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JEFF KOONS: la personalità che ha stravolto il mercato dell’arte

Quando la banalità degli oggetti si gonfia di esagerazioni fuori misura, colorate fino al pacchiano, infantili nell’ estetica ma in grado di stuzzicare il collettivo senso di sconcerto…probabilmente ci troviamo davanti ad un’opera dell’americano Jeff Koons.

Considerata l’emblema dello stile neo pop che ha interessato l’arte contemporanea negli anni Ottanta e Novanta, la sua personalità si fa portatrice di una eccentrica e spensierata allegria ludica, tradotta in opere dal gusto neo-minimalista.

La concettualità di Koons altro non è che un bizzarro paradosso, una freccia scagliata verso la cultura del consumo che però non condanna ma, al contrario, si radica nella stessa.

Nato in Pennsylvania nel 1955, manifesta sin da subito la passione per la pittura: si forma all’Art Istitute of Chicago e successivamente al Maryland Institute College of Art di Baltimora dove diventa assistente del suo insegnante, il pittore Ed Paschke.

La sua personalità campeggia nel mondo dell’arte già dagli anni ’70, periodo in cui lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al MOMA di New York; Il suo spiccato senso degli affari lo contraddistingue, rendendolo una personalità geniale all’interno del mondo dell’arte: una figura allegra e perfezionista che rompe definitivamente lo stereotipo dell’artista romantico e tormentato.

Le trasformazioni sociali della società degli anni ’80, l’american way of life e il propagarsi del consumismo incidono notevolmente sulla produzione artistica che porta avanti nei successivi quarant’anni. Tutt’ora l’artista non smette di sorprendere il mercato dell’arte con opere di dimensioni esagerate e di forte impatto visivo che vengono battute all’asta con cifre da record. Un esempio? La versione arancione dell’opera “Balloon Dog” è stata venduta nel 2013 per ben 58,4 milioni di dollari.

UNO STILE NEO-POP

Per comprendere l’arte di Koons occorre fare un richiamo all’idea di Duchamp secondo la quale l’arte sta negli occhi di chi guarda e l’oggetto, per esistere in quanto arte, richiede la presenza dell’osservatore. Non a caso, a caratterizzare buona parte della sua produzione artistica è il Ready made che, in questo caso, strizza l’occhio all’arte pop degli anni Sessanta. Ne risultano opere bizzarre e trasgressive che esaltano sfrontatamente ed in una declinazione Kitsch gli oggetti comuni: per questo motivo Koons viene considerato il massimo esponente dello stile neo-pop ed erede dell’eccentrico Warhol.

Sulle orme di quest’ultimo, infatti, presenta un’arte che si radica nel consumismo della società contemporanea e nell’attaccamento di questa agli oggetti del quotidiano: molti di quelli rappresentati nelle sue opere appartengono ad una dimensione ludica e risultano perciò bizzarre e divertenti.

Attraverso l’utilizzo di elementi estrapolati dalla pubblicità commerciale e dall’industria dell’intrattenimento, l’artista comunica con le masse e livella quella differenza che persiste tra cultura alta e cultura popolare. 

A consacrare Koons il “re del Kitsch” è l’opera “Banality” che comprende una serie di composizioni in legno e porcellana, rappresentativi dei personaggi famosi del cinema, della canzone, dei cartoni animati e dei giocattoli, più generalmente della società del consumo.

LE OPERE…DA VICINO

Jeff Koons si serve di varie tecniche per esprimere la banalità della vita moderna tra cui pittura, scultura, installazioni e fotografia: queste si velano del carattere volutamente grossolano ed appariscente che rende la sua cifra stilistica assai riconoscibile.

La sua carriera artistica può essere divisa in cicli tematici ognuno dei quali è caratterizzato da una precisa tecnica di creazione.

“The New”, realizzata tra il 1980 e il 1987, consiste in degli elettrodomestici adagiati o posti verticalmente su tubi al neon fluorescenti, chiusi in vetrine di plexiglass. Il pubblico viene in questo caso sfidato ad osservare gli oggetti del quotidiano in una modalità diversa: questi vengono prelevati dal loro contesto superficiale ed abituale ed elevati ad arte, messi sul piedistallo di un museo.

Tuttavia è La Biennale di Venezia del 1990 a vedere la più scandalosa e discussa opera di questo stravagante artista: “Made in Heaven” è un’installazione di fotografie e sculture che consiste  nella celebrazione dell’incontro fisico e artistico tra Koons e la moglie, la celebre pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, da cui divorzia dopo poco tempo.

Le fotografie sono a colori, di grandi dimensioni e presentano i due in pose erotiche e durante alcuni amplessi. La critica ne rimane sconcertata e ancora oggi molti guardano con scetticismo la sua produzione artistica.

Dopo la rottura con Ilona Staller, da cui l’artista ha avuto il figlio Ludwig, nasce la serie “Celebration” che celebra un ritorno all’infanzia e si fa emblema di una distanza difficile da accettare per l’artista: quella col figlio, affidato in via esclusiva alla madre.

Le sculture di questo periodo consistono in figurazioni di cappellini di compleanno, uova di Pasqua, palloncini, cuori, cagnolini, conigli e oggetti tipici dell’infanzia, riprodotti su larga scala e con colori sgargianti che variano dall’arancio a giallo, rosso, magenta e blu e con l’utilizzo di svariati materiali tra marmo, metallo, plastica e pigmenti.

Tali sculture evidenziano una delle caratteristiche alla base dell’arte di Koons ossia la riproduzione di oggetti ordinari con dimensioni esagerate e con materiali completamente estranei ad essi. Queste, inoltre, tendono ad illudere i sensi dell’osservatore: seppur realizzate in acciaio inossidabile dal peso considerevole, sembrano imitare la leggerezza dei palloncini gonfiabili normalmente venduti alle feste di paese per attrarre i più piccoli.

Tra le più celebri vi è il coniglietto in acciaio inossidabile dal titolo “Rabbit”, realizzato nel 1986 e poi… come non menzionare poi il celebre “Puppy”, un gigantesco cane composto da 70.000 fiori che campeggia davanti al Guggenheim Museum di Bilbao!

Occorre però precisare che molte delle opere che Koons presenta non sono fabbricate da lui in prima persona ma da professionisti da lui selezionati, incaricati di realizzare in concreto le sue idee. Dopotutto, come contemporaneità vuole, è l’idea a fare l’artista e non la sua esecuzione materiale!

Sentir parlare di Koons è dunque inevitabile: la sua arte comunica a tutti ed in egual maniera, riducendo all’estremo quella distanza da sempre presente tra linguaggio artistico delle belle arti, patrimonio dell’upper class, ed il Kitsch della cultura popolare. Possiamo definirlo un punto di congiunzione? Possiamo.

«La prima cosa che voglio far capire allo spettatore è che questi oggetti sono perfetti ma allo stesso tempo sono vuoti e quindi possono fungere da trasmettitore e diffusore. Ogni cosa è una metafora della nostra vergogna e del nostro senso di colpa culturale. Si tratta di oltrepassare i giudizi per creare il proprio momento perfetto»

Maria Nunzia Geraci