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L’arte del “politicamente scorretto”

Ci troviamo nella sala 26 della Biennale di Venezia del 1972 quando il noto artista Gino De Dominicis presenta l’opera che viene ricordata come tra gli scandali più epocali dell’arte del secondo novecento: Paolo Rosa, un ragazzo affetto da sindrome di down, viene “esposto” come opera d’arte nell’angolo della sala, seduto con un cartello al collo su cui è possibile leggere “Seconda soluzione d’immortalità (l’universo è immobile).

Il ragazzo seduto si presta ad osservare con sguardo ingenuo e privo di ogni pregiudizio i tre lavori disposti per terra, attorno alla sua figura: “il Cubo invisibile”,” la Palla di gomma (caduta da due metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo” e la pietra di “Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra”

Pur celando un significato profondo e lontano da ogni forma di denigrazione, l’opera ha turbato in maniera significativa il pubblico che, incredulo, ha gridato allo scandalo e al vilipendio. L’isteria che ne è conseguita ha costretto l’artista a togliere i cartelli identificativi delle opere e sostituire il soggetto della sua installazione il giorno successivo con una bambina in età prescolare.

Siamo davanti ad uno degli ormai innumerevoli episodi in cui la libertà di espressione di un’artista ha varcato la soglia del “politicamente corretto”, rompendo quel filo sottile che separa ciò che si è disposti ad accettare da ciò che viene classificato come lesivo di ogni forma di rispetto.

Ma cosa si intende per “politicamente corretto”? e in che modo influisce nella libertà di espressione degli artisti?

Nel periodo in cui De Dominicis ha esposto la sua installazione il tema del “politically correct” non era ancora entrato appieno nella nostra quotidianità; difatti, se in passato esibire un’opera potenzialmente “offensiva” non destava una così fervida opposizione da parte del pubblico, nel contesto statunitense dei primi anni ’80 si iniziò a condannare a gran voce come “inaccettabile” ogni sbavatura nella moralità degli artisti e non solo.

Il recente evolversi del pensiero sociale ha portato ad una maggiore apertura verso tale corrente ideologica che mira al rispetto imprescindibile verso tutto e tutti e condanna aspramente ogni potenziale offesa rivolta a determinate categorie di persone.

L’arte all’insegna del “vietato vietare”, priva di vincoli e leggi viene improvvisamente sottoposta a quelle regole che era solita sovvertire; ogni bisogno espressivo viene così smussato e condizionato, costretto a rimanere dentro i confini di un inamovibile rispetto oltre il quale rischierebbe un vero e proprio”linciaggio” mediatico.

A risentirne, oltre che la creatività degli artisti emergenti, è soprattutto il patrimonio artistico ereditato dai maestri delle correnti storico-artistiche passate. E’ così che assistiamo alla copertura dei nudi capitolini, ritenuti irrispettosi della religiosità islamica, alle critiche rivolte per l’esposizione della “Spigolatrice di Sapri” le cui nudità suggeriscono una visione sessualizzata della donna, alla censura del “Bacio” di Rodin o perfino alla rimozione delle opere del pittore preraffaellita Waterhouse dalle sale della Manchester Art Galery poiché ritenute sessiste.

Decoro, pudicizia e moralità sembrano cucire le regole del nuovo tessuto sociale che mentre in passato sembrava rifiutare la censura, interpretandola come uno spregevole atto reazionario, oggi inverte la sua prospettiva mostrando una fervida intolleranza verso ogni forma di sregolatezza operata dagli artisti.

Ed è qui che vengono alla mente le parole di Andrea Delmastro pronunciate a palazzo Montecitorio:

«il Rinascimento, la nudità, le carni sono nella carne della nostra Costituzione culturale. E’ giusto che il premier iraniano Rouhani in visita all’Italia li veda! »

Ma non è forse una libertà dell’arte quella di eccedere, sovvertire, venire meno alle regole imposte?

Non basterebbero decine di mani per contare tutti gli artisti che hanno fatto della “scorrettezza” una vera e propria linea guida per produrre la loro arte e sarebbe impensabile reinventare le loro opere in una versione più blanda dell’originale.

Focalizzando l’attenzione alle tendenze artistiche contemporanee non si può non mensionare l’irriverenza dell’artista padovano Maurizio Cattelan che sembra voler insultare e prendersi gioco con stile delle pubbliche istituzioni.  “LOVE” ( Libertà -Odio -Vendetta – Eternità) è tra le sue opere di maggior dibattito,che vede un dito medio campeggiare in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano.

Non si è atteso molto dalla sua inaugurazione che la suscettibilità di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese ha ritenuto l’opera un chiaro segno di irriverenza al mondo della finanza.

Tuttavia, ad alimentare il fuoco della polemica sono, in modo particolare, le sue opere che vedono l’utilizzo di animali uccisi e imbalsamati: un canarino a cui vengono tagliate brutalmente le ali, un cavallo appeso al soffitto di una galleria o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I.” conficcato nell’addome, o uno scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.

I movimenti animalisti si sono schierati contro le sue opere, condannandole come irrispettose per la vita degli animali declassati ad oggetti da esibire, sacrificati per finalità estetiche: un’arte, dunque, insensata, da bloccare, spegnere e censurare.

Ma la domanda da porsi è: sono tali immagini proposte ad essere offensive per gli animali o la mano dell’uomo ad esserlo? In tal senso l’arte di Cattelan sarebbe da intendersi come una denuncia delle vessazioni inferte agli animali e non un modo per denigrarne la natura.

Così accade per le opere di Damien Hirst che prevedono la pratica dell’imbalsamazione di animali, uccisi ed inglobati nella formaldeide. Una scelta vile e scorretta secondo le associazioni di animalisti che considerano l’operato di Hirst una squallida operazione commerciale, irrispettosa di animali viventi e senzienti.

Si tratta di rispetto mancato o legittima libertà espressiva?

A questa domanda rispondiamo con l’opinione del critico d’arte e curatore Luca Beatrice :

«Se togliamo all’arte contemporanea la sua capacità di rompere le convenzioni, tanto vale non farla! »

E tu, cosa ne pensi? Scrivi la tua opinione nei commenti!

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Artista

Maurizio Cattelan

A scatenare l’indignazione del pubblico con la sua arte provocatoria e dissacrante è l’italiano Maurizio Cattelan, artista contemporaneo tra i più noti e quotati del mercato dell’arte.

La sua vita si scandisce tra New York e Milano dove si dedica alla realizzazione di opere a metà tra scultura e performance, in grado di scardinare convenzioni, interrogare gli spettatori, sconvolgere i loro valori.

“Comedian” 2019

Un carattere “irriverente”

E’ nel 1991 alla Galleria d’arte moderna di Bologna che Cattelan ha il suo esordio espositivo con l’opera “Stadium” consistente in un tavolo da calcio balilla con ai lati due schiere di giocatori bianchi e neri: da un lato le riserve del Cesena e dall’altro gli operai senegalesi che lavoravano in Veneto.

Ha così inizio la sua attività artistica segnata da un susseguirsi costante di ironiche provocazioni: Le sue opere si caratterizzano per un evidente richiamo alla tendenza dadaista e, talvolta, all’arte povera. Molte di queste nascono dalla combinazione di performance art e scultura ed includono eventi di tipo “Happening” consistenti in azioni provocatorie, pezzi teatrali, testi-commento sui pannelli che accompagnano le opere d’arte.

«Non ho mai fatto niente di più provocatorio e spietato di ciò che vedo tutti i giorni intorno a me. Io sono solo una spugna. Un altoparlante»

La sua produzione artistica ruota attorno all’ironia che viene tramutata in arte e si contorna di un atteggiamento irriverente nei confronti delle istituzioni e dell’establishment culturale.

Con “La nona ora” – pietra miliare della sua attività d’artista – Cattelan fa parlare di se generando contrarietà da parte della comunità cattolica: l’opera consiste in una scultura in cera che mostra Papa Giovanni Paolo II per terra, colpito da un meteorite.

“La nona ora” 1999

Le sue provocazioni continuano quando, invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia, affitta lo spazio che ha a disposizione ad una agenzia di pubblicità che lo utilizza a scopi commerciali durante l’evento: “L’opera” viene intitolata “Lavorare è un brutto mestiere”.

“A perfect day”… o forse no!

Nel 1999 Cattelan realizza una performance dal titolo “A perfect day”: Apparentemente confinato in una ragnatela, il suo gallerista Massimo De Carlo viene incollato alla parete della galleria d’arte con del nastro adesivo, sospeso ed incapace di muoversi liberamente.

L’opera vivente è espressione di una ricercata ironia: il mercante d’arte è abbandonato su uno sfondo bianco, gli occhi chiusi, la testa leggermente china di lato: un martire del mondo dell’arte alla completa mercé dell’artista.

“A perfect day” 1999

Alla fine del vernissage, De Carlo viene ricoverato al pronto soccorso per un malore!

«Siamo delle macchine che vanno ad emozioni, il cui eco risuona in quello che facciamo e, guardando anche alle mie opere precedenti, mi convinco sempre più di essere un autentico parco giochi per psicologi»

Le sue opere sono battute all’asta per milioni di dollari: tra le più celebri, ad aver battuto il record per l’asta e per l’artista è “Him” del 2001 raffigurante Hitler in ginocchio intento a pregare con gli occhi commossi. L’opera è stata venduta da Christie’s per 17.189.00 dollari!

Tutti questi paradossi a metà tra realtà e finzione fanno dell’artista un maestro del sarcasmo che si prende sapientemente gioco del sistema dell’arte: è con queste prerogative che Cattelan viene ricondotto nell’ambito dell’ “arte relazionale”, un’arte il cui campo di azione altro non è che il contesto sociale, esterno a quei limiti spaziali o temporali generalmente imposti da una qualsivoglia mostra.

“Him” 2001

All’apice del successo

Nel 2004 viene esposta a piazza degli Affari di Milano l’opera che più rappresenta l’atteggiamento dissacrante e di sfida dell’artista: “L.O.V.E.” acronimo di “Libertà, Odio, Vendetta ed Eternità, consiste in un saluto romano con le dita mozzate – un vero e proprio gesto del dito medio – posto di fronte la sede della borsa di Milano e rivolto verso la città.

Le polemiche generate dalla sua inaugurazione non sono state poche: Che sia esso un modo metaforico per accostare il mondo della finanza ad un “nuovo fascismo”?

“L.O.V.E.” 2004

Il temporaneo ritiro dalle scene dell’arte, all’apice del suo successo, pone fine al periodo in cui animali imbalsamati appesi al soffitto e premi conseguiti presso istituzioni d’arte costellano la sua carriera.

Con “Comedian” del 2019, Cattelan torna a far discutere, attaccando una banana al muro con del nastro adesivo e dando vita ad una serie di eventi attorno a questa: una performance artistica che vede dapprima la vendita dell’oggetto a 120.000 dollari e la sua conseguente consumazione da parte di un artista americano, David Datuna che, nel corso della mostra, agisce staccando la banana dal muro per mangiarla.

Arte come appropriazione dell’arte

Tra i più recenti progetti di Cattelan vi è la mostra a Shangai in cui, insieme al direttore artistico di Gucci Alessandro Michele, indaga sul concetto di creatività e originalità dell’arte, basandosi sull’idea di appropriazione.

Viene così riprodotta a Shangai una stanza della cappella sistina: L’artista si appropria dell’arte. Sarà anche questa oggetto di dibattito?

«L’arte è spesso una causa di malinteso, perché la gente può farne qualsiasi cosa desideri. C’è un malinteso quando si desidera davvero dire qualcosa, e le persone non lo comprendono. Per me il malinteso è molto più forte dell’idea da cui ero partito»

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