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Tre documentari imperdibili sul mondo dell’arte

Chiunque abbia fatto esperienza d’arte nella propria vita visitando un museo o passeggiando tra i corridoi di una galleria può confermare che, a prescindere dalla propria conoscenza storico-artistica, le opere che ci troviamo davanti in un modo o nell’altro riescono a colpirci intimamente, sia con emozioni positive sia negative.

Talvolta rimaniamo incantati dalla pura bellezza estetica che ci suscita un senso di serenità, quasi di soddisfazione, talvolta invece gli artisti ci lasciano persino indifferenti, e usciamo dal museo senza capirli, ne rimaniamo delusi, o addirittura infastiditi, andiamo avanti nella nostra routine quotidiana senza dar più peso all’esperienza vissuta, commettendo spesso l’errore di non accorgerci che proprio quando è l’arte ad infastidirci, allora vuol dire che è riuscita a permeare inconsciamente e ha toccato le nostre corde. È proprio in quel momento, in quel sentimento disturbato, che l’arte – soprattutto quella contemporanea – funziona.

Il fascino che esercitano le opere ci stimola la curiosità di andare oltre la tela o la scultura osservata, ci pone tanti interrogativi sul chi e sul perché sia stata realizzata in un determinato modo e in un determinato momento storico, ci lascia assetati e ci porta a volerne sapere di più.

Grazie alle numerose piattaforme online e all’abbondante produzione cinematografica, abbiamo a disposizione un numero infinito di documentari scientifici sugli artisti. Oggi è possibile scoprire – con gioia o con tristezza – cosa si cela dietro la mano dell’artista: la sua storia, la sua cultura, il suo pensiero, i suoi amici.

Ma non solo questo, i documentari ci portano dietro le quinte del mondo dell’arte, raccontandoci passo dopo passo quale meccanismo tecnico si cela dietro la realizzazione di un’opera, ci svela il funzionamento reale delle committenze, e spesso ci rivela la spiacevole sorpresa di scoprire come funziona il mercato artistico contemporaneo.

Ecco alcune proposte di tre documentari imperdibili che lasciano a bocca aperta, che commuovono e, cosa più importante, permettono di allargare il proprio orizzonte.

SAVING BANKSY (2017), di Colin M. Day

Il documentario narra la verità nuda e cruda delle vicende dei più importanti artisti contemporanei della street art, tra cui Ben Eine, grande amico del britannico Banksy.

Ben descrive la potenza del cosiddetto “effetto Banksy”, cioè la rivoluzione che ha scatenato la sua arte nelle strade. La sua intervista mette in luce la condizione di pericolo e fa toccare con mano la sensazione di disagio che vivono personaggi come lui. Molti artisti – considerati vandali per operare sulle proprietà private – vengono imprigionati e multati. Il documentario in particolare analizza la guerra che la città di San Francisco ha scatenato contro gli inconfondibili ratti di Banksy che invadevano i muri, portando messaggi più che espliciti di polemica contro il sistema.

Ma cosa succede se la street art, arte che appartiene alla strada, viene musealizzata? Qui entra in gioco il collezionista d’arte Brian Grief che, in seguito alla rimozione delle opere di Banksy dopo 48h dalla loro realizzazione, decide di salvare l’ultima opera rimasta a San Francisco, opponendosi contro la dinamica spaventosa del mercato. Viene messo in mostra come migliaia di dollari sborsati dai collezionisti uccidano un’opera d’arte sotto la falsa buona volontà di salvarla dalla sua distruzione permanente.

Il documentario ci lascia una grande domanda sulla necessità di conciliare due estremi: lasciare la street art vivere nel luogo dove appartiene a costo della sua distruzione, o portarla in un museo e quindi lasciar morire il suo messaggio?

“Some people become cops because they want to make the world a better place. Some people become vandals because they want to make the world a better looking place.”

LUCIAN FREUD: A SELF PORTRAIT (2020), di David Bickerstaff

Nipote del padre della psicanalisi, Lucian Freud si racconta e viene raccontato in limpida sincerità attraverso le sue straordinarie, originali opere prive di pudore.

A partire dalla metà degli anni ’60, i nudi di Freud si sono imposti in tutta la loro corporeità. Una corporeità che cerca di rispondere alla domanda che Lucian si poneva prima di realizzare ogni opera: “Cosa cerco in un dipinto?” e caricava le sue opere di risposte, poneva in esse tutta la sua irritazione, il suo senso di stupore e meraviglia e quando si sentiva avvelenato e privo di luce si recava presso la National Gallery di Londra per ammirare in particolare l’arte del XIX secolo.

Il film ci porta a contatto con i suoi nudi, criticati come imbarazzanti, troppo espliciti, spudorati nel loro assonnato abbandonarsi alla corporeità, alla fisicità della carne che li riveste, li carica di una sensualità pigra, e alla sua tecnica lenta nella realizzazione, con delle pennellate cariche e pesanti che vanno ad enfatizzare la massa e le imperfezioni fisiche dei suoi soggetti.

Il documentario è un’occasione splendida per conoscere questo magnifico artista, l’unico a ritrarre la grandezza della Regina Elisabetta II in una tela paradossalmente ed incredibilmente piccola.

“The aura given out by a person or object is as much a part of them as their flesh.”

GERHARD RICHTER PAINTING (2012), di Corinna Belz

Una delle voci più importanti nel panorama tedesco è senz’altro quella di Richter, un pittore straordinario che ha ambiziosamente creato e sperimentato un numero altissimo di tecniche e materiali.

Questo documentario porta alla luce – grazie ad intime confessioni, materiale archivistico raro, interviste ai suoi amici e collaboratori galleristi – la sua ricca ricerca artistica, iniziata con l’arte astratta ed ispirata soprattutto ai grandi modelli italiani, in particolare Tiziano, riproponendo le loro opere in un modo totalmente nuovo, sovrapponendo tanti strati di pittura e concludendo con una spessa pennellata su tutta la superficie del quadro, tale da renderlo appannato ed offuscato.

In un mondo ormai immerso nella pop art, nell’arte concettuale e nell’arte povera, Richter riprende la pittura in sé come vero punto di partenza, dimostrandosi cosciente dello stato di sopravvivenza in cui essa si trova.

“I blur things to make everything equally important and equally unimportant.”

Articolo a cura di Alice Di Nicola