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XAVIER LUGGAGE: glamour e disinibizione

Se è vero che lo stile di un creativo sia lo specchio del suo carattere, della sua realtà e delle sue più innate fantasie, quello del fotografo emergente Xavier Luggage riflette l’eccentricità, il senso di sfida e la mancanza di inibizione che contrassegnano la sua vita; una vita da appassionato girovago, capace di trasformare ogni angolo della città in cui si trova – anche il più grigio e banale- in un perfetto set per degli scatti ambientati dal mood energico e stravagante.

Attivo principalmente nella zona statunitense di Broward, lo si trova spesso impegnato in tour fotografici in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, che lui stesso decide di intraprendere con entusiasmo e voglia di dominare le scene.

Il suo motto? Fidarsi dell’istinto e mettici il 150%!

Ma vediamo in cosa consiste questa sua unicità:

Energia fotografica

Da una prima visione, anche approssimativa, del suo vasto portfolio di fotografie non può che saltare immediatamente all’occhio una caratteristica lampante che riesce ad accomunare tra loro anche scatti stilisticamente diversi sotto lo stesso nome: l’energia fotografica.

Il termine, seppur difficile da definire verbalmente, si presta ad essere ben identificabile visivamente: i colori nitidi e vibranti sembrano saltare fuori da ogni scatto e i soggetti si rivolgono verso l’obbiettivo con aria di scherno e di sfida. Ciò, affiancato alla tendenza del fotografo ad immortalare le scene dal basso verso l’alto, fa acquisire dinamismo non solo ai soggetti ritratti, prevalentemente femminili, ma alle scene nella loro interezza.

E’ così che le strade di grandi città come New York e Los Angeles diventano dei veri e propri palchi su cui far esibire i soggetti e catapultare chi osserva in un’atmosfera luminosa, satura e provocante tale da evocare la grinta di un video musicale anni ’90!

Questa sua tendenza all’esplicito gli sarà utile nel realizzare, oltre che ritratti, anche fotografie di moda e advertising: affiancato da stylist e direttori creativi,realizza la copertina 2022 della rivista Adweek e diversi scatti per Voight, il magazine dell’omonima modella Valentina Voight, sua prediletta in numerosi progetti fotografici.

La sua fotografia viene poi scelta come identificativa per alcuni brand statunitensi emergenti come “Good Americans” e “Behaving like Teenagers”. Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su Forbes.

Seduttività: la donna protagonista della scena

La fotografia di Xavier Luggage si discosta dal classico immaginario da cartolina di Los Angeles in cui palme altissime e tramonti sull’oceano fanno da protagonisti. La bellezza dei paesaggi viene accolta marginalmente, limitandosi a stare in secondo piano per fare da cornice al vero protagonista della scena: il soggetto.

Il suo occhio, difatti, esclude ogni qualsivoglia elemento distrattore per focalizzarsi interamente sulla donna ritratta che appare come la regina indiscussa dello scatto, intenta a catturare le attenzioni su di se mettendo in evidenza una malizia spudorata. Ed è qui che arriviamo all’altra fondamentale caratteristica di questi scatti: l’erotismo.

Espressività e pose disinibite vengono messe in luce dalla saturazione volutamente accentuata che sembra trovare radice ispiratrice nell’iconica copertina del Time Magazine 1978 in cui la modella Cheryl Tiegs risplende di abbronzatura in un costume da bagno rosso fiammante. Il costume c’è, la pelle satinata pure, ma questa volta viene compiuto un passo in più che fa la differenza.

Difatti quello proposto da Xavier è un erotismo che si lascia alle spalle ogni inibizione e ogni eleganza ma coinvolge con aggressività l’osservatore, con la stessa tenacia e carica provocativa con cui Britney Spears e Madonna calcavano i palchi alle soglie degli anni 2000. Difatti, il sottofondo della cultura visuale passata ritorna, seppur inconsciamente, in più di una serie di scatti.

Una modella che lecca appassionatamente un gelato, si sfila i tacchi e cammina sull’asfalto rovente da una giornata estiva, che si accende una sigaretta mostrando volutamente le sue nudità. Insomma: scatti dai pochi colori ma di grande carica erotica.

Erede di LaChapelle?

Donne libere ed eccentriche, colori saturi ed eccessivi: che possa essere un degno erede di LaChapelle?

Sebbene i due fotografi abbiano delle evidenti affinità stilistiche, sono molti gli elementi a fare da divisorio: mentre LaChapelle gioca con temi onirici e biblici, li dissacra col suo sapiente obbiettivo e da espressione ad una visionarietà proiettata verso un immaginario che va ben oltre la realtà in cui è inserito, la fotografia di Xavier Luggage sembra circostriversi ad una scelta tematica volutamente ristretta che non si estende oltre il panorama compositivo della realtà americana, lussureggiante e contemporanea.

Scritte sui muri scrostati, barbeque in giardino, automobili di lusso, palme, grattacieli ed insegne di fast food costituiscono lo scenario prediletto con cui incorniciare i suoi soggetti, rappresentativi di una realtà giovane, glamour e mai trasognata.

Insomma, una fotografia senza pretese la sua, espressione di una identità unica che si colloca in definitiva nell’odierno panorama fotografico statunitense.

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A cura di Maria Nunzia Geraci

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Eventi/Mostre

Una Marilyn da 195 milioni: ultime novità dal mondo dell’arte

SHOT SAGE BLUE MARILYN VENDUTO ALL’ASTA

Tutti abbiamo visto almeno una volta le famose serigrafie di Andy Warhol raffiguranti Marilyn Monroe.

Il padre della Pop Art ne creò svariate riproduzioni in seguito alla morte dell’attrice, e di queste fanno parte le cinque tele dal titolo Shot Sage Blue Marilyn in diversi sfondi colorati: rosso, arancione, azzurro, turchese e blu salvia.

Proprio quest’ultimo, quello blu salvia, è stato consegnato alla casa d’aste Christie’s New York dalla Fondazione Thomas e Doris Ammann Zurigoed è stato acquistato per 195 milioni di dollari dal gallerista Larry Gagosian dichiarando che tutti i proventi della vendita saranno devoluti in beneficenza. L’opera conquista così il titolo di quadro più costoso del XX secolo superando Les Femmes d’Alger (Version O) di Picasso anch’esso venduto dalla stessa casa d’aste.

Nonostante ciò, la tela non riesce a guadagnarsi il primo posto nella classifica di opera più cara di tutti i tempi, titolo conferito al capolavoro di Leonardo da Vinci Salvator Mundi, venduto per la bellezza di 450 milioni di dollari! Sbalorditivo, non credi?

MARINA ABRAMOVIČ A NAPOLI

Dopo quasi un anno e mezzo, in seguito a continui rinvii a causa della pandemia, fa il suo arrivo a Napoli la nonna della performance art.

Slittando di una stagione, finalmente l’artista serba sarà ospite da oggi, venerdì 13 maggio a domenica 15 maggio, al Teatro San Carlo con 7 Deaths of Maria Callas: lavoro dedicato alla grande cantante lirica.

Ma gli appuntamenti non finiscono qui perché mercoledì 18 maggio Marina farà rivivere agli spettatori le “sette morti” della Callas alla Galleria Lia Rumma attraverso una videoinstallazione tratta dall’omonima opera teatrale.

L’obiettivo dell’Abramovič è quello di rappresentare lo spirito della cantante perché come ha dichiarato lei stessa: «Perché sì, il suo corpo è morto, ma la sua voce non muore, non morirà».

La regina della performance art che non si smentisce mai!

RIAPRE ARTE FIERA!

Si avvicina il weekend e avete voglia di due giorni di immersione nell’arte? Beh, allora Arte Fiera a Bologna è proprio quello che fa per voi!

Arte fiera riapre le sue porte dal 13 al 15 maggio 2022 dopo la decisione di rimandare la tradizionale edizione di fine gennaio a causa della pandemia.

Spuntata la casella della terza edizione; l’ossatura della fiera si basa su tre sezioni principali: Focus, Pittura XXI e Fotografia e immagini in movimento.

Il tutto avrà luogo in due padiglioni, 15 e 18, e sono dedicati rispettivamente al contemporaneo e all’arte del XX secolo.

È possibile acquistare i biglietti online tramite il sito ufficiale di Arte Fiera. Affrettatevi!

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A cura di Sanaa Boumasdour

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Eventi/Mostre

Mostre fotografiche 2022

“Viaggio, Racconto, Memoria”: Ferdinando Scianna in mostra a Palazzo Reale di Milano

Oltre sessant’anni di carriera del noto fotografo siciliano vengono ripercorsi e celebrati in una mostra antologica al Piano Nobile del Palazzo Reale di Milano. I tre grandi temi proposti nel titolo – il viaggio, il racconto e la memoria – costituiscono i tre corpi fondanti dell’esposizione, una trinacria che ripercorre le sfumature stilistiche del reporter siciliano e conduce il visitatore all’interno di un percorso allestito con 200 scatti in bianco e nero, articolato a sua volta in ventuno sezioni tematiche.

Dalla memoria delle feste religiose in Sicilia, al racconto visivo di Lourdes, alle ossessioni tematiche come l’ombra, le bestie e gli specchi, il viaggio in America, i ritratti, i riti, i miti e le donne: un ampio bagaglio visuale che invita il visitatore ad una total immersion nel vissuto dell’artista.

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, è stata inaugurata il 22 Marzo rimarrà visibile fino al 5 giugno 2022.

“Steve McCurry. For freedom”: mostra al Palazzo dei Normanni di Palermo

Fino al 17 luglio 2022 Palazzo dei Normanni ospita l’arte fotografica di Steve Mc Curry. Per oltre quarant’anni il noto reporter ha saputo raccontare l’Afghanistan attraverso il suo intrepido obbiettivo, testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie e speranze.

Oggi più che mai la sua fotografia viene chiamata in causa per denunciare la lesione continua dei diritti umani delle donne in Afghanistan a seguito del ritorno al potere del regime integralista talebano. Protagonista della mostra è dunque l’oltraggio morale all’Umanità, la violazione dei diritti fondamentali, attraverso una narrazione fotografica densa di pathos ambientale e umano.

La mostra gode di un allestimento scenografico e site specific in uno spazio emblematico del Palazzo Reale di Palermo; essa comprende quarantanove immagini la cui disposizione segue concettualmente l’evoluzione della condizione della donna in Afghanistan.

L’esposizione, aperta al pubblico fino al 17 luglio 2022,è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Federico II e il celebre fotografo, riconosciuto e premiato nel mondo per i suoi reportage antropologici.

“Photos! I capolavori della Collezione Julian Castilla: Cartier-Bresson, Doisneau, Capa, Man Ray e i più grandi fotografi del ‘900”: la collezione Julian Castilla in mostra a Bologna

Esposte al Palazzo Albergati di Bologna oltre 70 opere di grandi maestri della fotografia del Novecento appartenenti al noto collezionista spagnolo Julian Castilla: un percorso espositivo suddiviso in nove sezioni tematiche che introduce il visitatore alla scoperta della fotografia moderna, partendo dallo scatto più antico della collezione (ossia “La mano dell’uomo”, realizzato da Alfred Stieglizt nel 1902) sino allo scatto più recente della collezione datato 2005 e firmato dagli artisti Christo e Jeanne-Claude.

Dai reportage di guerra dei fotografi dell’Agenzia Magnum Photos al surrealismo degli scatti di Man Ray, la mostra conduce sino alla scoperta dell’arte fotografica digitale e ai progetti fotografici dei più importanti autori spagnoli degli ultimi anni.

Considerata tra le più importanti d’Europa, la collezione privata Julian Castilla vanta (oltre i già citati) nomi del calibro di Henri Cartier-Bresson, Vivian Meier, Robert Capa, André Kertèsz, Alberto Korda e Robert Doisneau a cui si aggiungono i fotografi spagnoli Carlos Saura, Ramón Masats, Oriol Maspons, Isabel Muñoz, Cristina García Rodero o Chema Madoz.

La mostra curata da Cristina Carrillo de Albornoz, è stata realizzata grazie al patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, in cooperazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villanueva de Los Infantes. Inaugurata l’8 aprile, rimarrà aperta al pubblico fino al 4 settembre 2022

“Sabine Weiss: la poesia dell’istante”: mostra alla Casa dei tre Oci di Venezia

Inaugurata l’11 Marzo nella sede espositiva Tre Oci di Venezia e visitabile fino al 23 Ottobre 2022, la mostra Sabine Weiss “LA POESIA DELL’ISTANTE” racchiude oltre 200 scatti della nota fotografa franco-svizzera considerata tra i maggiori rappresentanti della fotografia umanista francese.

Un susseguirsi di reportage, moda, pubblicità e ritratto -realizzati nel corso della sua intensa carriera che esordisce nel 1935 e si protrae fin’oltre gli anni ’80 – costituisce l’allestimento delle varie sezioni della mostra .

Ogni settore, uno per ogni categoria sperimentata dall’artista, mette in evidenza l’occhio fortemente umano e sensibile del suo fotografare che ha reso il suo nome celebre nel panorama fotografico dell’immediato dopoguerra.

Le sue fotografie “umaniste” rappresentano la quotidianità e le scene di vita degli anni ’50, bambini che popolano la strada, giocano, scherzano tra di loro, scene di matrimoni gitani, tra riti, canti, balli e costumi. La mostra, inoltre, svela per la prima volta alcuni scatti inediti: tra questi la serie dedicata ai manicomi, realizzata durante l’inverno 1951-1952 in Francia nel dipartimento dello Cher.

“David LaChapelle. I Believe in Miracles”: mostra al MUDEC di Milano

Il Mudec ospita dal 22 aprile all’11 settembre 2022 un percorso espositivo che offre ai più curiosi una nuova prospettiva sulla, ad oggi vastissima, produzione di LaChapelle: oltre 90 opere, tra grandi formati, scatti site- specific, nuove produzioni e una video installazone costituiscono il percorso espositivo assai ricco di suggestioni.

Una grande fetta del background artistico di LaChapelle viene riproposto sotto una luce diversa rispetto al passato, affiancato ad opere nuove e dalle sfumature inedite che trovano origine nella sua più recente esperienza artistica.

Gli scatti interpretano alcuni passaggi della Bibbia ma questa volta i colori si fanno più tenui e le ambientazioni si spogliano del surreale che siamo abituati a conoscere per assumere contorni più realisti.

La retrospettiva, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura, pone l’accento sull’animo umano e il suo presente, inducendo lo spettatore ad aprirsi ad una riflessione antropologica: l’uomo, il rapporto con se stesso, con la società e la natura, le gioie, i dolori, le insicurezze e le passioni.

E tu, quale mostra visiterai? Faccelo sapere nei commenti!

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Artista

JULIANO MAZZUCHINI: una ricerca pittorica tra fotografia e citazione

Artista poliedrico di origini brasiliane, Juliano Mazzuchini, vive e lavora a Buenos Aires, Argentina. Formatosi in una scuola di teatro, tra il 2004 e il 2007, diventa attore, con una predilezione per il teatro epico.

Dieci anni più tardi la sua ricerca artistica verte sul campo delle arti visuali, della pittura e del figurativismo.

L’indagine artistica lo condurrà ad esposizioni, anche personali, in Brasile e Argentina, tra le quali si ricorda Cuanto pesa lo que no tiene anclaje (2019), allestita presso la Galeria Espacio Studio di Buenos Aires.

Attualmente membro del Laboratorio Internazionale di Pratiche Artistiche del Brasile (ILAP BR), gran parte delle sue opere sono state commissionate e vendute sulla pagina online di Saatchi Art.

La sua formazione teatrale e il suo cambio di rotta verso l’arte visuale, si presentano come primi accenni di un’interdisciplinarità caratteristica della sua produzione artistica. Ricche di citazioni dal passato, le creazioni di Mazzuchini si ispirano – per stessa ammissione del pittore – ad artisti seicenteschi, quali Rembrandt e Velázquez, senza però svincolarsi da riferimenti più contemporanei.

Riprendendo modelli, più o meno apertamente, l’artista guarda molto all’arte che lo precede, sintomo di una profonda volontà di ricerca.

Citazioni e concetti

Ceci n’est pas la reproduction interdite è un’opera realizzata nel 2021. Come Mazzuchini stesso dichiara nella descrizione della pittura (su saatchiart.com), il titolo costruisce un enigmatico gioco di parole e di concetti che si intrecciano riferendosi inevitabilmente ai quadri di Magritte.

Il cruciverba del titolo riprende il rebus proposto ne La Trahison des Images del 1929 dal pittore surrealista belga (la celebre didascalia – o non didascalia – Ceci n’est pas une pipe) e al tempo stesso un’altra opera realizzata da Magritte nel 1937, Reproduction interdite.

In una mise en abyme enigmatica, Juliano Mazzuchini gioca con la negazione paradossale di René Magritte, citandone parole e opera. Reproduction interdite si caratterizza per il soggetto che nello specchio non si vede in volto, stessa posizione nella quale, posti davanti a Ceci n’est pas la reproduction interdite si ritroverebbero gli spettatori.

L’artista brasiliano non si limita a un intricato gioco di parole tra citazione del passato e presente, ma porta l’osservatore a farne inevitabilmente parte. L’opera cerca un riferimento surrealista scoprendo uno sviluppo più concettuale.

Le parole dell’artista, nella descrizione dell’opera, espongono come chiare ispirazioni siano la gestualità del selfie davanti ad un quadro (“abbastanza comune quando si visita un’esposizione”) e indubbiamente la tela di Magritte. Viene specificato, inoltre, come la figura nel dipinto sia l’artista stesso.

Il rapporto con la fotografia

Aspetto fondamentale da considerare, nell’opera appena citata ma anche nell’intera produzione di Mazzuchini è il suo rapporto con la fotografia.

In questo caso specifico la fotografia risulta essenziale nel completamento del senso dell’opera. Il titolo e il totale riferimento alla tela del 1937 di Magritte si ottengono solo grazie ad una prova fotografica, che diventa complice dell’enigma concettuale.

La fotografia risulta molto importante nella produzione di Mazzuchini non solo per instaurare un rapporto con lo spettatore, ma anche come riferimento per le opere, in un’ottica ispiratrice.

Come si vede in un’immagine del suo sketchbook, pubblicata su Instagram dallo stesso artista, vengono riproposte figurativamente diverse fotografie novecentesche, tra le quali uno scatto di Walker Evans.

La relazione dell’artista con la fotografia è intensa, immortala il tempo per poi rielaborare l’immagine in forma pittorica: si tratti di fotografie realizzate dallo stesso Mazzuchini o attinte da grandi maestri del Novecento, lo scatto è sempre parte fondamentale del processo.

Altre tele che si rifanno esplicitamente alla fotografia sono indubbiamente To Gerhard Richter (2020) e Light and shadow class with Nan Goldin Painting (2020).

Processo creativo e soggetti

La rielaborazione dell’immagine fotografica in pittura è stato un processo già vissuto e padroneggiato da figure come Francis Bacon e Gerhard Richter: seppur non negli stessi termini, la pittura di Mazzuchini sembra coglierne e riprenderne i tratti.

La fotografia è un momento, un istante cristallizzato che viene poi rielaborato pittoricamente, il ritratto di ciò che l’artista definisce di “meditazione”. L’artista brasiliano vede la pittura come sguardo sul mondo, riflessione personale: i soggetti sono spesso di spalle, senza volto, espressione di emozioni o circostanze che vengono immortalate fotograficamente dall’artista e poi trasposte su tela.

In un’intervista per la galleria newyorkese Guy Hepner, Juliano Mazzuchini descrive il suo processo creativo.

Il mio processo pittorico incontra la fotografia […] Nel periodo pandemico, ho iniziato a costruire immagini che chiamo “pre-dipinto” fotografando il mio stesso corpo, prestandomi alla costruzione della scena e del gesto che avrei dipinto. […] Questa procedura diventa così una costante nel mio processo; crea una connessione tra la mia precedente esperienza nell’arte performativa e la produzione nelle arti visuali, costituendo una performance per i miei dipinti, come un attore-pittore nel parateatro”.

Ti ha incuriosito il processo creativo di Juliano Mazzuchini? Quale opera ti ha colpito maggiormente? Per saperne di più sull’artista, visita il suo profilo Instagram @mazzuchini.

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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Arte Eventi/Mostre

Aprile 2022: News dal mondo dell’arte

DOVE ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA SI INCONTRANO: FONTE DI VITA

Fons Vitae è la nuova installazione del museo Marino Marini a Firenze. Fino a lunedì 6 giugno è possibile visitare la nuova mostra firmata da quattro artisti contemporanei in dialogo con il Santo Sepolcro di Leon Battista Alberti. Il fine artistico è quello di riflettere sul mistero di cui parla il capolavoro albertiano – la resurrezione di Gesù – creando un ambiente contemporaneo di ‘rinascita’ attraverso elementi della natura e cercando simboli nel Cosmo. Tutta da vivere!

«è una mostra che cattura lo spirito del luogo (…), il simbolismo del tempietto Rucellai e la forza delle opere di arte contemporanea (…).». – Patrizia Asproni , presidente del museo Marino Marini.

«Questa mostra traduce in immagini la speranza di tutti di tornare a vivere»

– Timoty Verdon, direttore dell’ufficio di Arte sacra della diocesi di Firenze

JEAN BOGHOSSIAN A FIRENZE

Galleria Il Ponte continua la sua stagione espositiva dando spazio all’artista, scultore e pittore contemporaneo libanese. Dal 24 aprile fino al 1° luglio sarà possibile una full immersion nel mondo di Boghossian dove il binomio distruzione-costruzione fa da re. 13 sono i lavori in mostra che includono diversi materiali trattati con fuoco e fumo realizzati nel decennio 2011-2021. Non perdetevela!

«La fiamma ossidrica, come il pennello, diventa l’estensione del mio braccio»

– Jean Boghossian

«L’opera di Jean Boghossian è testimone dei nostri tempi, cattura i paradossi che ci circondano: la guerra e la pace, (…) contrasti tanto divergenti e reali che si impongono ai nostri occhi»

– Bruno Corà

FRANCESCO DE MOLFETTA, GIULIA MAGLIONICO E GIUSEPPE VENEZIANO A GALLERIA BONIONI ARTE: MEMORIES FROM THE PRESENT

Dal 29 aprile al 25 maggio i tre artisti saranno ospiti con le loro opere alla Galleria di Reggio Emilia in Corso Garibaldi nell’esposizione Memories from the present.

Con una trentina di lavori totali circa, ognuno, attraverso il proprio stile, si concentra su un unico tema: la memoria.

«Nei dipinti e nelle sculture di Giuseppe Veneziano la memoria viene sollecitata dai supereroi, tra immaginario, storia e narrazioni; nelle opere di Francesco De Molfetta la memoria viene mutata, ricostruita e attualizzata attraverso (…) nuove identità; nelle tele di Giulia Maglionico è indagato, infine, il concetto contemporaneo di memoria, che attraverso i social verrà tramandato alle future generazioni»

– Marco Rubino, curatore

Vi ha incuriosito? Non perdetevela!

Quale novità ti ha colpito e intrigato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour

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MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

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FÉLIX GONZÁLEZ-TORRES: amore e dolore tra pubblico e privato

L’arte mostra spesso un aspetto fortemente politico ma non necessariamente vincolata da concetti politici, la produzione artistica si è sempre distinta per un suo rapporto, sia questo inconsapevole o consapevole, con il reale. La dimensione circostante, il contesto, è frequentemente oggetto delle creazioni.

Il coinvolgimento sociale da parte dell’arte è diventato sempre più esplicito, manifestazione di un interesse per i problemi del contemporaneo. La denuncia, la sensibilizzazione, sono solo alcune delle modalità utilizzate dagli artisti per trattare tematiche spesso ignorate o addirittura scomode.

Tra le più commoventi manifestazioni di queste problematiche sociali si trovano le opere di Félix González-Torres. Di origini cubane, l’artista si trasferisce e vive negli Stati Uniti, dove crea un’arte unica nei suoi intimi significati. Qui, morirà nel 1996 a causa dell’AIDS.

Le opere

Le sue creazioni, non incasellabili in un unico movimento artistico, rappresentano concetti e significati profondi attraverso una forma ricalcata dal Neodadaismo o dal Minimalismo.

Le opere, spesso oggetti – citazione e ripresa dei readymade – ruotano attorno al tema della coppia, due orologi sincronizzati ((Untitled (Perfect Lovers)), due cuscini di un letto sfatto (Untitled (Billboard of an Empty bed)).

Gli oggetti per González-Torres non sono fini a se stessi – in questo differenti dai readymade – bensì portatori di concetti più profondi, sentimentali. L’amore è presente nell’artista come ragione di vita ma anche come panico per la sua possibile perdita: la duplicità dell’emozione è ciò che viene mostrato nella sua produzione. Così, nelle opere, rimanda ad una complicità ma anche al dolore lacerante della perdita, riproponendo la massima ispirazione della sua arte: il compagno Ross.

Amore e malattia

Il compagno dell’artista morirà consumato dall’AIDS e la produzione esprime tristemente questo concetto, dischiudendo a più spunti di riflessione, dal privato al sociale. Nelle opere realizzate in seguito alla morte di Ross si ritrova una tenerezza composta, un tentativo di vivere e condividere il ricordo di un amore.

Untitled (Portrait of Ross in L.A.) è un’opera realizzata l’anno della morte del compagno (1991). Si tratta di un cumulo di caramelle dai colori eccentrici, ammassate in un angolo di una galleria, per un totale ideale di 80 kg.

Il peso dei dolci è lo stesso del corpo dell’amante che, a poco a poco viene consumato dalla malattia, così come le caramelle vengono raccolte dai visitatori. Il ritratto di Ross sparisce come il suo male lo porta a svanire, mentre il suo ricordo rimane in coloro che ne prendono un pezzo. L’artista condivide il dolore e al tempo stesso l’amore per il compagno, che rivive attraverso la ricostruzione del suo corpo, ogni mattina e ogni sera.

Se da un lato si mostra la perdita personale, il ricordo di un amore perduto, dall’altro si trova la volontà di condivisione, la costruzione di una relazione con il pubblico. Lo spettatore prende parte all’amore e al dolore dell’artista, contribuisce alla rivivificazione della memoria e al tempo stesso è portato inevitabilmente a riflettere.

Tra pubblico e privato

Le opere di Félix González-Torres costituiscono una rappresentazione della sua realtà personale, volutamente condivisa con il pubblico, sia per l’aspetto sentimentale, sia per successive e conseguenti considerazioni sociali. Dal tema dell’amore al tema della malattia, vissuta come un tabù negli anni Novanta ma ancora oggi stigmatizzata, le installazioni elaborano il privato dell’artista riverberando inevitabilmente sul pubblico.

Untitled (Blood) del 1992 è una tenda di perline di plastica. La forma richiama il Minimalismo, colma però di un concetto importante che nasce dall’esperienza privata e muove verso il sociale. Il richiamo al sangue, come si evince dal titolo, ai globuli rossi, alla progressione della malattia, si muove da una sfera intima, vissuta, ad una riflessione generale sul tema.

Quanto è importante sensibilizzare?

Nell’arte di Félix González-Torres si è posti di fronte ad un’ambivalenza tra pubblico e privato, arte politica ed espressione personale. È proprio la sensibilizzazione la chiave espressiva: da un vissuto che viene teneramente condiviso con il pubblico, l’artista conduce ciascuno a riflettere sul presente. Seppur realizzate tre decenni fa, le opere di Gonzales Torres dischiudono alle medesime osservazioni, muovendo la stessa empatia nei confronti della sua esperienza.

Inoltre, è bene considerare gli anni nei quali opera l’artista e la sua scelta espressiva. Negli anni Novanta sono da poco iniziati i primi movimenti per l’attivismo gay e mentre molti artisti scelgono un percorso di aperta denuncia, González-Torres si propone una sensibilizzazione differente. Le installazioni mirano alla condivisione e all’empatia, una denuncia velata ma allo stesso tempo più efficace.

L’America degli anni Novanta si scandalizza facilmente e l’artista fornisce temi all’epoca considerati sconcertanti: l’omosessualità e l’AIDS, spesso non pronunciati per pudore o associati tra loro a causa della preclusione.

Il tema della malattia e, in particolare dell’AIDS, è ancora soggetto di ignoranza e pregiudizio. Anche trent’anni dopo le opere non solo risultano attuali ma necessarie, volte ad una consapevolezza che la società non è ancora pronta ad avere.

Pensi che l’arte possa essere un utile strumento di sensibilizzazione? Trovi ancora attuali queste opere?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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News della settimana

DOPO TRE ANNI, FINALMENTE, RITORNA LA BIENNALE DI VENEZIA

Il 23 aprile riparte la biennale con la 59esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Numerosi saranno gli artisti che parteciperanno nei padiglioni, si contano infatti 213 presenze provenienti da 58 paesi.

Un anno questo che merita un appunto in quanto, per la prima volta, l’esposizione sarà curata da una donna italiana: Cecilia Alemani.

Il titolo di quest’anno è il Latte dei Sogni dal libro di Leonora Carrington dove, come dichiara la curatrice Alemani: l’artista surrealista descrive un mondo magico dove la vita è costantemente riconcepita attraverso il prisma dell’immaginazione”.

Per ulteriori informazioni a riguardo visita il nostro blog!

RIFUGIO DIGITALE: FIRENZE RITORNA A STUPIRE CON UNA NUOVA GALLERIA D’ARTE

Situata sotto piazzale Michelangelo in via della Fornace 41, questa galleria si tratta di un antico rifugio antiaereo usato nel 1943 come luogo di difesa per i civili dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Il progetto di riqualificazione ha voluto creare uno spazio dedicato alla promozione dell’arte digitale. Infatti, l’obiettivo di Rifugio Digitale ospiterà eventi e performance riguardanti l’architettura, l’arte, la fotografia, la letteratura, il cinema e qualsiasi iniziativa legata al mondo digital.

Dal 14 aprile al 31 maggio il nuovo centro culturale fiorentino apre le sue porte con la mostra Oro di Fabrizio Plessi, artista noto per la sua ricerca sull’acqua e sul fuoco. Plessi espone un lavoro che “scorre” per tutta la lunghezza della galleria che l’artista stesso definisce come «un flusso tramutato in Oro». Non perdetevela!

MUORE HERMANN NITSCH, MAESTRO DELL’AZIONISMO VIENNESE

Giornata triste quella di lunedì 18 aprile. Il mondo dell’arte dice addio a Hermann Nitsch che ci lascia alla veneranda età di 83 anni. Considerato uno tra gli artisti più controversi della seconda metà del Novecento, e spesso nel mirino dell’opinione pubblica, Nitsch metteva al centro della sua ricerca artistica la volontà di liberazione del corpo e dello spirito dalle imposizioni della società borghese e da ogni forma di tabù religioso, morale e sessuale.

Il suo lavoro è attualmente in mostra presso le Oficine 800 a Venezia in concomitanza con la Biennale Arte 2022 con titolo: Hermann Nitsch: 20th painting action. L’esposizione presenta, per la prima volta in Italia, l’intera 20. malaktion del 1987: una raccolta di 52 opere di painting action tutta da vivere.

Quale novità ti ha colpito e interessato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour

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L’uovo nell’arte: un soggetto, diversi punti di vista

Da simbolo di creazione, a gioco, a prodotto commerciale, come si propone l’uovo nell’arte?

Da sempre figura primordiale, ha ricoperto diversi ruoli nel percorso artistico, sia da un punto di vista sociale, rituale e fisico, ma anche da un punto di vista filosofico (Chi è nato prima?)

Inizio e fine

Il tema della creazione, esplicitato nella rappresentazione dell’uovo, è un aspetto comune che, però, come le diverse forme di espressione visuale, si evolve di pensiero in pensiero, di artista in artista.

Chi fa, della creazione e del rituale, proprio punto di forza è senza dubbio Piero Manzoni, il quale legittima lo status dell’artista attraverso opere ed eventi. Il tema dell’uovo viene trattato dall’artista già nel 1959, nelle Uovo sculture, opere autenticate come arte dall’impronta dell’artista, impressa sulla superficie.

Tra le performance, occorre ricordare la più famosa e probabilmente radicale dell’artista, tenutasi alla Galleria Azimut il 21 aprile 1960, Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. Qui, Manzoni, invita il pubblico a consumare l’arte, delle uova sode, che assumono una rilevanza artistica in quanto realizzate dall’artista: in un rituale quasi sciamanico si gioca sui concetti di legittimazione e mercificazione d’arte. L’uovo come creazione del creatore, veicolo d’arte dal produttore al consumatore, alimento da un lato e accesso al mondo dell’arte dall’altro.

L’uovo costituisce nella sua semplicità, nel suo simbolismo, un tramite tra l’artista e il pubblico: attraverso la legittimazione dell’uovo come arte si deride la pratica artistica, nell’esagerazione del rituale si ironizza sulla figura dell’artista e se ne riconferma il potere.

L’uovo è inequivocabilmente un prodotto artistico, figlio dell’artista. L’uovo è tema caro anche a Lucio Fontana, il quale, negli stessi anni di Manzoni, indaga nuovi spazi e dimensioni. Pitture sagomate e poi tagliate, sculture forate, nelle diverse accezioni proposte, l’artista argentino utilizza l’uovo per entrare in un altro spazio. Concetto Spaziale. La fine di Dio (1963-1964), converte il significato “tradizionale” dell’uovo: da creazione a fine.

Come definito dallo stesso artista, le opere pittoriche su telai ovali sono l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla. L’altrove ritrovato squarciando la tela costituisce l’infinito, un’altra dimensione, e l’uovo funge da portale, non è più l’origine bensì la fine (e dunque, in senso lato, la fine di Dio contrapposta all’origine).

L’uovo è un inizio o una fine?

Pop e pedagogico

Svuotato e privato del significato aulico e simbolico è l’uovo proposto da Andy Warhol. L’unione di solenne e popolare si presenta sotto forme di rappresentazione mai elaborate nell’arte antecedente all’avvento della Pop Art. Le uova sono grafiche, sagome eccentricamente colorate, svuotate di un senso ulteriore, un’analogia fumettistica e al tempo stesso un prodotto di massa. L’uovo è il quotidiano, parte della tipica colazione americana, che assume la nuance eccentrica tipicamente Pop.

Seppur grafico, un uovo differente è quello di Enzo Mari. Pedagogico, progettuale, sociale, in L’uovo e la gallina, libro illustrato per bambini, l’artista indaga gli elementi primordiali di vita e natura. Le illustrazioni offrono al bambino una nuova possibilità di elaborazione del reale: a partire dalla nascita, Mari mostra un obiettivo di auto-progettazione, configurando l’autonomia del bambino. A partire dalla prima cellula, il designer traccia un percorso vitale, interessato ad uno sviluppo creativo e autonomo del lettore.

L’equilibrio

Se da un lato la rappresentazione grafica svuota di senso il simbolo, dall’altra ne elabora un’accezione differente. Erede dell’uovo Pop di Warhol è senza dubbio la parodia, mossa dallo stesso estro ironico, di Jeff Koons.

Lo scintillio e la brillantezza dell’opera dell’artista fungono da specchio per lo spettatore, in un interesse fotografico e di soddisfazione dello sguardo. Sicuramente, specchiarsi nella serie famosa di Koons, Celebration, realizzata dalla metà degli anni Novanta, dev’essere un grande onore. Le opere rappresentano, tra gli altri soggetti, diverse uova, siano queste sculture lucenti o pitture ugualmente scintillanti: di Cracked Egg (1995-1999; 1994-2006), ad esempio, si ritrovano nella collezione due riproduzioni in forme differenti, rispettivamente una pittura e una scultura.

Tra mercificazione ed ironia, altro carattere da sottolineare della produzione dell’artista è senza dubbio l’equilibrio: il significato del forte bilanciamento delle sue creazioni è un dibattito aperto, ma è certo come l’uovo si presti perfettamente a questa funzione. Sia quest’ultimo impacchettato (come accade in Smooth Egg With a Bow, 1994-2009), rotto o dipinto su tela, la struttura naturalmente perfetta dell’uovo si adatta in maniera esemplare alle sue elaborazioni.

Si può quindi considerare l’uovo come creazione, come apertura ad un’altra dimensione, come grafica priva di senso o illustrazione pedagogica, fino a definirlo emblema dell’equilibrio. È curioso notare come il contemporaneo offra molteplici punti di vista e spunti, articolando un elemento così semplice e al contempo così complesso, indagato a lungo dal processo artistico.

Cosa ne pensi di questi punti di vista? Quale interpretazione ti ha colpito di più?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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Disabilità e accessibilità: l’arte appartiene a tutti

Quanto è bello e importante per noi poter camminare tra i corridoi di una galleria, di un palazzo rinascimentale, di un’antica villa romana, attraversare gli stessi ambienti che hanno attraversato artisti come Michelangelo, Raffaello e personaggi come Lorenzo il Magnifico? Quanto è bello poter gustare e osservare con i nostri occhi le sfumature di una tela espressionista, la luce che scivola sui marmi di Bernini o quella che si incastra nei crocifissi di Cimabue?

Spesso sentiamo che queste meraviglie possono essere osservate, vissute ed essere raggiungibili da chiunque. Ma la cultura è davvero così inclusiva? Abbiamo tutti la possibilità di viverla?

A partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, sono molti i fattori che hanno cambiato l’aspetto e la fruibilità di un museo. I museologi, infatti, si sono interrogati su quali fossero quegli elementi che avrebbero garantito al visitatore un percorso intuitivo, guidato, comodo e alla portata di tutti, tramite l’inserimento di segnaletica a terra, cartelli e insegne con icone immediatamente riconoscibili, toilette, armadietti e servizio bar, così da rendere la visita un piacere e non un’interminabile fatica di ore passate in piedi. Ma sono davvero alla portata di tutti? L’accesso alla cultura presenta molto spesso una barriera sia economica, sia fisica da non sottovalutare.

La difficoltà di accesso ai plessi museali è evidente per le persone che hanno disabilità motoria degli arti inferiori e si spostano quindi con la sedia a rotelle. Questo però non sempre è dovuto ad una mancata attenzione da parte degli operatori museali, spesso la causa è la struttura stessa dell’edificio, soprattutto in Italia e in generale in Europa, in cui le istituzioni museali si trovano in edifici storici plurisecolari, al contrario ad esempio degli Stati Uniti, in cui a partire dalla seconda metà dell’800 sono stati costruiti edifici ex novo dove collocare le gallerie d’arte e i musei, adattando quindi le esigenze e le necessità ad una struttura nuova, pensata per rispondere proprio a determinati bisogni non solo dal punto di vista dell’accessibilità, ma anche dal punto di vista dell’allestimento della collezione permanente.

La tematica è scottante e ha ripreso una forte voce in anni recenti.

Nel 2018 sono state pubblicate dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo le linee guida per la redazione del piano di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A) nei musei, complessi museali, aree e parchi archeologici e nel 2019 durante la Conferenza Generale dell’ICOM (International Council of Museums) svoltasi a Kyoto, l’Italia ha proposto l’istituzione di una Commissione Internazionale per l’accessibilità, l’inclusione e l’usabilità museale, già presente nel nostro Paese, ma non a livello mondiale.

A Firenze, la Galleria degli Uffizi – ufficialmente il museo più visitato in Italia – ha fatto passi da gigante per poter permettere la visita a persone con disabilità motoria, tramite ingressi con rampe e numerosi ascensori che consentono alle persone di poter raggiungere ogni piano della galleria.

Non si può dire lo stesso della galleria di Palazzo Pitti, in cui esplicitamente il museo richiede accompagnatori per coloro che siedono sulla sedia a rotelle, in quanto l’ingresso è eccessivamente ripido per poter essere affrontato in autonomia, il piano della Galleria d’Arte Moderna non ha porte automatiche – e quindi deve esser spinto a mano – e infine il Tesoro dei Granduchi può esser visitato soltanto in parte.

A Roma presso i Musei Vaticani – ma non solo – è possibile noleggiare sedie a rotelle tradizionali gratuitamente, in quanto alcune zone del museo non hanno spazio a sufficienza per far transitare quelle elettriche. Gran parte del museo è visitabile e tutti i punti di interesse sono raggiungibili grazie all’assenza di barriere architettoniche. Nonostante questo, gli itinerari previsti dalle guide turistiche non tengono conto di persone con difficoltà motorie, pertanto non possono parteciparvi. Per rimediare a questo, è stata proposta la visita guidata “Giardini Vaticani senza barriere”, che percorre un itinerario adatto e accessibile.

Sarebbe troppo facile se ci fermassimo alla disabilità motoria. L’arte è un’esperienza che deve arrivare all’anima di tutti, e come possono le arti figurative raggiungere un non vedente? È fondamentale poter accogliere le necessità di ognuno e far incontrare le opere a chi conosce il mondo con il proprio tatto, e non con la propria vista.

Per le persone ipovedenti e non vedenti è stata trovata una soluzione che consente di “vedere” l’opera d’arte tramite l’ascolto, dotando quasi ogni museo di audioguide descrittive molto specifiche che possono aiutare l’individuo a rendersi partecipe di ciò che lo circonda.

E per coloro che non possono sentire? La necessità di inclusione è sempre più forte e preme le coscienze degli operatori museali, che hanno identificato come metodo fondamentale la riproduzione tattile delle opere principali conservate nelle più importanti collezioni permanenti, come ad esempio l’Opera del Duomo di Firenze, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, i Musei Vaticani, il Museo Egizio di Torino.

Il progetto Art for the Blind è stato promosso da Roma Capitale ed è nato e pensato per non vedenti, in collaborazione con il Museo dell’Ara Pacis e con i Musei Capitolini che, grazie alle nuove tecnologie, possono mettere gli individui in contatto con la grandezza dell’antica Roma attraverso un’esplorazione plurisensoriale resa possibile dalle tecnologie innovative, che hanno portato alla realizzazione di pannelli tattili in rilievo e linguaggio braille, di modelli in scala sia della struttura del museo, sia delle opere principali che si trovano al loro interno.

Purtroppo, sono pochi i musei che vi aderiscono, ma grazie ad un’altra importante iniziativa, l’inclusività si sta facendo strada. Infatti, nel 2015 la fondazione De Agostini e l’associazione L’abilità hanno dato luce al progetto “Museo per tutti”, che mira a facilitare la fruibilità della cultura alle persone con disabilità intellettiva, ma soprattutto mira ad un grande cambiamento sociale che permetta di abbattere i pregiudizi riguardo la loro capacità di immergersi e di rapportarsi con l’arte.

Il loro progetto si sta fortunatamente spargendo a macchia d’olio in molte regioni d’Italia, coinvolgendo musei importanti come la Pinacoteca di Brera e il Castello Sforzesco a Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo Nazionale Palazzo Massimo di Roma, la Venaria Reale di Torino, il Museo degli Innocenti di Firenze e molti altri ancora.

Affinché la società possa compiere un importante passo in avanti è necessario che, prima di quelle architettoniche, tutti abbattano le proprie barriere mentali nei confronti di chi vede il mondo con un occhio diverso, e proprio perché diverso non meno importante.

Articolo a cura di Alice di Nicola