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MATTIA CROCETTI

Il mutare del contesto politico e sociale trova terreno fertile nel talento documentatore di Mattia Crocetti, fotoreporter italiano con sede a Roma che, attraverso un’attenta e setacciata osservazione della realtà, offre una nuova panoramica sulle storie della gente e del suo quotidiano.

Intuito e curiosità compongono la sua fotografia che altro non è che la traduzione visiva di una personalità profondamente sensibile ed umana.

FOTOGRAFIA ECONOMICO-SOCIALE

Seppur trasferito stabilmente a Roma, è Piombino la terra natale di Mattia Crocetti; Qui nato nel 1993, studia fotografia e nuovi media presso l’Accademia Italiana di Firenze ed approfondisce lo studio del fotogiornalismo contemporaneo alle Officine fotografiche di Roma.

“Tramite le immagini ho trovato il modo per esprimere ciò che vedevo e sentivo molto meglio che con le parole… dopo la mia prima fotografia si è creato un legame”

Ad appena vent’anni, fa la sua comparsa sul Corriere della Sera: porta avanti per circa un anno un progetto narrativo dal titolo “Nous sommes Italiens” con l’intento di raccontare il vissuto degli italiani presenti la sera dell’attentato terroristico a Parigi il 13 novembre 2015 e, successivamente, all’attentato di Bruxelles del 22 Marzo 2016, immortalandoli nel luogo in cui si trovavano nella rispettive date.

Il volto psicologico di chi ha vissuto l’esperienza sulla pelle viene così ritratto in un racconto visivo la cui narrazione è delineata da un linguaggio fotografico ritrattistico.

La narrazione ed il ritratto sono i punti di fuga della sua cifra stilistica che vanta un’ampia prospettiva di collaborazioni: Dal 2016 realizza progetti fotografici a tema economico e sociale per l’agenzia fotografica LUZ, collaborando con testate italiane e straniere come Washington Post, The Guardian, Vanity Fair, Sky tg 24, D La Repubblica.

Nel 2018 inizia a lavorare come fotografo e videomaker per la produzione BALLARDIAN, collaborando alla realizzazione di documentari con Simone Cristicchi, Mokadelic, UNHCR Italia.

ATTRAVERSO L’OBBIETTIVO: I PROGETTI NARRATIVI

Mattia Crocetti sostiene che la necessità delle persone di raccontarsi vada oltre la fotografia stessa; Attorno a questa necessità ruota la sua ricerca visiva che consiste nell’individuare le storie “personali”, scoperchiarne le dinamiche ed approfondirle per mandare messaggi positivi.

“UXO, the story of Nicholas” è il progetto attraverso cui Crocetti racconta della vicenda di Nicolas, un ragazzo che ad appena tredici anni si imbatte in un oggetto rosso mentre pianta patate nel suo giardino. L’oggetto in questione altro non è che una bomba a mano della seconda guerra mondiale la cui improvvisa esplosione fa perdere al ragazzo una mano e la vista.

Gli scatti rappresentano un riflettore puntato sul problema degli ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale che si stimano essere almeno venticinquemila.

I suoi reportage reindirizzano l’attenzione della gente su temi la cui importanza è da non sottovalutarsi; impongono una chiave di lettura descrittiva delle dinamiche e dei sentimenti che i protagonisti dei suoi scatti vivono.

Con il verificarsi della crisi pandemica del 2020, Crocetti coinvolge la sua arte nel “The Covid-19 Visual Project”, promosso da Cortona per documentare la pandemia in corso. Nasce il progetto “COndiVIDendo 19”, pubblicato sul Guardian di Londra, il cui obbiettivo è raccontare l’emergenza sanitaria attraverso la quotidianità degli italiani, fatta di convivenza ed isolamento forzato.

Tuttavia, la realtà che il fotografo propone si discosta dalle immagini raffiguranti strade vuote che hanno invaso il web: i suoi occhi vengono posti in secondo piano per lasciare spazio alla visione della realtà proposta dal fotografato.

Si assiste ad un doppio racconto che ha inizio dalla quotidianità che il soggetto vive e condivide al fotografo e l’approdo di quest’ultima alla società esterna; il tutto si fa espressione del bisogno umano di interagire con la società nonostante l’isolamento.

L’intuizione di Crocetti sta nell’aver sfruttato le nuove tecnologie a favore di una nuova forma di autorialità. Il classico “ritratto di famiglia” viene stravolto: il fotografo è assente e guida da remoto all’esecuzione di un autoscatto, dirigendo, come un regista, le persone in videochiamata. 56 è il numero di scatti realizzati come i 56 giorni di lockdown in Italia, dal 9 Marzo al 4 Maggio 2020.

Il progetto trova fondamento nella condivisione di spazi, abitudini, sentimenti e paure, di una quotidianità che ha stravolto il concetto di convivenza. Il desiderio delle persone di vivere nuovamente nella società resta il filo conduttore degli ultimi progetti narrativi.

“Autoritratti in classe” – terzo capitolo del più ampio progetto COndiVIDendo 19 – pone la lente d’ingrandimento sull’andamento della didattica in presenza, tirando fuori il vero senso della scuola da intendersi oltre la mera didattica: classi di studenti mettono a disposizione una fotocamera, condividono il loro tempo, i loro sentimenti e la loro immagine con il fotografo che, impostando ogni minimo dettaglio della scena in videochiamata, guida alla realizzazione di autoscatti di classe.

Un modo, il suo, per documentare dall’interno una dinamica mai verificatasi nella storia e lanciare un messaggio a chi osserva le fotografie.

Lo scopo sociale è, dunque, essenza di ogni suo progetto: in questo caso creare una testimonianza visiva che racconti il mondo della scuola oggi è la serratura dentro cui far girare la nostra chiave d’interpretazione.

Documentare, nella visione di Mattia Crocetti, significa “non scordarsi da dove si viene ma anche non avere paura di cambiare le cose”

Che sia il suo un modo per invitare gli osservatori a cambiare le cose oltre che ricordarle ?

Per saperne di più sull’artista visita il sito:

https://www.mattiacrocettiphotography.com/

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A cura di: Maria Nunzia Geraci

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Alberto Buzzanca

In un alternarsi di reportage, fashion e glamour emerge la fotografia di Alberto Buzzanca, artista dalla personalità nascosta e riservata capace di osservare e rappresentare la femminilità dei suoi soggetti ed immortalare, con occhio attento e grande passione, la naturalezza di ogni attimo.

Dopo un primo periodo lavorativo da dipendente di un’azienda di materiale elettrico decide di dedicarsi alla sua passione aprendo uno studio fotografico e focalizzandosi alla realizzazione di campagne nazionali, scatti di moda e pubblicità per testate giornalistiche ed agenzie di comunicazione.

«La migliore scuola di fotografia sono le persone, la strada…osservare immagazzinare ed elaborare a modo proprio!»

E’ nel ’92 che, trovata una reflex nello studio del padre, inizia ad educare il suo occhio e allo scatto, canalizzandovi la propria energia creativa: la ricerca della location perfetta, l’esaltazione dell’abito, dei colori e delle forme e l’inseguimento di fugaci ma geniali intuizioni caratterizzano la sua produzione che fa di Buzzanca un “innovatore e raffinato critico”.

Raffinatezza è la parola che al meglio descrive le sue fotografie segnate, quasi nella totalità, dall’utilizzo di un netto bianco e nero. La spontanea sensualità delle donne che rappresenta sono indice di un lavoro di osservazione non indifferente; Buzzanca utilizza la sua curiosità come strumento da cui partire, curiosità che verte nella conoscenza approfondita dei soggetti e della psicologia dietro i loro volti così come nella ricerca di ispirazione tra visite saltuarie presso innumerevoli mercatini dell’usato.

«Non si nasconde dietro l’obiettivo ma ci fa conoscere un po di se mentre scatta, come un ballerino mentre danza»

La sua tecnica cela una padronanza che è data, oltre che da anni di esperienza nel settore, da un innato gusto estetico il quale si presta alla creazione di contenuti che vanno al di la del “solo guardar per il piacere degli occhi.

Come se fosse il momento ideale ad aspettare lui e non viceversa, i suoi scatti sono apprezzati in tutta Italia; ciò fa di Alberto Buzzanca un artista eclettico, dal gusto classico ed al contempo innovativo, sensuale, elegante, sempre sul pezzo!

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Steve McCurry

Massimo esponente della fotografia contemporanea e figura simbolo del fotoreportage, l’americano Steve McCurry vanta una produzione fotografica senza precedenti, carica di importanti ricerche antropologiche in grado di coinvolgere il pubblico alla scoperta di diversificati modi di vivere, indirizzandone l’interesse verso lontane e variopinte culture.


L’iniziale passione per la regia lo porta ad approfondire gli studi di cinematografia e teatro che, poco tempo dopo, si condensano in un sempre maggiore interessamento alla fotografia: dopo quattro anni di scatti effettuati per un quotidiano in Filadelfia, decide di lavorare in proprio come fotografo freelance. Entra a far parte dell’agenzia Magnum nel 1986 e inizia a muoversi come reporter del National Geographic magazine.


Viaggiando per l’India, il Nepal e l’Afghanistan, il suo curioso obiettivo cattura le storie di esperienza umana negli occhi della gente, documenta le conseguenze della guerra sul volto umano oltrepassando i confini della lingua e della cultura.

«Se sai aspettare le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto»

Raggiunge il punto massimo nella sua carriera quando, rischiando la vita, attraversa il confine tra Pakistan e Afghanistan insieme ai ribelli, prima dell’invasione russa. In quell’arco di tempo effettua centinaia di scatti: riesce a ritornare in Pakistan mantenendo intatti i rotoli di pellicola cuciti all’interno dei vestiti.


L’iconica fotografia dei ribelli Mujaheddin che controllano il passaggio dei convogli russi viene pubblicata sul New York Times e consacra la fama di Steve McCurry che, poco dopo, viene premiato con la prestigiosa medaglia d’oro “Robert Capa” per il miglior reportage realizzato all’estero con straordinario coraggio e spirito d’iniziativa.

Il suo stile unisce il reportage alla fotografia di viaggio, all’insegna dell’indagine sociale.

Ai colori vivaci e brillanti- caratteristici di McCurry- si contrappongono le storie di povertà e disperazione dei paesi raccontati, dilaniati dai conflitti.
Entrando silenziosamente nella vita dei soggetti raffigurati, fa esperienza della loro cultura e quotidianità: Sguardi espressivi, volti provati ed anime accese sono alla base della sua umana ricerca.


Per più di trent’anni le sue immagini iconiche hanno invaso libri e riviste di tutto il mondo. La copertina del National Geographic del giugno 1985 è ritenuta, in definitiva, la fotografia più celebre di McCurry: “La ragazza afgana” è ritratta in primo piano con occhi grandi ed impauriti in un campo di rifugiati in Pakistan.
Dopo dieci anni da quello scatto, il fotoreporter è tornato alla ricerca di Sharbat Gula, ritraendola con lo stesso sguardo che ha reso celebre in tutto il mondo il suo volto.

«Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona, quello in cui, per un istante, si cattura l’essenza di un altro individuo. Penso sia questo, uno dei più grandi poteri della fotografia»


Le fotografie di Steve McCurry, a cui sono dedicate grandi mostre antropologiche, continuano ad ispirare generazioni di fotografi; è attraverso i suoi colori intensi che ha documentato la spettacolarità dell’India, trasmettendo il suo incomparabile “senso viscerale della bellezza e della meraviglia”, sino ad allora disconosciuto in occidente.

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Ferdinando Scianna

Testimone visivo di una cultura popolare in continuo cambiamento, Ferdinando Scianna ha saputo rendere in fotografia il senso di appartenenza ad una tradizione, documentando col suo caratteristico approccio da narratore i volti e le tradizioni della sua amata Sicilia, costruendone attorno un’affascinante identità stilistica.

La sua carriera ha infatti inizio all’età di 21 anni quando pubblica, in collaborazione con l’amico Leonardo Sciascia, il libro dal titolo “Feste religiose in Sicilia”: la combinazione di fotografia e racconto in una visione laicizzata genera rigide polemiche ed, al contempo, numerosi apprezzamenti. Segue la pubblicazione di svariati altri libri fotografici che sono da slancio verso importanti collaborazioni.

Scianna vede la fotografia come un mezzo narrativo capace di raccontare un istante e trasformarlo in memoria e ciò si riflette in tutta la sua produzione fotografica che spazia da temi come la religiosità popolare e le ossessioni fino alla guerra e al viaggio.

“Ogni istante del tempo diventa passato nel precipizio verso la memoria; Il fotografo vive nel presente sapendo di costruire memoria”

Perseguendo una indagine sull’identità individuale e collettiva, alla costante ricerca di una forma nel “caos della vita”, pone in essere una fotografia ricca di visceralità, tensione drammatica e velata ironia.

ITALY, Sicily, Modica, Marpessa and the Women. (c) Ferdinando Scianna/Magnum Photos s

A differenza di altri fotografi che la hanno immortalata nella vivacità dei suoi colori, Scianna fa mostra di una Sicilia tutta “nera”: Partendo dallo studio dell’ombra e della sua struttura, fornisce una personale visione del mondo resa da forti contrasti ed intensi giochi di luce ed ombra che mostrano con estrema verità il “teatro dell’esistenza”.

La sua collaborazione con i giovanissimi Domenico Dolce e Stefano Gabbana negli anni ’80 vede poi la realizzazione di una fotografia di moda “inaspettata”, del tutto diversa ed assai ricercata nella sua semplicità. La scelta dell’emblematica Marpessa, modella protagonista del progetto, si rivela strategica ed è infatti considerata, ancora oggi, iconica musa nella fotografia di Scianna.

Insieme a Marpessa, figure come Monica Bellucci e Maria Grazia Cucinotta sono da riferimento nella sua vasta produzione incredibilmente densa di misterioso erotismo mediterraneo.

Il suo singolare modo di approcciarsi alla realtà non lo fa passare inosservato agli occhi di noti personaggi come Henri Cartier-Bresson che, rimasto colpito dal suo lavoro, lo introduce a far parte della Magnum Photos nel 1982. 

“L’atto del fotografo è più vicino alla lettura che alla scrittura. I fotografi sono i lettori del mondo”

La fotografia di Ferdinando Scianna è stata ed è ancora profondamente incisiva nella società, con il suo gusto “letterario” capace di immergere l’osservatore in una cultura, etica ed esteticità tutta mediterranea.