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XAVIER LUGGAGE: glamour e disinibizione

Se è vero che lo stile di un creativo sia lo specchio del suo carattere, della sua realtà e delle sue più innate fantasie, quello del fotografo emergente Xavier Luggage riflette l’eccentricità, il senso di sfida e la mancanza di inibizione che contrassegnano la sua vita; una vita da appassionato girovago, capace di trasformare ogni angolo della città in cui si trova – anche il più grigio e banale- in un perfetto set per degli scatti ambientati dal mood energico e stravagante.

Attivo principalmente nella zona statunitense di Broward, lo si trova spesso impegnato in tour fotografici in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, che lui stesso decide di intraprendere con entusiasmo e voglia di dominare le scene.

Il suo motto? Fidarsi dell’istinto e mettici il 150%!

Ma vediamo in cosa consiste questa sua unicità:

Energia fotografica

Da una prima visione, anche approssimativa, del suo vasto portfolio di fotografie non può che saltare immediatamente all’occhio una caratteristica lampante che riesce ad accomunare tra loro anche scatti stilisticamente diversi sotto lo stesso nome: l’energia fotografica.

Il termine, seppur difficile da definire verbalmente, si presta ad essere ben identificabile visivamente: i colori nitidi e vibranti sembrano saltare fuori da ogni scatto e i soggetti si rivolgono verso l’obbiettivo con aria di scherno e di sfida. Ciò, affiancato alla tendenza del fotografo ad immortalare le scene dal basso verso l’alto, fa acquisire dinamismo non solo ai soggetti ritratti, prevalentemente femminili, ma alle scene nella loro interezza.

E’ così che le strade di grandi città come New York e Los Angeles diventano dei veri e propri palchi su cui far esibire i soggetti e catapultare chi osserva in un’atmosfera luminosa, satura e provocante tale da evocare la grinta di un video musicale anni ’90!

Questa sua tendenza all’esplicito gli sarà utile nel realizzare, oltre che ritratti, anche fotografie di moda e advertising: affiancato da stylist e direttori creativi,realizza la copertina 2022 della rivista Adweek e diversi scatti per Voight, il magazine dell’omonima modella Valentina Voight, sua prediletta in numerosi progetti fotografici.

La sua fotografia viene poi scelta come identificativa per alcuni brand statunitensi emergenti come “Good Americans” e “Behaving like Teenagers”. Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su Forbes.

Seduttività: la donna protagonista della scena

La fotografia di Xavier Luggage si discosta dal classico immaginario da cartolina di Los Angeles in cui palme altissime e tramonti sull’oceano fanno da protagonisti. La bellezza dei paesaggi viene accolta marginalmente, limitandosi a stare in secondo piano per fare da cornice al vero protagonista della scena: il soggetto.

Il suo occhio, difatti, esclude ogni qualsivoglia elemento distrattore per focalizzarsi interamente sulla donna ritratta che appare come la regina indiscussa dello scatto, intenta a catturare le attenzioni su di se mettendo in evidenza una malizia spudorata. Ed è qui che arriviamo all’altra fondamentale caratteristica di questi scatti: l’erotismo.

Espressività e pose disinibite vengono messe in luce dalla saturazione volutamente accentuata che sembra trovare radice ispiratrice nell’iconica copertina del Time Magazine 1978 in cui la modella Cheryl Tiegs risplende di abbronzatura in un costume da bagno rosso fiammante. Il costume c’è, la pelle satinata pure, ma questa volta viene compiuto un passo in più che fa la differenza.

Difatti quello proposto da Xavier è un erotismo che si lascia alle spalle ogni inibizione e ogni eleganza ma coinvolge con aggressività l’osservatore, con la stessa tenacia e carica provocativa con cui Britney Spears e Madonna calcavano i palchi alle soglie degli anni 2000. Difatti, il sottofondo della cultura visuale passata ritorna, seppur inconsciamente, in più di una serie di scatti.

Una modella che lecca appassionatamente un gelato, si sfila i tacchi e cammina sull’asfalto rovente da una giornata estiva, che si accende una sigaretta mostrando volutamente le sue nudità. Insomma: scatti dai pochi colori ma di grande carica erotica.

Erede di LaChapelle?

Donne libere ed eccentriche, colori saturi ed eccessivi: che possa essere un degno erede di LaChapelle?

Sebbene i due fotografi abbiano delle evidenti affinità stilistiche, sono molti gli elementi a fare da divisorio: mentre LaChapelle gioca con temi onirici e biblici, li dissacra col suo sapiente obbiettivo e da espressione ad una visionarietà proiettata verso un immaginario che va ben oltre la realtà in cui è inserito, la fotografia di Xavier Luggage sembra circostriversi ad una scelta tematica volutamente ristretta che non si estende oltre il panorama compositivo della realtà americana, lussureggiante e contemporanea.

Scritte sui muri scrostati, barbeque in giardino, automobili di lusso, palme, grattacieli ed insegne di fast food costituiscono lo scenario prediletto con cui incorniciare i suoi soggetti, rappresentativi di una realtà giovane, glamour e mai trasognata.

Insomma, una fotografia senza pretese la sua, espressione di una identità unica che si colloca in definitiva nell’odierno panorama fotografico statunitense.

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A cura di Maria Nunzia Geraci

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Eventi/Mostre

Mostre fotografiche 2022

“Viaggio, Racconto, Memoria”: Ferdinando Scianna in mostra a Palazzo Reale di Milano

Oltre sessant’anni di carriera del noto fotografo siciliano vengono ripercorsi e celebrati in una mostra antologica al Piano Nobile del Palazzo Reale di Milano. I tre grandi temi proposti nel titolo – il viaggio, il racconto e la memoria – costituiscono i tre corpi fondanti dell’esposizione, una trinacria che ripercorre le sfumature stilistiche del reporter siciliano e conduce il visitatore all’interno di un percorso allestito con 200 scatti in bianco e nero, articolato a sua volta in ventuno sezioni tematiche.

Dalla memoria delle feste religiose in Sicilia, al racconto visivo di Lourdes, alle ossessioni tematiche come l’ombra, le bestie e gli specchi, il viaggio in America, i ritratti, i riti, i miti e le donne: un ampio bagaglio visuale che invita il visitatore ad una total immersion nel vissuto dell’artista.

La mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, è stata inaugurata il 22 Marzo rimarrà visibile fino al 5 giugno 2022.

“Steve McCurry. For freedom”: mostra al Palazzo dei Normanni di Palermo

Fino al 17 luglio 2022 Palazzo dei Normanni ospita l’arte fotografica di Steve Mc Curry. Per oltre quarant’anni il noto reporter ha saputo raccontare l’Afghanistan attraverso il suo intrepido obbiettivo, testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie e speranze.

Oggi più che mai la sua fotografia viene chiamata in causa per denunciare la lesione continua dei diritti umani delle donne in Afghanistan a seguito del ritorno al potere del regime integralista talebano. Protagonista della mostra è dunque l’oltraggio morale all’Umanità, la violazione dei diritti fondamentali, attraverso una narrazione fotografica densa di pathos ambientale e umano.

La mostra gode di un allestimento scenografico e site specific in uno spazio emblematico del Palazzo Reale di Palermo; essa comprende quarantanove immagini la cui disposizione segue concettualmente l’evoluzione della condizione della donna in Afghanistan.

L’esposizione, aperta al pubblico fino al 17 luglio 2022,è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Federico II e il celebre fotografo, riconosciuto e premiato nel mondo per i suoi reportage antropologici.

“Photos! I capolavori della Collezione Julian Castilla: Cartier-Bresson, Doisneau, Capa, Man Ray e i più grandi fotografi del ‘900”: la collezione Julian Castilla in mostra a Bologna

Esposte al Palazzo Albergati di Bologna oltre 70 opere di grandi maestri della fotografia del Novecento appartenenti al noto collezionista spagnolo Julian Castilla: un percorso espositivo suddiviso in nove sezioni tematiche che introduce il visitatore alla scoperta della fotografia moderna, partendo dallo scatto più antico della collezione (ossia “La mano dell’uomo”, realizzato da Alfred Stieglizt nel 1902) sino allo scatto più recente della collezione datato 2005 e firmato dagli artisti Christo e Jeanne-Claude.

Dai reportage di guerra dei fotografi dell’Agenzia Magnum Photos al surrealismo degli scatti di Man Ray, la mostra conduce sino alla scoperta dell’arte fotografica digitale e ai progetti fotografici dei più importanti autori spagnoli degli ultimi anni.

Considerata tra le più importanti d’Europa, la collezione privata Julian Castilla vanta (oltre i già citati) nomi del calibro di Henri Cartier-Bresson, Vivian Meier, Robert Capa, André Kertèsz, Alberto Korda e Robert Doisneau a cui si aggiungono i fotografi spagnoli Carlos Saura, Ramón Masats, Oriol Maspons, Isabel Muñoz, Cristina García Rodero o Chema Madoz.

La mostra curata da Cristina Carrillo de Albornoz, è stata realizzata grazie al patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, in cooperazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villanueva de Los Infantes. Inaugurata l’8 aprile, rimarrà aperta al pubblico fino al 4 settembre 2022

“Sabine Weiss: la poesia dell’istante”: mostra alla Casa dei tre Oci di Venezia

Inaugurata l’11 Marzo nella sede espositiva Tre Oci di Venezia e visitabile fino al 23 Ottobre 2022, la mostra Sabine Weiss “LA POESIA DELL’ISTANTE” racchiude oltre 200 scatti della nota fotografa franco-svizzera considerata tra i maggiori rappresentanti della fotografia umanista francese.

Un susseguirsi di reportage, moda, pubblicità e ritratto -realizzati nel corso della sua intensa carriera che esordisce nel 1935 e si protrae fin’oltre gli anni ’80 – costituisce l’allestimento delle varie sezioni della mostra .

Ogni settore, uno per ogni categoria sperimentata dall’artista, mette in evidenza l’occhio fortemente umano e sensibile del suo fotografare che ha reso il suo nome celebre nel panorama fotografico dell’immediato dopoguerra.

Le sue fotografie “umaniste” rappresentano la quotidianità e le scene di vita degli anni ’50, bambini che popolano la strada, giocano, scherzano tra di loro, scene di matrimoni gitani, tra riti, canti, balli e costumi. La mostra, inoltre, svela per la prima volta alcuni scatti inediti: tra questi la serie dedicata ai manicomi, realizzata durante l’inverno 1951-1952 in Francia nel dipartimento dello Cher.

“David LaChapelle. I Believe in Miracles”: mostra al MUDEC di Milano

Il Mudec ospita dal 22 aprile all’11 settembre 2022 un percorso espositivo che offre ai più curiosi una nuova prospettiva sulla, ad oggi vastissima, produzione di LaChapelle: oltre 90 opere, tra grandi formati, scatti site- specific, nuove produzioni e una video installazone costituiscono il percorso espositivo assai ricco di suggestioni.

Una grande fetta del background artistico di LaChapelle viene riproposto sotto una luce diversa rispetto al passato, affiancato ad opere nuove e dalle sfumature inedite che trovano origine nella sua più recente esperienza artistica.

Gli scatti interpretano alcuni passaggi della Bibbia ma questa volta i colori si fanno più tenui e le ambientazioni si spogliano del surreale che siamo abituati a conoscere per assumere contorni più realisti.

La retrospettiva, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura, pone l’accento sull’animo umano e il suo presente, inducendo lo spettatore ad aprirsi ad una riflessione antropologica: l’uomo, il rapporto con se stesso, con la società e la natura, le gioie, i dolori, le insicurezze e le passioni.

E tu, quale mostra visiterai? Faccelo sapere nei commenti!

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JULIANO MAZZUCHINI: una ricerca pittorica tra fotografia e citazione

Artista poliedrico di origini brasiliane, Juliano Mazzuchini, vive e lavora a Buenos Aires, Argentina. Formatosi in una scuola di teatro, tra il 2004 e il 2007, diventa attore, con una predilezione per il teatro epico.

Dieci anni più tardi la sua ricerca artistica verte sul campo delle arti visuali, della pittura e del figurativismo.

L’indagine artistica lo condurrà ad esposizioni, anche personali, in Brasile e Argentina, tra le quali si ricorda Cuanto pesa lo que no tiene anclaje (2019), allestita presso la Galeria Espacio Studio di Buenos Aires.

Attualmente membro del Laboratorio Internazionale di Pratiche Artistiche del Brasile (ILAP BR), gran parte delle sue opere sono state commissionate e vendute sulla pagina online di Saatchi Art.

La sua formazione teatrale e il suo cambio di rotta verso l’arte visuale, si presentano come primi accenni di un’interdisciplinarità caratteristica della sua produzione artistica. Ricche di citazioni dal passato, le creazioni di Mazzuchini si ispirano – per stessa ammissione del pittore – ad artisti seicenteschi, quali Rembrandt e Velázquez, senza però svincolarsi da riferimenti più contemporanei.

Riprendendo modelli, più o meno apertamente, l’artista guarda molto all’arte che lo precede, sintomo di una profonda volontà di ricerca.

Citazioni e concetti

Ceci n’est pas la reproduction interdite è un’opera realizzata nel 2021. Come Mazzuchini stesso dichiara nella descrizione della pittura (su saatchiart.com), il titolo costruisce un enigmatico gioco di parole e di concetti che si intrecciano riferendosi inevitabilmente ai quadri di Magritte.

Il cruciverba del titolo riprende il rebus proposto ne La Trahison des Images del 1929 dal pittore surrealista belga (la celebre didascalia – o non didascalia – Ceci n’est pas une pipe) e al tempo stesso un’altra opera realizzata da Magritte nel 1937, Reproduction interdite.

In una mise en abyme enigmatica, Juliano Mazzuchini gioca con la negazione paradossale di René Magritte, citandone parole e opera. Reproduction interdite si caratterizza per il soggetto che nello specchio non si vede in volto, stessa posizione nella quale, posti davanti a Ceci n’est pas la reproduction interdite si ritroverebbero gli spettatori.

L’artista brasiliano non si limita a un intricato gioco di parole tra citazione del passato e presente, ma porta l’osservatore a farne inevitabilmente parte. L’opera cerca un riferimento surrealista scoprendo uno sviluppo più concettuale.

Le parole dell’artista, nella descrizione dell’opera, espongono come chiare ispirazioni siano la gestualità del selfie davanti ad un quadro (“abbastanza comune quando si visita un’esposizione”) e indubbiamente la tela di Magritte. Viene specificato, inoltre, come la figura nel dipinto sia l’artista stesso.

Il rapporto con la fotografia

Aspetto fondamentale da considerare, nell’opera appena citata ma anche nell’intera produzione di Mazzuchini è il suo rapporto con la fotografia.

In questo caso specifico la fotografia risulta essenziale nel completamento del senso dell’opera. Il titolo e il totale riferimento alla tela del 1937 di Magritte si ottengono solo grazie ad una prova fotografica, che diventa complice dell’enigma concettuale.

La fotografia risulta molto importante nella produzione di Mazzuchini non solo per instaurare un rapporto con lo spettatore, ma anche come riferimento per le opere, in un’ottica ispiratrice.

Come si vede in un’immagine del suo sketchbook, pubblicata su Instagram dallo stesso artista, vengono riproposte figurativamente diverse fotografie novecentesche, tra le quali uno scatto di Walker Evans.

La relazione dell’artista con la fotografia è intensa, immortala il tempo per poi rielaborare l’immagine in forma pittorica: si tratti di fotografie realizzate dallo stesso Mazzuchini o attinte da grandi maestri del Novecento, lo scatto è sempre parte fondamentale del processo.

Altre tele che si rifanno esplicitamente alla fotografia sono indubbiamente To Gerhard Richter (2020) e Light and shadow class with Nan Goldin Painting (2020).

Processo creativo e soggetti

La rielaborazione dell’immagine fotografica in pittura è stato un processo già vissuto e padroneggiato da figure come Francis Bacon e Gerhard Richter: seppur non negli stessi termini, la pittura di Mazzuchini sembra coglierne e riprenderne i tratti.

La fotografia è un momento, un istante cristallizzato che viene poi rielaborato pittoricamente, il ritratto di ciò che l’artista definisce di “meditazione”. L’artista brasiliano vede la pittura come sguardo sul mondo, riflessione personale: i soggetti sono spesso di spalle, senza volto, espressione di emozioni o circostanze che vengono immortalate fotograficamente dall’artista e poi trasposte su tela.

In un’intervista per la galleria newyorkese Guy Hepner, Juliano Mazzuchini descrive il suo processo creativo.

Il mio processo pittorico incontra la fotografia […] Nel periodo pandemico, ho iniziato a costruire immagini che chiamo “pre-dipinto” fotografando il mio stesso corpo, prestandomi alla costruzione della scena e del gesto che avrei dipinto. […] Questa procedura diventa così una costante nel mio processo; crea una connessione tra la mia precedente esperienza nell’arte performativa e la produzione nelle arti visuali, costituendo una performance per i miei dipinti, come un attore-pittore nel parateatro”.

Ti ha incuriosito il processo creativo di Juliano Mazzuchini? Quale opera ti ha colpito maggiormente? Per saperne di più sull’artista, visita il suo profilo Instagram @mazzuchini.

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

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Where Love is illegal

Ancora oggi in più di 80 paesi identificarsi come lesbiche, gay, bisessuali, transgender o intersessuali viene considerato un crimine punibile con la reclusione, con pene corporali o, nel peggiore dei casi, con la morte.

Sebbene alcune nazioni si stiano aprendo ad un progressivo riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQI+ sono ancora troppi i casi in cui il pregiudizio sociale vi si scaglia contro con una ferocia tale da lasciare interdetti.

Da questa matrice di grave ingiustizia nasce “Where Love is Illegal”, un progetto sull’omofobia e transfobia portato avanti da Robin Hammond che, attraverso una raccolta di scatti, documenta la violenza e le discriminazioni subite dalle vittime delle varie nazioni le quali combattono per il riconoscimento dei loro diritti.

Le loro testimonianze personali di sopravvivenza colpiscono dritte alle coscienze e si pongono l’intento di coinvolgerle nella creazione di un mondo in cui l’amore non è, e non deve mai, essere illegale.

Lo storytelling di diritti umani

Ma cosa fa esattamente Robin Hammond? Definirlo un fotografo documentarista appare riduttivo. Il suo impegno nel riconoscimento e nella tutela dei diritti umani va oltre il racconto visivo delle sue fotografie. Ad Hammond, infatti, si deve la creazione di Witness Change , un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla promozione dei diritti umani che si impegna a documentare, attraverso vari progetti, le problematiche legate ai diritti e allo sviluppo che affliggono molti paesi.

Ed è proprio da questa organizzazione che ha origine “Where Love is illegal” che ha visto il fotografo documentare le storie di 65 persone di 15 nazionalità diverse; ogni scatto e ogni racconto creano un dialogo empatico tra le persone volto a trasformare le opinioni, aprire le menti e cambiare le politiche.

I soggetti di questi scatti scelgono in prima persona come intendono posare, cosa indossare, come presentarsi, scrivono a mano le loro storie e lettere da condividere con il mondo. Molti di loro hanno raccontato il loro vissuto per la prima volta poiché sono stati, sino ad ora, zittiti dal bigottismo circostante; si assiste dunque ad un susseguirsi di vicende strazianti come quella di Darya, una giovane donna russa bi-genere.

“Siamo come uccisi, davvero, e le nostre vite e le nostre anime mutilate… E la polizia non aiuta, proprio come non ha aiutato me, mi ha solo cacciata fuori, mi ha umiliata, stracciato ogni mia dichiarazione non appena hanno sentito quelle parole preziose: ‘Io sono lesbica.’ […] Degli uomini mascherati mi hanno urlato degli insulti omofobi picchiandomi con delle mazze da baseball”

Seguono altre testimonianze come quella di Buje, giovane gay del nord della Nigeria, che è stato arrestato, tenuto in prigione per 40 giorni e condannato a 15 frustate con una frusta da cavallo. Secondo la legge della Sharia avrebbe dovuto essere giustiziato.

“Dio dovrebbe toglierti la vita in modo che tutti abbiano la pace perché hai causato tanta vergogna alla nostra famiglia”

Questo progetto ha raggiunto e coinvolto molte persone da tutto il mondo, è apparso in numerose pubblicazioni tra cui la copertina del Time Magazine, sulle riviste e sui giornali, accumulando adesioni e donazioni: ciò ha dato vita ad una vera e propria campagna sui social media che amplifica le voci dei sopravvissuti e raccoglie fondi per le organizzazioni preesistenti che supportano le persone LGBTQI+ nelle aree dove la persecuzione è diffusa.

“La mia famiglia ha iniziato a respingermi. Mio fratello maggiore è andato dal capo della nostra tribù per trovare la giusta punizione per me… In Iraq è normale uccidere un membro della famiglia gay perché è un crimine contro l’onore della famiglia. Avevo davvero paura per la mia vita”. – Khalid

Ecco un esempio in cui la fotografia, nella sua versatile strumentalità, riesce a perseguire tra gli obiettivi più nobili che superano i confini della fotografia stessa: in questo caso, ogni scatto racchiude un disperato e speranzoso invito a “cessare il fuoco”, deporre le armi dell’intolleranza e abbracciare rispettosamente ogni diversità… poiché se amare è un diritto, rispettarlo è un dovere.

Se hai trovato il progetto interessante, visita il link:

https://www.instagram.com/whereloveisillegal/

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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OLIVIERO TOSCANI

FOTOGRAFO ITALIANO PER ANTONOMASIA

Ottant’anni di vita (appena compiuti) per sessanta di carriera. È questa la proporzione che ci introduce alla storia di Oliviero Toscani, emblema della fotografia italiana nei decenni più significativi della nostra storia.

Toscani è il classico esempio del “figlio d’arte”, in quanto figlio di Fedele Toscani, uno dei più famosi fotoreporter del Corriere della Sera che, sin dalla giovane età, lo spinse alla pratica della fotografia. Non è un caso che a soli 14 anni pubblicò il suo primo scatto sul Corriere: nel 1956, infatti, aveva accompagnato il padre a Predappio in occasione della tumulazione di Mussolini e aveva ritratto il volto straziato della moglie Rachele. “Sei stato più bravo di me” gli disse il padre.

In seguito al diploma in fotografia nel 1965 presso la Kunstgewerbenschule di Zurigo in cui ebbe la possibilità di studiare con i più importanti nomi dell’arte del tempo, tra i quali Marcel Duchamp e Karl Schmid, iniziò a lavorare nella pubblicità e realizzò campagne per alcuni importanti marchi come Chanel, Valentino e Fiorucci.

A partire dagli anni ’90, incrementò la sua attività nell’editoria, fondando le riviste Colors, primo giornale globale del mondo, e Fabrica, centro internazionale per la arti e la ricerca della comunicazione moderna; assunse anche il ruolo di direttore creativo nel mensile Talk Miramax di New York e fu il coordinatore della pubblicazione di 30 ans de Liberation, un volume che, sulla base degli articoli del quotidiano Liberation, ripercorreva gli ultimi trent’anni di storia.

LA DENUNCIA FOTOGRAFICA IN TOSCANI

L’arte deve provocare. Se sei un vero artista devi essere il primo ad essere provocato, se così non è vuol dire che la tua arte non vale tanto”.

(Toscani, 2021)

Sono state queste le parole di Oliviero Toscani in occasione del suo intervento nella trasmissione La versione di Fiorella, in onda su Rai3. Sono parole che non sorprendono considerando lo scopo ultimo di ogni suo scatto. È vero che la sua carriera ha trovato spazio prevalentemente nel settore della moda, ma, con la sua arte, anche il senso stesso della moda ha cambiato direzione.

Il linguaggio fotografico di Toscani si caratterizza per la sua semplicità, la sua poca elaborazione e l’estrema attenzione all’analisi dei volti e dei corpi, spesso unici elementi delle composizioni. Questa apparente semplicità cela la profonda consapevolezza di Toscani dei mali del mondo di cui egli stesso è portavoce e di cui può essere testimone anche dalla sua posizione di privilegiato.

Questa sua idea di fotografia come strumento di denuncia si manifesta soprattutto nella campagna per la Benetton, la più importante e duratura della sua carriera. Con questa collaborazione, iniziata negli anni ’80, Toscani non sancì soltanto la sua fama, ma delineò uno stile del tutto personale, capace di raccontare l’Italia moderna e i suoi tabù. La moda non rappresentò più un fenomeno separato dal mondo che la creava, ma divenne un pretesto per riflettere sui temi più forti della società degli anni ’80 e ’90: l’Aids, il razzismo, l’omofobia, il problema della criminalità organizzata. 

Per comprendere la potenza di questi scatti, è importante ricordare che Toscani abbandonò la collaborazione con la Benetton nel 2000, in seguito ad una campagna controversa che aveva come soggetti i condannati a morte negli Stati Uniti che provocò un vero e proprio scandalo contro la casa di moda. La collaborazione con l’azienda è poi ripresa nel 2018 fino all’inizio del 2020.

La volontà di dedicarsi ai temi più controversi della società, però, non si esaurisce con questi scatti. Scandalosa fu anche la campagna per il marchio Nolita, in cui fotografò la modella Isabelle Caro, malata di anoressia, che morì qualche anno dopo la pubblicazione della serie fotografica.

L’impegno sociale di Oliviero Toscani si è anche manifestato nella scelta di entrare in politica, schierandosi con i Radicali, a partire dal tempo della leadership di Marco Pannella. Nel 1971 fu uno dei firmatari della lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli, in cui venivano accusati di negligenza alcuni funzionari che si erano occupati del caso di Giuseppe Pinelli, anarchico e partigiano italiano, che era precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo alla questura di Milano.

Non c’è dubbio che la personalità di questo fotografo e uomo di politica abbia destato tanto scalpore nella società contemporanea, soprattutto per il suo carattere dirompente, senza filtri e la sua presa di posizione radicale in ogni fatto o evento sociale. Quindi, che la persona di Oliviero Toscani sia amata o meno è un fatto del tutto soggettivo: ciò che invece non può essere negato è il suo contributo all’arte in genere, in quanto è stato forse il primo ad allontanare la fotografia italiana dalla sua natura elitaria, affinché essa potesse essere strumento, motore di comunicazione e arma di contestazione per eccellenza.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Michele Poirier-Mozzone: esploratrice di naturale astrazione

Originaria del Massachussetts, Michele Poirier- Mozzone è un’artista contemporanea nota per la sua abilità nel raffigurare le distorsioni di forme, luci e colori che si creano osservando le figure umane attraverso una superficie d’acqua.

La sua arte subacquea, fatta di pastelli e colori ad olio, fa immergere lo spettatore in una diversa prospettiva delle cose, che se da un lato non rinuncia alla verosimiglianza rappresentativa, dall’altro ama nuotare nella più pura e luminosa delle astrazioni.

“Dipingo perchè mi rende felice, per immergermi in una zona in cui il tempo, le preoccupazioni e il mondo esterno si dissolvono. Dipingo per quei dipinti da cui mi allontano con gioia, quei dipinti che sembrao dipingere se stessi…sono sfuggenti ma mi fanno tornare per saperne di più. E’ quello che ho fatto per tutta la vita: nutrire la mia anima”

La prospettiva subacquea

Dopo un primo approccio al figurativo, Michele inizia a ricercare una via più libera e intuitiva attraverso cui esprimere ciò che sente: si rifugia, dunque, nell’astrazione, abbandonando l’intento di rendere realisticamente le figure umane.

Tale impulso prende forma nel momento in cui, fotografando la figlia in piscina, si rende conto dei particolari giochi di luce e delle fresche distorsioni create dall’acqua. Ne rimane talmente affascinata da decidere di ricreare l’effetto su carta mediante l’uso dei pastelli: da qui nasce la serie di dipinti che hanno qualificato il suo talento di pastellista il cui titolo è “Fractured Light”.

Questo corpus di opere è il più noto dell’artista in cui la luce, le linee e le forme vengono distorte da questa visione subacquea della realtà. La sua pittura esplora dunque un’astrazione naturale resa dalle acque turbolente e intrisa di luce solare.

“Attraverso l’interscambio di figura, acqua e aria, le opere in “Fractured Light” catturano per me quelli che altrimenti sarebbero stati fugaci momenti di introspezione, gioco ed esplorazione. Il tempo e i cambiamenti che ne derivano si fermano brevemente”

L’acqua rappresenta per l’artista la vita e il cambiamento: le idee e le intenzioni degli individui vengono trasportate come bolle all’aria aperta mediante la tensione verso l’alto.

Le figure umane , ricorrenti in ogni opera, sono modellate sulle sue figlie, sugli amici e su se stessa; Queste, tuttavia, non sono pensate per essere facilmente identificabili come individui ma offrono allo spettatore l’opportunità di entrare in un’atmosfera unica, in quella danza lenta e senza peso del movimento in cui i suoni e le luci scorrono veloci e distorti.

Caratteristica di Michelle è quella di prestare particolare attenzione alla composizione nella sua totalità: essa dunque prevale sulla figura umana che si spoglia della solita veste di protagonista e si presta invece ad essere un elemento compositivo alla stregua degli altri.

La tecnica

Il processo di realizzazione di queste opere inizia con le riprese video che l’artista effettua con videocamera GoPro nella sua piscina in cortile. Individuata poi, fotogramma per fotogramma, l’immagine che potrebbe essere un potenziale dipinto inizia a lavorare all’opera: sceglie un colore che fa da sottopittura al lavoro finale e procede con un leggero schizzo a matita su carta pastello smerigliata.

La sua tavolozza di colori varia in base all’atmosfera che intende ricreare: spesso prevalgono l’arancione e il rosso in sottopittura in modo che il contrasto col blu o turchese dei pastelli vividi in superficie abbia un carattere maggiormente pop.

Tecnica del pastello vuole che non vi siano miscele di colori bensì sovrapposizioni: attraverso un’attenta scelta dei pastelli in base alla loro temperatura di colore, l’artista ricrea le ombre e luci subacque calde e fredde e disegna linee ondulate e direzionali per creare i riflessi e dare movimento alla composizione.

Come la licenza poetica sta ai poeti, i graffiti emotivi stanno a Michele: così l’artista definisce le scritte che annota sulle sue opere ancora incomplete. Sua abitudine è infatti quella di annotare ciò che pensa e intende realizzare direttamente sugli strati di pastello dell’opera ancora incompleta; molte di queste scritte sono evidenti nei pezzi finiti, altre vengono oscurate e incorporate nelle successive passate di pastello.

Bolle, scintillii e punti salienti vengono poi aggiunti per ultimi: è qui che il dipinto prende vita, pronto ad incantare gli spettatori.

Pastelli vellutati e colori ad olio sembrano dunque costituire il carattere che esalta e distingue la sua cifra pittorica da ogni altra; ed infatti questi rimangono una costante nella sua pittura persino adesso che l’artista sembra intenzionata a sperimentare nuove creazioni pittoriche che si discostano dalla tecnica di Fractured Light.

A questa, comunque, deve l’ottenimento di numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali e la presentazione della sua produzione nelle più importanti riviste cartacee tra cui l’International Artist Magazine, Il Pastel Journal Magazine e il Cape Cod Art Magazine.

Per saperne di più sull’artista visita il link:

https://www.poirier-mozzone.com/figurative

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Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Artista

DAVID LACHAPELLE

PROVOCAZIONE ED ECCENTRICITA’

Recentemente protagonista di un’esposizione presso la Cappella Palatina del Maschio Angioino di Napoli, David LaChapelle è l’emblema della fotografia contemporanea.

Nato a Hartford nel 1963, si forma presso la North Carolina School of the Arts e la School of Art di New York, città in cui la sua fama verrà sancita. Il suo nome, in gioventù, fu associato alla figura di Andy Warhol che offrì al giovane LaChapelle il primo incarico per la rivista Interview magazine, fondata dall’artista Pop nel 1969. 

A partire dagli anni ’80, LaChapelle collaborò prevalentemente con il settore pubblicitario, curando le copertine delle riviste più famose al mondo, tra cui Vanity Fair, GQ e Vogue; ebbe, inoltre, la possibilità di lavorare a contatto con i grandi nomi della musica pop e del cinema, da Madonna ad Angelina Jolie, da Whitney Houston a Leonardo Di Caprio.

Oltre alle numerose raccolte fotografiche prodotte e pubblicate a partire dagli anni 2000, LaChapelle si è interessato alla regia, realizzando videoclip musicali per Britney Spears, Elton John e Amy Winehouse, e trailer per le serie tv Desperate Housewives e Lost.

SURREALISMO E CLASSICITA’

Nei suoi scatti LaChapelle ha sempre posto l’accento sulla rappresentazione e sull’analisi della società occidentale, presentandone i tabù, come la piaga dell’AIDS da cui egli stesso fu affetto, ma anche criticandone aspramente lo sfrenato consumismo.

Discendente della generazione degli stage photographer, i suoi ritratti riproducono veri e propri set cinematografici dal fascino barocco, in cui i soggetti sono i protagonisti indiscussi. Il suo stile, innegabilmente vicino ai temi della Pop art, è caratterizzato dalla scelta di una gamma coloristica precisa, data da colori accesi, quasi fluo e da scenari iperrealisti e onirici, che ancora una volta lo legalo ai grandi nomi dell’arte contemporanea, come Mirò e Dalì.

Un momento cruciale per la carriera di LaChapelle fu un viaggio a Roma, svolto nel 2005, in cui osservando i capolavori di Michelangelo, in particolare gli affreschi della Cappella Sistina, concepì una delle sue più famose serie, nonché una delle più criticate, The Deluge. Essa era incentrata sulla rivisitazione in chiave contemporanea dei temi biblici e vide la partecipazione di alcuni volti noti della moda e della musica, come la top model Naomi Campbell e il re del pop Micheal Jackson.

David LaChapelle, The Deluge, 2005.

La scelta di temi biblici non si esaurisce in The Deluge, ma trova una sua evoluzione in Jesus is my homeboy, in cui la figura di Cristo si palesa negli scenari più degradati della società: l’artista riprende le composizioni spaziali di Leonardo, ma mira soprattutto a creare un netto contrasto tra la modernità dell’uomo del nuovo secolo e la figura salvifica di Gesù.

David LaChapelle, Jesus is my homeboy, 2003.

Provocatoria e al limite della blasfemia è anche la serie Beatification (1990-2007), in cui il tema dell’Inferno dantesco e della Pietà michelangionesca rivivono nella figura di Micheal Jackson, volto del nuovo figlio di Dio.

David LaChapelle, The Beatification, 1990-2007.

Al 2019 risale la serie Mary Magdalene, in cui Kim Kardashian si è prestata ad immagine della più famosa peccatrice, perdonata e accolta da Cristo.

David LaChapelle, Mery Magdalene, 2019.

Il suo interesse per la classicità, dato dalla sua formazione accademica, si manifesta fortemente anche negli scatti successivi. Nel 2009 sviluppò la serie Rebirth of Venus, in cui LaChapelle presentò la dea della bellezza come una Madonna cristiana, figlia del suo tempo; in Rape of Africa dello stesso anno, attraverso una rilettura dell’opera botticelliana Venere e Marte, presenta il dramma della guerra e della schiavitù in Africa. Il volto di Naomi Campbell si presta a nuova Venere, attenta e con lo sguardo rivolto allo spettatore; Marte è un uomo bianco, indifferente di fronte al dramma che si sta consumando, emblematicamente raffigurato dai due bambini, uno con in mano un fucile, e l’altro che, invano, tenta di svegliare l’inerme Marte.

David LaChapelle, Rebirth of Venus, 2009.

David LaChapelle è ad oggi uno dei fotografi più famosi e apprezzati sulla scena contemporanea. La sua è un’arte che fonde l’amore per l’immortalità delle arti figurative e la modernità intramontabile della libertà di espressione, scopo ultimo di ogni sua opera.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Artista

JR

Jean Renè, nome completo di Jr, è un artista e fotografo francese la cui fama è sancita in tutto il mondo.

Classe 1983, inizia la sua carriera artistica da ragazzo, rivolgendo il suo interesse verso la strada, con lo scopo di lasciare un segno indelebile nella società e nei suoi spazi. Inizialmente, si dedicò alla produzione di graffiti sui tetti di Montfermeil, sua città natale, e sui vagoni della metropolitana, ma il punto di svolta arriverà con la fotografia.

Nell’ottica di un’arte che vive in mezzo alla gente e si fa portavoce di messaggi sociali, Jr inizia ad applicare le fotocopie delle sue fotografie sui marciapiedi e sulle strade, rendendo l’arte accessibile a tutti, nonché praticabile.

Dai primi anni 2000 la sua carriera vive una vera e propria escalation che lo porta ad esporre in tutto il mondo; i suoi “musei all’aperto”, inoltre, gli garantiscono numerosi riconoscimenti, a partire dal premio TED (Technology Entertainment Design) ricevuto nel 2010, che aprirà la strada ad uno dei più grandi progetti artistici mai realizzati: l’Inside Out Project.

Jr alla conferenza TED 2011

 L’ARTE A SERVIZIO DELLA COMUNITA

Nel 1972, il critico d’arte Enrico Crispolti parlava del concetto di “Arte sociale”, inserendosi in quella lunga discussione, figlia degli anni ’60, che voleva riconsiderare la posizione dell’arte all’interno della società, in particolare nel contesto urbano. Seppur in una chiave del tutto contemporanea, Jr segue il medesimo pensiero, non soffermandosi tanto sul senso dell’arte come motore di sviluppo della città, quanto come strumento di racconto delle anime che la popolano.

La sua è un’arte profondamente intima e pura, che lascia dialogare la veridicità della fotografia con l’immediatezza e l’inclusività della street art. Dice, infatti, l’artista: «In strada raggiungiamo persone che non vanno mai ai musei», sancendo il senso della sua missione, ovvero allontanare l’arte dalla sua immagine elitaria e renderla fruibile (o addirittura “percorribile”) a chiunque.

Come un fotografo di tutto rispetto, la sua produzione è segnata da una serie di “raccolte”, anche se definirle così potrebbe risultare assolutamente riduttivo. Infatti, più che di raccolte, si parla di veri e propri progetti che si sviluppano, inizialmente, nel perimetro cittadino. Dal 2004 al 2006, ricordiamo, infatti, Portraits of a Generation, una serie di ritratti di giovani parigini esposti a Les Bosquets, uno dei quartieri più degradati della sua città natale.

Il progetto si è poi sviluppato in seguito a dei fatti di cronaca locale: nel 2005, dopo l’uccisione di due ragazzi, erano scoppiate rivolte in tutto il quartiere, in cui i giovani del posto saccheggiavano e distruggevano tutto ciò che potevano. Così nel 2006, Jr allargò il progetto già avviato, coinvolgendo proprio quei giovani, con lo scopo di presentare alla comunità coloro che venivano definiti “la feccia della società”. Con i suoi ritratti a pieno formato, spesso caratterizzati da facce spaventose, Jr invitava i passanti a interrogarsi sulla vera natura di quei ragazzi, certamente colpevoli, ma, forse, anche vittime di un sistema a loro avverso.

Al 2007 risale il suo primo progetto all’estero, ovvero il Face2Face, in Medio Oriente, nota come la più grande mostra fotografica illegale. In un’area simbolo per le tre religioni politeiste, nonché luogo di scontro anche nella contemporaneità, Jr, in collaborazione con un altro artista, incollò ritratti di palestinesi e israeliani faccia a faccia su entrambi i lati di una barriera di separazione, in formati monumentali. Lo scopo di tale disposizione era quello di sottolineare le somiglianze di questi due popoli perennemente in guerra, con la volontà di mettere da parte divergenze e tensioni.

Con Women are Heroes, Jr intraprende il suo primo tour internazionale. Volti di donne sorridenti, seriose, fotografe nella loro vita quotidiana hanno riempito le mura di numerose città dal Brasile al Kenya, dall’India alla Francia. L’artista vuole raccontare la centralità e la forza della figura femminile, in un’epoca in cui le donne continuano ad essere oggetto di violenza o strumento nelle mani di fanatici religiosi.

Women are Heroes, Parigi (2009)

È innegabile che il progetto più conosciuto e più ambizioso di Jr sia stato, e sia tutt’ora, l’Inside Out. Esso si è sviluppato dalla vincita del premio TED e prende forma dalle parole di Jr in occasione della conferenza TED a Long Beach, California, nel 2011.

“I wish for you to stand up for what you care about by participating in a global art project, and together we’ll turn the world…INSIDE OUT.”

Anche in questa occasione, Jr mira al coinvolgimento del pubblico del mondo che, da spettatore, diventa, ancora una volta, protagonista indiscusso. Chiunque ha potuto partecipare al progetto, inviando un proprio ritratto che, successivamente, è stato “fotocopiato” e riproposto sulle strade del mondo, secondo il dettato tipico dell’artista. 

La scelta di coinvolgere attivamente lo spettatore risulta essere una presa di posizione molto forte; non soltanto il soggetto intervenuto si presenta, nello stesso tempo, come artista e come opera d’arte, ma diventa “cittadino del mondo”. Il suo volto è destinato ad incontrarne un altro, magari lontano fisicamente migliaia di chilometri. Ogni barriera viene abbattuta ed esiste un’unica grande realtà: il mondo stesso di cui ognuno fa parte.

Inside Out, New York (2012)

La sua carriera, però, non si esaurisce nella scelta del volto umano come soggetto. Ha avuto la possibilità di reinterpretare luoghi simbolo della cultura mondiale, tra cui la famosa piramide del Musée de Louvre, in occasione del trentesimo anniversario della struttura. Qui, ha realizzato, con l’aiuto di 400 volontari, un grandissimo collage che, attraverso una straordinaria illusione ottica, sembra avvolgere la piramide che viene assorbita dal vortice sottostante.

Progetto per la piramide del Louvre, Parigi (2019)

In Italia nel 2021, il volto di Palazzo Strozzi è stato trasformato da Jr che, con l’opera La Ferita, ha proposto una significativa riflessione sulla cultura al tempo del Covid-19; il senso dell’opera è quello di sottolineare l’inaccessibilità di tutto i luoghi d’arte, attraverso una sorta di squarcio che si apre alla visione dell’interno, ma rappresenta comunque una barriera invalicabile.

La Ferita, Palazzo Strozzi, Firenze (2021)

Jr è, ad oggi, uno degli artisti più conosciuti al mondo. Il suo è uno sguardo rivoluzionario e avveniristico che, con della carta e la semplicità del volto umano, ha saputo interpretare in modo unico la storia contemporanea del mondo.   

A cura di Giuliana Di Martino