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Tre artisti contemporanei

Jago, Giulia Cenci e Lucianella Cafagna: artisti italiani di cui sentiremo parlare

Parlare di arte contemporanea è probabilmente l’impresa più difficile nel campo della divulgazione, sia perché ciascuno di noi, da me che scrivo a te che leggi, siamo parte stessa di questa contemporaneità e ne viviamo i continui mutamenti; sia perché l’arte di oggi si è spinta da molto tempo oltre il suo semplice valore estetico per intraprendere nuovi percorsi di creazione di realtà sempre nuove, spesso mentali e concettuali, ma che provengono dal mondo stesso dal quale sono state create: il mio e il tuo.  

Il panorama d’arte italiano, per quanto poco conosciuto, è pieno di giovani talenti destinati a cambiare il corso della storia e del mercato artistico. Oggi parleremo di tre di loro.

JAGO – Il nuovo Michelangelo

“La mia vita è fatta di fallimenti, per scolpire qualcosa bisogna prima romperla”

Classe 1987, nasce a Frosinone dove si dedica sin da subito alla formazione nel campo artistico, ma non terminò l’Accademia di Belle Arti, continuando da autodidatta. A soli 24 anni fu scelto da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54° edizione della Biennale di Venezia, evento che sancì la sua fama internazionale.

L’opera Benedetto XVI esposta alla Biennale di Venezia.

Ad oggi Jago è uno degli scultori italiani più conosciuti al mondo: le sue opere hanno riempito le sale dell’Armony Show di Manhattan, della Reggia id Caserta e della Galleria Doria Pamphilj nonché alcune delle più importanti piazze italiane, quali Piazza Plebiscito a Napoli e Piazza del Popolo a Roma.

Lock-down, esposta in piazza Plebiscito nel 2020.
La pietà, esposta in varie chiese di Roma.

La sua arte ha persino superato i confini ‘terrestri’ quando nel 2019 Jago fu il primo artista ad inviare una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale, tornata poi sulla terra l’anno dopo, sotto la custodia di Luca Parmitano.

First Baby, 2019.

La sua è un’arte che parla la lingua della realtà, un’arte di grande impatto e fortemente intima. Come ‘nuovo Michelangelo’ è come se suoi corpi fuoriuscissero direttamente dal blocco di marmo scolpito che, straordinariamente, dà alla luce corpi così veritieri da sentirne quasi il calore e con un’espressività così potente da catturare e stupire lo spettatore.

GIULIA CENCI – Assenza di plasticità

Giulia Cenci è una giovane scultrice di successo formatasi all’Accademia di Belle arti di Bologna, ma stabilitasi ad Amsterdam dove tutt’oggi lavora. Qui, nel Nord dell’Europa avvenne la grande svolta della sua carriera: si distaccò dalle installazioni site-specific di cui si era occupata negli anni bolognesi, ed iniziò a confrontarsi con la dimensione spaziale e solitaria dello studio.

Quello spazio vuoto da colmare con la creazione di forme d’arte divenne il luogo nel quale esercitare la propria ricerca sul rapporto tra il corpo e il contesto, tra il contesto e gli oggetti, tra gli oggetti e il loro creatore.

L’arte della Cenci si approccia al materiale secondo azioni differenti: o attraverso la distruzione dello stesso che narra e produce un risultato tramite l’alterazione, la distruzione o la modifica delle forme attraverso delle azioni portate all’estremo; oppure creando sovrapposizioni di numerosi strati di epidermidi di sculture, quasi degli ibridi di cui è difficile comprendere la vera origine.

Questa considerazione specifica al singolo oggetto d’arte la si riscontra anche nelle istallazioni di grandi dimensioni, in cui si perde quella componente unitaria e compatta dell’opera, ma si attua una vera e propria dislocazione spaziale di macerie ‘prelevate’ e ricontestualizzate, in cui anche i singoli frammenti sono stati mutati e suddivisi in altri piccoli frammenti. È come se la Cenci volesse ricercare l’origini della materia scelta attraverso la frammentazione dell’oggetto. Dice infatti l’artista:

L’oggetto interrotto, la scultura interrotta, che si riprende in un’altra parte dello spazio con un altro oggetto interrotto […] Non sono affatto rovine, sono un paesaggio […] un Insieme attraversabile e, credo, nemmeno così incomprensibile e surreale, poiché per me è il risultato del modo in cui la materia, le cose ed i corpi assumono o meno fisicità nello spazio”.

Da questa concezione nascono opere e mostra fortemente dinamiche in cui lo spettatore diventa parte di quella divisione e ne comprende l’estrema unitarietà.

L’originalità della sua filosofia artistica è stata riconosciuta anche dalle grandi istituzioni d’arte: nel 2019 riceve il Baloise Art Prize per l’opera Territory e, attualmente, è una delle artiste ad esporre all’Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia; si è dedicata anche allo sviluppo e alla divulgazione dell’arte contemporanea fondando lo spazio espositivo milanese Tile Projecr Space e il magazine online KABUL.

Giulia Cenci, Territory.

LUCIANELLA CAFAGNA -Intima semplicità

Annoverata tra i venti artisti contemporanei più rilevanti del panorama italiano, Lucianella Cafagna ci mostra un altro lato delle arti visive, quello della pittura.

A differenza dei due artisti precedenti, la sua formazione avviane prettamente all’estero presso l’Ècole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, ma, paradossalmente, le sue produzioni risentono maggiormente dell’influsso dell’arte del nostro passato, soprattutto quella di inizio XX secolo, dominata dalla corrente del realismo magico.

Le opere della Cafagna sono immagini spoglie, in cui pochi soggetti si distribuiscono in luoghi desolati e statici, spesso con costruzioni plastiche tipiche del linguaggio dechirichiano; le sue tele si presentano allo spettatore come fotografie sgranate dal tempo e sembrano portare le tracce di ricordi lontani.

I colori pastosi di forte richiamo alla pittura impressionista, si sposano con equilibrio allo spazio, caratterizzato da un giusto dosaggio tra spazi vuoti e pieni; il tutto è accompagnato da una trama emotiva sotterranea di cui la luce e l’uso del chiaroscuro costituiscono gli elementi guida. Gli effetti luministici creano, infatti, una realtà sospesa nel tempo e gli scenari proposti appaiono come immagini del subconscio dell’artista: è innegabile, però, che essi siano specchio di una realtà che parla di verità in cui i momenti, le azioni sembrano bloccate in un attimo definito, pieno di emozione e nostalgia.

Tante sono stati gli eventi in cui la Cafagna ha esposto le sue opere: tra gli altri, nel 2011 ha partecipato alla 54° esposizione d’arte delle Biennale di Venezia e nel 2019 la prestigiosa cornice di Palazzo Merulana ha dedicato a lei una mostra personale.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Arte Eventi/Mostre

Aprile 2022: News dal mondo dell’arte

DOVE ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA SI INCONTRANO: FONTE DI VITA

Fons Vitae è la nuova installazione del museo Marino Marini a Firenze. Fino a lunedì 6 giugno è possibile visitare la nuova mostra firmata da quattro artisti contemporanei in dialogo con il Santo Sepolcro di Leon Battista Alberti. Il fine artistico è quello di riflettere sul mistero di cui parla il capolavoro albertiano – la resurrezione di Gesù – creando un ambiente contemporaneo di ‘rinascita’ attraverso elementi della natura e cercando simboli nel Cosmo. Tutta da vivere!

«è una mostra che cattura lo spirito del luogo (…), il simbolismo del tempietto Rucellai e la forza delle opere di arte contemporanea (…).». – Patrizia Asproni , presidente del museo Marino Marini.

«Questa mostra traduce in immagini la speranza di tutti di tornare a vivere»

– Timoty Verdon, direttore dell’ufficio di Arte sacra della diocesi di Firenze

JEAN BOGHOSSIAN A FIRENZE

Galleria Il Ponte continua la sua stagione espositiva dando spazio all’artista, scultore e pittore contemporaneo libanese. Dal 24 aprile fino al 1° luglio sarà possibile una full immersion nel mondo di Boghossian dove il binomio distruzione-costruzione fa da re. 13 sono i lavori in mostra che includono diversi materiali trattati con fuoco e fumo realizzati nel decennio 2011-2021. Non perdetevela!

«La fiamma ossidrica, come il pennello, diventa l’estensione del mio braccio»

– Jean Boghossian

«L’opera di Jean Boghossian è testimone dei nostri tempi, cattura i paradossi che ci circondano: la guerra e la pace, (…) contrasti tanto divergenti e reali che si impongono ai nostri occhi»

– Bruno Corà

FRANCESCO DE MOLFETTA, GIULIA MAGLIONICO E GIUSEPPE VENEZIANO A GALLERIA BONIONI ARTE: MEMORIES FROM THE PRESENT

Dal 29 aprile al 25 maggio i tre artisti saranno ospiti con le loro opere alla Galleria di Reggio Emilia in Corso Garibaldi nell’esposizione Memories from the present.

Con una trentina di lavori totali circa, ognuno, attraverso il proprio stile, si concentra su un unico tema: la memoria.

«Nei dipinti e nelle sculture di Giuseppe Veneziano la memoria viene sollecitata dai supereroi, tra immaginario, storia e narrazioni; nelle opere di Francesco De Molfetta la memoria viene mutata, ricostruita e attualizzata attraverso (…) nuove identità; nelle tele di Giulia Maglionico è indagato, infine, il concetto contemporaneo di memoria, che attraverso i social verrà tramandato alle future generazioni»

– Marco Rubino, curatore

Vi ha incuriosito? Non perdetevela!

Quale novità ti ha colpito e intrigato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour

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Artista

Michele Poirier-Mozzone: esploratrice di naturale astrazione

Originaria del Massachussetts, Michele Poirier- Mozzone è un’artista contemporanea nota per la sua abilità nel raffigurare le distorsioni di forme, luci e colori che si creano osservando le figure umane attraverso una superficie d’acqua.

La sua arte subacquea, fatta di pastelli e colori ad olio, fa immergere lo spettatore in una diversa prospettiva delle cose, che se da un lato non rinuncia alla verosimiglianza rappresentativa, dall’altro ama nuotare nella più pura e luminosa delle astrazioni.

“Dipingo perchè mi rende felice, per immergermi in una zona in cui il tempo, le preoccupazioni e il mondo esterno si dissolvono. Dipingo per quei dipinti da cui mi allontano con gioia, quei dipinti che sembrao dipingere se stessi…sono sfuggenti ma mi fanno tornare per saperne di più. E’ quello che ho fatto per tutta la vita: nutrire la mia anima”

La prospettiva subacquea

Dopo un primo approccio al figurativo, Michele inizia a ricercare una via più libera e intuitiva attraverso cui esprimere ciò che sente: si rifugia, dunque, nell’astrazione, abbandonando l’intento di rendere realisticamente le figure umane.

Tale impulso prende forma nel momento in cui, fotografando la figlia in piscina, si rende conto dei particolari giochi di luce e delle fresche distorsioni create dall’acqua. Ne rimane talmente affascinata da decidere di ricreare l’effetto su carta mediante l’uso dei pastelli: da qui nasce la serie di dipinti che hanno qualificato il suo talento di pastellista il cui titolo è “Fractured Light”.

Questo corpus di opere è il più noto dell’artista in cui la luce, le linee e le forme vengono distorte da questa visione subacquea della realtà. La sua pittura esplora dunque un’astrazione naturale resa dalle acque turbolente e intrisa di luce solare.

“Attraverso l’interscambio di figura, acqua e aria, le opere in “Fractured Light” catturano per me quelli che altrimenti sarebbero stati fugaci momenti di introspezione, gioco ed esplorazione. Il tempo e i cambiamenti che ne derivano si fermano brevemente”

L’acqua rappresenta per l’artista la vita e il cambiamento: le idee e le intenzioni degli individui vengono trasportate come bolle all’aria aperta mediante la tensione verso l’alto.

Le figure umane , ricorrenti in ogni opera, sono modellate sulle sue figlie, sugli amici e su se stessa; Queste, tuttavia, non sono pensate per essere facilmente identificabili come individui ma offrono allo spettatore l’opportunità di entrare in un’atmosfera unica, in quella danza lenta e senza peso del movimento in cui i suoni e le luci scorrono veloci e distorti.

Caratteristica di Michelle è quella di prestare particolare attenzione alla composizione nella sua totalità: essa dunque prevale sulla figura umana che si spoglia della solita veste di protagonista e si presta invece ad essere un elemento compositivo alla stregua degli altri.

La tecnica

Il processo di realizzazione di queste opere inizia con le riprese video che l’artista effettua con videocamera GoPro nella sua piscina in cortile. Individuata poi, fotogramma per fotogramma, l’immagine che potrebbe essere un potenziale dipinto inizia a lavorare all’opera: sceglie un colore che fa da sottopittura al lavoro finale e procede con un leggero schizzo a matita su carta pastello smerigliata.

La sua tavolozza di colori varia in base all’atmosfera che intende ricreare: spesso prevalgono l’arancione e il rosso in sottopittura in modo che il contrasto col blu o turchese dei pastelli vividi in superficie abbia un carattere maggiormente pop.

Tecnica del pastello vuole che non vi siano miscele di colori bensì sovrapposizioni: attraverso un’attenta scelta dei pastelli in base alla loro temperatura di colore, l’artista ricrea le ombre e luci subacque calde e fredde e disegna linee ondulate e direzionali per creare i riflessi e dare movimento alla composizione.

Come la licenza poetica sta ai poeti, i graffiti emotivi stanno a Michele: così l’artista definisce le scritte che annota sulle sue opere ancora incomplete. Sua abitudine è infatti quella di annotare ciò che pensa e intende realizzare direttamente sugli strati di pastello dell’opera ancora incompleta; molte di queste scritte sono evidenti nei pezzi finiti, altre vengono oscurate e incorporate nelle successive passate di pastello.

Bolle, scintillii e punti salienti vengono poi aggiunti per ultimi: è qui che il dipinto prende vita, pronto ad incantare gli spettatori.

Pastelli vellutati e colori ad olio sembrano dunque costituire il carattere che esalta e distingue la sua cifra pittorica da ogni altra; ed infatti questi rimangono una costante nella sua pittura persino adesso che l’artista sembra intenzionata a sperimentare nuove creazioni pittoriche che si discostano dalla tecnica di Fractured Light.

A questa, comunque, deve l’ottenimento di numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali e la presentazione della sua produzione nelle più importanti riviste cartacee tra cui l’International Artist Magazine, Il Pastel Journal Magazine e il Cape Cod Art Magazine.

Per saperne di più sull’artista visita il link:

https://www.poirier-mozzone.com/figurative

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Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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JEFF KOONS: la personalità che ha stravolto il mercato dell’arte

Quando la banalità degli oggetti si gonfia di esagerazioni fuori misura, colorate fino al pacchiano, infantili nell’ estetica ma in grado di stuzzicare il collettivo senso di sconcerto…probabilmente ci troviamo davanti ad un’opera dell’americano Jeff Koons.

Considerata l’emblema dello stile neo pop che ha interessato l’arte contemporanea negli anni Ottanta e Novanta, la sua personalità si fa portatrice di una eccentrica e spensierata allegria ludica, tradotta in opere dal gusto neo-minimalista.

La concettualità di Koons altro non è che un bizzarro paradosso, una freccia scagliata verso la cultura del consumo che però non condanna ma, al contrario, si radica nella stessa.

Nato in Pennsylvania nel 1955, manifesta sin da subito la passione per la pittura: si forma all’Art Istitute of Chicago e successivamente al Maryland Institute College of Art di Baltimora dove diventa assistente del suo insegnante, il pittore Ed Paschke.

La sua personalità campeggia nel mondo dell’arte già dagli anni ’70, periodo in cui lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al MOMA di New York; Il suo spiccato senso degli affari lo contraddistingue, rendendolo una personalità geniale all’interno del mondo dell’arte: una figura allegra e perfezionista che rompe definitivamente lo stereotipo dell’artista romantico e tormentato.

Le trasformazioni sociali della società degli anni ’80, l’american way of life e il propagarsi del consumismo incidono notevolmente sulla produzione artistica che porta avanti nei successivi quarant’anni. Tutt’ora l’artista non smette di sorprendere il mercato dell’arte con opere di dimensioni esagerate e di forte impatto visivo che vengono battute all’asta con cifre da record. Un esempio? La versione arancione dell’opera “Balloon Dog” è stata venduta nel 2013 per ben 58,4 milioni di dollari.

UNO STILE NEO-POP

Per comprendere l’arte di Koons occorre fare un richiamo all’idea di Duchamp secondo la quale l’arte sta negli occhi di chi guarda e l’oggetto, per esistere in quanto arte, richiede la presenza dell’osservatore. Non a caso, a caratterizzare buona parte della sua produzione artistica è il Ready made che, in questo caso, strizza l’occhio all’arte pop degli anni Sessanta. Ne risultano opere bizzarre e trasgressive che esaltano sfrontatamente ed in una declinazione Kitsch gli oggetti comuni: per questo motivo Koons viene considerato il massimo esponente dello stile neo-pop ed erede dell’eccentrico Warhol.

Sulle orme di quest’ultimo, infatti, presenta un’arte che si radica nel consumismo della società contemporanea e nell’attaccamento di questa agli oggetti del quotidiano: molti di quelli rappresentati nelle sue opere appartengono ad una dimensione ludica e risultano perciò bizzarre e divertenti.

Attraverso l’utilizzo di elementi estrapolati dalla pubblicità commerciale e dall’industria dell’intrattenimento, l’artista comunica con le masse e livella quella differenza che persiste tra cultura alta e cultura popolare. 

A consacrare Koons il “re del Kitsch” è l’opera “Banality” che comprende una serie di composizioni in legno e porcellana, rappresentativi dei personaggi famosi del cinema, della canzone, dei cartoni animati e dei giocattoli, più generalmente della società del consumo.

LE OPERE…DA VICINO

Jeff Koons si serve di varie tecniche per esprimere la banalità della vita moderna tra cui pittura, scultura, installazioni e fotografia: queste si velano del carattere volutamente grossolano ed appariscente che rende la sua cifra stilistica assai riconoscibile.

La sua carriera artistica può essere divisa in cicli tematici ognuno dei quali è caratterizzato da una precisa tecnica di creazione.

“The New”, realizzata tra il 1980 e il 1987, consiste in degli elettrodomestici adagiati o posti verticalmente su tubi al neon fluorescenti, chiusi in vetrine di plexiglass. Il pubblico viene in questo caso sfidato ad osservare gli oggetti del quotidiano in una modalità diversa: questi vengono prelevati dal loro contesto superficiale ed abituale ed elevati ad arte, messi sul piedistallo di un museo.

Tuttavia è La Biennale di Venezia del 1990 a vedere la più scandalosa e discussa opera di questo stravagante artista: “Made in Heaven” è un’installazione di fotografie e sculture che consiste  nella celebrazione dell’incontro fisico e artistico tra Koons e la moglie, la celebre pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, da cui divorzia dopo poco tempo.

Le fotografie sono a colori, di grandi dimensioni e presentano i due in pose erotiche e durante alcuni amplessi. La critica ne rimane sconcertata e ancora oggi molti guardano con scetticismo la sua produzione artistica.

Dopo la rottura con Ilona Staller, da cui l’artista ha avuto il figlio Ludwig, nasce la serie “Celebration” che celebra un ritorno all’infanzia e si fa emblema di una distanza difficile da accettare per l’artista: quella col figlio, affidato in via esclusiva alla madre.

Le sculture di questo periodo consistono in figurazioni di cappellini di compleanno, uova di Pasqua, palloncini, cuori, cagnolini, conigli e oggetti tipici dell’infanzia, riprodotti su larga scala e con colori sgargianti che variano dall’arancio a giallo, rosso, magenta e blu e con l’utilizzo di svariati materiali tra marmo, metallo, plastica e pigmenti.

Tali sculture evidenziano una delle caratteristiche alla base dell’arte di Koons ossia la riproduzione di oggetti ordinari con dimensioni esagerate e con materiali completamente estranei ad essi. Queste, inoltre, tendono ad illudere i sensi dell’osservatore: seppur realizzate in acciaio inossidabile dal peso considerevole, sembrano imitare la leggerezza dei palloncini gonfiabili normalmente venduti alle feste di paese per attrarre i più piccoli.

Tra le più celebri vi è il coniglietto in acciaio inossidabile dal titolo “Rabbit”, realizzato nel 1986 e poi… come non menzionare poi il celebre “Puppy”, un gigantesco cane composto da 70.000 fiori che campeggia davanti al Guggenheim Museum di Bilbao!

Occorre però precisare che molte delle opere che Koons presenta non sono fabbricate da lui in prima persona ma da professionisti da lui selezionati, incaricati di realizzare in concreto le sue idee. Dopotutto, come contemporaneità vuole, è l’idea a fare l’artista e non la sua esecuzione materiale!

Sentir parlare di Koons è dunque inevitabile: la sua arte comunica a tutti ed in egual maniera, riducendo all’estremo quella distanza da sempre presente tra linguaggio artistico delle belle arti, patrimonio dell’upper class, ed il Kitsch della cultura popolare. Possiamo definirlo un punto di congiunzione? Possiamo.

«La prima cosa che voglio far capire allo spettatore è che questi oggetti sono perfetti ma allo stesso tempo sono vuoti e quindi possono fungere da trasmettitore e diffusore. Ogni cosa è una metafora della nostra vergogna e del nostro senso di colpa culturale. Si tratta di oltrepassare i giudizi per creare il proprio momento perfetto»

Maria Nunzia Geraci

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ERIK RAVELO

Il richiamo all’anti-arte del movimento dada e alla sua natura indisponente è un carattere che accomuna le forme artistiche più varie e di più recente sviluppo: molte di queste, infatti, amano rivestirsi di una insistente tendenza alla provocazione.

Perchè farlo? Sfidare le crude verità socialmente accettate, imbarazzare l’omertà collettiva, togliere il silenziatore dalle coscienze dei molti spettatori sono gli obiettivi individuabili con immediatezza nelle intenzioni degli artisti.

Erik Ravelo con i suoi stravaganti progetti di arte multimediale, pittura e scultura, rappresenta l’emblema attuale di un’arte che fa della provocazione il suo centro di gravità permanente.

PROVOCATORE SERIALE DI COSCIENZE

L’artista nasce a L’Avana, Cuba, nel 1978 e si avvicina alla pittura studiando all’Accademia National de Bellas Artes San Alejandro. L’istinto gli suggerisce di perseguire in questa strada e ad appena diciotto anni fugge da L’Avana per lavorare come libero artista in Argentina.

La sua carriera decolla nel momento in cui ottiene la posizione di direttore artistico presso un’agenzia pubblicitaria a Buenos Aires; il suo talento si estenderà da lì a poco oltre i confini nazionali arrivando all’Italia.

Fino al 2002 lavora per l’Agenzia Armando Testa di Torino e diventa successivamente direttore per Fabrica, l’agenzia di comunicazione di proprietà del gruppo Benetton a Treviso che per vent’anni aveva confermato l’insostituibile firma di Oliviero Toscani: l’estetica pop di quest’ultimo si aggiunge alle fonti da cui Ravelo trae la sua ispirazione.

Per Benetton realizza svariate Campagne che hanno fatto il giro del web, facendo decisamente discutere la collettività trovatasi colpita sul personale da queste bizzarre figurazioni: ogni suo progetto creativo si presenta come un inno alla  riflessione a cui l’artista induce senza mezze misure ma con una violenta e diretta comunicazione.

Nel 2011 realizza una Campagna che diventa un punto di svolta nella sua produzione artistica: “Unhate” è il titolo di questa serie di scatti raffiguranti i leader mondiali, politici e religiosi, intenti a scambiarsi un bacio. La provocazione del gesto è evidente ma necessaria alla forgiatura di una mentalità diversa in grado di combattere la cultura dell’odio ed accogliere il dialogo per aprirsi ad una vera comunicazione.

Il significato del progetto è dunque allegorico: mira a far riflettere su come la politica e la religione debbano mettere da parte le contrarietà delle rispettive ideologie e portare alla riconciliazione. In merito al progetto, l’artista rivela:

Gli odi non cessano mai grazie all’odio ma grazie al non-odio”

I PROGETTI CREATIVI: UN ATTACCO AI POTERI FORTI

Erik Ravelo fatica a descrivere con le parole ciò che di sbagliato c’è nella nostra realtà quotidiana; attraverso l’arte però riesce a far ruggire questo suo feroce disappunto:

“Il mio lavoro è il mio urlo di dolore, è il mio modo di arrabbiarmi, io non sparo, non uso le armi, ma li attacco con l’arte.”

Le sue istallazioni, i suoi progetti creativi – molti dei quali realizzati in collaborazione con fotografi internazionali – e le sue sculture dai materiali ricercati si fanno promotori di una svolta culturale il cui intento si prefissa essere quello di partire dai giovani attraverso internet, i social network e i media.

Il progetto che ha consacrato la fama di Ravelo è la serie dal titolo “Gli intoccabili” realizzata assieme al direttore artistico Daniel Ferreira. Censurato dai media perchè ritenuto violento e fuori luogo, il progetto utilizza il simbolo cristiano della croce per sensibilizzare la coscienza collettiva sulle diverse forme di violenza a cui sono sottoposti i bambini nelle società contemporanee;  ogni immagine ritrae un bambino crocifisso sul corpo dell’adulto di cui è stato vittima.

Ognuna di queste figure denuncia il tipo di abuso subito dai bambini: Il  cardinale evidenzia gli episodi di pedofilia nella chiesa, il pagliaccio icona del McDonald rappresenta i danni alimentari a cui molti bambini sono esposti, un soldato si fa emblema della guerra in Siria così come il ragazzo armato sottolinea le sparatorie nelle scuole americane; segue un chirurgo a rappresentazione del traffico di organi ed il turista occidentale come simbolo del turismo sessuale.

L’adulto di spalle incarna dunque lo strumento di tortura, il carnefice, colui che aveva il compito di proteggere ma non lo ha fatto condannando così i piccoli innocenti ad essere marchiati a vita con l’amara esperienza del sopruso.

Queste immagini arrivano come un pugno dritto allo stomaco e disarmano con la loro efficacia comunicativa. Ravelo evidenzia il suo intento di aprire gli occhi sulle terribili realtà che i bambini si trovano a vivere quotidianamente: davanti ad esse la gente non può restare indifferente.

Gli abusi sui minori sono oggetto di un altra serie di immagini che Ravelo propone, la cui violenza nell’enunciare il messaggio si ripete. Il titolo è “Gli imperdonabili” e ritrae i massimi esponenti politici con in braccio dei bambini privati dei loro sicurezza, della loro spensieratezza, dei loro diritti. Il progetto attribuisce la colpa di tali violenze ai poteri forti, attacca la coda all’asino senza esitare e condanna la società taciturna davanti a tali disgrazie; con approccio crudo e severo colpevolizza i responsabili di questa vera e propria crisi umanitaria.

Caratteristica dei lavori di Ravelo, oltre che la mescolanza di discipline e l’uso dell’allegoria, è il richiamo al simbolismo religioso che viene privato della sua natura spirituale per rientrare in una dimensione rappresentativa essenziale, terrena, materialista, di forte impatto visivo e concettuale.

Tra i progetti censurati, lo scatto realizzato in in collaborazione con il fotografo cinese Shek Po Kwan pone l’accento sul tema delle mutilazioni genitali femminili e dei diritti delle donne.

L‘AMORE COME PUNTO DI UNIONE, INCONTRO, CONFRONTO

Sono diverse le Campagne che Ravelo firma per Benetton e “Lana Sutra” è il titolo di una di queste. Consiste in una serie di 15 installazioni realizzate con dei fili di lana colorata che si fanno portatrici di un messaggio: perseguire l’equità sociale.

L’amore e la sessualità sono al centro del progetto: il nome stesso è una chiara allusione al Kamasutra e ciò si evidenzia dalle forme dei corpi che si intrecciano tra di loro in un atto sessuale, legate tra loro da un filo di lana che ha il compito di unirle e di cambiare il loro punto di vista e quello di chi osserva.

Ogni installazione si compone di due sculture ossia due corpi ricavati da calchi in gesso su modelli reali e successivamente intrecciati con la lana.Anche qui la provocazione si fa palese ed evidenzia come l’amore sia capace di unificare, superando le differenze.

“The Unsustainable” pone invece l’attenzione alla mancanza di amor proprio, una mancanza che si traduce nel lasciarsi andare, comandati dalla tecnologia. L’immagine di un uomo con uno smartphone tra le mani appeso al cappio e sollevato da un drone che lui stesso comanda – o così pare – è l’immagine del suicidio moderno, un suicidio interiore che evidenzia una mancanza di forza oppositiva.

La domanda da porsi davanti a ciò è: Siamo davvero sicuri che sia il volere dell’uomo a controllare il drone?

L’arte di Ravelo, in definitiva, non si sofferma sul tecnicismo ma plana su una concettualità a tratti disturbante: batte con insistenza sul ferro caldo delle nostre coscienze cercando di plasmarle ad una forma migliore, superando ogni giudizio, ogni omertà, ogni censura.

Maria Nunzia Geraci

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Raffaello Sanzio

La pittura di Raffaello Sanzio ha seguito, cronologicamente, il percorso di rinnovamento che aveva avuto inizio con Leonardo ed era proseguito con Michelangelo, ma nonostante il pesante fardello dei suoi predecessori, egli è riuscito ad imporsi con egual, se non maggiore forza. Egli svolse un ruolo decisivo nella magica parabola artistica che, all’inizio del XVI secolo, vide Roma come palcoscenico della massima fioritura rinascimentale.

La sua arte ha attraversato le tre dimensioni del tempo, dialogando con il passato, in particolare con Piero della Francesca e Perugino, con il presente, ispirandosi alla grande pittura del suo tempo, e con il futuro, imponendosi come modello nelle accademie fino alla prima metà dell’800, e influenzando lo stile di alcuni dei più importanti pittori del ‘900, tra cui Giorgio De Chirico.

BIOGRAFIA

Raffaello Sanzio nasce ad Urbino nel 1483. Rimase orfano di madre ed ereditò la bottega del padre, Giovanni Santi, pittore non molto affermato: nello studio del padre apprese i rudimenti del disegno e delle tecniche artistiche, come l’affresco.

Per il giovane Raffaello fu significativo trascorrere la giovinezza ad Urbino, in quanto rappresentava uno dei centri culturali più attivi del Rinascimento: ebbe modo di studiare le opere di Piero della Francesco, Antonio del Pollaiolo, Luciano Laurana, ed altri artisti che la città marchigiana aveva ospitato.

In seguito alla morte del padre, intorno al 1497, fu avviato alla bottega del Perugino, lavorando nella realizzazione di diverse opere del maestro. Fu nel 1499 che iniziò a ricevere le prime commissioni, prevalentemente per la realizzazione di soggetti religiosi che resero Raffaello famoso in tutta l’Umbria.

Dopo aver soggiornato a Siena, sotto invito del Pinturicchio, nel 1504 giunse a Firenze nel momento in cui Leonardo e Michelangelo stavano lavorando rispettivamente alla “Battaglia di Cascina” e la “Battaglia di Anghiari” per la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Vecchio. Nel fervente clima artistico fiorentino, Raffaello strinse rapporti d’amicizia con altri artisti di grande fama ed approfondì lo studio dei modelli quattrocenteschi; le commissioni dell’epoca erano soprattutto per committenti privati.

Nel 1507 giunse a Roma. Sulle circostanze della sua chiamata in città permane l’incertezza, ma le fonti attribuiscono la causa del trasferimento alla mediazione di Donato Bramante, al tempo già impegnato nella ricostruzione della Basilica di San Pietro.

Nella capitale, oltre ad aver realizzato ritratti per i papi e per importanti committenti privati, affiancò una squadra di pittori provenienti da tutta Italia per la decorazione dei nuovi appartamenti papali; le sue prime prove piacquero talmente tanto che papa Giulio II, e poi Leone X, gli affidarono l’intero progetto.

Per far fronte alla sua crescita di popolarità, Raffaello, a soli trent’anni, mise su una grande bottega, strutturata come una vera e propria impresa; con il passare del tempo, la quasi totalità dei lavori del pittore vide un contributo sempre maggiore degli allievi, mentre la preparazione dei bozzetti era a panneggio del maestro. Tra i suoi allievi, il più conosciuto fu Giulio Romano, pittore della famiglia Gonzaga di Mantova e massimo esponente del manierismo italiano.

Come un vero artista del Rinascimento, Raffaello si dedicò anche all’architettura, progettando diversi palazzi e ville, come Villa Madama, e partecipò attivamente al cantiere di San Pietro, contribuendo a ripristinare il corpo longitudinale della basilica.

Raffaello morì prematuramente nel 1520, lasciando un grande vuoto nel panorama artistico romano.

LA GRANDEZZA DELL’“ULTIMO”

«Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori»

Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

Recita così l’epitaffio sulla tomba di Raffaello, composto dallo scrittore Pietro Bembo per celebrare la grandezza di un’artista in grado di emergere dalla moltitudine di geni a lui contemporanei e che è stato in grado di dare vita ad uno stile “eterno” che influenzerà l’arte fino al XX secolo.  

Il suo linguaggio pittorico si base sui principi di bellezza e armonia, persino negli anni della sua produzione più tarda, già anticipatrice della svolta manierista.

In primo luogo, i suoi interessi furono rivolti all’antichità, non soltanto nella scelta di ispirarsi alle composizioni di Piero della Francesca o del Perugino, ma anche alla volontà di rifarsi all’armonia, alla semplicità e alla raffinatezza del passato.

Emblema dalla sua fase giovanile è la tavola dello “Sposalizio della Vergine” del 1504, conservata alla Pinacoteca di Brera. Si tratta di una pala che prende a modello un prototipo del Perugino, da cui, però, già Raffaello si allontana. Di rilevanza estrema è la prospettiva della scena, perfettamente studiata, che da’ la possibilità di constatare la distanza tra i soggetti in prima piano e la struttura architettonica alle spalle. Rispetto al suo maestro, Raffaello distribuisce le figure lungo la direttrice che dal primo piano conduce al tempio sullo sfondo: quest’ultimo si ispira alla recente costruzione di Donato Bramante del Tempietto di San Pietro in Montorio, realizzato nel 1502. Anche gli stessi personaggi mostrano una naturalezza maggiore nei gesti e nei movimenti.

Raffaello fece anche tesoro dei contributi dei suoi contemporanei: Leonardo, in primis e, in una fase successiva, anche Michelangelo. Da Leonardo riprende l’interessa per lo studio della ritrattistica, alla quale si dedicò per tutta la vita: fu a Firenze che gli vennero commissionati i primi ritratti, come il “Ritratto di Maddalena Doni” del 1506, oggi a Palazzo Pitti.

L’impostazione di tre quarti è chiaramente quella definita da Leonardo per la “Gioconda”, ma la linea di Raffaello è ferma, decisa e la figura è nettamente separata dallo spazio circostante.

Tra gli altri ritratti a lui commissionati, ricordiamo quelli dei pontefici Giulio II della Rovere e Leone X.

Nel primo, Raffaello si sofferma sulla componente psicologica del soggetto: il volto del pontefice, noto come “il papa guerriero”, reca i segni indelebili della fatica e della tensione che l’esercizio del ruolo comporta, mentre le mani vigorose evidenziano operosità e desiderio di azione.

Nel caso di Leone X, invece, scegli una forma di ritratto meno psicologica e più orientata a declinare un progetto politico e di successione: insieme al pontefice sono, infatti, ritratti anche i suoi due nipoti Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, secondo un modello tipico della pittura del Nord Europa.

A Firenze si dedicò anche alla produzione di opere devozionali di destinazione privata che rivelano una piena derivazione degli studi leonardeschi di gruppi piramidali, come la “Vergine delle Rocce” o “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino e l’agnello”.

Tra le composizioni di Raffello ricordiamo la “Madonna del Cardellino”, oggi agli Uffizi, in cui l’artista sfrutta la composizione piramidale leonardesca, ma non per “aprire” il gruppo al paesaggio, bensì per delinearlo e chiuderlo come un corpo compatto.

Ma è Roma che la fama del pittore viene ufficialmente sancita. La grandiosa decorazione degli appartamenti di Giulio II, noti come le Stanze di Raffaello, fu frutto di un lavoro di collaborazione tra Raffaello e la bottega di artisti di cui disponeva.

Le Stanze comprendono quattro ambienti ognuno caratterizzato da un tema differente: la Stanza della Segnatura presenta come tema dominante l’esaltazione del bello, del buono e del vero; la Stanza di Eliodoro gli interventi di Dio in favore della Chiesa; la Stanza dell’Incendio di Borgo celebra il nuovo papa committente Leone X; la Stanza di Costantino racconta la Chiesa attraverso le azioni di Costantino.

L’opera di decorazione costò più di dieci anni di lavoro, che si protrasse anche dopo la morte del maestro e, soprattutto, subì l’influenza dell’arte di Michelangelo, che, in quegli anni, svelò la volta della Cappella Sistina.

Negli ultimi anni della sua vita, Raffaello iniziò a mostrare i primi segni di quella sofferenza esistenziale che travolgerà il continente Occidentale negli anni seguenti e sfocerà nel Manierismo.

Sua ultima opera è la “Trasfigurazione” realizzata tra il 1518 e il 1520, oggi alla Pinacoteca Vaticana: la contrapposizione delle fonti di luce, la violenza espressa dalle figure in basso rendono l’opera carica di pathos, un autentico concentrato di movimento e di passione. Soprattutto la parte inferiore sinistra rivela la maturazione di uno stile personalissimo che attinge alla rappresentazione degli effetti di Leonardo, ma li rinnova.

RAFFAELLO DE SANTI: LA VERA PERSONALITA’ 

Raffaello è ricordato da tutti i biografi come bello, ricco e genio fin da bambino. Da un punto di vista caratteriale viene descritto come dotato di grazia, gentile e affabile, adorato da uomini e donne, benvoluto dai ricchi signori, dagli alti prelati e dalla semplice gente del popolo. Egli era l’emblema della perfezione ed essendo morto anche il giorno del Venerdì Santo del 1520, alcuni suoi contemporanei lo identificarono addirittura come la reincarnazione di Cristo stesso.

Accanto all’immagine idealizzata del divino Raffaello, però, sono emerse descrizioni più umane e più vicine all’uomo comune. Oltre ad amare la bellezza idealizzata e divina, infatti, sembra che Raffaello amasse anche quella terrena e carnale delle donne.

Lo stesso Vasari racconta come la morte di Raffaello fosse sopraggiunta dopo due settimane di malattia, caratterizzata da una forte febbre, che sembra essere stata causata dagli eccessi di lussuria di una sola notte.

Ma come tutti i grandi vissuti prima del nostro tempo, non potremmo mai essere certi della sua reale natura. Quello che è noto è che la mano divina di Raffaello ha contribuito a rendere Roma, e l’Italia in generale, un luogo di bellezza e perfezione.  

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Artista

Ron Hicks

Prima dell’avvento della grande era industriale del XX secolo e della conseguente meccanizzazione del mondo del lavoro, tutti i beni artistici erano difficilmente accessibili alla popolazione, o per motivi di natura economica o semplicemente per scarsità di interesse; questo stato dei fatti ha garantito la nascita di un’aura di mistero attorno all’arte, designata per molti secoli come un bene che potesse appartenere a pochi o addirittura un piacere elitario. 

Agli albori del nuovo secolo, soprattutto grazie alla nascita delle grandi esposizioni universali e poi della Pop-art, è stata l’arte stessa ad entrare a far parte del sistema industriale, aprendosi ai meccanismi di produzione e di circolazione tipici dell’imprenditoria; anche i soggetti delle opere mutarono, non prediligendo più ritratti di grandi uomini o tematiche di argomento storico o mitologico, ma i protagonisti divennero gli oggetti e i momenti della vita dell’uomo comune.  

È in questo contesto storico e culturale che nasce l’arte di Ron Hicks, figlio dell’era del boom economico degli anni ‘60, ma che ha dato alla sua pittura un sapore diverso.

Fin dall’inizio della sua carriera ha avuto la capacità di fondere l’interesse nei confronti degli attimi più semplici, umili e autentici dell’esistenza umana, rappresentandoli con la stessa spontaneità tipica della pittura impressionista. 

BIOGRAFIA

Nacque nel 1965 a Columbus, in Ohio, da una famiglia molto umile e numerosa. Molto piccolo si trasferì in Colorado, a Denver, ma, dopo la separazione dei genitori, tornò con la madre e i fratelli nella sua città di origine. 

Sin da piccolo si interessò alla pittura anche grazie alla madre, anch’essa artista; tornato nel Colorado, inoltre, un gruppo di insegnanti lo invitarono a cimentarsi con molto più interesse all’arte e riuscì a vincere numerose competizioni. 

Il suo percorso di formazione continuò negli anni del liceo, in cui il suo talento fu notato e ricevette una borsa di studio per studiare alla Columbus College of Art and Design di Columbus dove si laureò in Belle Arti e in Illustrazione.

Dopo la laurea fece ritorno a Denver per studiare presso il Colorado Institute of Art di Denver, ottenendo una laurea in Design Pubblicitario.

Dopo il college, Hicks iniziò a lavorare per varie agenzie, riviste e come illustratore freelance, dedicandosi alla pittura soltanto la notte; attualmente, è docente presso The Art Students League di Denver.

TECNICA PITTORICA

Osservando le opere di Ron Hicks si viene travolti da un fulminante senso di tenerezza che, però, ha un retrogusto nostalgico.

La sua pittura, infatti, trasuda di passato che si realizza nel perfetto assorbimento della lezione degli Impressionisti francesi: i soggetti di Hicks mostrano una totale assenza di contorni, un tratto fatto di pennellate dense e quasi filamentose, in cui è il colore stesso a delineare le forme.

Il fascino della pittura ottocentesca che Hicks fa sua è lontana dai colori puri e accesi di Monet o Renoir, ma si avvicina alla malinconia di Degas: dal pittore francese l’artista estrapola l’utilizzo di colori cupi, spenti e l’importanza conferita agli effetti di luce e ombra: egli, infatti, utilizzava raramente il colore puro, ma preferiva utilizzare le diverse tonalità del grigio, rendendo ancora più ardua l’impresa di illuminare i suoi spazi, quasi sempre interni.

Nonostante la scelta di rifarsi alla pittura impressionista, Hicks non lascia mai niente al caso, ma rende i suoi spazi confortevoli: presta molta attenzione soprattutto agli elementi posti in primo piano e sfuma i contorni dello sfondo, conferendo senso di profondità e spazialità alle sue composizioni.

L’ESALTAZIONE DELLA SEMPLICITA’

Non c’è dubbio che sia la figura umana a suscitare l’interesse dell’artista, in modo particolare quella femminile di cui Hicks coglie ogni aspetto: egli la rappresenta in ogni posa mostrandone la passionalità, la dolcezza e la tristezza. Si tratta di sentimenti contrastanti, ma avvolti nella medesima cornice: quella dell’amore.

È l’amore, infatti, ad essere vissuto nella sua totalità e si manifesta nell’attenzione che la donna dedica a sé stessa, al suo corpo o al suo partner.

L’uomo è spesso una comparsa, segue il movimento che la donna ha iniziato o la supporta fisicamente e psicologicamente nei momenti in cui la forza femminile viene meno; ma è solo grazie ad entrambi se l’emozione si propaga e si manifesta armonicamente agli occhi dello spettatore.

Ma non è l’armonia o la perfezione della scena ad aver reso Hicks uno degli artisti contemporanei più famosi, ma il suo successo si nasconde nelle vibrazioni che i soggetti emanano. Similmente a Degas, che spiava le ballerine dal buco della serratura, anche lui sembra cogliere i suoi protagonisti in un normalissimo momento di vita, quasi volesse lasciare completamente intatta la scena davanti ai suoi occhi.  

I suoi soggetti non compiono gesti eroici, non combattono alcuna guerra, ma vivono semplicemente la fugacità dell’attimo. È il tempo ad essere il protagonista delle sue tele, ovvero quell’intenso secondo che precede il nucleo dell’azione e che racchiude, nella sua finitezza, il senso più puro del sentimento. Per cui non è il bacio ad avere significato, non è l’abbraccio ad essere importante, ma è l’attimo eterno che li anticipa, in cui sono gli occhi, le mani e i corpi a farsi protagonisti.

Ecco cosa dichiarò in proposito l’artista:

 “Vedo cose molto astratte, quindi penso a me stesso come un pittore che vede forma, valore, bordi e texture. Mi piace romanzare la vita. Amo l’interazione delle persone che fanno le cose … qualunque cosa sia. Potrebbe essere la cosa più banale, ma trovo grande bellezza in questo.”

L’essenza della sua pittura viene poi magistralmente racchiusa negli ambienti tipici degli anni ‘30/’40, ovvero caffè, parchi e strade; anche le figure umane difficilmente si presentano con degli abiti del nostro tempo, ma mostrano uno stile del tutto vintage.  

Nonostante l’attenzione conferita al trattamento dello spazio attorno, i soggetti creati da Hicks mostrano una totale non curanza dell’ambiente circostante: le loro azioni si concentrano completamente sull’altro, come se fossero chiusi nello spazio delle loro anime.

Questa scelta intensifica l’atto in sé, come se quel gesto in quel determinato istante fosse la cosa più importante del mondo.

Si dice spesso che alcune emozioni o sensazioni non possono essere spiegate con le parole perché esse sono legate a qualcosa che va oltre il mondo terreno; eppure, come può l’opera di Hicks non essere considerata in grado di rappresentare la profondità dell’amore?  

I pareri potranno essere contrastanti, ma è innegabile che, con le sue pennellate corpose, Ron Hicks ha catturato nello spazio della tela l’incommensurabile valore dell’istante in cui si ama.

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Artista

Roberto Ferri

Profondamente ispirato dalla sontuosa pittura degli antichi maestri, dal rinascimento al barocco fino al simbolismo, Roberto Ferri si inserisce all’interno del contesto artistico contemporaneo quale massimo esponente della figurazione italiana attuale.

Attraverso la riscoperta di un classicismo estetico e compositivo, al quale combina armoniosamente svariati riferimenti stilistici caratterizzanti le diverse epoche storico-artistiche, realizza una pittura personale, pura ed armonica che presenta una realtà alta e fortemente simbolica in grado di introdurre l’osservatore ad una lettura introspettiva della più profonda indole dell’animo umano.

Una forma d’arte, la sua, capace di nutrirsi della memoria del passato, sfidando con esclamazione le modalità espressive contemporanee senza, tuttavia, voltargli le spalle.

“Il canto della vergine”_ olio su tela 100×140 cm_ anno 2015

LE ORIGINI

L’artista nasce nel 1978 a Taranto. Lo stupore e la meraviglia generati dal suo incredibile talento trovano ulteriore ragion d’essere nell’origine della sua formazione: è da autodidatta, infatti, che Roberto Ferri intraprende il suo percorso di conoscenze artistiche.

Inizia a disegnare e dipingere in tenera età seguendo le orme del nonno pittore, maturando un interesse ed una passionalità per l’arte ancora oggi vissute in maniera diretta e partecipe nel contesto lavorativo. L’artista stesso rivela:

«avevo 10 anni, nonno Italo mi ha regalato la prima cassetta di colori a olio, con i pennelli di setola. Ma io gli rubavo i suoi, di pelo di bue, perché erano più morbidi»

Il suo approccio all’arte è dunque, in un primo momento, libero da schemi accademici; esso verrà poi accompagnato, in un secondo momento, da uno studio più approfondito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1999, difatti, si trasferisce nella capitale per studiarvi scenografia, approfondendo in contemporanea la ricerca della pittura antica dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento.

La sua indole manifesta fin da subito una decisa inclinazione verso la pittura caravaggesca ed accademica, focalizzando l’attenzione su artisti come David, Gericault, Ingres, Girotet, Gleyre, Moreau e Bouguereau, con una predilezione per quest’ultimo.

La formazione di stampo accademico, tuttavia, non soddisfa pienamente le esigenze espressive dell’artista che, non potendo “andare a bottega” insieme ai grandi artisti passati, decide di apprenderne lo stile attraverso la propria capacità di osservazione: questa si rivela preziosa nell’instradarlo allo studio del corpo umano, del disegno e del colore che tratta in maniera raffinata nell’esecuzione di ogni opera.

Contro ogni aspettativa, ad ispirare la sua estetica e concettualità è anche l’arte non figurativa del Novecento: Dai “sacchi” di Roberto Burri fino alla solenne calma dei quadri di Rothko, le esperienze visive di David LaChapelle ed il surrealismo di Salvador Dalì.

Ognuno di questi riferimenti costituisce un ingrediente base di una cifra stilistica personale, capace di oscillare sapientemente tra il neoclassico ed il caravaggesco, espressione dell’interiorità di un artista tanto potente nel risultato pittorico quanto umile e riservato nel carattere; uno stile in cui la tecnica e la narrazione si fondono in un perfetto connubio di originalità e meraviglia.

“L’angelo, la morte e il diavolo”_ tempera grassa su tela 150×150 cm_ anno 2018

UNO STILE “IPERBAROCCO”

Osservando i quadri di Roberto Ferri è lecito domandarsi in che epoca ci si trovi: la tecnica meticolosa con cui personaggi eroici e trionfanti emergono tra luci ed ombre, la drammaticità e la pura carnalità espressa dai loro corpi rimandano alla pittura barocca di Michelangelo Merisi; Questa, tuttavia, sembra pervasa da un intenso iperrealismo fotografico e da una trasgressione visiva del tutto attuale.

Sulla base di tali caratteristiche, Vittorio Sgarbi definisce Ferri “un pittore antico che applica il magistero a pensieri moderni”, catalogando il suo stile in quello che può quasi definirsi un “iperbarocco”: non abbastanza contemporaneo ma mai un pittore antico.

Ferri raffigura figure nude, spesso allegoriche ed oniriche, talmente vere da risultare irreali: fisicità caratterizzate da un insistente atletismo, icone di bellezza e tormento che vengono messe in risalto dalla semplicità compositiva del contesto rappresentato e caratterizzate dalla intensa teatralità di pose ed espressioni.

La resa del corpo umano – di cui Ferri è un grande conoscitore – si presenta armonica nelle forme anche nelle sue torsioni più audaci, nelle mutilazioni e nei traumi.

La pittura si fa provocatoria, cruda, devozionale, permeata da un erotismo drammatico capace di coinvolgere chiunque si appresti ad osservarla: la rappresentazione di sentimenti e pulsioni umane, eterne per definizione, diventa così il filo rosso che collega il modello pittorico passato a cui Ferri si ispira al suo modus operandi contemporaneo.

I temi ricorrenti nella sua produzione abbracciano il contrasto tra il sacro ed il profano, affrontano questioni legate alla spiritualità e alla mitologia;ognuno di essi è accompagnato da un intenso simbolismo attraverso cui l’artista riesce a raccontare se stesso e sublimare la realtà presentata.

LE OPERE

Le opere di Ferri sono ad oggi presenti in importanti collezioni private e pubbliche a Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, New York, Boston, Milano, Roma e tante altre città in tutto il mondo.

Narcissus_ olio su tela 150×110 cm _ anno 2017

“Il Narciso” è tra le opere più rinomate in cui l’artista, in fase ideativa, si è lasciato ispirare dallo stesso soggetto, un modello acrobata di cerchi, la cui estetica ne ha suggerito il riferimento mitologico. L’opera raffigura un Narciso bendato che cerca se stesso all’interno di uno specchio in cui è prigioniero; Ciò delinea come ogni dettaglio dei suoi quadri celi una precisa simbologia.

La figura racchiusa in un cerchio, emblema di perfezione per eccellenza, è elemento ricorrente in numerose opere: tra queste “Il bacio di Dante e Beatrice”, un bacio mai esistito ma sempre sognato, in cui le vesti bianche di Beatrice, simbolo di innocenza e purezza, incontrano il rosso delle vesti di Dante in una passionalità che rende tangibile una realtà sognata.

In questo caso il gesto dell’artista lascia che l’intensità di un amore mai vissuto – e che sembrava impossibile concretizzarsi – prenda finalmente vita.

Bacio di Dante_ Roberto Ferri

L’opera è stata commissionata da Magnum nell’anno 2021 dedicato alle celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri ed esposta a Palazzo Firenze.

Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri, ha dichiarato:

“Con questa operazione di mecenatismo contemporaneo, l’opera letteraria italiana forse più celebrata nel mondo torna a essere materia viva (…) La più straordinaria forza della Divina Commedia è la capacità di contenere tutte le vicende umane: l’amore, l’eros, la violenza, la politica, il vizio e la virtù. È un’opera creata per la gente e che deve tornare a stare tra la gente”.

Alla vasta produzione pittorica di Ferri si aggiungono importanti opere come “Le delizie infrante”, “Ade” e “Apollo e Dafne”, anch’esse raffiguranti soggetti presi in prestito dalla mitologia ed espressione di una sublime carnalità densa di profondi messaggi spirituali.

Apollo e Dafne_ Tempera grassa su Tela di Lino 125×90 _Anno 2020

Numerosi sono i progetti personali e collettivi portati avanti dall’artista: tra le esposizioni di maggior successo si ricorda “NOLI FORAS IRE” del 2013 presso il palazzo delle esposizioni di Roma, supervisionata da Vittorio Sgarbi, in cui vennero esposte, tra le altre cose, alcuni dipinti facenti parte della Via Crucis commissionata al pittore nel 2010 per la Cattedrale di Noto.

In ognuna delle quattordici stazioni dipinte emerge un velato senso di devozione che tuttavia, si lascia abbracciare dalla connotata caratteristica di Ferri nel contrapporre il profano al sacro.

La volontà di fondere il bene ed il male è anch’essa una caratterizzazione di gran parte delle sue opere: tra queste l’olio su tela “Lucifero” in cui l’angelo caduto dal cielo, ritratto mentre imprime il suo sigillo sulla pietra e sulla terra su cui regnerà, esprime tutta la sua bellezza.

Nel 2019 partecipa al progetto collettivo “CORPO A CORPO” a cura di Daniela Astone e Gaia Grazioli presso Villa Bardini a Firenze e nel 2018 gli viene dedicata la mostra “OSCURA LUCE” dalla Fondazione Stelline di Milano, curata da Angelo Crespi.

Roberto Ferri, in definitiva, si caratterizza per una figurazione riconoscibile ed autentica, dal tratto estremamente personale: un’arte unica nel panorama odierno, configurabile in un’estetica di antica spiritualità ma velata di moderna veridicità.

Per saperne di più sull’artista visita questi link:

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Artista

Antonio Murgia

Antonio Murgia, classe 1956, si distingue come una delle personalità più audaci e magnetiche dell’attuale panorama artistico internazionale. Dall’armoniosa contrapposizione di astratto e figurativo nasce la sua produzione creativa di forte impronta Pop, in grado di oltrepassare i confini di una ricercata tecnica pittorica per rivestirsi di un’ironica spavalderia concettuale.

Una visione “politicamente scorretta”

La pittura di Murgia affonda le sue radici nella volontà di un giovane ragazzo sardo di intraprendere il mestiere dell’arte: cresciuto lontano dalle città italiane fulcro di movimenti artistici, decide di mettere in gioco la sua spiccata capacità di osservazione trasponendo in pittura il proprio pensiero critico e perseverando in un linguaggio espressivo già noto oltreoceano: la Pop art.

Diversi sono gli elementi che caratterizzano la sua arte: primo tra questi la visione ironica e sagace della realtà che muove la sua creatività verso rielaborazioni distoniche e satiriche.

Murgia ridicolizza e ricontestualizza i personaggi simbolo dei fumetti (quali Topolino, Pippo, Paperina e Spiderman) adattandoli a situazioni concrete proposte e diffuse dai media, stravolgendo così la loro natura: normalmente asessuati ed esenti dall’apparire, nelle sue opere acquisiscono carica erotica, assumono portamenti da modelli ed indossano abiti di alta moda in un inusuale scontrarsi di realtà e fantasia.

Someone else dares take off the burka_ collezione IroniCall
Not a good day to migrate towards american dreams_ Collezione IroniCall

Le situazioni di cui parlano i quotidiani, i magazine e le televisioni diventano occasione di satira ed i miti popolari che colpiscono ed attraggono le masse vengono smitizzati, generando incredulità popolare.

I dipinti “Murgia IroniCall” realizzati nei primi anni 2000 sono un chiaro esempio di come l’artista ami mostrare situazioni di dominio o di potere con sarcasmo e criticismo. Attraverso la sua Pop Art attua una vera e propria denuncia al fine di diffondere il pensiero di come, anche non volendo, la mente delle persone possa essere manipolabile.

«Nel mio lavoro il caos è negli occhi di chi guarda: il mio lavoro non genera caos psicologico, mostra un’esasperazione cromatica…»

La collezione artistica “Pretaporter” si caratterizza, oltre che per un surreale accostamento di elementi, per un intenso fascino femminile ed aggressività erotica: Daisy Duck e Marilyn Monroe indossano abiti di alta moda contemporanea, Versace, Armani, Chanel e Dolce e Gabbana in una rappresentazione distorta della realtà.

Methallic leather jacket (Armani Jeans) woolen pull (U.C. Benetton)_ Collezione Pretaporter

Una cifra pittorica… tra realtà ed astrazione

Ricercati accostamenti di colori, tonalità accese e pennellate larghe caratterizzano le sue opere in cui una decisa gestualità si accompagna ad un diversificato utilizzo di materiali in fase di realizzazione: vernici spray ed inserti della natura creano assonanze e dissonanze visive che l’osservatore recepisce in tutta la loro espressività.

«…I colori sono aggressivi così come vengono posati sulla tela, è l’osservatore che indossa il mio colore, che si identifica o si allontana da ciò che vede»

Elemento ricorrente è la figura umana e le sue proporzioni di cui Murgia effettua un attento studio: essa si compone di segni astratti che seppur apparentemente in disaccordo tra loro, si fondono armoniosamente dando vita ai lineamenti del volto.

Infinite possibilità_ Juxtaposition 80×80

I soggetti vengono rappresentati con occhi fissi e languidi, di un’intensità ed immediatezza espressiva dal carattere romanticheggiante: sguardi che sembrano proiettare l’osservatore verso una dimensione nuova ed interiore.

Nel dittico “Dreaming Belle epoque” emerge la cifra stilistica dell’artista, caratterizzata da audaci accostamenti cromatici e diretti confronti tra parti in bianco e nero e parti a colori. Altre tecniche miste le si ritrovano in “Aspettative non soddisfatte” e “Stabilità emotiva”.

Dreaming Belle Epoque 2019_ tecnica mista su due tele 120×160
Aspettative non soddisfatte_tecnica mista su tela 100×100

Ordine e Caos: “Progetto OROS”

La nuova collezione “Progetto OROS” si pone l’obiettivo di porre a confronto i due concetti cardine dell’uomo, l’ordine ed il caos, descrivendone la natura attraverso sinonimie quali maschile-femminile, astratto-figurativo.

Apparentemente l’uno l’opposto dell’altro, vengono presentati come due realtà che coesistono e si completano.

Immanenza cm 80x80_ Progetto OROS

Per saperne di più sullo stile di Antonio Murgia ed ammirare le sue opere visita i link:

https://www.antoniomurgia.it/it/

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Artista

Vincent van Gogh

È innegabile che Vincent Van Gogh sia uno degli artisti più amati dal grande pubblico, oltre che uno dei più discussi dell’arte in genere. Il fascino della sua figura emerge dall’interno delle sue 864 tele, emblemi del suo tormento, ma anche capro espiatorio delle sue sofferenze; proprio da qui prende avvio la sua arte, come egli stesso scrisse nel settembre del 1882:

ma ora mi sento in mare aperto e la pittura va in continuità con tutte le forze che posso dedicarle”.

Il suo nome di battesimo era Vincent Willem Van Gogh e nacque il 30 marzo 1853 a Zundert, comune olandese a sud della nazione, da una famiglia protestante; sin da piccolo si dedicò allo studio del francese e del tedesco e iniziò a produrre i primi disegni.

A causa della scarsità del suo profitto scolastico, trovò un impiego, grazie allo zio paterno, presso la casa d’arte parigina Goupil & Co, in cui si occupava della vendita di opere d’arte:il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, con il quale aveva la possibilità di approfondire le tematiche artistiche e visitare musei locali e collezioni d’arte.

Nel 1875 si traferì a Parigi dove visse con il fratello Theo; qui, approfondì la sua conoscenza sull’arte contemporanea, scoprendo la pittura impressionista e le stampe giapponesi. È qui che incontra Paul Gauguin, artista della sua generazione, con il quale condividerà importanti momenti del suo futuro.

Negli anni parigini, iniziò a manifestarsi la sua ossessione per i testi biblici che lo portò a dimettersi dal suo incarico e ad intraprendere la carriera religiosa. Tentò di farsi ammettere all’Università di teologia di Amsterdam ma, fallendo, ottenne un incarico presso un collegio di Bruxelles, nel Borinage, regione ricca di carbone in cui i lavoratori vivevano in condizioni di estremo disagio; seguendo un esempio di vita quasi francescano, Van Gogh si prese cura dei malati, predicando la Bibbia.

Nel 1880 scelse di dedicarsi esclusivamente alla pittura, frequentando l’Accademia di Belle Arti a Bruxelles, grazie al sostegno economico del fratello Theo che mai lo abbandonerà. Qui restò un solo anno per poi tornare a casa dei genitori a Etten.

La sua salute mentale, però, vacillò a causa dell’amore non corrisposto di Cornelia Adriana Vos-Stricker, detta Kee, cugina di Vincent che lo condusse quasi al suicidio. A questo, seguì l’innamoramento per una prostituta, detta Sien, con cui Van Gogh intraprese una relazione amorosa che gli costò un ricovero ospedaliero per gonorrea.

Nel dicembre del 1883 tornò a vivere con i genitori, che nel frattempo si erano trasferiti a Nuenen e qui produsse i suoi primi capolavori. A causa della diffidenza degli abitanti del posto, Van Gogh scelse di spostarsi ad Anversa, città che il pittore considerava una via di mezzo fra la realtà chiusa di Nuenen e il caos metropolitano di Parigi.

Nel 1888, mosso dal desiderio di conoscere la Provenza, si trasferì ad Arles dove realizzò ben 200 dipinti.

Fu raggiunto da Paul Gauguin qualche mese dopo, forse a seguito dell’azione del fratello di Van Gogh, che, però, visse con sofferenza il soggiorno in Provenza: il rapporto tra i due pittori fu molto complesso e ancora oggi non del tutto chiaro (in merito, è consigliata la visione del film “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità”); certo è che i due ebbero diversi scontri, verbali e fisici, che causarono l’allontanamento di Gauguin da Arles e il ricovero di Van Gogh al nosocomio dell’Hotel-Dieu, in seguito ad azioni di autolesionismo.

Fu dimesso dopo sette giorni, ma il suo stato psicologico non migliorò mai del tutto. Dopo altri episodi di delirio, Vincent si ricoverò di sua volontà presso l’ospedale psichiatrico a Saint-Remy de Provence, ma la sua attività pittorica non si arrestò; durante il ricovero produsse alcune delle sue opere più famose. Nonostante i problemi di salute, il grande pubblico iniziò ad apprezzarlo: a novembre ricevette l’invito a esporre all’associazione «Les XX» a Bruxellese e a Parigi partecipò alla “mostra dei pittori indipendenti” inaugurata dal Presidente della Repubblica, che fu una vera e propria celebrazione della pittura contemporanea.

Nel 1890 fu dimesso dalla clinica e si trasferì a Parigi dal fratello, per poi spostarsi a Auvers-sur-Oise a 30km dalla capitale: fu in questo piccolo comune francese che il 27 luglio 1890, a soli trentasette anni, si tolse la vita, sparandosi un colpo di rivoltella allo stomaco.

L’esistenza di questo artista immortale è quindi riassumibile in tre concetti fondamentali: la ricerca di una spiritualità ultraterrena, la visione dell’arte come bisogno viscerale e l’abbandono finale alla follia.

Questi stessi aspetti ci aiutano a comprendere il motivo dell’interesse del pubblico nei confronti della sua arte: egli dipinse per sé stesso, è vero, ma il suo fu anche un regalo per le generazioni future.

Nelle opere di Van Gogh, infatti, si cela la profonda convinzione di fare parte di un mondo malato che, seppur tale, può ancora essere curato con gli strumenti più forti di cui l’uomo dispone: l’empatia, la compassione e l’amore per il prossimo. 

Per quanto concerne all’aspetto tecnico, è certo che il tratto di Van Gogh sia riconoscibile, soprattutto nell’uso di colori accesi, in particolare blu e gialli: tuttavia, egli attraversò varie fasi evolutive nella sua pittura, influenzate sia da interessi artistici specifici e sia dal suo stato psicologico. Proprio per questa ragione, è difficile inserire Van Gogh in una precisa “scuola” d’arte, in quanto egli recepì a assorbì influssi provenienti da diverse fonti, interessandosi al realismo, all’impressionismo, al puntinismo e via dicendo. Più genericamente la storia dell’arte lo identifica come “post-impressionista”, legandolo alla seconda “triade divina” (dopo Leonardo, Michelangelo e Raffaello) con Cezanne e Gauguin.

I primi schizzi dell’artista risalgono al 1873, nel breve periodo in cui si trasferì a Londra per conto della casa d’arte Goupil & Co, tuttavia non li conservò ma ne rimase solo uno, peraltro rovinato, raffigurante la casa in cui visse.

Sempre durante questo primo impiego conobbe e ammirò le opere di Jean-François Millet, pittore realista, i paesaggi di Jean-Baptiste Camille Corot e la pittura seicentesca olandese; fu soprattutto Millet a colpire Van Gogh, probabilmente per la scelta dei suoi soggetti, gente umile e povera. Un altro riferimento importante fu Rembrandt, modello di riferimento per il trattamento dei colori scuri e cupi in ambienti scarsamente illuminati.

Natura morta con cavolo e zoccolo 1881, Van Gogh
Due donne nella brughiera, 1883, Van Gogh Museum, Amsterdam
Il tessitore, 1884, collezione privata

Emblemi di questa prima fase pittorica sono la “natura morta con cavolo e zoccolo” del 1881, “due donne nella brughiera” del 1883 e il “tessitore” del 1884, opere che suggeriscono la predilezione dell’artista nei confronti del realismo e che nascondono una profonda malinconia, suggerita dall’assenza di luce e dalla scelta di colori spenti i quali verranno abbandonati nelle opere più mature.

Mangiatori di patate, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam

L’opera più rinomata del suo soggiorno olandese è “i mangiatori di patate” del 1885, conservata presso il museo di Van Gogh ad Amsterdam. È il pittore stesso a fornirne una descrizione in una lettera scritta al fratello:

«Un contadino è più vero coi suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va a Messa la domenica con una sorta di abito da società. Analogamente ritengo sia errato dare a un quadro di contadini una sorta di superficie liscia e convenzionale. Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l’odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città».

Il pittore olandese, ricreando un’atmosfera quasi simile alle taverne caravaggesche, non raffigura un’atmosfera idillica, ma la tavolozza è ancora una volta cupa, fatta di colori pastosi ed è scelta con l’intento di raffigurare la realtà e lo squallore della vita dei lavoratori;

tuttavia, la scena è profondamente emotiva e l’osservatore sembra quasi empatizzare con i soggetti, in quanto è lo stesso artista a fare parte di questa realtà, che conosce e vive giornalmente.

Con il trasferimento a Parigi Van Gogh entrò in contatto con l’arte del suo tempo, influenzata soprattutto dalla cultura impressionista (Vincent, inizialmente, non apprezzò molto l’impressionismo, ma predilesse l’indirizzo artistico della “scuola di Barbizon” di cui faceva parte Corot) e conobbe artisti come Toulouse-Lautrec (nel 1887, egli stesso compose un ritratto di Van Gogh) e Paul Guaguin; subì, soprattutto, il fascino dello stile neo-impressionista di Paul Signac che lo portò a prediligere scene di paesaggi e ritratti realizzati con piccoli tocchi di colore che ricordavano il puntinismo.

È in questo periodo che Van Gogh iniziò a produrre i primi autoritratti e fu molto interessato alle composizioni floreali che gli diedero la possibilità di sperimentare la sua nuova tecnica pittorica.

Autoritratto, 1886/1887, Wadsworth Atheneum, Hartford

In particolare, ricordiamo l’”Autoritratto” realizzato nell’inverno tra il 1887-1888 e conservato a Vienna, in cui notiamo un netto mutamento nella scelta dei colori e nel tratto delle pennellate, ma resta costante la malinconia della scena, questa volta suggerita dagli occhi penetranti del pittore.

Ma è ad Arles che l’artista creò i suoi capolavori più rappresentativi. Travolto dalla bellezza dei paesaggi provenzali, Van Gogh lavorò incessantemente, vivendo nella solitudine della natura: è proprio in queste opere che si sviluppa definitivamente il personalismo dell’artista che, proprio ad Arles, giunge alla completa perdita di sé stesso. Questo abbandono è espresso nella dedizione di Vincent al lavoro, suo unico scopo di vita, ma anche nella presa di coscienza della sua instabilità mentale.

Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, 1888, Museo Kroller-Muller, Otterlo

Tra le opere oggi celeberrime ricordiamo la “terrazza del caffè la sera, Place du Forum” del 1888 conservata presso il museo Kroller-Muller a Otterlo e ispirata all’opera letteraria “Bel-ami” romanzo del 1885 di Guy de Maupassant.

La scelta di rappresentare un caffè francese risulta perfettamente coerente con gli interessi della cultura ottocentesca, ma ciò che stupisce è la dolcezza del tratto e della linea che l’artista predilige. Van Gogh modella lo scorcio cittadino utilizzando i colori stessi e il contrasto tra i blu e i gialli, scegliendo una visione notturna travolta dal bagliore delle stelle e dei lampioni sulle strade. Lo sguardo del pittore sembra muoversi tra i volti rilassati e gioiosi dei clienti della caffetteria, cogliendo i loro gesti e suggerendo, attraverso la linea, il rumore delle porcellane.

La sedia di Vincent, 1888, National Gallery, Londra
La sedia di Gauguin, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

La sedia di Vincent” e la “sedia di Guaguin” del 1888, conservati rispettivamente presso la National Gallery di Londra e il Museo di Van Gogh ad Amsterdam, sono due delle opere più discusse dalla critica anche a causa dell’assenza di una precisa interpretazione fornita dal pittore.

Nonostante la scelta del medesimo soggetto, le due tele presentano un opposto schema coloristico: la prima mostra colori molto più accesi, come se fosse investita dalla luce proveniente da una finestra; la seconda mostra dei toni sicuramente più cupi che ricordano l’atmosfera delle prime opere olandesi. Il lavoro sulle due tele fu molto lungo: furono dipinte precedentemente al famoso taglio dell’orecchio, ma Van Gogh le elaborò anche durante e dopo il ricovero ospedaliero.

Le due sedie “gemelle” nascondono un incerto significato simbolico che il pittore non ha mai chiarito in nessuna delle sue lettere. La semplicità della prima sedia rispetto alla complessità della seconda suggerisce probabilmente la profonda inferiorità con cui Van Gogh viveva la sua arte rispetto a quella di Gauguin, verso cui provò sempre una profonda e sincera ammirazione.

A questa prima interpretazione si aggiunge la scelta dell’artista di raffigurare la sedia e non il pittore che lo aveva abbandonato: tale visione suggerisce il profondo senso di solitudine e smarrimento che Van Gogh dovette fronteggiare, ma che tenta di esorcizzare raffigurando quelle sedie su cui erano soliti discutere di arte e di vita. Le sedie, però, non fanno più parte di un unico ambiente, ma si posano su due tele diverse, in contesti ormai disgiunti.

Notte stellata sul Rodano, 1888 Museo D’Orsay Parigi

Disegno preparatorio

Parlando di Arles, è difficile non ricordare la “notte stellata sul Rodano” del 1888, oggi al Museo d’Orsay di Parigi: fu una delle dieci tele esposte presso la mostra parigina degli artisti indipendenti e a cui seguirà la seconda “notte stellata” del 1889, oggi a New York. L’opera fu accompagnata da un disegno preparatorio che Vincent spedì a Eugene Boch, pittore belga contemporaneo, e una descrizione scritta per il fratello:

«Ho passeggiato una notte lungo il mare sulla spiaggia deserta, non era ridente, ma neppure triste, era… bello. Il cielo di un azzurro profondo era punteggiato di nuvole d’un azzurro più profondo del blu base, di un cobalto intenso, e di altre nuvole d’un azzurro più chiaro, del lattiginoso biancore delle vie lattee. Sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa chiare, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a Parigi […] la spiaggia di un tono violaceo, e mi pareva anche rossastra, con dei cespugli sulla duna (la duna è alta 5 metri), dei cespugli color blu di Prussia. Ho fuori dei disegni a mezzo foglio e un disegno grande, che fa da pendant all’ultimo».

In questo ulteriore paesaggio notturno, Van Gogh dimostra di aver elaborato uno stile del tutto personale: le piccole pennellate di colore che compongono il tratto di strada si infrangono con il corso del fiume che, come un specchio, riflette la magnificenza del cielo stellato. Gli astri, raffigurati quasi come piccoli fiori, sovrastano il centro abitato e sono testimoni del sentimento dei due amanti in basso, in cui lo spettatore può e riesce ad immedesimarsi.

Nonostante la velocità e l’immediatezza con cui Van Gogh rappresentava le sue scene, numerosi studi hanno anche mostrato l’estrema fedeltà con cui l’artista riporta l’esatta posizione delle stelle sulla tela.

Notte stellata, 1889, MOMA, New York

La seconda “notte stellata”, dipinta durante il ricovero ospedaliero presso Saint-Remy de Provence, risulta essere un’opera molto più tormentata, emblema della sofferenza di cui Van Gogh fu vittima dopo la convivenza con Gauguin.

Tutti gli elementi dell’ambientazione sembrano fluttuare per dirigersi verso quel mondo parallelo in cui la mente dell’artista si rifugia per trovare pace dai turbamenti dell’anima. Ancora una volta, due opere “gemelle” celano significati opposti.

Ad Auvers-sur-Ois Van Gogh ricerca la pace, ma invano: sono le sue stesse opere a tradire tale desiderio, in quanto nascondono la sua tribolazione.

Chiesa di Auvers, 1890, Museo d’Orsay, Parigi

Tra queste ricordiamo “chiesa di Auverse” del 1890: il monumento quasi deforme ricorda la maniera pittorica della “notte stellata”; lo spazio si allarga orizzontalmente grazie alle due strade che si diramano ai lati dell’edificio, ma l’opera si innalza anche longitudinalmente, grazie al modo in cui Van Gogh compone la chiesa.

Ancora una volta i colori sono protagonisti: sul verde del prato ombreggia l’edificio religioso a sua volta caratterizzato dal contrasto tra l’arancio del tetto e il blu notte delle vetrate. L’assenza di luce all’interno della chiesa contrasta con l’evidente luce del giorno all’esterno: tale caratterizzazione è monito del turbamento e del buio dell’anima in cui il pittore è immerso.

Campo di grano con volo di corvi, 1890, Van Gogh Museum, Amsterdam

Tra le ultime opere dell’artista, oltre agli autoritratti e alla serie dei girasoli, emerge “campo di grano con covo di corvi” del 1890, ubicato al museo di Van Gogh.

L’opera appare come pervasa da una forza interiore, quasi da un motore che attraversa le spighe di grano: la sagoma più definita dei corvi che si infrangono sul campo diventa sempre meno nitida nella parte superiore della tela in cui lo stormo sembra presagire una tempesta. Il sentiero che attraversa il campo è vuoto, desolato ed è l’unico elemento privo di forza vitale che termina prima della fine del campo.

Per tutti questi aspetti la critica ha supposto che si trattasse dell’ultima grande opera dell’artista; essa è una perfetta sintesi della malattia di Vincent, un uomo forse giusto, incompreso, ma folle. Molti storici dell’arte e psichiatri hanno tentato di definire con certezza i disturbi di cui era vittima l’artista, ma una risposta certa non è mai arrivata.

L’unica verità è che Vincent Van Gogh ha lasciato ai posteri non solo l’esempio di un’arte sublime, profonda e sincera, ma anche un importante messaggio d’amore nei confronti degli uomini e della natura, suo luogo prediletto.

In un tempo in cui l’essere umano dimentica i suoi simili, dimentica di appartenere ad un unico mondo, ormai vulnerabile, è un pittore folle dell’800 a fornirci la strada giusta da seguire. In una lettera del 1883 scrive al fratello:

“[…] il mondo mi riguarda solo in quanto sento un certo debito e n senso di dovere nei suoi confronti, perché ho calcato per trent’anni questa terra e, per gratitudine, voglio lasciare di me un qualche ricordo sotto forma di disegni o dipinti. Mi considero una persona che deve portare a compimento qualcosa con amore, entro pochi anni, e questo lo deve fare con energia”.

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