

Celebri i suoi ritratti in caramello e sciroppo di cioccolato di Sigmud Freud e di Jackson Pollock – quest’ultimo immortalato nel compiere la sua gestualità astratta.

IL RUOLO DELLA FOTOGRAFIA

Il lavoro di Muniz altro non è che un oscillare tra creazione plastica e fotografica. Spesso le sue opere sono talmente grandi da poter essere ammirate nella loro totalità solo dall’alto ed è qui che gioca un ruolo importante la fotografia: l’artista fotografa l’opera e la stampa in un numero limitato di copie mediante la tecnica Cibachrome. La creazione originale viene poi distrutta e la fotografia diventa l’opera finale.

Queste opere hanno trovato spazio nelle collezioni permanenti di musei come il Metropolitan di New York, il Tate Modern di Londra e il Centre National de la Photographie di Parigi e la Galeria Nara Roesler con sede a New York e in Brasile e ciò ha proiettato Muniz tra gli artisti più quotati degli ultimi anni.

«Sono al punto della mia carriera in cui sto cercando di allontanarmi dal regno delle belle arti perché penso che sia un posto molto esclusivo e molto restrittivo. Quello che voglio poter fare è cambiare la vita delle persone con gli stessi materiali con cui hanno a che fare ogni giorno»

Maria Nunzia Geraci

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Artista

PETER LINDBERGH

Cos’è che rende un fotografo, oltre che un attento osservatore, un altrettanto abile interprete d’anime? Saper leggere dentro le spigolosità interiori di un soggetto è una prerogativa oggi comune; Ad essa, tuttavia, si aggiunge l’abilità di tradurre ciò che si è letto in immagine, dando modo all’osservatore di percepire il soggetto ritratto con lo stesso grado di sensibilità della persona che lo ha scattato: questi caratteri trovano il loro punto d’elevazione massimo nello stile di Peter Lindbergh.

Il suo modo di fare fotografia ha tracciato una linea di demarcazione oltre la quale è stato impossibile tornare indietro. Sfidando i canoni estetici inarrivabili della fashion photography anni ’80, Lindbergh ha scelto di percorrere la strada “meno battuta”, proponendo alle riviste un’ideale di bellezza di gran lunga più difficile da immortalare: la bellezza vera.

«Non è che mi preoccupa l’essere autentico, è che è l’unica cosa che mi interessa»

LE ORIGINI

Peter Lindbergh nasce a Leszno, in Polonia, nel 1944. La passione per l’arte matura con lui a Duisburg, città in cui trascorre la giovinezza. Ad un primo periodo di servizio militare segue il trasferimento a Berlino: lì inizia a studiare Belle Arti presso l’Accademia anche se, poco dopo, comprende che dipingere su imposizione degli insegnanti non lo soddisfa come vorrebbe.

La sua indole lo spinge a cercare ispirazione altrove: è così che per circa un anno si trasferisce ad Arles, in Francia, seguendo le orme del suo eterno idolo Vincent van Gogh.

La passione per la fotografia arriva in un secondo momento ed in maniera del tutto casuale: acquista la sua prima macchina fotografica per scattare delle foto ai bambini di suo fratello e da quel momento decide di fare della fotografia il mezzo principale attraverso cui esprimersi.

Per circa due anni affianca il fotografo tedesco Hans Lux per poi aprire uno studio in proprio a Dusseldorf nel 1973. Non passa molto tempo da quando realizza il suo primo servizio di moda per la rivista Stern, per cui lavorano fotografi del calibro di Hans Feurer, Helmut Newton e Guy Bourdin.

Sembra difficile crederlo ma agli albori della sua carriera Lindbergh ricevette molti no da parte delle riviste: i suoi lavori non rispecchiavano i canoni usuali che venivano presentati e che il pubblico richiedeva.

L’essere costretto da tali imposizioni non lo ferma: si propone a Vogue USA con dei ritratti raffiguranti modelle al naturale, senza posizioni forzate ma con espressioni spontanee e sorridenti.

Anche se in un primo momento queste fotografie vengono scartate brutalmente dai redattori, sarà poi Anna Wintour a rivalutarle una volta prese le redini della rivista. E’ allora che Peter richiama le stesse modelle – quasi per ripicca – e realizza la serie di scatti tra le più iconiche della sua carriera, White Shirts, in cui le ragazze con addosso la sola camicia bianca si buttano una sopra l’altra ridendo e giocando sulla spiaggia. Lo scatto diventa la prima copertina di Peter per Vogue USA del 1988 – la prima di molte altre!

Lindbergh è stato inoltre l’unico fotografo a firmare per tre volte, nel 1996, nel 2002 e nel 2017, lo storico calendario della Pirelli per cui ancora oggi viene ricordato.

ANIME IN BIANCO E NERO

«In un’epoca in cui le donne sono rappresentate dai media e ovunque come ambasciatrici di perfezione e bellezza ho pensato fosse importante ricordare a tutti che c’è una bellezza diversa, più reale, autentica e non manipolata dalla pubblicità o da altro. Una bellezza che parla di individualità, del coraggio di essere sé stessi e di sensibilità»

Lindbergh si addentra nel mondo della fotografia di moda nel momento in cui questa sembra essere più satura di artifizi: la bellezza delle modelle anni ’80 è esasperata da fotoritocchi e filtri, dando luogo non solo a canoni estetici fittizi ed irraggiungibili ma anche ad un glamour eccessivo e primo di emozione, destinato a sparire gradatamente con il passare delle mode.

Peter Lindbergh non fa sua questa visione della fotografia e non scende a compromessi con clienti e redattori. Nonostante le numerose porte in faccia, porta avanti uno stile che racconta le donne e gli uomini per come sono veramente, destinato ad influenzare i successivi quarant’anni della fotografia: ridà umanità ai soggetti fotografati che non vengono così visti come dei manichini apatici da vestire estrosamente ma come delle personalità da tirare fuori e lasciar risplendere.

Per Lindbergh la persona viene prima del vestito e l’uomo prima del fotografo.

Nel suo libro “Images of Women II” del 2015 scrive:

«Questa dovrebbe essere la responsabilità dei fotografi oggi: liberare le donne, liberare tutti dal terrore dell’eterna giovinezza e della perfezione»

Il suo stile si spoglia del fotoritocco pesante ed apatico per permettere alla naturale emozione del soggetto di emergere: qui gioca un ruolo fondamentale l’utilizzo del bianco e nero – unico ed inarrivabile nel suo caso -che diventa la penna preferita con cui siglare ogni scatto.

La fotografia a colori, difatti, non risuona nelle sue corde: i suoi tentativi privi di bianco e nero sembravano, a suo dire, delle “pessime pubblicità di cosmetici”.

A costituire il leitmotiv dei suoi progetti fotografici è poi l’esaltazione della bellezza emancipata, una bellezza mai commerciale che non si radica nelle fondamenta malsane della finzione ma si riveste di naturalezza: Tra le tante degne di nota, emerge la serie di scatti “Smoking Women”.

Sebbene le modelle siano in parte svestite in diversi lavori, la sua fotografia non si macchia mai di erotismo senza essere prima velato da una disarmante eleganza d’insieme: le espressività pensierose ed autentiche vengono portate al centro dell’attenzione di chi osserva, attenzione che viene catturata nella sua totalità senza indurre alla necessità di indirizzare l’occhio altrove.

Non riconoscerne gli scatti sembra dunque essere impossibile: i suoi ritratti così intimi evidenziano un occhio fotografico autoriale, cinematografico e personale che va oltre l’attrezzatura e arriva dritto all’anima, mostrandone la perfetta imperfezione.

Superando i confini della mera estetica, Lindbergh ha lanciato il fenomeno delle supermodelle, fotografato negli anni ’90 le top model più note di sempre, da Claudia Schiffer a Naomi Campbell, Kate Moss, Cindy Crewford e Linda Evangelista, consacrandole al mondo della moda e firmando le più importanti copertine di tutti i tempi.

Ad impreziosire poi la sua tecnica è il suo carattere sensibile ed umano, capace di instaurare dei legami di sincero affetto con i soggetti da ritrarre; nel backstage di un servizio fotografico realizzato con una donna immortalata da lui più volte negli anni ha affermato:

«Questa è la miglior fotografia che io ti abbia mai scattato, e lo sai che scatto tanto. Sai perché? Questa immagine ha tutto quello che non avevi vent’anni fa. Ha la tua vita»

La sua ideologia, la sua estetica, la sua umanità hanno costituito un punto di rottura decisivo nella fotografia di moda e non solo: la figura femminile viene definitivamente spogliata dalle vesti di illusoria idealità e rivestita di un bianco e nero delicato e magistrale.

Con la sua “umanità fotografica” Peter Lindbergh si rileva tra i capostipiti di un nuovo realismo che continua ad ispirare le nuove generazioni di fotoamatori.

Per saperne di più sull’artista visita i link:

A cura di: Maria Nunzia Geraci

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Eventi/Mostre

Piero Gemelli: Mostra al PAN

“La Bellezza Svelata. Fotografie e storie immaginate” è il titolo del percorso espositivo presentato al Palazzo delle Arti di Napoli, a cura di Maria Savarese con Maria Vittoria Baravelli ed in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione, alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli.

Aperta ai visitatori fino al 21 Novembre 2021, la mostra raccoglie e presenta oltre 100 opere, tra fotografie, disegni e sculture in fil di ferro realizzate dall’artista nel corso della sua variegata carriera: un’attenta ed originale ricostruzione del suo intero corpus artistico in grado di raccontare il “sentimento del suo vedere”.

Essa fa parte di un progetto curatoriale più ampio che consiste nel portare la grande fotografia tra arte e moda internazionale con una serie di esposizioni nella città di Napoli: il percorso ha inizio tre anni prima con la collezione di fotografie di Carla Sozzani esposta a Villa Pignatelli, continuata con la prima personale a Napoli di Giovanni Gastel al Blu di Prussia e proseguita con l’attuale mostra al PAN di Piero Gemelli, grande interprete della fotografia di moda in Italia e nel mondo.

A caratterizzarne l’identità di stile, armonico ed elegante, è la capacità di toccare sapientemente vari linguaggi creativi; Piero Gemelli nasce infatti come architetto per poi addentrarsi nella fotografia di moda, beauty e still life. Nel corso della sua carriera realizza scatti per Vogue Italia e campagne pubblicitarie per importanti marchi quali Gucci, Ferré, Tiffany e Lancôme, arrivando così alla notorietà sul piano internazionale.

Come sostenuto dall’artista , l’essere architetto è una forma mentis che ha definito la matrice della sua progettualità il cui rigore tecnico si riflette anche nell’allestimento della mostra stessa.

Il percorso espositivo esprime in ogni sala  l’eclettismo a lui connaturato: si articola su tutto il secondo piano del PAN ed è allestito secondo un itinerario non cronologico ma tematico.

La mostra si apre con la ricostruzione ex novo del suo studio che permette al visitatore di entrare nella “bottega dell’artista”; le prime sperimentazioni fotografiche degli anni ’70 anticipano i lavori di più recente creazione che aprono alla visione dei temi a lui più cari: La magia dello sguardo invade la prima sala a cui si susseguono la sensualità del corpo statuario, il volto antico del presente e la bellezza come equilibrio delle imperfezioni.

“Io credo che la contrapposizione degli opposti generi energia: è cosi che il pensiero si evolve, da contrapposizione di idee si generano nuove idee. Così particolari, caratteristiche, estetiche, ma non solo, che potrebbero apparire come imperfezioni o difetti, “non belli” comunque; quando entrano in relazione gli uni con gli altri e trovano un giusto punto di equilibrio e dialogo questi generano un canone diverso, di bellezza anch’esso. E’ quel punto di equilibrio che va cercato, inseguito e vissuto.”

L’artista gioca tra il senso della realtà e il senso della possibilità: la sua fotografia non si limita a rubare l’attimo rappresentando fedelmente ciò che accade ma raffigura ciò che il fotografo vorrebbe che accadesse.

Altro tema portante è dato dalla dualità delle opposizioni e dall’energia delle contrapposizioni che rappresentano la linfa vitale dei suoi lavori.

Segue una grande sala dedicata allo Still Life, una galleria di ritratti di persone note del mondo del cinema, dell’arte e del teatro ed un alternarsi di disegni e sculture: tale impostazione permette al visitatore di avere una visione a 360 gradi della carriera di Piero Gemelli e della sua ricerca visiva ampia e sperimentatrice.

Il progetto su Roberto Bolle sintetizza in quache modo il suo modus operandi ricco di contaminazioni in cui la fotografia richiama la scultura e così la scultura sembra completarsi di elementi legati alla fotografia: ciò delinea la grande capacità dell’artista di sintetizzare vari linguaggi in un discorso armonico mantenendo una forte razionalità nella metodologia del lavoro.

Che aspetti? Corri a visitare la mostra!

A cura di: Maria Nunzia Geraci

Credit foto: Hermes Mereghetti

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Artista

FABRIZIO FERRI

Autore dal grande spirito avventuriero con alle spalle una carriera segnata dalla sua attitudine poliedrica, Fabrizio Ferri si fa spazio nel mondo della fotografia a partire dagli anni ’70 immortalando col suo obbiettivo le emozioni rivelate dai volti delle più varie personalità della moda, del cinema e dello spettacolo. La sua notorietà non manca di estendersi oltre l’ambito fotografico abbracciando la regia, la scrittura, la musica e l’imprenditoria.

A precedere il suo formidabile talento estetico è, difatti, la sua fama: in costante moto tra Milano, Londra e New York presta il suo lavoro per le riviste di moda più importanti al mondo come Vogue, Harper’s Bazaar, Marie Claire, Elle, Vanity Fair, Interview, GQ ed Esquire.

FASHION PHOTOGRAPHY: TRA PUREZZA E SENSUALITA’

Ferri nasce a Roma nel 1952 da una famiglia di “stretta osservanza comunista”. E’ all’età di diciassette anni che inizia ad intraprendere la strada della fotografia, dapprima come fotoreporter per documentare il volto politico dell’italia per poi spostare la sua attenzione al mondo della fashion photography, approdandovi definitivamente.

Il suo temperamento intraprendente e la sua visione estetica sofisticata e pura gli permettono di divenire uno dei fotografi più acclamati a livello internazionale.

Il suo portfolio d’esperienza sul campo vanta una vasta collezione di ritratti delle più note icone degli ultimi decenni, da Sting a Naomi Campbell, Sophia Loren, Julia Roberts, fino a Madonna e Luciano Pavarotti. L’artista stesso rivela di compierne, con insolita serenità, “una più del diavolo”, da intendersi in termini di curiosa visionarietà verso l’arte della fotografia.

Nel 1983 fonda a Milano “INDUSTRIA Superstudio” che con studi multifunzionali e dipartimenti di ricerca musicale e digitale si presta ad essere il primo complesso fotografico a fornire un servizio unico nel suo genere. Industria è anche il nome del marchio di moda Ferri, prodotto e distribuito fino al 1998, e il nome di una compagnia aerea, Air Industria, attiva in Italia nel 2001.

Nel 1997 fonda a Milano “L’Università dell’Immagine”, il primo istituto con un curriculum incentrato sulla sintesi e sul processo creativo sinestetico.

EMOZIONI CHE “VIBRANO IN ETERNO”

Lo stile fotografico di Ferri si declina nella realizzazione di editoriali e ritratti destinati alle pagine delle riviste patinate. Sono molti i marchi e le aziende di lusso ad aver richiesto la sua collaborazione, tra questi spiccano Bulgari, Gucci, Dolce & Gabbana e Lancôme.

Seppur vincolato dal rigido schema imposto dalle commissioni, Ferri mantiene una fedeltà di rappresentazione ed una sincerità compositiva in grado di scaldare il pubblico più vario, anche chi poco si interessa alle passerelle.

«La fotografia non fissa un momento, un istante: lo emancipa dal tempo per liberarne la capacità di vibrare in eterno, di emozionare sempre »

Nei suoi scatti Ferri fa mostra di un’abilità fotografica che si volge all’esaltazione di atmosfere naturali: i soggetti osservano pose del tutto prive di adattamenti forzati e vengono accarezzati da una luce delicata, scarna di ogni artificioso ritocco.

Gli scatti dal gusto Fine Art evidenziano i movimenti gentili, veri e dinamici delle personalità ritratte, il loro umore è messo in risalto dalla temperatura dei colori che varia col calare del sole e la loro espressività in volto si rende rara a tal punto da essere “emancipata nel tempo”, raccontata secondo un intreccio di schemi di luce per permettere a chi osserva di emozionarsi senza limite temporale.

La celebrazione del nudo è anch’essa caratteristica ricorrente in numerosi scatti, alcuni dei quali si impreziosiscono degli scenari suggestivi di Pantelleria: una natura che fa da sfondo alla più vera naturalezza.

Un susseguirsi si emozioni si dipana deciso da ogni progetto creativo: il nudo statuario di Monica Bellucci, lo sguardo intenso di Margareth Madé, i lineamenti espressivi di Beyoncè e la timida sensualità di una giovanissima Kate Moss sono i caratteri che Ferri riesce ad esaltare con i suoi ritratti su pellicola, mirati all’esaltazione della misteriosità femminile dal fascino genuino ed a tratti imperscrutabile.

«La purezza e la delicatezza di queste fotografie sembra tracciare una linea per ricordarci che il tocco di una piuma, una carezza, può essere profondamente percepita da coloro che non sono stati anestetizzati da un’eccessiva esposizione alla volgarità »

Attraverso la scelta dei soggetti si realizza un incontro di eleganza aristocratica mista alla semplicità e all’inconsapevolezza della propria bellezza;Gli scatti che ne risultano sono intuitivi, potendo essi essere letti liberamente da ognuno.

Speranza, forza, fragilità attraversano i volti di modelle che, pur arrivando in studio “con stivali malconci e capelli arruffati”, rivelano la loro vera natura davanti l’occhio sapiente di Ferri.

«Quel che fa la differenza non è la qualità ma la capacità di emozionare, di toccare il cuore, e quella ce l’hanno in pochi »

OLTRE L’ORDINARIO…SENZA COSTRIZIONI

Pur occupandosi di moda Ferri priva il suo lavoro di ogni costrizione estetica: gli abiti non si limitano a fungere da guardaroba ma diventano dei veri e propri oggetti di scena che preservano l’integrità del ritratto senza costringerlo alla moda, al gusto, alla stagione, all’età.

Scattando, infatti, restituisce un senso di libertà e dignità al soggetto che viene spogliato dai veli di una posa irrealistica e sovrastrutturata; lo stesso fotografo sostiene che la persona ritratta deve sentirsi valorizzata e non ridicola.

In merito, la giornalista di moda Grazia D’Annunzio rimarca:

« Fabrizio non usa la moda per cogliere le tendenza, bensì come strumento per suscitare emozioni. Infatti nelle sue immagini c’è sempre una linea sottile tra purezza e sensualità »

Elegante e raffinato narratore d’immagini, si occupa al contempo di realizzare cortometraggi e comporre musica: “Passage” vede come protagonista l’etoille Roberto Bolle in occasione dei 10 anni di Vanity Fair e “Rethink Energy”, girato per l’ENI, lo riprende volteggiare nello spazio in sfida alla forza di gravità.

Per guardare i cortometraggi e saperne di più sull’artista, visita i link:

https://youtu.be/_4FGcjYtMLo

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A cura di: Maria Nunzia Geraci

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Artista

Nicola Doro

Catturare l’autenticità dei piccoli gesti familiari mostrando la naturale e spontanea bellezza della quotidianità è il carattere distintivo della fotografia di Nicola Doro, fotografo reportagista attivo in Sardegna.

Attraverso l’occhio “antico” della sua macchina fotografica riesce a fermare nel tempo i momenti vissuti in famiglia creando dei veri e propri tasselli che, messi insieme, danno vita ad un intenso racconto della sua vita: l’osservatore si ritrova catapultato in un vissuto di rare emozioni, di una semplicità tale da essere facilmente condivisibile.

Attimi che diventano ricordi

E’ nel Febbraio 2018 che, in attesa del secondo figlio, Nicola Doro elabora una personale visione di fotografia: ha inizio il progetto “reportage of my life” attraverso il quale le stanze della casa prendono vita ed il sonno di un bambino, i sorrisi alla madre durante il gioco, la testa al muro dopo un rimprovero ed il primo dentino caduto diventano preziosi momenti da immortalare per creare ricordi.

«Ogni volta che scatto foto alla mia famiglia, lo faccio perchè nella mia testa immagino un futuro dove riguardando le vecchie foto, ricordiamo momenti della nostra vita e della loro infanzia»

Realizzati per la maggior parte in ambienti domestici, i suoi scatti si caratterizzano per un marcato bianco e nero che solo di rado lascia spazio all’uso del colore.

La composizione delle scene, gli schemi di luce e la profondità di campo – che vedono la moglie ed i figli come protagonisti – si permeano di uno stile retrò: ad esso è improntata la realizzazione della foto-ricordo da stampare, appendere o conservare.

Sotto una lente “diversa”

“Momenti effimeri”, “Nella vasca” ed “emozioni di famiglia” sono tra le serie di scatti che permettono, una volta riguardati, di reimmergersi nell’emotività del momento ormai passato per riviverlo con la stessa intensità.

«Una foto scattata in un determinato periodo della nostra vita è capace di rievocare ricordi che nel tempo inevitabilmente dimenticheremo»

Queste sono spesso accompagnate da una scrittura la quale necessita della visione dei singoli scatti per essere apprezzata. Doro, in definitiva, traduce la sua realtà in fotografia, permettendo all’osservatore di coglierne i dettagli più intimi sotto una lente diversa.


La produzione fotografica di Nicola Doro si fa portatrice di un vasto background conoscitivo ed ispirazionale.

Dalla concezione fotografica di Oliviero Toscani e Settimio Benedusi, al bianco e nero di Ferdinando Scianna ed Annie Leibovitz, agli schemi di luce di Sebastião Salgado: sono numerosi i fotografi da cui si lascia ispirare rielaborandone in chiave personale l’approccio visionario.

«In ogni luogo c’è sempre un’emozione che meriterebbe di essere vista, se non fotografata»

Reportage, ritratti, lifestyle… la foto che diventa arte

Ai temi della famiglia, del confronto di generazioni e degli amici che Doro ama definire “la parte di famiglia che scegliamo”, si aggiungono altri progetti di più recente creazione, realizzati in studio: “Il bodybuilder è un artista e il suo corpo è una scultura” si pone come intento quello di rendere eterni i corpi di due bodybuilder all’interno di una fotografia.

Per saperne di più sullo stile di Nicola Doro visita il sito web:


https://www.nicoladoro.com/


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Artista

Pasquale Autorino

Artista giovane e visionario dotato di un raffinato senso estetico, Pasquale Autorino – in arte Siermond – emerge quale figura di tendenza nel panorama fotografico attuale. La tensione verso il bello è la miccia che accende il fuoco della sua inarrestabile creatività capace di catturare, affascinare, elevare.

Siermond: un poeta visuale

La ricerca estetica di Pasquale Autorino si focalizza sulla rappresentazione dell’ incantevole bellezza di volti e corpi, prevalentemente maschili, intrisi di una delicata malinconia senza tempo.

Come immersi in contesti mistici ed idilliaci, i suoi soggetti rispecchiano il senso di narcisismo inespresso dell’artista che, tra l’idea di un progetto e la sua concreta realizzazione, riesce a creare pura bellezza: lo scatto che ne risulta si riveste di un magnetismo tale da suscitare nell’osservatore la necessità di riscoprirne ogni sfumatura ed ammirarla nella sua più travolgente declinazione ossia la corporeità.

The Last Narcissus Sunset

E’ attraverso il corpo e la sua simbiosi con la natura che Siermond dà espressione di quella che si rivela essere una sensibilità artistica tutta interiore. Ogni “Narciso” che ritrae presenta delle particolarità estetiche sopraffine spesso esaltate da sguardi conturbati ed imperscrutabili.

La perfezione di queste figure “velate d’argento” tocca quasi l’inverosimile, scolpita dall’obiettivo come fosse marmo nelle mani di un inarrivabile maestro rinascimentale.

La scelta delle location verte in spazi sconfinati e deserti, immersi in una natura tanto vera ed intensa da risultare fiabesca: luoghi talmente perfetti da sembrare inesistenti.

Lever Du Soleil

«Ricerco la bellezza del reale. La bellezza sporcata dalla sofferenza e dal dolore, la bellezza della malinconia, elementi che contrastando con la bellezza estetica della moda e paesaggistica creano un mix esplosivo»

Malinconia, romanticismo, delicatezza, mistero, oscurità: sono queste le caratteristiche che la fotografia di Siermond esprime ed imprime negli occhi di chi osserva, racchiuse in progetti fotografici come “Timeless Bodies” – Corpi senza tempo.

L’artista descrive se stesso come un Visionario dell’inconscio: la  sua ispirazione deriva, infatti, dalle immagini mistiche che gli compaiono in sogno e dagli istinti freudiani di vita e di morte – Eròs e Thanatos – che aleggiano nella sua mente.

Estetica visionaria: progetti e collaborazioni

A segnare la produzione artistica di Siermond ha contribuito l’incontro e la fruttuosa collaborazione con il fotografo Nicholas Fols: entrambi giovani e visionari, si definiscono l’uno l’alter- ego dell’altro, sia per il condiviso approccio stilistico etereo e delicato, sia per la loro vaga somiglianza somatica (spesso realizzano autoritratti e scatti reciproci).

Dad & Son

Tra i progetti realizzati insieme vi è “Papercut” scritto da Siermond e diretto da Marina Fastoso e la serie di scatti “Sapin Foncé” che ritrae un Fols avvolto dal fogliame di un “abete scuro”.

Pasquale Autorino rivela la sua versatilità nella creazione di editoriali per magazine come Schön! – per cui ha realizzato il progetto “Lost Time” – nonchè l’intraprendenza nell’incrementare, parallelamente alla fotografia, la propensione per il Graphic design e l’Art Direction.

“Absense of inspiration” e “Uterus” sono altri due lavori che racchiudono i fondamentali della sua cifra stilistica che, i più attenti, sapranno riconoscere senza esitazione.

«Tendenzialmente prediligo modelli che hanno caratteri estetici simili ai miei o che sento vicini emotivamente. Pertanto selezionare una figura che possa rappresentarmi non è un processo breve né semplice. Per me la bellezza è un punto di vista molto soggettivo»

Absense of Inspiration

Siermond si presenta in definitiva come un poeta d’arte visiva, capace di sentire con gli occhi ed instaurare una connessione intimamente profonda con l’osservatore.

Per ammirare i lavori dell’artista e saperne di più visita il sito web:

https://www.siermond.com/

Per guardare “Papercut” in collaborazione con Nicholas Fols:

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Artista

Bryan Durante

Originario di Vicenza ed attualmente attivo a Milano, Bryan Durante è un fotografo freelance il cui approccio alla fotografia abbraccia un ampio ventaglio stilistico: è da diversi stili infatti che estrapola sempre nuove sfaccettature la cui unione risulta in un personale carattere espressivo, volto al dinamismo dei soggetti ed alla sperimentazione di setting e color differenti.

Dal paesaggio al Ritratto: l’apertura stilistica

Nel Novembre 2018 ha inizio il suo percorso professionale, dapprima improntato alla fotografia paesaggistica per poi spostare il suo centro verso il ritratto ad oggi configurabile come il suo genere di riferimento nonchè marchio distintivo della sua produzione creativa.

«La bellezza dei ritratti è la libertà, poter scegliere location, luci, ombre, volto, pose, oggetti da includere o da escludere dalla scena… L’ispirazione è ovunque, il senso delle foto è personale ma di libera interpretazione»

Dalla natura allo studio, dalla moda al nudo fino alla fotografia cinematografica, sono numerosi i generi che Bryan Durante ama toccare col suo obiettivo, lasciandosi ispirare dal circondario per la creazione di ogni progetto: “Apples” ed “Infinity” sono tra quelli realizzati con un espressivo Andrea Rodriguez Mianulli a cui si aggiungono gli scatti effettuati in collaborazione con Margherita Landucci, Eleonora Devotii e così altre modelle del calibro di Bianca Balti.

«The emotion, is that what I’m looking for»

Espressioni accese, sorridenti ed a tratti turbate, pose dinamiche e decise, tagli di luce in grado di guidare l’occhio al particolare più ricercato ed emozionare con naturalezza: è con queste modalità che la fotografia di Bryan Durante si presta alla realizzazione di editoriali, scatti di moda ed advertising, Beauty e Look Book.

«La FANTASIA: è quello il motore, il mio motore»

I progetti Nature realizzati in un alternarsi di location tra Milano, Bologna e Como sono affiancati dagli scatti street, attraverso cui stazioni della metro, vicoli e strade prendono vita immortalati nel loro aspetto fisico ed oggettivo: questi ultimi sono caratterizzati da un marcato bianco e nero ed ispirati alla fotografia densa ed essenziale di Alan Schaller.

La fotografia di Bryan Durante è, dunque, in grado di catturare la natura e gli ambienti nella loro bellezza e di cogliere la massima espressività dei soggetti, esaltandone il colore, le linee, la trama e le forme. Di grande impatto e fascino i progetti di nudo femminile realizzati a Milano, avvolti da un’atmosfera ed una color anni ’70.

Nuove collaborazioni…nuove sfide!

Quale professionista che si rispetti, Bryan Durante non manca di mettersi alla prova attraverso nuove collaborazioni. Nel 2020 prende parte ad una “Portrait Competition” insieme al fotografo Nelb Rodrigues: una battaglia all’ultimo scatto che vede i due fotografi impegnati a produrre, partendo da Piazza del Duomo a Milano con la rispettiva modella, 3 scatti nello stesso lasso di tempo.

Nel 2021 realizza per la cantante Caterina Mastaglio due progetti fotografici dal titolo “Amare” e “Girasole”.

Per vedere i 6 scatti risultati dalla sfida dei due fotografi, visita il link:

Per guardare il portfolio dell’artista visita il sito web: https://www.bryandurante.com/work/humans

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Artista

Helmut Newton

Originario di Berlino, Helmut Newton si configura come uno dei fotografi più influenti ed innovativi del ‘900 con la sua provocatoria creatività di carattere avanguardista rispetto ai tempi.
Il suo contributo fotografico è stato capace di infrangere numerosi tabù estetici, aprendo la strada a nuove modalità di scatto, introducendo ed ispirando generazioni di fotografi all’immagine di nudo.


Per sfuggire alle persecuzioni naziste lascia Berlino non ancora ventenne: è tra Australia e Parigi, infatti, che crea scatti destinati a diventare oggetto di interesse dei più famosi magazine internazionali. Vogue, Harper’s Bazaar, Vanity Fair gli aprono la strada verso una lunga carriera nella fotografia di moda che lo porta a collaborare anche con Chanel, Gianni Versace e Dolce e Gabbana.

La ricerca dell’erotismo, la sensualità delle donne in posa, il nudo provocatorio sono elementi che caratterizzano lo stile di Newton che fin da giovanissimo si diletta a fotografare ispirato dal carattere misterioso e proibito dell’universo femminile. Ritratto, fotografia di moda e nudo si confermano essere dunque i tre punti cardini di una carriera fotografica che si espone ad influenze glamour e boudoir ed alla spiccata esaltazione di queste.


«Mi capita di tenere la macchina un po’ di traverso, quanto basta perchè la foto non sia troppo perfetta»

I tratti provocatori e la celebrazione di ossessioni sadomasochiste e feticiste, se da un lato hanno dato spazio alle critiche, dall’altro hanno generato una condivisa ammirazione nonchè un generale riconoscimento della loro singolare, seppur irriverente, esteticità.
Punto di massimo splendore nella produzione creativa di Newton si ha con la pubblicazione di “White Women” nel 1974 e “Big Nudes” nel 1980, che raccolgono le fotografie scattate per interesse personale tra un lavoro di moda ed un altro.


Modelle in tacchi a spillo, alte, forti ed emancipate, spesso androgine e in pose sottomesse, si rendono così protagoniste di singolari scatti che si caratterizzano per una abilità tecnica e capacità di gestione della luce in composizione non indifferenti.

E’, tuttavia, l’attrice e fotografa June Browne, in arte Alice Springs, ad essere la musa prediletta nei suoi scatti nonchè sua compagna di vita per cinquantasei anni.


Non mancano i ritratti ai grandi personaggi pubblici come l’attrice Ava Gardner e la politica Margaret Thatcher, incrementativi della fama del fotografo già ben presente ed in costante crescita.

«Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che riassumono l’arte della fotografia»