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FÉLIX GONZÁLEZ-TORRES: amore e dolore tra pubblico e privato

L’arte mostra spesso un aspetto fortemente politico ma non necessariamente vincolata da concetti politici, la produzione artistica si è sempre distinta per un suo rapporto, sia questo inconsapevole o consapevole, con il reale. La dimensione circostante, il contesto, è frequentemente oggetto delle creazioni.

Il coinvolgimento sociale da parte dell’arte è diventato sempre più esplicito, manifestazione di un interesse per i problemi del contemporaneo. La denuncia, la sensibilizzazione, sono solo alcune delle modalità utilizzate dagli artisti per trattare tematiche spesso ignorate o addirittura scomode.

Tra le più commoventi manifestazioni di queste problematiche sociali si trovano le opere di Félix González-Torres. Di origini cubane, l’artista si trasferisce e vive negli Stati Uniti, dove crea un’arte unica nei suoi intimi significati. Qui, morirà nel 1996 a causa dell’AIDS.

Le opere

Le sue creazioni, non incasellabili in un unico movimento artistico, rappresentano concetti e significati profondi attraverso una forma ricalcata dal Neodadaismo o dal Minimalismo.

Le opere, spesso oggetti – citazione e ripresa dei readymade – ruotano attorno al tema della coppia, due orologi sincronizzati ((Untitled (Perfect Lovers)), due cuscini di un letto sfatto (Untitled (Billboard of an Empty bed)).

Gli oggetti per González-Torres non sono fini a se stessi – in questo differenti dai readymade – bensì portatori di concetti più profondi, sentimentali. L’amore è presente nell’artista come ragione di vita ma anche come panico per la sua possibile perdita: la duplicità dell’emozione è ciò che viene mostrato nella sua produzione. Così, nelle opere, rimanda ad una complicità ma anche al dolore lacerante della perdita, riproponendo la massima ispirazione della sua arte: il compagno Ross.

Amore e malattia

Il compagno dell’artista morirà consumato dall’AIDS e la produzione esprime tristemente questo concetto, dischiudendo a più spunti di riflessione, dal privato al sociale. Nelle opere realizzate in seguito alla morte di Ross si ritrova una tenerezza composta, un tentativo di vivere e condividere il ricordo di un amore.

Untitled (Portrait of Ross in L.A.) è un’opera realizzata l’anno della morte del compagno (1991). Si tratta di un cumulo di caramelle dai colori eccentrici, ammassate in un angolo di una galleria, per un totale ideale di 80 kg.

Il peso dei dolci è lo stesso del corpo dell’amante che, a poco a poco viene consumato dalla malattia, così come le caramelle vengono raccolte dai visitatori. Il ritratto di Ross sparisce come il suo male lo porta a svanire, mentre il suo ricordo rimane in coloro che ne prendono un pezzo. L’artista condivide il dolore e al tempo stesso l’amore per il compagno, che rivive attraverso la ricostruzione del suo corpo, ogni mattina e ogni sera.

Se da un lato si mostra la perdita personale, il ricordo di un amore perduto, dall’altro si trova la volontà di condivisione, la costruzione di una relazione con il pubblico. Lo spettatore prende parte all’amore e al dolore dell’artista, contribuisce alla rivivificazione della memoria e al tempo stesso è portato inevitabilmente a riflettere.

Tra pubblico e privato

Le opere di Félix González-Torres costituiscono una rappresentazione della sua realtà personale, volutamente condivisa con il pubblico, sia per l’aspetto sentimentale, sia per successive e conseguenti considerazioni sociali. Dal tema dell’amore al tema della malattia, vissuta come un tabù negli anni Novanta ma ancora oggi stigmatizzata, le installazioni elaborano il privato dell’artista riverberando inevitabilmente sul pubblico.

Untitled (Blood) del 1992 è una tenda di perline di plastica. La forma richiama il Minimalismo, colma però di un concetto importante che nasce dall’esperienza privata e muove verso il sociale. Il richiamo al sangue, come si evince dal titolo, ai globuli rossi, alla progressione della malattia, si muove da una sfera intima, vissuta, ad una riflessione generale sul tema.

Quanto è importante sensibilizzare?

Nell’arte di Félix González-Torres si è posti di fronte ad un’ambivalenza tra pubblico e privato, arte politica ed espressione personale. È proprio la sensibilizzazione la chiave espressiva: da un vissuto che viene teneramente condiviso con il pubblico, l’artista conduce ciascuno a riflettere sul presente. Seppur realizzate tre decenni fa, le opere di Gonzales Torres dischiudono alle medesime osservazioni, muovendo la stessa empatia nei confronti della sua esperienza.

Inoltre, è bene considerare gli anni nei quali opera l’artista e la sua scelta espressiva. Negli anni Novanta sono da poco iniziati i primi movimenti per l’attivismo gay e mentre molti artisti scelgono un percorso di aperta denuncia, González-Torres si propone una sensibilizzazione differente. Le installazioni mirano alla condivisione e all’empatia, una denuncia velata ma allo stesso tempo più efficace.

L’America degli anni Novanta si scandalizza facilmente e l’artista fornisce temi all’epoca considerati sconcertanti: l’omosessualità e l’AIDS, spesso non pronunciati per pudore o associati tra loro a causa della preclusione.

Il tema della malattia e, in particolare dell’AIDS, è ancora soggetto di ignoranza e pregiudizio. Anche trent’anni dopo le opere non solo risultano attuali ma necessarie, volte ad una consapevolezza che la società non è ancora pronta ad avere.

Pensi che l’arte possa essere un utile strumento di sensibilizzazione? Trovi ancora attuali queste opere?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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TOMÁS SARACENO

Dall’intersecarsi di conoscenze multidisciplinari- che spaziano dalle scienze naturali alle influenze architettoniche – nasce l’arte di Tomas Saraceno, artista argentino di fama mondiale la cui creatività sembra superare ogni barriera, che sia essa sociale, comportamentale o geografica.

Immergersi nell’arte di Saraceno equivale ad assorbire un nuovo modo di vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta: un’arte lungimirante la sua, che affonda le radici nell’ecosostenibilità e indica la strada da percorrere alle tendenze artistiche contemporanee.

Vediamo insieme in cosa consiste la sua innovazione e motivo che rende il suo pubblico così coinvolto ed affascinato.

Installazioni “visionarie”

A rendere originale l’operato di Saraceno è, innanzitutto, la visione metaforica ed utopica che vi sta alla base. L’artista intende offrire una nuova visione etica ed ecosostenibile sulle cose e sul mondo, affronta temi legati all’inquinamento e al riscaldamento climatico con estrema creatività, sensibilizzando il pubblico di fruitori ad avvicinarsi ad uno stile di vita ben lontana dall’antropocene a cui si è abituati.

Ciò che l’artista promuove è l’apertura ad una nuova era geologica detta “areocene”, un’era dominata dall’Aria e dove l’uomo può vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta.

Per far ciò realizza delle strutture sospese e fluttuanti che se da un lato intendono fungere da modello per una possibile vita futura nel rispetto dell’ambiente e nell’accettazione della sua “superiorità” rispetto all’uomo, dall’altro consentono a chi le osserva di poter connettersi con tali meccanismi e diventare parte dell’ambiente da rispettare.

Il visitatore davanti alle sue opere riveste un ruolo importante poiché non si limita ad una mera osservazione dell’opera ma è chiamato a partecipare attivamente, diventando parte integrante dell’installazione e suggerendone possibili sviluppi futuri.

Così accade in “On Time Space Foam”, installazione fatta di membrane poste a 20 metri dal suolo in cui gruppi limitati di persone possono tuffarsi e muoversi come fossero sopra una grande nuvola. Un secondo pubblico, posto al di sotto dell’installazione, osserva l’effetto dal basso che appare come una grande membrana organica resa viva dai movimenti dei fruitori.

Il tema dell’utopia urbana ricorre in diverse opere di Saraceno che si serve della tecnologia per creare architetture, reti, spazi condivisi che si integrano nell’ambiente circostante.

Nelle sue “Cloud Cities” Saraceno immagina di ricreare una città transnazionale ed ecosostenibile tra le nuvole ispirandosi a bolle di sapone e ragnatele: l’artista idealizza dunque l’architettura futura ed immagina come la società potrebbe vivere.

Ognuna di queste opere parte dallo studio di sociologia, etologia, energie alternative ed ingegneria e permette di entrare in connessione con elementi non umani come polvere, ragni o piante che diventano protagonisti delle sue metafore del cosmo.

Lo studio della ragnatela: “14 Billions” e “In Orbit”

Gran parte delle opere di Saraceno ruotano attorno ad uno studio approfondito dei ragni e delle ragnatele. L’artista stesso rivela:

“Sono un grande ammiratore di come i ragni costruiscono le proprie ragnatele; li ho osservati per un bel po’ di tempo, il modo in cui questi incredibili mondi si uniscono, il loro modo di colonizzare e migrare (…)”

Ed è proprio dall’osservazione di queste strutture naturali che l’artista trae ispirazione per la creazione delle sue imponenti installazioni. Saraceno è il primo artista ad aver misurato, scansionato e digitalizzato in 3d una ragnatela!

Da queste sue scansioni – che continuano tutt’ora nel suo Arachnid research Lab con l’ausilio di studiosi e collaboratori -nascono due delle sue più celebri installazioni; La prima, dal titolo “14 Billions” viene presentata nel 2010 alla Bonniers Konsthall di Stoccolma e consiste nella scansione tridimensionale della ragnatela di una vedova nera.

La seconda, dal titolo “In Orbit”, presentata nel 2013 nella piazza Ständehaus di Düsseldorf, consiste in una grande ragnatela contenente delle sfere di 2.500 mq suddivisa in 3 livelli e sospesa a più di 25 metri dal suolo. Come per le ragnatele, i visitatori che vi salgono  modificano la tensione dei fili, generando una vibrazione percepita da tutti i presenti.

Tramite la vibrazione della struttura, lo spettatore può così avere la percezione dello spazio esattamente come accade per i ragni che, non avendo un apparato uditivo, percepiscono mediante vibrazioni l’avvicinarsi di un insetto o un essere umano.

“Le ragnatele sono creazioni architettoniche complesse; alcuni aracnidi le ritessono ogni notte, solo per divorarle e digerirle di nuovo la mattina successiva, mentre attendono che sul loro terreno di caccia cali il crepuscolo. In termini umani, potremmo parlare di tali invenzioni come di una cultura”

E’ chiaro come l’interesse per lo spazio e la gravità caratterizzino gran parte delle sue opere, contribuendo a delineare quel fil rouge che parte dall’idea -forse un po’ utopica – di un mondo ecologista ed innovativo e arriva dritto alla gente inglobandola in se, come in una enorme ed imponente ragnatela.

Se hai trovato le sue opere interessanti lascia un like e facci sapere cosa ne pensi, la tua opinione è importante per noi 💙

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Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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OLAFUR ELIASSON

Attuale protagonista nella scena internazionale dell’arte contemporanea, Olafur Eliasson si distingue quale mente creatrice di esperienze artistiche anticonvenzionali nonché attivo promotore di ecologia e sostenibilità; Il suo carattere si presenta poliedrico al pari delle sue imponenti installazioni riflettendo ad ogni lato un approccio alla vita trasversale e multiculturale.

La sua arte si fa immersiva, trascendentale: questa si pone l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico più vario a temi legati all’ambiente e alla sua salvaguardia attraverso lo stabilirsi di un legame percettivo tra osservatore ed oggetto.

UN “ARTIVISTA” PER L’AMBIENTE

Copenaghen è la città d’origine dell’artista: quì nato nel 1967, matura la propria cifra stilistica crescendo nella natura incontaminata dei luoghi immersivi d’Islanda e Danimarca.

Studia presso la Royal Danish Academy of Fine Arts e nel 1995 fonda a Berlino il suo grande studio multidisciplinare, una vera e propria “Factory” in cui prendono forma le sue idee: i lavori realizzati spaziano dal design product alle installazioni di portata monumentale e gli consentono di esporre nei più importanti musei e spazi pubblici, ottenedo onorificenze per il suo contributo all’arte internazionale.

Ad affiancarlo nella sperimentazione dei materiali, nella costruzione dei vari modelli e delle strutture delle opere un numeroso team di architetti, artigiani, storici dell’arte, archivisti, tecnici scientifici e programmatori.

Il cuore pulsante dell’arte di Eliasson batte seguendo tre importanti tematiche di riferimento: dalla geometria – da intendersi come lo studio e la misurazione delle forme el mondo che ci circonda – all’utilizzo della Luce, elemento sfuggente ed inafferrabile che tutto delinea e crea, da ritenersi fondamentale nella nostra percezione del mondo. Ad essi si aggiunge l’attenzione per la natura ed il costante impegno per l’ambiente che si rivela il filo conduttore di ogni suo progetto.

I lavori di Eliasson sono frutto di una profonda conoscenza della fisica e della tecnologia: costruisce dei dispositivi, ricorrendo alla tecnologia semplice e ad intuizioni quotidiane, per riproporre la potenza degli elementi naturali o produrre determinati fenomeni percettivi così da permettere all’osservatore di andare oltre l’atto del vedere ma di essere parte integrante di una esperienza fisicamente percorribile. Nelle sue installazioni la tecnologia sembra mettersi a servizio della natura per suscitare in chi osserva una maggiore sensibilità nei confronti della sua fragile condizione.

Visitare una sua mostra, percorrere una sua installazione, partecipare ad una sua azione diventa così un’esperienza diretta – vissuta in modalità analogica e mai virtuale – ricca di sensazioni comuni ma, al contempo, legate all’individualità di ciascuno.

“Uso gli elementi naturali in vari modi. In particolare cerco di rendere la questione climatica tangibile. Sappiamo tutti che il problema esiste ma non agiamo di conseguenza. Perché persiste ancora questa discrepanza?”

Ad aver stregato milioni di visitatori è “The Weather Project” del 2003 in cui l’artista “intrappola” il sole in uno spazio di 155 metri di lunghezza e 23 di altezza, all’interno della Tate Modern di Londra.

Un grosso pannello semicircolare retroilluminato con 200 lampade di sodio a bassa pressione viene utilizzato per ottenere la luce tipica del tramonto e il soffitto della sala viene ricoperto di dispositivi riflettenti in grado di raddoppiare la superficie illuminante e la percezione del volume dell’ambiente. In quello spazio l’artista inserisce poi delle macchine create ed installate appositamente per produrre vapore acqueo e banchi di nebbia: l’effetto è quello di assistere ad un grande tramonto al chiuso.

La sala viene inondata di una luce forte e densa dando la sensazione di attraversare uno spazio ultraterreno che permette ad ogni visitatore di sperimentare, camminando, fermandosi, sdraiandosi sul pavimento, diventando parte integrante e attiva dell’opera.

La sua visione artistica, dunque, ruota attorno al rapporto che intercorre tra arte, natura e fenomeni atmosferici, ed include in se un interesse per le persone che sono chiamate ad agire da protagonisti all’interno dell’opera, non limitandosi alla condizione di spettatori passivi. L’artista ritiene che avvicinare le persone ai temi legati all’ambiente facendo leva sulla loro emotività sia il modo più efficace di sollecitare in loro atteggiamenti etici ed abitudini ecosostenibili.

Il fulcro dell’opera di Eliasson non è dunque creare ad opere ECO ma affinare il comportamento delle persone nei confronti dell’ambiente, proponendo strumenti cognitivi ed intellettuali per riflettere il modo in cui ognuno si relaziona con il mondo.

“Dobbiamo riconoscere che insieme abbiamo il potere di intraprendere azioni individuali e di spingere per un cambiamento sistemico. Trasformiamo le conoscenze sul clima in azioni per il clima.”

I suoi progetti trascendono i limiti espositivi dati dal museo: anche quando lavora in spazi convenzionali, tende a modificare gli ambienti abbattendo muri, fondendo l’interno con l’esterno.

Le sue opere, realizzate in spazi pubblici, strade e piazze, possono essere largamente definite come progetti più che come opere d’arte in senso stretto: esse coinvolgono la collettività in maniera attiva e costituiscono dunque delle vere e proprie azioni alle quali ogni individuo è chiamato.

TECNOLOGIA A SERVIZIO DELLA NATURA: LE OPERE

Ad aver reso celebre Olafur Eliasson sono i progetti su larga scala – i cosiddetti “Size specific” – lavori coinvolgenti ed immersivi in cui lo spettatore è il vero creatore del significato finale dell’opera mentre l’artista si limita ad essere soltanto un tecnico, un “operatore di macchina”.

A descrizione di tali opere di cui il visitatore fa esperienza percettiva e sensoriale l’artista ha coniato la formula “Seeing yourself sensing”; tra queste impossibile non citare “Riverbed” del 2014, un vero e proprio paesaggio fluviale creato all’interno delle sale del Louisiana museum of modern art di Copenaghen, che vede l’alternarsi del movimento delle persone a quello dell’acqua di un ruscello quale significazione dell’opera stessa.

L’ambiente è ispirato ad un fiume irlandese e viene ricreato con rocce naturali di basalto e di lava, ambiente in cui lo spettatore è tenuto a compiere uno sforzo per poter risalire il percorso del ruscello.

L’Acqua è al centro di molti altri lavori dell’artista, tra questi “Waterfall” del 2016  che consiste in un’altissima imponente cascata che sembra materializzarsi improvvisamente al centro dei giardini di Versailles, ispirata ad un progetto mai realizzato di André Le Nôtre, giardiniere capo di Luigi XIV.

Precedentemente a quest’opera ed esattamente nel 2008, l’artista costruisce per The New York City Waterfalls quattro grandi cascate artificiali lungo le rive di Manhattan e Brooklyn riproducendo i paesaggi incontaminati dell’Islanda che frequentava nella sua infanzia e che oggi sono a rischio a causa del cambiamento climatico. L’impatto della cascata fa riflettere anche sul rapporto architettura e natura, rende visibile l’imponente intervento umano e la fragilità dell’ambiente.

Insieme all’acqua, la luce diventa oggetto della sua riflessione artistica in quanto elemento in grado di proporsi come forma pura o oggetto architettonico ed iniziare una diretta comunicazione col corpo ed il cervello: così accade in “The exploitation of the center of the Sun” del 2017 in cui macchie di luci ed ombre vengono proiettate nella stanza da una forma simile ad un poliedro asimmetrico che pende dal soffitto.

Lo spettatore è chiamato ad osservare, muoversi, scorgere i diversi colori che prendono vita nell’ambiente.

“Io che mi preoccupo dell’ambiente, nel mio piccolo cerco di attivare una sorta di movimento che dall’oggetto arriva al grande pubblico e il design è il giusto driver “

Talvolta a guidare i suoi progetti sono le tematiche sociali: nel 2012 disegna e realizza “Little Sun”, una lampada a led alimentata ad energia solare creata per garantire l’accesso a luce ed elettricità a coloro che vivono nelle piccole comunità rurali in Africa, Asia e Sud America.

Sensibilizzare il pubblico a tali tematiche sembra essere il mantra di questo encomiabile artista contemporaneo che, pur sottolineando in maniera decisa la sua posizione contro la mancata presa di presa di posizione da parte della collettività non rinuncia al bello e all’emozionalità per invitarla a farlo servendosi sapientemente della propria creatività per arrivare al pensiero comune e generare in esso un mutamento, oggi più che mai dovuto: una intensa dimostrazione di come l’arte, ferma ed eterna, possa essere il motore in grado di sollecitare – ed abituare -ad una condotta maggiormente virtuosa ed ecosostenibile.

A cura di: Maria Nunzia Geraci