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Vaclav Pisvejc, artista o vandalo?

Pisvejc nasce a Praga nel 1967, dopo aver frequentato l’Accademia d’ arte nella stessa città per tre anni, inizia a viaggiare in giro per l’Europa, Stati Uniti e Sudamerica, facendo mostre e vendendo i suoi lavori. Si trasferisce a Firenze nel 2007.

“Ho conosciuto Vaclav un po’ di anni fa, era appena arrivato da Praga e la prima cosa che mi mostrò furono i suoi diari pieni di disegni e collage che mi sembrarono subito dei piccoli capolavori. Poco dopo riuscii a vedere i suoi famosi ritratti ai potenti o appartenenti allo show business da Berlusconi a Homer Simpson da Mao a Papa Benedetto XVI e persino Riccardo Nencini e Matteo Renzi.”

-Costanza Baldini

Parliamo oggi di lui perché è l’autore dell’ intervento sulla statua “Pietà” in Piazza della Signoria, avvenuto l’8 marzo 2022.

Pisvejc esegue una vera e propria performance, davanti ad alcuni spettatori che lo accolgono con un applauso finale, finché non viene bloccato dagli agenti della polizia.

L’artista stesso dichiara:

“Un imperatore a cui hanno

mangiato la testa, un Leone che trionfa sul piccolo corpo straziato.

La vittima oggi ha i colori dell’Ucraina.

Basta con la guerra”.

Pisvejc era entrato in azione lunedì in via della Vigna Nuova a Firenze dove aveva sostituito un divieto di accesso con un altro con la scritta centrale “Putin” come primo segno di protesta di guerra.

L’artista è lo stesso che ha bruciato il telo nero steso sopra la copia del David in segno di protesta contro la guerra da parte della città di Firenze; non si conosce bene il motivo di questo gesto, e a primo impatto sembra essere in contrasto con quello che ha fatto intendere attraverso altre sue manifestazioni che mostra solidarietà per l’Ucraina.

Non è nuovo a simili bravate, a Firenze ha già fatto parlare di sé in diverse occasioni: la prima volta nel 2012, quando tappezzò l’enorme ex convento di Sant’Orsola in pieno centro con dei finti dollari. Nel 2014 si sdraiò nudo, ancora una volta sui dollari, in via Zannetti, a due passi dal Duomo di Firenze, di fronte all’ingresso del museo Casa Martelli. L’anno dopo, invece, in pieno giorno si spogliò di nuovo proprio lungo la navata di Santa Maria del Fiore, la cattedrale fiorentina.

L’ultimo suo intervento è stata l’aggressione ai danni di Marina Abramovic, episodio nel quale le spacco una tela in testa.

La provocazione che vi lanciamo è…

Cosa ne pensate a riguardo? È un artista o un vandalo?

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ENRICO FERRARINI

In un connubio perfetto tra formazione e pratica, Enrico Ferrarini è parte integrante del mondo dell’arte italiana.

Nato a Modena nel 1987, si approccia alla scultura presso l’Istituto Professionale “Pietro Tacca” di Carrara, dedicandosi allo studio delle tecniche di lavorazione della ceramica. Prosegue i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera, dove conosce la storia della scultura classica, ma mira all’elaborazione di uno stile personale, intimo e dinamico.

A soli 23 anni inizia la sua carriera da insegnante, portando avanti un’idea di arte libera, in cui non esistono limiti o confini, ma soltanto la forza incontrastabile dell’immaginazione.

Accanto alle produzioni scultoree da artista indipendente, Enrico Ferrarini continua la sua missione da insegnante: nel 2020 viene eletto Accademico Corrispondente presso l’Accademia Delle Arti e del Disegno di Firenze ed è attualmente Professore presso l’Accademia di Belle Arti del capoluogo toscano; inoltre, organizza numerosi workshop e corsi di formazione per giovani scultori.  

Foto dal sito ufficiale dell’artista https://www.enricoferrarini.com/sculture

LA SCULTURA DELL’ANIMA E DELLA MENTE

Il percorso di creazione di un’opera di Ferrarini unisce istinto e meditazione, in una chiave interpretativa che sfrutta materiali precisi e tematiche della sfera umana. L’artista è stato in grado di proporre una scultura moderna, ma profondamente intrisa di classicità, simmetria ed emozione.

Le sue sculture sono caratterizzate da un’attenzione minuziosa per l’anatomia della persona, un campo di ricerca approfondito da Ferrarini, sia attraverso letture, sia attraverso la pratica continua del disegno; a questo si aggiunge l’interesse per le espressioni del corpo, referenti della complessità dei sentimenti umani.

In un’intervista da remoto al Talk Quarantena Nydai, l’artista ha spiegato nel dettaglio il processo creativo da lui seguito: tutto inizia da un’idea, uno stimolo che proviene dall’interno, in cui spesso coesistono sentimenti o pensieri contrastanti; viene abbozzata una prima immagine o su un disegno o direttamente sull’argilla, in cui la forma “danza” da subito con la materia.

La scultura, pur essendo un’arte che spinge verso l’immobilità, viene sconvolta da Ferrarini che, invece, protende al dinamismo e al movimento. L’idea che sta alla base di ogni sua produzione è quella di far dialogare sentimenti e istinti differenti che si incontrano in un unico corpo plastico.

Come detto in precedenza, il lavoro di scultore di Ferrarini si accompagna ad un percorso di formazione personale: negli ultimi anni si è interessato soprattutto alla neuroscienza e al meccanismo di lavoro dei neuroni specchio: si tratta di una particolare classe di neuroni che rispondono a stimoli motori e sensoriali e si attivano sia quando il soggetto compie una certa azione o quando vede compiere la medesima azione da un altro individuo; sono, quindi, alla base di tutti i fenomeni empatici di comprensione intersoggettiva.

L’interesse scientifico di Ferrarini si sposa con la predilezione di tematiche astratte, quali il tempo, l’amore, la sofferenza, metaforicamente riprodotte facendo ricorso alla figura umana, sia maschile che femminile.

In Revoluzione troviamo esplicati tutti questi concetti.

Enrico Ferrarini, Revoluzione, 2014

Si tratta di un’opera frutto di un processo creativo molto lungo: due corpi, uno statico con il volto di un bambino, e uno in movimento, con un volto di adulto, legati tra loro quasi in un percorso di evoluzione che, dall’infanzia, conduce alla maturità. La bocca è il punto di collegamento più rilevante, in quanto essa si prolunga dal primo al secondo volto. Anche nel busto dell’uomo adulto si vede il contorno di una bocca, all’altezza del cuore.

Enrico Ferrarini, Revoluzione (dettaglio dei volti), 2014

Ferrarini dà anche un impianto prospettivo alla scultura, in quanto, vista da destra, essa mostra soltanto il volto dell’uomo adulto; viceversa, si scorge il volto del fanciullo. Si tratta di una rappresentazione di un momento particolare della vita dell’artista, un momento di transizione e di trasformazione, come mostra il movimento stesso delle figure.

Completamente diversa sul piano formale è Sara.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Come riferito dell’artista, si tratta della rappresentazione del momento esatto in cui avviene l’innamoramento, in particolare quello fulmineo in cui, in un solo momento, la vita del singolo è destinata a cambiare. Ecco che il volto della figura femminile si trasforma, diventa più espressiva e subisce nuovamente una metamorfosi.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Questa stessa visione dell’amore come processo di trasformazione personale viene riproposto da Ferrarini in Insieme.

Enrico Ferrarini, Insieme, 2020

L’opera, anche in questo caso, è frutto di un percorso di lavoro molto lungo, basato sull’idea di far congiungere le due anime in un unico corpo. Gli amanti provengono da esperienze di vita differenti, hanno intrapreso percorsi di diversa natura, rappresentati sempre dai volti in movimento. Le loro strade, però, li hanno condotti a questo momento. Insieme.

La componente dello spazio e del tempo si fondono nel bacio, in un tripudio di passionalità e affetto.

Come abbiamo visto, Ferrarini rappresenta i suoi soggetti in maniera fluida, con dei tratti quasi sfuocati, ma capaci di parlare al cuore dello spettatore che riconosce, nell’inquietudine delle forme, il suo stesso stato d’animo.

Per questo motivo, la scultura di Ferrarini non vive per sé stessa, ma si rapporta con l’esterno come se fosse dotata di una forza centrifuga in grado di catturare, di far riflettere e di commuovere.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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BLUB: l’arte sa nuotare

Quante volte ci capita di passeggiare per le strade di note città come Firenze, Ravenna o Livorno ed incrociare delle vere e proprie opere d’arte a cielo aperto? E no, non si tratta di sculture monumentali o imponenti installazioni; magari dei ritratti che uno street artist disattento ha “dimenticato” lì per caso o che, al contrario di ciò che pensiamo, ha inserito nel contesto urbano volontariamente e con uno scopo ben preciso.

E’ il caso di Blub, artista fiorentino che, per un’insieme di casualità, ha iniziato a tappezzare le città italiane con la sua “poster art” semplice ed ironica . Questa serie di ritratti disseminati in giro fanno parte del progetto “L’arte sa nuotare” arrivato oltre i confini italiani e persino dentro i musei: benché il titolo e le apparenze lascino intendere una leggerezza di fondo, i suoi ritratti “sommersi d’acqua” lanciano un messaggio potente ed universale.

Chi è Blub?

A questa domanda è difficile dare una risposta. Difatti l’artista non ama star sotto i riflettori: da anni mantiene l’anonimato sostenendo che “l’arte sa nuotare” è solo un tassello della sua più ampia vita artistica, un progetto nato per gioco che prima o poi vedrà la sua conclusione.

Il progetto nasce nel 2013 quando l’artista è in vacanza a Cadaquès, in Catalogna. Lì molti artisti erano soliti dipingere soggetti marini sugli sportelli delle utenze e, davanti alla richiesta di alcuni amici del luogo di dipingere lui stesso su di uno sportello di fronte casa, non ha saputo sottrarsi: decide di ritrarre il loro bambino con una maschera da sub.

Una volta tornato a Firenze l’idea si trasforma in un progetto da assecondare: stavolta non sono i soggetti marini a prevalere – poiché mal si intonerebbero al contesto urbano fiorentino – ma sono le celebrità dell’arte, del cinema, della storia e della letteratura che vengono immortalate sott’acqua, con tanto di mascherina sugli occhi e bollicine fluttuanti.

Da qui il nome “Blub” che richiama il suono onomatopeico delle bollicine e il colore con il quale realizza i suoi fondali. La sua arte non osa essere invadente ma, al contrario, si serve di scorci malmessi e di sportelli delle utenze in giro per la città da utilizzare come cornice.

Munito di pennello e colla vegetale, gira di notte ad incollare i suoi poster, realizzati con la scansionatura dell’opera originale dipinta in precedenza nel suo studio.

E’ così che, con grande armonia estetica, le opere sono contestualizzate negli angoli della città che più sembrano adatti a loro: il ritratto di Dante sott’acqua è posto in via dell’inferno, Il David sulla strada che porta all’Accademia.

Ad essi si aggiungono svariate altre citazioni ad artisti ed opere celebri nel nostro immaginario come la gioconda, la ragazza con l’orecchino d perla, La dama con l’ermellino e la venere di botticelli, che sembrano empatizzare con i passanti, dialogare con loro, ed attendere un loro saluto, un sorriso o una fotografia.

I personaggi che normalmente siamo abituati a vedere sui piedistalli dei musei, avvolti da quell’aura di superiorità che la firma dei grandi artisti gli conferisce, per la prima volta ci vengono mostrati con aria scanzonata ed ironica: personalità seriose come Vivaldi o Shakespeare vengono sdrammatizzate, mostrate con maschera da sub e sommerse dal mare, come dei bambini che si divertono ad osservare la barriera corallina.

Questo è il bello della street art che, libera da schemi, preconcetti e forme predeterminate, lancia i messaggi più disparati che possono essere accolti da chi osserva senza pesantezza alcuna, ma con approccio aperto, giocoso e positivo.

Il messaggio dietro le opere

E’ il 4 Novembre del 1966 quando le strade di Firenze vengono sommerse dall’acqua dell’Arno: il fiume inizia a straripare sommergendo interni di abitazioni, negozi, musei e danneggiando un significativo numero di opere d’arte. I quadri ritrovati e messi in salvo da centinaia di volontari, gli “angeli del fango”, sono diventati il simbolo dell’arte che non affoga.

“L’arte sa nuotare”, seppur nato dal caso, non manca di riferirsi a tale avvenimento in cui, l’arte, pur sommersa dall’acqua, è rimasta viva:ha dato prova della sua capacità di resistere, di riuscire ad adattarsi alle circostanze, di rimanere sospesa nel tempo ed immortale, sia nella memoria che, fortunatamente, nella realtà.

Così come Banksy o Clet Abraham- per i quali l’artista nutre stima e ammirazione -anche Blub si fa portatore di un messaggio fondamentale di cui riesce a sintetizzare la complessità: L’arte non affoga, non si lascia sovrastare, non soccombe, ma resiste e sopravvive anche sott’acqua poichè immortale.

“Quando sei sott’acqua non c’è peso, il tempo si ferma, i pensieri se ne vanno e fluttui in simbiosi con questo elemento. In questa dimensione sospesa ripropongo personaggi che, con il loro esempio, hanno lasciato un segno di grandezza che sopravvive ancora oggi. Senza tempo”

I personaggi dell’arte che popolano il nostro immaginario rimangono dunque vivi: fluttuano in una dimensione sospesa, senza tempo, senza peso ne rumore, come sommersi dall’acqua. La scelta dei soggetti, infatti, non è casuale: ognuno di essi è singolarmente portatore di positività e di grandezza.

La loro abilità non nasce nel momento in cui restano a galla ma nella loro capacità di immergersi e nuotare nel mare delle difficoltà: un mantra ispirazionale per chiunque ne comprenda il significato.

Blub, dunque, invita l’osservatore a sviluppare due capacità: quella di barcamenarsi nelle difficoltà ed osservare le cose da un’altra prospettiva: la maschera subacquea, non a caso utilizzata nelle sue opere, è l’oggetto che permette di vedere ciò che normalmente non vediamo, il “mondo di sotto”, la profondità dell’oceano.

E tu, hai mai incontrato per strada le opere di Blub?

Scrivilo nei commenti!

Articolo a cura di: Maria Nunzia Geraci

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Jenny Saville mostra al museo del novecento Firenze

Nell’esatto momento in cui si entra nell’area dedicata a Jenny Saville le sue opere monumentali trafiggono lo spettatore.

Con forza dirompente inducono ad avvicinarsi per osservare la pittura che ha spessore e corpo. Ogni pennellata dà compiutezza ai ritratti che si ergono maestosi, mentre il colore, al servizio dei volti, contribuisce a sbalordire, rendendo le figure vitali e pulsanti, creazioni autonome.

Sorprendente è la capacità di raffigurare il magma vitale e le molteplici forme dell’io in opere tangibili.
In un continuum tra Rinascimento e Contemporaneità, l’artista britannica si destreggia abilmente, traendo ispirazione da grandi come Michelangelo e Leonardo.


Studia l’essere umano nella sua corporeità e predilige una riproduzione del reale.

Non si esime, quindi, dal rappresentare nudi e coppie di amanti, maternità, morte e dolore.

Quest’ultimo è il protagonista del ritratto di Rosetta II che raffigura una ragazza non vedente in contemplazione estatica, con il volto di tre quarti reclinato all’indietro e lo sguardo vitreo. Quando il portale è aperto l’opera sembra dialogare con il Crocifisso di Giotto, situato al centro della navata di Santa Maria Novella.

Sofferenza e rassegnazione sembrano trasudare da ogni angolo e costituiscono il legame tra le due opere.
Durante il percorso lo spettatore è sopraffatto da un senso di completa impotenza e dipendenza, una seduzione che assuefà i sensi.

Sensazioni inenarrabili da sperimentare personalmente.

A cura di: Annalisa D’alessandro

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Michelangelo Buonarroti

“[…] Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde, e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto. […]”

Quelle che a primo impatto sembrerebbero le parole di un discepolo del dolce stilnovo, in realtà nascono dalla mano dell’artista più ammirato, e forse anche il più amato, dell’arte italiana: Michelangelo Buonarroti.

Lo splendore della sua arte fu la protagonista di un’epoca storica molto contorta che, forse impropriamente etichettata come “rinascimento”, fu caratterizzata da scontri bellici e giochi di poteri, soprattutto sul territorio italiano, ma che innegabilmente ha influenzato lo sviluppo della cultura occidentale in genere.

Il suo nome non necessita di alcuna presentazione perché è la grandezza e la maestosità delle sue opere a precederlo; con un talento concesso davvero a pochi, Michelangelo continuò il percorso iniziato da Leonardo Da Vinci alle metà del ‘400, ma lo spinse su vie ancora inesplorate.

Esempio di artista poliedrico, condusse sé stesso al confronto con tutte le discipline praticate, trovando la sua strada maestra nelle arti figurative: si dedicò alla pittura, all’architettura ed in particolare amò la scultura, eccellendo però in ognuna di esse, quasi come fossero l’una parte dell’altra.

BIOGRAFIA

Il Buonarroti nasce a Caprese, vicino alla città di Arezzo, nel 1475 da una famiglia benestante, ma che, al momento della nascita di Michelangelo, viveva un periodo di estrema povertà; perse la madre a soli sei anni e mostrò sin da subito una profonda inclinazione artistica che inizialmente fu ostacolata dal padre.

Dal 1487 fu apprendista presso la bottega di Domenico Ghirlandaio, pittore rinomato nella Firenze del tempo soprattutto grazie alle commissioni ricevute da parte della borghesia vicina alla famiglia Medici. Durante l’anno di studio con il maestro, Michelangelo partecipò da protagonista alle attività del Ghirlandaio, dedicandosi anche allo studio delle opere di Masaccio e Giotto.

La mente visionaria di Lorenzo de’ Medici lo spinse ad aprire il Giardino di San Marco, stimolante luogo di formazione per giovani artisti che avevano la possibilità di studiare le opere del passato, contenuti nella collezione di famiglia Medici, e frequentare i maestri della Firenze del ‘400. Qui Michelangelo si dedicò alla formazione filosofica, frequentando pensatori come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, ed anche alla letteratura, grazie al contatto con Poliziano.

A causa di varie questioni politiche che portarono al crollo del potere della famiglia Medici, Michelangelo lasciò Firenze: visitò Venezia, poi Bologna e entrò in contatto anche con il Rinascimento ferrarese.

Il 1496 è l’anno del suo primo soggiorno romano, sotto l’invito del cardinale Riario, ricevendo le prime commissioni ecclesiastiche, ma è nel 1505 che Michelangelo raggiunse l’apice del suo successo, lavorando per Giulio II: il papa guerriero commissionò all’artista opere di vario genere, tra cui il suo monumento funebre, forse l’opera per la quale l’artista impiegò più tempo, e la decorazione della volta della Cappella Sistina, nonostante il rapporto tra i due fu molto teso.

Il Buonarroti tornò per l’ultima volta a Roma negli anni 30 del ‘500 e lavorò per Paolo III, completando il suo progetto presso la Sistina con l’enorme affresco del Giudizio Universale.

Anche durante gli anni delle grandi commissioni ecclesiastiche, Michelangelo mantenne saldi i suoi rapporti con Firenze, lavorando nuovamente per la famiglia Medici, ma anche per il comune della città, oltre che per committenti privati.

Lavorò instancabilmente fino alla vecchiaia, dedicandosi alla progettazione di grandi piazze, monumenti e soprattutto l’emblematica cupola di San Pietro, forse l’unica nel suo genere ad essere in grado di fronteggiare il capolavoro fiorentino del Brunelleschi per Santa Maria del Fiore.

Morì il 18 febbraio 1564 a Roma, nella sua modesta residenza situata dove oggi si erge il monumento a Vittorio Emanuele. La sua morte fu particolarmente sentita dalla città di Firenze il cui governo si spese affinché le spoglie venissero recuperate; il suo sepolcro venne progettato da Giorgio Vasari per la Basilica di Santa Croce, dove ancora oggi giace.

LE OPERE

Geograficamente, l’attività di artista di Michelangelo si sviluppò a Firenze e a Roma. Nel caso di Firenze, furono molti i committenti privati che richiesero il servizio dell’artista come nel caso di Agnolo Doni, mercante fiorentino da poco sposato con Maddalena Strozzi, che commissionò

a Michelangelo il celebre tondo, l’unico dipinto certo del maestro realizzato su tavola a Michelangelo il celebre tondo, l’unico dipinto certo del maestro realizzato su tavola.

La cornice del tondo è stata intagliata da Francesco del Tasso, esponente della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino: sono raffigurate la testa di Cristo e quelle di quattro profeti e, in alto a sinistra, delle mezze lune, insegne araldiche della famiglia Strozzi.

Il soggetto è quello della Sacra Famiglia raffigurata, però, con uno schema totalmente innovativo: nella sua compattezza, data soprattutto dalla raffigurazione dei corpi come statue marmoree, il gruppo centrale ricorda la struttura di una cupola a cui, però, si affianca la dinamicità dei gesti, soprattutto quello della Vergine, raffigurata nell’atto di cedere il bambino a Giuseppe. Alle spalle si mostra una schiera di corpi nudi che sembrano rappresentare l’umanità pagana, separata della verità di Cristo con un piccolo muretto.

Per l’intera scena, Michelangelo predilige colori molti accessi, soprattutto il giallo, connesso sia ai corpi nudi, sia alle vesti che alla cornice stesso, ma anche il blu della veste di Maria.

Questa composizione scaturisce dalla conoscenza e dallo studio da parte di Michelangelo dei grandi marmi del periodo ellenistico (III-I secolo a. C.), contraddistinti da movimenti serpentinati e forte espressività, che stavano emergendo dagli scavi delle ville romane.

Ma fu con il David che Michelangelo sancì il suo rapporto indissolubile con il capoluogo toscano. Da un blocco di marmo scartato da alcuni artisti precedenti egli creò un’opera senza tempo, capace di racchiudere, non solo la fierezza di una città nella sua epoca d’oro, ma anche il fascino di un’arte nuova.  Inizialmente, l’incarico era stato affidato ad Agostino di Duccio nel 1476 che abbandonò l’opera e passò ad Antonio Rossellini, ma rimase egualmente incompiuta. Fu nel 1501 che i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze commissionarono l’opera a Michelangelo che accettò la sfida e terminò l’opera nel 1504.

La scultura incarnava l’eroe cristiano per eccellenza che, armato solo di una fionda e della fede in Dio, uccise il terribile golia, emblema del male: per questa ragione fu posto al centro della città come simbolo dello spirito di Firenze. Ma pur legandosi ad una tradizione religiosa e artistica del passato, Michelangelo creò un nuovo David: egli non ha più l’espressione di “un fanciullo dall’aspetto gentile” con la testa della vittoria adagiata sui piedi, ma è rappresentato nel momento in cui si appresta ad affrontare il nemico. Ha un’espressione accigliata, lo sguardo fiero e penetrante, una leggera smorfia sulle labbra forse a tradire un sentimento di disprezzo verso il nemico; l’osservatore percepisce quasi il sangue scorrere nelle vene.

Grazie alla volontà dei pontefici di celebrare il potere della Chiesa di Roma, Michelangelo ebbe la possibilità di dedicarsi alla rappresentazione di grandi opere religiose, sia nell’ambito pittorico, che scultoreo e architettonico.

Nei suoi tre viaggi a Roma, Michelangelo arricchì notevolmente il catalogo delle sue opere, raggiungendo l’apice della perfezione con la realizzazione della decorazione per la volta della cappella Sistina: fu un lavoro estenuante che l’artista svolse in solitudine, dipingendo tutto il giorno ogni giorno per ben quattro anni (1508/1512). Si racconta che Michelangelo vietò a qualsiasi collaboratore e addirittura al Papa stesso di visitare il luogo prima della conclusione dei lavori e che, a causa dei cattivi rapporti con Giulio II, spesso la produzione degli affreschi fu interrotta dalle repentine partenze dell’artista.

Con la presentazione al pubblico il mondo dell’arte cambiò: quelle immagini erano qualcosa di mai visto sulla scena artistica, quegli sguardi, quei corpi non potevano essere nati dalla mano di un mortale, ma dalla volontà onnipotente di Dio. Michelangelo divenne il grande maestro del Rinascimento e il suo capolavoro fu celebrato in tutto il mondo; proprio per la magnificenza raggiunta con la volta, destò non poco scalpore la visione del Giudizio Universale, realizzato trent’anni dopo dallo stesso artista, sulla parete di fondo della cappella.

Fu papa Clemente VII, seguito poi da Paolo III, a richiedere l’intervento di Michelangelo, in quanto desiderava completare il progetto iniziato dal suo predecessore con un ulteriore capolavoro. L’affresco mostra una delle più celebri rappresentazioni della parusia, ovvero l’ultima venuta di Cristo sulla terra alla fine dei tempi e l’ascesa degli uomini al Regno dei Cieli.

Sono rappresentate poco più di quattrocento figure divisibili, per comodità di trattazione, in tre zone fondamentali: gli angeli con gli strumenti della Passione in alto nelle nuvolette, Il Cristo e la Vergine tra i beati, l’ascesa al cielo dei giusti e la caduta dei dannati all’Inferno.

Tutta la composizione si sviluppa a partire del gesto di sdegno del Cristo che alza il braccio quasi a voler coprire il volto: anche la luce viene irradiata nell’ellissi in cui egli è inscritto. Tra angeli e peccatori, emergono anche i volti dei Santi, raffigurato con i loro strumenti di tortura: tra di loro vi è San Bartolomeo, scuoiato vivo, in cui dalla pelle strappata dal suo copro emerge il volto dello stesso Michelangelo.

Lo scalpore suscitato dall’affresco fu provocato sia dai corpi nudi dei santi (che vennero coperti poco prima della morte di Michelangelo), ma anche dal significato stesso che esso cela: l’opera segnò la fine di un’epoca in cui all’uomo forte e sicuro, emblema di quel Rinascimento che egli stesso aveva esaltato nella volta, si sostituisce un mondo caotico e incerto che investe i dannati e i beati in una totale mancanza di certezze.

LA MANO DI DIO

Durante una recente intervista, il direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt ha dichiarato che, passeggiando per le sale del museo fiorentino, gli è impossibile non fermare lo sguardo proprio di fronte al “tondo Doni”. È forse la reazione di uno dei più rinomati storici dell’arte a definire in modo chiaro lo stato d’animo del pubblico di fronte ad ogni opera del Buonarroti: incapacità di muoversi, commozione, quasi incredulità.   

L’approccio alle opere di Michelangelo non aveva nulla di convenzionale in nessuna delle sue fasi: si sviluppava attraverso un lavoro preparatorio molto lungo, spesso vissuto con sofferenza a causa della volontà di raggiungere la perfezione, un conseguente approccio maniacale alla realizzazione pratica dell’opera e, infine, lo stupore del pubblico, spesso certo di trovarsi di fronte alla mano di Dio.

Come detto nell’introduzione, egli si dedicò magistralmente a tutte e tre le arti figurative, non separandole mai del tutto, ma creando una perfetta simbiosi tra pittura, architettura e scultura: significativo è, per esempio, la scelta di inserire una finta cornice in marmo che delimita gli affreschi sulla volta della cappella Sistina che consente di creare un ordine nella moltitudine delle figure e dare profondità alle scene rappresentate.

Nella pittura seguì fortemente le lezioni impartite dagli antichi, prediligendo l’uso di colori accesi, contorni marcati (a differenza dello sfumato di Leonardo) e per la raffigurazione della figura umana protendeva verso corporature massicce, indifferentemente dal sesso del soggetto: i suoi uomini e le sue donne sembrano come rinvenute dal marmo, sono solide, compatte, pesanti alla vista. A questi caratteri di base si aggiunge la sua attenzione minuziosa ai dettagli, non solo decorativi, ma anche anatomici che suggeriscono una profonda conoscenza del corpo umano.

Nell’ambito della progettazione, Michelangelo sfruttava la totalità dello spazio, prediligendo l’utilizzo di linee curve e strutture circolari o trapezoidali che conferivano dinamicità all’ambiente. Spesso i suoi progetti sono caratterizzati da una fusione tra architettura e scultura, come suggerisce la realizzazione finale della Sagrestia Nuova presso la chiesa di San Lorenzo, in cui i monumenti funebri della famiglia Medici non sono asserviti all’architettura, ma diventano parte integrante della complessità dello spazio. 

Tra tutte le arti, Michelangelo predilesse la scultura, per lui emblema della perfezione.

Il suo percorso di lavoro era determinato da una concezione filosofica di base secondo la quale l’opera fosse già nascosta all’interno del blocco di marmo e il compito dell’artista era quello di tirarla fuori: per questa ragione, la tecnica scultorea del Buonarroti è detta “tecnica per rimozione” in quanto l’artista scolpiva il marmo come se dovesse liberare un corpo contenuto all’interno.

Sono le sculture di Michelangelo a rendere chiaro questa sua concezione della scultura: le quattro figure dei “prigioni”, lasciati incompleti dell’artista, mostrano il modo nel quale egli si approcciasse al blocco di marmo, come se dovesse favorire un movimento liberatorio che già aveva avuto il suo inizio dell’interno del blocco.

A questo sistema di lavorazione del marmo si aggiunge la sua formazione neoplatonica secondo la quale il corpo fosse una prigione dell’anima e che fosse pervaso da una forza viscerale che prendeva posto in ogni angolo della sua lunghezza; non è un caso che ogni figura umana rappresentava o scolpita da Michelangelo sprigioni una tale energia capace di catturare l’occhio dello spettatore.

In senso opposto, questa concezione la si ritrova anche nei corpi privi di vita realizzati dall’artista: emblematico è il corpo del Cristo avvolto nelle braccia della Vergine nella sua “Pietà”, realizzata nel 1497, in cui Maria, per quanto afflitta dal dolore, mantiene la rigidità di un corpo ancora in vita, a differenza di Gesù la cui anima ha già lasciato la prigione del corpo e quest’ultimo resta ormai privo di forza.

UNA PERSONALITA’ OSCURA

Il genio dell’artista nasconde, però, l’instabilità dell’uomo: Michelangelo era un soggetto scontroso, burbero, spesso in contrasto con i committenti, addirittura con la stessa famiglia Medici che, oltre ad averlo fatto conoscere sulla scena artistica, provò una perpetua stima nei suoi riguardi.

Vari episodi, o forse leggende, raccontate dal Vasari e altri biografi, testimoniano il temperamento eccentrico dell’artista, privo di filtri e inibizioni, ma dedito solo all’arte, o meglio, la SUA arte.

Il Vasari nelle sue Vite racconta che durante il suo periodo di formazione presso il Giardino di San Marco realizzò una testa di Fauno, oggi perduta, che venne critica dal signore di Firenze per il modo in cui l’artista avesse scolpito la dentatura, a suo parere troppo curata e inverosimile per una persona anziana: senza indugio, Michelangelo si avventò sul busto e con un piccolo scalpello scalfì uno dei denti del fauno, lasciando gli altri artisti e Lorenzo stesso senza parole.

L’inesperienza dell’artista non gli impedì di compiere un gesto inaspettato, forse anche poco rispettoso nei confronti del Magnifico che, essendo di larghe vedute, apprezzò la sua temerarietà, aprendo il cammino alla lunga collaborazione dell’artista con la famiglia Medici.

Un altro episodio risale al suo rientro a Firenze, avvenuto intorno al 1495, quando Lorenzo di Pierfrancesco, cugino di Lorenzo de’ Medici, gli commissionò un Cupido dormiente: la scultura fu poi portata a Roma e, forse dall’iniziativa dello stesso Lorenzo, si decise di sotterrarlo con lo scopo di spacciarlo per reperto archeologico; l’inganno riuscì e fu il cardinale Riario ad acquistarlo per la sua collezione. Scoperta la menzogna, nonostante la rabbia del cardinale, egli stesso si congratulò con Michelangelo per la capacità di emulare gli antichi con una tale coerenza.

Gli eventi raccontati ci offrono una visione completa della personalità dell’artista rinascimentale: egli era un uomo privo di scrupoli nella sua arte, poco curante della morale o dell’etica e completamente dedito al lavoro.

Recenti studi hanno anche ipotizzato che l’artista fosse affetto dalla sindrome di Asperger, a causa dei suoi problemi di ira, a cui si aggiunge un rapporto complesso con il denaro: alcuni storici dell’arte hanno osservato che Michelangelo vivesse in condizioni di estrema povertà, nonostante la ricchezza che egli aveva accumulato nel corso della sua lunga carriera;

Michelangelo visse nell’austerità spendendo con grande parsimonia e soprattutto trascurando la sua persona fino a limiti impensabili per un uomo così ricco.

Come ogni genio esistito, anche Michelangelo portò con sé il peso del tormento: il ricordo della povertà vissuta in giovinezza, il precoce distacco dalla madre hanno sicuramente favorito il palesarsi della sua inquietudine. Il suo spirito, però, come una fenice ritornò alla vita e, dalle ceneri della sofferenza, con ogni sua forza, condusse quel dolore sull’unica via che gli era possibile: l’arte.

Il dono a lui concesso ha reso l’Italia e il Rinascimento celebri in tutto il mondo e, ancora oggi, ci dà la possibilità di vivere emozione uniche: ci basterà alzare lo sguardo verso il corpo senza vita di un figlio adagiato sulle braccia della madre, verso il gesto indignato di Cristo di fronte ai suoi peccatori, verso gli occhi penetrarti del David per sentire il nome di Michelangelo riecheggiare nell’eternità.