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Vincent van Gogh

È innegabile che Vincent Van Gogh sia uno degli artisti più amati dal grande pubblico, oltre che uno dei più discussi dell’arte in genere. Il fascino della sua figura emerge dall’interno delle sue 864 tele, emblemi del suo tormento, ma anche capro espiatorio delle sue sofferenze; proprio da qui prende avvio la sua arte, come egli stesso scrisse nel settembre del 1882:

ma ora mi sento in mare aperto e la pittura va in continuità con tutte le forze che posso dedicarle”.

Il suo nome di battesimo era Vincent Willem Van Gogh e nacque il 30 marzo 1853 a Zundert, comune olandese a sud della nazione, da una famiglia protestante; sin da piccolo si dedicò allo studio del francese e del tedesco e iniziò a produrre i primi disegni.

A causa della scarsità del suo profitto scolastico, trovò un impiego, grazie allo zio paterno, presso la casa d’arte parigina Goupil & Co, in cui si occupava della vendita di opere d’arte:il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, con il quale aveva la possibilità di approfondire le tematiche artistiche e visitare musei locali e collezioni d’arte.

Nel 1875 si traferì a Parigi dove visse con il fratello Theo; qui, approfondì la sua conoscenza sull’arte contemporanea, scoprendo la pittura impressionista e le stampe giapponesi. È qui che incontra Paul Gauguin, artista della sua generazione, con il quale condividerà importanti momenti del suo futuro.

Negli anni parigini, iniziò a manifestarsi la sua ossessione per i testi biblici che lo portò a dimettersi dal suo incarico e ad intraprendere la carriera religiosa. Tentò di farsi ammettere all’Università di teologia di Amsterdam ma, fallendo, ottenne un incarico presso un collegio di Bruxelles, nel Borinage, regione ricca di carbone in cui i lavoratori vivevano in condizioni di estremo disagio; seguendo un esempio di vita quasi francescano, Van Gogh si prese cura dei malati, predicando la Bibbia.

Nel 1880 scelse di dedicarsi esclusivamente alla pittura, frequentando l’Accademia di Belle Arti a Bruxelles, grazie al sostegno economico del fratello Theo che mai lo abbandonerà. Qui restò un solo anno per poi tornare a casa dei genitori a Etten.

La sua salute mentale, però, vacillò a causa dell’amore non corrisposto di Cornelia Adriana Vos-Stricker, detta Kee, cugina di Vincent che lo condusse quasi al suicidio. A questo, seguì l’innamoramento per una prostituta, detta Sien, con cui Van Gogh intraprese una relazione amorosa che gli costò un ricovero ospedaliero per gonorrea.

Nel dicembre del 1883 tornò a vivere con i genitori, che nel frattempo si erano trasferiti a Nuenen e qui produsse i suoi primi capolavori. A causa della diffidenza degli abitanti del posto, Van Gogh scelse di spostarsi ad Anversa, città che il pittore considerava una via di mezzo fra la realtà chiusa di Nuenen e il caos metropolitano di Parigi.

Nel 1888, mosso dal desiderio di conoscere la Provenza, si trasferì ad Arles dove realizzò ben 200 dipinti.

Fu raggiunto da Paul Gauguin qualche mese dopo, forse a seguito dell’azione del fratello di Van Gogh, che, però, visse con sofferenza il soggiorno in Provenza: il rapporto tra i due pittori fu molto complesso e ancora oggi non del tutto chiaro (in merito, è consigliata la visione del film “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità”); certo è che i due ebbero diversi scontri, verbali e fisici, che causarono l’allontanamento di Gauguin da Arles e il ricovero di Van Gogh al nosocomio dell’Hotel-Dieu, in seguito ad azioni di autolesionismo.

Fu dimesso dopo sette giorni, ma il suo stato psicologico non migliorò mai del tutto. Dopo altri episodi di delirio, Vincent si ricoverò di sua volontà presso l’ospedale psichiatrico a Saint-Remy de Provence, ma la sua attività pittorica non si arrestò; durante il ricovero produsse alcune delle sue opere più famose. Nonostante i problemi di salute, il grande pubblico iniziò ad apprezzarlo: a novembre ricevette l’invito a esporre all’associazione «Les XX» a Bruxellese e a Parigi partecipò alla “mostra dei pittori indipendenti” inaugurata dal Presidente della Repubblica, che fu una vera e propria celebrazione della pittura contemporanea.

Nel 1890 fu dimesso dalla clinica e si trasferì a Parigi dal fratello, per poi spostarsi a Auvers-sur-Oise a 30km dalla capitale: fu in questo piccolo comune francese che il 27 luglio 1890, a soli trentasette anni, si tolse la vita, sparandosi un colpo di rivoltella allo stomaco.

L’esistenza di questo artista immortale è quindi riassumibile in tre concetti fondamentali: la ricerca di una spiritualità ultraterrena, la visione dell’arte come bisogno viscerale e l’abbandono finale alla follia.

Questi stessi aspetti ci aiutano a comprendere il motivo dell’interesse del pubblico nei confronti della sua arte: egli dipinse per sé stesso, è vero, ma il suo fu anche un regalo per le generazioni future.

Nelle opere di Van Gogh, infatti, si cela la profonda convinzione di fare parte di un mondo malato che, seppur tale, può ancora essere curato con gli strumenti più forti di cui l’uomo dispone: l’empatia, la compassione e l’amore per il prossimo. 

Per quanto concerne all’aspetto tecnico, è certo che il tratto di Van Gogh sia riconoscibile, soprattutto nell’uso di colori accesi, in particolare blu e gialli: tuttavia, egli attraversò varie fasi evolutive nella sua pittura, influenzate sia da interessi artistici specifici e sia dal suo stato psicologico. Proprio per questa ragione, è difficile inserire Van Gogh in una precisa “scuola” d’arte, in quanto egli recepì a assorbì influssi provenienti da diverse fonti, interessandosi al realismo, all’impressionismo, al puntinismo e via dicendo. Più genericamente la storia dell’arte lo identifica come “post-impressionista”, legandolo alla seconda “triade divina” (dopo Leonardo, Michelangelo e Raffaello) con Cezanne e Gauguin.

I primi schizzi dell’artista risalgono al 1873, nel breve periodo in cui si trasferì a Londra per conto della casa d’arte Goupil & Co, tuttavia non li conservò ma ne rimase solo uno, peraltro rovinato, raffigurante la casa in cui visse.

Sempre durante questo primo impiego conobbe e ammirò le opere di Jean-François Millet, pittore realista, i paesaggi di Jean-Baptiste Camille Corot e la pittura seicentesca olandese; fu soprattutto Millet a colpire Van Gogh, probabilmente per la scelta dei suoi soggetti, gente umile e povera. Un altro riferimento importante fu Rembrandt, modello di riferimento per il trattamento dei colori scuri e cupi in ambienti scarsamente illuminati.

Natura morta con cavolo e zoccolo 1881, Van Gogh
Due donne nella brughiera, 1883, Van Gogh Museum, Amsterdam
Il tessitore, 1884, collezione privata

Emblemi di questa prima fase pittorica sono la “natura morta con cavolo e zoccolo” del 1881, “due donne nella brughiera” del 1883 e il “tessitore” del 1884, opere che suggeriscono la predilezione dell’artista nei confronti del realismo e che nascondono una profonda malinconia, suggerita dall’assenza di luce e dalla scelta di colori spenti i quali verranno abbandonati nelle opere più mature.

Mangiatori di patate, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam

L’opera più rinomata del suo soggiorno olandese è “i mangiatori di patate” del 1885, conservata presso il museo di Van Gogh ad Amsterdam. È il pittore stesso a fornirne una descrizione in una lettera scritta al fratello:

«Un contadino è più vero coi suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va a Messa la domenica con una sorta di abito da società. Analogamente ritengo sia errato dare a un quadro di contadini una sorta di superficie liscia e convenzionale. Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l’odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città».

Il pittore olandese, ricreando un’atmosfera quasi simile alle taverne caravaggesche, non raffigura un’atmosfera idillica, ma la tavolozza è ancora una volta cupa, fatta di colori pastosi ed è scelta con l’intento di raffigurare la realtà e lo squallore della vita dei lavoratori;

tuttavia, la scena è profondamente emotiva e l’osservatore sembra quasi empatizzare con i soggetti, in quanto è lo stesso artista a fare parte di questa realtà, che conosce e vive giornalmente.

Con il trasferimento a Parigi Van Gogh entrò in contatto con l’arte del suo tempo, influenzata soprattutto dalla cultura impressionista (Vincent, inizialmente, non apprezzò molto l’impressionismo, ma predilesse l’indirizzo artistico della “scuola di Barbizon” di cui faceva parte Corot) e conobbe artisti come Toulouse-Lautrec (nel 1887, egli stesso compose un ritratto di Van Gogh) e Paul Guaguin; subì, soprattutto, il fascino dello stile neo-impressionista di Paul Signac che lo portò a prediligere scene di paesaggi e ritratti realizzati con piccoli tocchi di colore che ricordavano il puntinismo.

È in questo periodo che Van Gogh iniziò a produrre i primi autoritratti e fu molto interessato alle composizioni floreali che gli diedero la possibilità di sperimentare la sua nuova tecnica pittorica.

Autoritratto, 1886/1887, Wadsworth Atheneum, Hartford

In particolare, ricordiamo l’”Autoritratto” realizzato nell’inverno tra il 1887-1888 e conservato a Vienna, in cui notiamo un netto mutamento nella scelta dei colori e nel tratto delle pennellate, ma resta costante la malinconia della scena, questa volta suggerita dagli occhi penetranti del pittore.

Ma è ad Arles che l’artista creò i suoi capolavori più rappresentativi. Travolto dalla bellezza dei paesaggi provenzali, Van Gogh lavorò incessantemente, vivendo nella solitudine della natura: è proprio in queste opere che si sviluppa definitivamente il personalismo dell’artista che, proprio ad Arles, giunge alla completa perdita di sé stesso. Questo abbandono è espresso nella dedizione di Vincent al lavoro, suo unico scopo di vita, ma anche nella presa di coscienza della sua instabilità mentale.

Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, 1888, Museo Kroller-Muller, Otterlo

Tra le opere oggi celeberrime ricordiamo la “terrazza del caffè la sera, Place du Forum” del 1888 conservata presso il museo Kroller-Muller a Otterlo e ispirata all’opera letteraria “Bel-ami” romanzo del 1885 di Guy de Maupassant.

La scelta di rappresentare un caffè francese risulta perfettamente coerente con gli interessi della cultura ottocentesca, ma ciò che stupisce è la dolcezza del tratto e della linea che l’artista predilige. Van Gogh modella lo scorcio cittadino utilizzando i colori stessi e il contrasto tra i blu e i gialli, scegliendo una visione notturna travolta dal bagliore delle stelle e dei lampioni sulle strade. Lo sguardo del pittore sembra muoversi tra i volti rilassati e gioiosi dei clienti della caffetteria, cogliendo i loro gesti e suggerendo, attraverso la linea, il rumore delle porcellane.

La sedia di Vincent, 1888, National Gallery, Londra
La sedia di Gauguin, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

La sedia di Vincent” e la “sedia di Guaguin” del 1888, conservati rispettivamente presso la National Gallery di Londra e il Museo di Van Gogh ad Amsterdam, sono due delle opere più discusse dalla critica anche a causa dell’assenza di una precisa interpretazione fornita dal pittore.

Nonostante la scelta del medesimo soggetto, le due tele presentano un opposto schema coloristico: la prima mostra colori molto più accesi, come se fosse investita dalla luce proveniente da una finestra; la seconda mostra dei toni sicuramente più cupi che ricordano l’atmosfera delle prime opere olandesi. Il lavoro sulle due tele fu molto lungo: furono dipinte precedentemente al famoso taglio dell’orecchio, ma Van Gogh le elaborò anche durante e dopo il ricovero ospedaliero.

Le due sedie “gemelle” nascondono un incerto significato simbolico che il pittore non ha mai chiarito in nessuna delle sue lettere. La semplicità della prima sedia rispetto alla complessità della seconda suggerisce probabilmente la profonda inferiorità con cui Van Gogh viveva la sua arte rispetto a quella di Gauguin, verso cui provò sempre una profonda e sincera ammirazione.

A questa prima interpretazione si aggiunge la scelta dell’artista di raffigurare la sedia e non il pittore che lo aveva abbandonato: tale visione suggerisce il profondo senso di solitudine e smarrimento che Van Gogh dovette fronteggiare, ma che tenta di esorcizzare raffigurando quelle sedie su cui erano soliti discutere di arte e di vita. Le sedie, però, non fanno più parte di un unico ambiente, ma si posano su due tele diverse, in contesti ormai disgiunti.

Notte stellata sul Rodano, 1888 Museo D’Orsay Parigi

Disegno preparatorio

Parlando di Arles, è difficile non ricordare la “notte stellata sul Rodano” del 1888, oggi al Museo d’Orsay di Parigi: fu una delle dieci tele esposte presso la mostra parigina degli artisti indipendenti e a cui seguirà la seconda “notte stellata” del 1889, oggi a New York. L’opera fu accompagnata da un disegno preparatorio che Vincent spedì a Eugene Boch, pittore belga contemporaneo, e una descrizione scritta per il fratello:

«Ho passeggiato una notte lungo il mare sulla spiaggia deserta, non era ridente, ma neppure triste, era… bello. Il cielo di un azzurro profondo era punteggiato di nuvole d’un azzurro più profondo del blu base, di un cobalto intenso, e di altre nuvole d’un azzurro più chiaro, del lattiginoso biancore delle vie lattee. Sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa chiare, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a Parigi […] la spiaggia di un tono violaceo, e mi pareva anche rossastra, con dei cespugli sulla duna (la duna è alta 5 metri), dei cespugli color blu di Prussia. Ho fuori dei disegni a mezzo foglio e un disegno grande, che fa da pendant all’ultimo».

In questo ulteriore paesaggio notturno, Van Gogh dimostra di aver elaborato uno stile del tutto personale: le piccole pennellate di colore che compongono il tratto di strada si infrangono con il corso del fiume che, come un specchio, riflette la magnificenza del cielo stellato. Gli astri, raffigurati quasi come piccoli fiori, sovrastano il centro abitato e sono testimoni del sentimento dei due amanti in basso, in cui lo spettatore può e riesce ad immedesimarsi.

Nonostante la velocità e l’immediatezza con cui Van Gogh rappresentava le sue scene, numerosi studi hanno anche mostrato l’estrema fedeltà con cui l’artista riporta l’esatta posizione delle stelle sulla tela.

Notte stellata, 1889, MOMA, New York

La seconda “notte stellata”, dipinta durante il ricovero ospedaliero presso Saint-Remy de Provence, risulta essere un’opera molto più tormentata, emblema della sofferenza di cui Van Gogh fu vittima dopo la convivenza con Gauguin.

Tutti gli elementi dell’ambientazione sembrano fluttuare per dirigersi verso quel mondo parallelo in cui la mente dell’artista si rifugia per trovare pace dai turbamenti dell’anima. Ancora una volta, due opere “gemelle” celano significati opposti.

Ad Auvers-sur-Ois Van Gogh ricerca la pace, ma invano: sono le sue stesse opere a tradire tale desiderio, in quanto nascondono la sua tribolazione.

Chiesa di Auvers, 1890, Museo d’Orsay, Parigi

Tra queste ricordiamo “chiesa di Auverse” del 1890: il monumento quasi deforme ricorda la maniera pittorica della “notte stellata”; lo spazio si allarga orizzontalmente grazie alle due strade che si diramano ai lati dell’edificio, ma l’opera si innalza anche longitudinalmente, grazie al modo in cui Van Gogh compone la chiesa.

Ancora una volta i colori sono protagonisti: sul verde del prato ombreggia l’edificio religioso a sua volta caratterizzato dal contrasto tra l’arancio del tetto e il blu notte delle vetrate. L’assenza di luce all’interno della chiesa contrasta con l’evidente luce del giorno all’esterno: tale caratterizzazione è monito del turbamento e del buio dell’anima in cui il pittore è immerso.

Campo di grano con volo di corvi, 1890, Van Gogh Museum, Amsterdam

Tra le ultime opere dell’artista, oltre agli autoritratti e alla serie dei girasoli, emerge “campo di grano con covo di corvi” del 1890, ubicato al museo di Van Gogh.

L’opera appare come pervasa da una forza interiore, quasi da un motore che attraversa le spighe di grano: la sagoma più definita dei corvi che si infrangono sul campo diventa sempre meno nitida nella parte superiore della tela in cui lo stormo sembra presagire una tempesta. Il sentiero che attraversa il campo è vuoto, desolato ed è l’unico elemento privo di forza vitale che termina prima della fine del campo.

Per tutti questi aspetti la critica ha supposto che si trattasse dell’ultima grande opera dell’artista; essa è una perfetta sintesi della malattia di Vincent, un uomo forse giusto, incompreso, ma folle. Molti storici dell’arte e psichiatri hanno tentato di definire con certezza i disturbi di cui era vittima l’artista, ma una risposta certa non è mai arrivata.

L’unica verità è che Vincent Van Gogh ha lasciato ai posteri non solo l’esempio di un’arte sublime, profonda e sincera, ma anche un importante messaggio d’amore nei confronti degli uomini e della natura, suo luogo prediletto.

In un tempo in cui l’essere umano dimentica i suoi simili, dimentica di appartenere ad un unico mondo, ormai vulnerabile, è un pittore folle dell’800 a fornirci la strada giusta da seguire. In una lettera del 1883 scrive al fratello:

“[…] il mondo mi riguarda solo in quanto sento un certo debito e n senso di dovere nei suoi confronti, perché ho calcato per trent’anni questa terra e, per gratitudine, voglio lasciare di me un qualche ricordo sotto forma di disegni o dipinti. Mi considero una persona che deve portare a compimento qualcosa con amore, entro pochi anni, e questo lo deve fare con energia”.

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Edouard Manet

Tra i pittori ad aver lasciato la propria firma nella storia dell’arte il francese Edouard Manet si presenta, con il suo sguardo rivolto all’innovazione e la fresca spontaneità dei suoi dipinti, quale massimo esponente di un’arte sulla soglia dell’impressionismo che si discosta dalla precedente tradizione pittorica;

Figlia del 1800, la sua pittura traccia una linea di confine: troppo avanti per essere identificata come tradizionalista ma in un contesto troppo giovane per abbracciare la contemporaneità. E’ così che ha inizio l’arte moderna.

L’avversione per l’accademismo

Le sue opere trasportano l’osservatore alla capitale indiscussa dell’arte, la Parigi di metà ‘800. E’ lì che si svolge la vita dell’artista, segnata in giovane età dal rifiuto da parte della famiglia alto-borghese di assecondare la sua vocazione artistica.

A nulla servono i tentativi del padre di avviarlo ad una professione giuridica: a 18 anni inizia a frequentare l’atelier del pittore Thomas Couture dove resta per circa sei anni ed apprende le basi della pittura e le tecniche tradizionali.

L’idea di pittura che Monet propone entra da subito in conflitto con l’approccio classicistico di Couture, con cui polemizza sulla rigidità nella postura, innaturale e ridicola, con cui vengono tradizionalmente ritratti i modelli.

Manet ricerca “il vero” dietro l’apparenza e per tale motivo i soggetti che predilige sono figure “ordinarie” immerse in eventi attuali e ritratte nelle loro pose quotidiane.

“Si vede come si vuol vedere, ed è questa falsità che costituisce l’arte.”

L’artista matura la consapevolezza che le sue opere, per poter essere ammirate da tutti, devono essere esposte al Salòn ufficiale, ovvero quello dell’Académie des beaux-arts di Parigi.

All’età di 28 anni dipinge “Il guitarrero” che, accettato al Salòn del 1861, ottiene un inaspettato successo. Tuttavia la rivoluzione artistica di stampo Manet non fu subito compresa ed il successo della sua arte agli occhi dell’elite accademica arriverà solo una decina d’anni dopo con il dipinto “Le bon bock”.

Manet: un artista “sconveniente”

Le opere di Manet sfidano il giudizio della società ottocentesca conservatrice.

L’opera più famosa ad aver creato scalpore ed indignazione tra gli spettatori e gli accademici è “Colazione sull’erba”. La sua prima apparizione avviene nel 1863, al Salòn des refuses, esposizione organizzata da Napoleone III per accogliere le opere degli artisti rifiutate dal Salòn ufficiale. L’opera ritrae una donna completamente nuda seduta tra due uomini vestiti in riva al fiume Senna: per la prima volta un pittore rappresenta la società così come si presenta, raffigurando un nudo che non ha nulla di allegorico e non rimanda a sacre virtù ed è perciò additata come “sconveniente”.

Ispirandosi alla Maya Desnuda di Goya ed alla Venere di Urbino di Tiziano, Manet realizza nel 1863 “Olympia” che ritrae nuda una delle sue muse ispiratrici prestatasi a posare per lui: Victorine – Luise Meurent. Ritenuta scabrosa, viene sposata dopo pochi giorni ad un’altezza tale da renderla meno visibile al pubblico in sala.

Meno volumi, più armonia cromatica

Se in un primo momento l’artista si dedica alla realizzazione delle sue opere all’interno del proprio atelier, intorno al 1860 comincia a lavorare en plen air: scene di strada, paesaggi rischiarati dalla luce vibrante e l’utilizzo di pennellate libere e sciolte caratterizzano la pittura di quegli anni.

Nonostante le caratteristiche di matrice comune con gli artisti impressionisti, Manet non si riterrà mai parte integrante della corrente artistica; Il suo stile, infatti, presenta delle caratteristiche uniche, tra queste il particolare uso del colore nero e la mancanza di chiaroscuro a cui consegue l’assenza di tridimensionalità delle figure, spesso realizzate senza disegno preparatorio.

“In una figura cercate la grande luce e la grande ombra, il resto verrà da se”

Le opere più famose

Seppur scartate dalla società ottocentesca, le sue opere sono ad oggi considerate capolavori: tra queste ricordiamo “Il balcone” e “Colazione all’atelier”. “Il bar delle Folies Bergère” del 1881 raffigura una cameriera al centro del dipinto che guarda assorta lo spettatore. Uno specchio occupa tutto lo sfondo, e mostra il locale affollato e inondato dalle luci dei lampadari. L’opera, oltre ad essere il suo ultimo olio su tela, è considerata il testamento del pittore il quale mostra l’evoluzione del suo percorso artistico e contiene le caratteristiche fondanti della sua pittura: La natura morta, l’ambientazione contemporanea e la rappresentazione frontale.

Per saperne di più sull’artista ti consigliamo di guardare questo video:

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Francis Bacon

Francis Bacon Nasce nel 1909 a Dublino, da genitori Inglesi.

È il secondo di 5 figli di Henry Bacon, capitano di fanteria Britannico, severo, irascibile e poco empatico nei confronti del figlio che considera un debole e deride per i suoi atteggiamenti femminili e la sua salute cagionevole.

Francis aveva ereditato dal nonno materno una grave forma d’asma cronica che lo costringeva ad assumere morfina e a stare lontano dagli animali che la famiglia possedeva nelle sue scuderie.

Francis è consapevole della sua omosessualità già dall’adolescenza e questo è motivo di disonore per il padre che lo caccia di casa dopo averlo visto provare la biancheria intima della madre.

Si trasferisce a Londra, senza avere idea di come sarebbe vissuto, accettando qualsiasi lavoro e viaggiando tra Berlino e Parigi: proprio avviene un incontro che gli cambierà la vita. Nel 1927, alla Chez Paul Rosenberg gallery, ammira alcune opere di Pablo Picasso ed è il cubismo a sconvolgerlo, poiché in quelle figure distorte ritrova il suo modo di guardare alla condizione umana, tragicamente sola carne, reinterpretata in corpi corrotti e irriconoscibili.

Negli anni 30 inizia la sua carriera artistica come interior designer, ispirandosi agli insegnamenti della scuola della Bauhaus, ma negli anni il focus si concentrerà sempre più sulla pittura.

Parte della critica lo definisce portatore dello stile del figurabile e per questo rivoluzionario e coraggioso, in quanto “la figura”, intesa come rappresentazione di una forma distinguibile, doveva scontare il pregiudizio di essere stata usata dai regimi totalitari.

Per Bacon, però, la figurazione è resa come sospetto di una forma in metamorfosi: dalla belva all’uomo, al mostro…

Nel 1943, dopo essere stato rifiutato dall’ “Esposizione internazionale surrealista” e dopo l’esperienza della guerra, in cui non ha combattuto direttamente proprio per la sua malattia, distrugge la gran parte delle sue opere e da qui si apre un nuovo capitolo della sua produzione, inaugurato da una delle opere più celebri :


Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion, 1944

Qui la croce è un’immagine moderna, che partendo dall’arte del passato, si scrolla di dosso la religiosità e diviene testimonianza della tragedia della guerra.

Proprio della tradizione è anche l’uso del trittico, qui in chiave di “pala laica”, utilizzato per sfruttare il rinvio simbolico a “qualcosa di sacro”.

Questa opera gli apre le porte del successo e la critica vi individua un linguaggio nuovo. Le tre figure ai piedi della croce poggiano su sgabelli – su un fondale rosso sangue su cui tutto è stato appiattito- sono basate ‎‎sulle Eumenidi‎‎ ‎di ‎Eschilo, in un incrocio tra furie mitiche e figure bibliche, tra cui spicca la figura della Veronica che è rappresentata dalla testa mostruosa centrale.

La composizione pittorica è sapiente e la struttura è data da una sovrapposizione di colori che danno consistenza.

Questi frammenti umani URLANO E COMUNICANO UN DOLORE SENZA TEMPO, UN URLO SILENZIOSO E IMMOBILIZZATO, SULL’ORLO DEL CAOS.

Per l’artista un Momento decisivo, dopo un decennio di pittura in spazi temporanei è  il trasferimento nel suo luogo creativo, un antro mostruoso e meraviglioso, in cui si trasferisce nell’ottobre 1961 (7 Reece Mews); lì i suoi pensieri prendono vita.

È un luogo pullulante di genialità e bellezza a tal punto che alla sua morte è stato rilevato dagli archeologi della Galleria di Dublino di Arte contemporanea, segnando ogni elemento presente per ricostruirlo in museo, come un vero sito archeologico: procedendo all’analisi delle stratificazioni è stato possibile ritrovare nel suo studio riproduzioni fotografiche di grandi opere, servitegli nel corso della sua produzione per rimeditare sui grandi modelli della storia, in combinato con gli stimoli artistici più contemporanei ed eccentrici (dal cinema russo rivoluzionario alle riviste di moda)

Quello che accumula nel suo studio è il suo mondo:

‘I feel at home here in this chaos because the chaos suggests images to me’

È qui che prendono forma le figure umane di Bacon: mostruose, liquefatte, destrutturate, prigioniere di spazi chiusi suggeriti da linee perpendicolari che rimandano alla prospettiva,

Lo spazio è dato non da stanze ma da SCATOLE MENTALI, in cui queste presenze hanno un loro senso autonomo e da PIOGGE E VELI DI LUCE, forse ispirate da dipinti di Tiziano, per rendere il senso di mistero e distorsione

Nei ritratti l’artista dipingeva solo chi conosceva bene proprio perché nell’immagine sperava di rendere una raffigurazione delle loro menti:

“il vero problema è ricreare l’apparenza e non l’illustrazione della persona”

“vorrei che i miei quadri apparissero come se un essere umano vi fosse passato sopra” diceva l’artista.

Unico dictat: distruggere il corpo umano per carpirne l’essenza, gli aspetti dell’animo umano che non si possono vedere ad occhio nudo.

Three Studies for the Portrait of Henrietta Moraes, 1963

Questi elementi possono già cogliersi in “Painting 1946”

L’opera rappresenta una figura che nello spazio non sta come una gemma, ma come un prigioniero in un’arena; alle spalle un animale macellato, usato come rielaborazione dell’iconografia dell’agnus dei, legando con un filo rosso questa opera alla precedente produzione.

Questa opera è frutto del “caso”, di una sensazione, egli pensava sempre ad immagini di sensazioni: “Che cos’è la vita se non sensazione? Quello che sentiamo, quello che succede.”

La sua produzione artistica raggiunge lo spannung con l’opera:

“ritratto di Papa Innocenzo X” che riprende l’opera omonima di Velasquez del 1650.

“Il confronto con Velasquez è il confronto con la pittura stessa” per l’artista, il quale inizia una serie di 45 studi sul tema.

Qui si fondono i 2 elementi spaziali esplorati: la scatola mentale e il velo di luce.

Ciò che Bacon vuole cogliere è la raffigurazione del potere assoluto: chi viene rappresentato sa di essere un’autorità indiscussa e ciò è reso dagli elementi del trono papale, dell’abito, mentre l’essere umano che sta dentro questa figura è isolato dalla sua stessa umanità, con la drammatica consapevolezza del ruolo che lo trasforma in mostro. Sintomatico di ciò è il fatto che negli studi del pittore, fatti per realizzare l’espressione del soggetto, egli attinge a fotografie di  gerarchi nazisti. La mano destra sul trono esplicita l’immobilità e il volto viene arricchito da degli occhiali storti, simbolo della vittima di tutte le storie e ispirati a quelli della iconica bambinaia della corazzata Potemkin.

L’urlo: la bocca spalancata per il dolore supremo che non può essere trattenuto, che  affascina perché deforma, dando al volto il contrario di ciò che dovrebbe essere un volto iconico. È una maschera che annulla la funzione del ritratto celebrativo.

Manca la sommità della testa per significare LA CONSAPEVOLEZZA DELLA INSENSATEZZA DELLA VITA, LO SGUARDO SULL’ABISSO da cui non si può uscire, da cui niente è salvezza: né il potere, né la chiesa.

È lo stesso Bacon a rappresentarsi nel dipinto, l’artista prigioniero del suo ruolo.

Questa opera sarà manifesto della sua vita fino all’ultimo respiro, infatti Bacon muore ottantaduenne a Madrid, ove si era recato per vedere l’opera originale di Velasquez.

“Sono sempre sorpreso-diceva- quando le persone parlano di ‘violenza’ nei miei lavori, c’è forse un accenno di realismo che potrebbe darne l’impressione, ma la vita è così violenta: più di qualsiasi cosa io possa realizzare.”

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René Magritte

Nato a Lessines nel 1898, René Magritte è considerato uno dei più grandi pittori del Belgio nonchè massimo esponente del surrealismo.


Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles – periodo in cui scopre ed accresce l’interesse per le avanguardie artistiche di primo ‘900 – inizia a lavorare come grafico per guadagnarsi da vivere, disegnando manifesti pubblicitari, copertine di libri e dischi, carte da parati e tappezzerie.


La sua arte inizia a declinare le proprie caratteristiche quando, nel 1925, Magritte realizza la sua prima opera surrealista dal titolo ” il fantino perduto”: questa raffigura un fantino che spinge al galoppo il suo cavallo in una foresta fatta di alberi che sono scacchi da cui si diramano minacciosi rami neri, disposti in una scacchiera divisa in angoli irregolari.

“Il fantino perduto” 1925

Concentrarsi sulla rappresentazione delle idee piuttosto che l’estetica della realtà diventa il tratto distintivo di questo originale artista che, seppur inizialmente stroncato dalla critica, riesce a raggiungere il successo negli anni ’60.


Il suo stile si traduce in un illusionismo onirico che si basa sulla decontestualizzazione di oggetti reali; La sua pittura, infatti, è capace di insinuare dubbi nell’osservatore che, pur trovandosi davanti oggetti apparentemente realistici, avverte significati nuovi ed insoliti celati da misteriosi dettagli.


E’ con l’osservazione della pittura di De Chirico de Magritte ha la sua svolta surrealista ed adotta un linguaggio visivo metafisico ed enigmatico. Il suo approccio apparentemente giocoso alla vita e all’arte cela un dramma familiare destinato a segnare indelebilmente la sua vita: a soli 14 anni, infatti, la madre Règina si suicida gettandosi dal fiume Sambre.
Nonostante ciò, l’artista si lancia, con approccio ironico ed ingenuo, in un linguaggio artistico fatto di appartente figuratività – in quanto ciò che è raffigurato si presta ad essere sempre riconoscibile- ed associazioni stranianti di oggetti che sembrano così collocati fuori dal tempo.

“Il figlio dell’uomo” 1964

«L’arte è ciò che evoca il mistero senza il quale il mondo non esisterebbe»


Diversi sono i concetti ricorrenti nelle sue opere: il tema del quadro nel quadro o del rapporto tra le immagini e le cose o le parole si ritrovano in rappresentazioni come “La condizione umana” che mette in evidenza l’ambiguità della percezione di chi osserva e “Il tradimento delle immagini” in cui una gigantesca pipa viene raffigurata con una scritta che cita “Ceci n’est pas une pipe” (Questa non è una pipa).


In quest’ultima viene evidenziato che si tratta, in effetti, di una raffigurazione dell’oggetto e non dell’oggetto stesso: ciò che l’osservatore dava per scontato viene contraddetto e negato ed in questo modo egli viene posto davanti all’inganno dei propri sensi.

“Il tradimento delle immagini” 1929

Magritte distrugge il principio del “fare arte per compiacere” creando quadri in grado di aprire la mente dell’osservatore a nuovi orizzonti di riflessione; è ciò che accade con “Golconda”, realizzato nel 1953, in cui degli uomini identici tra loro scendono dall’alto come pioggia evidenziando, con riferimento al rapporto tra uomo e lavoro, l’omologazione di questo e la meccanicità della routine.


«La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione»


Per via della sua abilità nell’insinuare dubbi sulla realtà, gli è stato attribuito il soprannome di “Sabotatore tranquillo”; Attualmente la maggior parte delle sue opere sono conservate al Museo Magritte in Place Royale a Bruxelles.

“Golconda” 1953
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Artista

Gerhard Richter

La produzione artistica del tedesco Gerhard Richter – tra i più noti creativi del dopoguerra – si concretizza in una cifra pittorica variegata che sfida le mode artistiche a lui contemporanee e vede lo sperimentarsi di uno stile espressivo libero ed informale.

Originario della Germania Orientale, scopre ed accresce fin da ragazzo la passione per l’arte: da un primo approccio al figurativo presso l’Accademia di Belle Arti di Dresda decide, successivamente, di trasferirsi a Düsseldorf, città roccaforte della pittura informale.

I suoi passi nell’arte, in ragione della sua ampia visionarietà, si diversificano l’un l’altro: Richter evolve e rinnova il proprio stile nel tempo, ricercando una libertà espressiva attraverso la dialettica artistica foto – pittura, alternando un approccio figurativo ad uno astratto, minimalista ed a tratti costruttivista.

Molti dei suoi dipinti sono, difatti, realizzati partendo da fotografie, spesso scattate personalmente: paesaggi mossi, vedute agresti e marine, montagne grigie ed intristite sono i soggetti prediletti nella sua ricerca espressiva.

«Il grigio è un colore importante, il colore ideale dell’indifferenza, dell’indecisione, del silenzio, della disperazione. In altre parole, di quegli stati d’animo e situazioni che ci colpiscono e per i quali vorremmo trovare un’espressione visiva»

Punto focale della sua pittura consiste nell’interazione tra l’astrazione fotografica e la fisicità pittorica: in opere come “Piz Surlej, Piz Rosatsch”- foto sovradipinta 1992- adopera la pittura su fotografia, apportando come entità fluttuanti delle macchie di colore bianche e nere su un paesaggio naturalistico, conferendogli un carattere irreale.

La concezione controversa della natura, di una crudezza contrapposta all’uomo, priva di empatia e verità, lo porta a trattare frequentemente il tema: le opere degli anni ’70 raffigurano particolari o ingrandimenti di foto, scorci di ambienti montani snaturati dal loro contesto, spesso mossi e sfocati.

«La fotografia non è reale, è pura immagine, mentre la pittura ha una sua fisicità: si può toccare la tela, ha una sua realtà, sebbene produca pur sempre un’immagine, più o meno bella»

Ritagli di giornali e riviste, fotografie sovradipinte, tavole realizzate ponendo in sovrapposizione vetri e specchi costituiscono la linea guida della sua produzione artistica che esalta l’estetica delle cose piuttosto che il loro significato.

Nel 1964, alla sua prima personale di pittura presso la Galleria Schmela di Düsseldorf, vengono presentate le sue opere per la prima volta: seguono esposizioni nelle più importanti città europee e degli Stati Uniti fino ad arrivare alla retrospettiva del 2005 che vede la sua fama raggiungere il punto massimo.

Tra le opere più celebri ed apprezzate vi sono le “Color charts” ed i “Grey paintings”. Noto anche l’album dal titolo “Atlas”, pubblicato negli anni ’70 che raccoglie un insieme di più di 5000 immagini disposte su circa 700 tavole.

Al particolare linguaggio artistico di Richter è stato ispirato il film “Opera senza autore” del 2018.

«L’arte è la forma più alta della speranza»

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Artista

Jean-Michel Basquiat

Esponente del graffitismo statunitense e promotore di un’arte aperta, pubblica e popolare, Jean Michel Basquiat ha dato vita ad opere mediante l’uso di linguaggi visivi differenti: un’arte libera e neo- espressionista la sua che, in pochi anni, gli ha consentito di raggiungere il successo nelle gallerie d’arte internazionali e l’elogio della critica.

A quindici anni fugge di casa riuscendo ad iscriversi poco dopo alla City-as-School, una scuola di Manhattan per ragazzi dotati: è lì che inizia il sodalizio artistico con il writer Al Diaz. Firmandosi col nome SAMO (SAMe Old shit), iniziano a ricoprire le pareti e le metropolitane di New York con messaggi poetici in grado di mettere in discussione il capitalismo, l’avidità ed il nepotismo che alimentano il mondo dell’arte.

“SAMO saves idiots”

“SAMO as neo art form”

“SAMO as an attitude towards playing art”

La retrospettiva “The Square Show” del 1980, organizzata da un gruppo di artisti, tra cui Keith Haring, permette a Basquiat di esporre le proprie opere lanciando così la sua carriera: da lì a poco i suoi quadri verranno richiesti e venduti a decine di migliaia di dollari.

La produzione creativa altro non fa che rispecchiare il malessere di questo artista che vive la sua vita tra donne e droga, “mangiato vivo” dall’eroina e sfruttato dai galleristi.

La presenza ricorrente di ossa e teschi, immagini rozze ed infantili, i riferimenti a temi forti come la schiavitù ed il razzismo configurano il carattere della sua arte esplosiva di una forte espressività. I suoi disegni anatomici si contraddistinguono per una carica poetica dai tratti oscuri ed angosciati.

«Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita»

Alternando periodi di inerzia a momenti di improvvisa iperattività ha realizzato un distinto numero di opere che hanno formato oggetto di mostre internazionali quali una personale a Modena ed una collettiva a New York : tra quelle di maggior rilievo “Irony of the Negro Policeman” e “Hollywood Africans” riprendono il tema del razzismo inducendo l’osservatore a riflettere sulla condizione dei cittadini afroamericani, ribadendo il controllo che le persone bianche hanno, per la maggioranza, su di questi.

In ogni opera ricorre la scrittura quale elemento compositivo fondante: Basquiat scrive parole nella lingua della nazione a cui il quadro si riferisce e, in un gesto ricco di carica riflessiva, le nasconde passandoci sopra il colore.

L’arte di questo singolare creativo si caratterizza per i suoi motivi contrastanti e i numerosi riferimenti al fumetto ed alla pubblicità; la rozzezza delle immagini presentate, inoltre, è stata spesso affiancata concettualmente all’Art Brut di Jean Dubuffet.

L’amicizia e collaborazione con Andy Warhol – che nel 1983 lo introduce nell sua Factory – accompagna parte della sua carriera: i due realizzano opere d’arte a quattro mani e Warhol introduce Basquiat in svariati ambienti artistici statunitensi di rilievo. Nello stesso anno si dedica alla musica pubblicando un disco Rap dal titolo “Beat Bop”.

La sua vita può essere considerata una perfetta parabola che racconta la New York degli anni ’80: La morte di overdose ad appena ventisette anni pone fine al suo successo fulmineo, fugace ed esplosivo. La sua arte, tuttavia, continua ad essere apprezzata ed esposta in tutto il mondo.

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Artista

Jackson Pollock

Ad aver diviso la critica per anni circa la valenza delle sue opere è l’artista statunitense Jackson Pollock, la cui cifra stilistica si pone alla base dell’espressionismo astratto fatto di gesti improvvisi del pittore che, lasciandosi guidare da impulsi liberatori, da origine ad un processo creativo del tutto originale.

Trascorre l’adolescenza tra l’Arizona e la California, entrando in contatto con i nativi americani e traendo da questi ispirazione, ma è una volta trasferito a New York col fratello che da vita al Dripping, tecnica alla base della sua cifra pittorica la quale lo porta ad affermarsi nel mondo dell’arte e del suo mercato.

Distaccandosi dal figurativo, Pollock propone una modalità di stesura del colore che stravolge la concezione dell’arte alla fine degli anni ’40:

Disposte le tele sul pavimento dello studio, inizia a girarvi attorno come in una vorticosa danza, lanciando il colore distrattamente e con movimenti automatici, facendolo sgocciolare in ogni angolo di essa e creando così motivi astratti e surreali.

«Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente “nel” dipinto»

Il suo stile trova ispirazione dalla sand painting dei nativi americani, con tratti surrealistici e richiami alle opere dei muralisti messicani. Soprannominato “Jack the dripper” dalla rivista Time e giunto all’apice della sua fama, decide successivamente di abbandonare lo stile che lo ha reso famoso optando per delle soluzioni di stampo figurativo.

Seppur definita da Reynolds News uno “scherzo di cattivo gusto”, l’arte di Pollock rivela un sapiente nonché ritmico uso del colore. Pollock, infatti, non lascia niente al “caso”, immaginando preventivamente il risultato dell’opera e non placando la sua gestualità sulla tela fino a che non la ritiene completa e fedele alla sua idea predeterminata.

Le trame dei suoi dipinti sembrano richiamare la geometria dei frattali la cui teoria viene introdotta non prima del 1960 e dunque una decina d’anni dopo le creazioni di Pollock: da ciò si deduce che l’artista abbia inconsciamente ricreato dei motivi già presenti in natura ma sino ad allora sconosciuti.

Sono, in via tendenziale, delle successioni numeriche a titolare le sue opere di action painting: “Numero 31” del 1950 e “Murale” del 1943 sono tra le più celebri.

«L’artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori»

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Artista

Frank Stella

L’artista americano Frank Stella si distingue tra le figure più influenti nel panorama artistico contemporaneo, capace di fondere pittura e scultura in una impetuosa arte che si pone alla base del movimento artistico minimalista.

Stabilitosi da giovanissimo a New York, trova lavoro per un breve periodo come imbianchino: pigmenti pastosi e a basso costo, acquistati da commercianti di vernici, sono infatti i materiali che utilizza per la realizzazione dei primi quadri.

La sua produzione artistica si diversifica con l’evolversi di uno stile che parte da un primo espressionismo astratto per arrivare ad una rigorosa ricerca geometrica.

La matrice comune a tutte le opere la si individua nella ricerca armoniosa ed illusionista delle forme e del loro intersecarsi, insieme all’utilizzo di colori vividi e, talvolta, fluorescenti. 

«L’arte è l’esclusione del superfluo»

A 23 anni realizza i suoi celebri “Black Paintings”, ispirati al lavoro di Jasper Johns che, con una successione simmetrica di sottili strisce bianche dal carattere austero e piatto, aprono le porte al minimalismo e ad un susseguirsi di opere dal design semplice e monumentale.

Solo successivamente la creatività di F. Stella inizia a concretizzarsi nel ripudio di ogni logica compositiva: l’utilizzo di pattern e forme geometriche asimmetriche ed irregolari si presenta in maniera nuova e sperimentale in opere come “Irregular Polygons” in cui triangoli isosceli si intersecano a pentagoni e parallelogrammi.

E’ invece nella serie “Goniometro”, realizzata tra il 1967 e il 1971, che comincia ad ampliare la sua tavolozza di colori fino ad arrivare alla produzione di rilievi a tecnica mista, ricchi anch’essi di intrecci, sinuosità e colori forti.

«Ciò che vorrei che tutti ricavassero dai miei quadri, e tutto ciò che io vi ho sempre ricavato, è la certezza di poter vedere l’idea nella sua interezza senza confusione. Quello che vedi è ciò che veramente vedi»

Il forte interesse per l’architettura facilita il salto dal bidimensionale al tridimensionale: 260 stampe, sculture e rilievi si uniscono in un grande progetto di narrazione dinamica e decorativa ispirato al romanzo “Moby Dick” di Herman Melville.

Dal ’90 a seguire crea delle sculture monumentali giocando con le forme a stella, proposte in svariate dimensioni, realizzate in acciaio, alluminio e fibra di vetro, ad oggi situate all’esterno di grandi musei e gallerie come la National Gallery of Art di Washington.

Frank Stella
American, born 1936
Gobba, zoppa e collotorto, 1985
Oil, urethane enamel, fluorescent alkyd, acrylic, and printing ink on etched magnesium and aluminium
348 x 305 x 87.5 cm (137 x 120 1/8 x 34 3/8 in.)
Mr. and Mrs. Frank G. Logan Purchase Prize Fund; Ada Turnbull Hertle Endowment
1986.93
The Art Institute of Chicago

«L’impatto di Frank Stella nell’arte astratta si pone decisamente al pari di quello di Bod Dylan nella musica»

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Artista

Margaret Keane

Pittrice statunitense tra le più conosciute e di successo negli anni ’60, Margaret Keane ha sviluppato una personalissima cifra stilistica che, ancora oggi, contraddistingue le sue opere rendendole apprezzate in tutto il mondo.

Occhi grandi, espressivi e sproporzionati rispetto al viso caratterizzano i soggetti raffigurati nelle sue enormi tele che, pur non essendo state particolarmente elogiate dalla critica, hanno riscosso un successo popolare tale da rendere il nome “Keane” un vero e proprio fenomeno in continua ascesa.

Con pittura ad olio o tecnica mista, Keane dipinge donne, bambini, animali e angeli dalle ali cadenti, tutti soggetti dall’aspetto di bambole con occhi volutamente ingigantiti.

“I bambini in genere hanno gli occhi grandi ma nei miei dipinti li ho voluti fare ancora più grandi. Mi ha sempre interessato disegnare gli occhi perché sono la parte del corpo che mostrano meglio l’interiorità di una persona.”

Il successo degli “orfanelli dagli occhi grandi” nasconde però uno dei più eclatanti casi di furto artistico del secondo novecento:

per circa dieci anni, infatti, questi sono stati venduti sotto il nome del marito imprenditore Walter Keane che sosteneva pubblicamente di esserne l’autore, persuadendo la moglie che, in quanto artista donna, non sarebbe altrimenti riuscita a vendere le proprie opere.

Solo dopo la denuncia per diffamazione e la conseguente diatriba legale tra i due terminata nel 1986, viene riconosciuta a Margaret Keane la paternità delle opere.

“Lei l’ha creato. Lui l’ha venduto. E loro l’hanno comprato. Una storia vera sull’arte e l’arte dell’inganno.”

Le opere dell’artista possono essere catalogate in due grandi periodi della sua vita: i quadri creati all’ombra del marito hanno una connotazione più cupa, le espressioni sono tristi e gli ambienti scuri; solo dopo il divorzio ed il trasferimento alle Hawaii il suo stile assume un carattere luminoso e felice.

“Girl and cat” riflette, insieme a tanti altri quadri, l’intensa sensibilità artistica di Margaret: 

altro non è che la raffigurazione di una bambina dagli enormi occhi nocciola che rivolge all’osservatore uno sguardo languido, quasi in una disperata richiesta di “capire qualcosa”, di osservare, di riflettere. 

La storia di questa artista, entrata a pieno titolo tra le icone dell’arte contemporanea, ha ispirato la realizzazione del film “Big eyes”, diretto da Tim Burton.

Ad oggi Margaret Keane, con alle spalle sessant’anni di carriera, continua a dipingere nella sua casa in California, dando sfogo al suo sempre florido genio creativo, catturando l’ammirazione di innumerevoli artisti.