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MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

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Vincent van Gogh

È innegabile che Vincent Van Gogh sia uno degli artisti più amati dal grande pubblico, oltre che uno dei più discussi dell’arte in genere. Il fascino della sua figura emerge dall’interno delle sue 864 tele, emblemi del suo tormento, ma anche capro espiatorio delle sue sofferenze; proprio da qui prende avvio la sua arte, come egli stesso scrisse nel settembre del 1882:

ma ora mi sento in mare aperto e la pittura va in continuità con tutte le forze che posso dedicarle”.

Il suo nome di battesimo era Vincent Willem Van Gogh e nacque il 30 marzo 1853 a Zundert, comune olandese a sud della nazione, da una famiglia protestante; sin da piccolo si dedicò allo studio del francese e del tedesco e iniziò a produrre i primi disegni.

A causa della scarsità del suo profitto scolastico, trovò un impiego, grazie allo zio paterno, presso la casa d’arte parigina Goupil & Co, in cui si occupava della vendita di opere d’arte:il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, con il quale aveva la possibilità di approfondire le tematiche artistiche e visitare musei locali e collezioni d’arte.

Nel 1875 si traferì a Parigi dove visse con il fratello Theo; qui, approfondì la sua conoscenza sull’arte contemporanea, scoprendo la pittura impressionista e le stampe giapponesi. È qui che incontra Paul Gauguin, artista della sua generazione, con il quale condividerà importanti momenti del suo futuro.

Negli anni parigini, iniziò a manifestarsi la sua ossessione per i testi biblici che lo portò a dimettersi dal suo incarico e ad intraprendere la carriera religiosa. Tentò di farsi ammettere all’Università di teologia di Amsterdam ma, fallendo, ottenne un incarico presso un collegio di Bruxelles, nel Borinage, regione ricca di carbone in cui i lavoratori vivevano in condizioni di estremo disagio; seguendo un esempio di vita quasi francescano, Van Gogh si prese cura dei malati, predicando la Bibbia.

Nel 1880 scelse di dedicarsi esclusivamente alla pittura, frequentando l’Accademia di Belle Arti a Bruxelles, grazie al sostegno economico del fratello Theo che mai lo abbandonerà. Qui restò un solo anno per poi tornare a casa dei genitori a Etten.

La sua salute mentale, però, vacillò a causa dell’amore non corrisposto di Cornelia Adriana Vos-Stricker, detta Kee, cugina di Vincent che lo condusse quasi al suicidio. A questo, seguì l’innamoramento per una prostituta, detta Sien, con cui Van Gogh intraprese una relazione amorosa che gli costò un ricovero ospedaliero per gonorrea.

Nel dicembre del 1883 tornò a vivere con i genitori, che nel frattempo si erano trasferiti a Nuenen e qui produsse i suoi primi capolavori. A causa della diffidenza degli abitanti del posto, Van Gogh scelse di spostarsi ad Anversa, città che il pittore considerava una via di mezzo fra la realtà chiusa di Nuenen e il caos metropolitano di Parigi.

Nel 1888, mosso dal desiderio di conoscere la Provenza, si trasferì ad Arles dove realizzò ben 200 dipinti.

Fu raggiunto da Paul Gauguin qualche mese dopo, forse a seguito dell’azione del fratello di Van Gogh, che, però, visse con sofferenza il soggiorno in Provenza: il rapporto tra i due pittori fu molto complesso e ancora oggi non del tutto chiaro (in merito, è consigliata la visione del film “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità”); certo è che i due ebbero diversi scontri, verbali e fisici, che causarono l’allontanamento di Gauguin da Arles e il ricovero di Van Gogh al nosocomio dell’Hotel-Dieu, in seguito ad azioni di autolesionismo.

Fu dimesso dopo sette giorni, ma il suo stato psicologico non migliorò mai del tutto. Dopo altri episodi di delirio, Vincent si ricoverò di sua volontà presso l’ospedale psichiatrico a Saint-Remy de Provence, ma la sua attività pittorica non si arrestò; durante il ricovero produsse alcune delle sue opere più famose. Nonostante i problemi di salute, il grande pubblico iniziò ad apprezzarlo: a novembre ricevette l’invito a esporre all’associazione «Les XX» a Bruxellese e a Parigi partecipò alla “mostra dei pittori indipendenti” inaugurata dal Presidente della Repubblica, che fu una vera e propria celebrazione della pittura contemporanea.

Nel 1890 fu dimesso dalla clinica e si trasferì a Parigi dal fratello, per poi spostarsi a Auvers-sur-Oise a 30km dalla capitale: fu in questo piccolo comune francese che il 27 luglio 1890, a soli trentasette anni, si tolse la vita, sparandosi un colpo di rivoltella allo stomaco.

L’esistenza di questo artista immortale è quindi riassumibile in tre concetti fondamentali: la ricerca di una spiritualità ultraterrena, la visione dell’arte come bisogno viscerale e l’abbandono finale alla follia.

Questi stessi aspetti ci aiutano a comprendere il motivo dell’interesse del pubblico nei confronti della sua arte: egli dipinse per sé stesso, è vero, ma il suo fu anche un regalo per le generazioni future.

Nelle opere di Van Gogh, infatti, si cela la profonda convinzione di fare parte di un mondo malato che, seppur tale, può ancora essere curato con gli strumenti più forti di cui l’uomo dispone: l’empatia, la compassione e l’amore per il prossimo. 

Per quanto concerne all’aspetto tecnico, è certo che il tratto di Van Gogh sia riconoscibile, soprattutto nell’uso di colori accesi, in particolare blu e gialli: tuttavia, egli attraversò varie fasi evolutive nella sua pittura, influenzate sia da interessi artistici specifici e sia dal suo stato psicologico. Proprio per questa ragione, è difficile inserire Van Gogh in una precisa “scuola” d’arte, in quanto egli recepì a assorbì influssi provenienti da diverse fonti, interessandosi al realismo, all’impressionismo, al puntinismo e via dicendo. Più genericamente la storia dell’arte lo identifica come “post-impressionista”, legandolo alla seconda “triade divina” (dopo Leonardo, Michelangelo e Raffaello) con Cezanne e Gauguin.

I primi schizzi dell’artista risalgono al 1873, nel breve periodo in cui si trasferì a Londra per conto della casa d’arte Goupil & Co, tuttavia non li conservò ma ne rimase solo uno, peraltro rovinato, raffigurante la casa in cui visse.

Sempre durante questo primo impiego conobbe e ammirò le opere di Jean-François Millet, pittore realista, i paesaggi di Jean-Baptiste Camille Corot e la pittura seicentesca olandese; fu soprattutto Millet a colpire Van Gogh, probabilmente per la scelta dei suoi soggetti, gente umile e povera. Un altro riferimento importante fu Rembrandt, modello di riferimento per il trattamento dei colori scuri e cupi in ambienti scarsamente illuminati.

Natura morta con cavolo e zoccolo 1881, Van Gogh
Due donne nella brughiera, 1883, Van Gogh Museum, Amsterdam
Il tessitore, 1884, collezione privata

Emblemi di questa prima fase pittorica sono la “natura morta con cavolo e zoccolo” del 1881, “due donne nella brughiera” del 1883 e il “tessitore” del 1884, opere che suggeriscono la predilezione dell’artista nei confronti del realismo e che nascondono una profonda malinconia, suggerita dall’assenza di luce e dalla scelta di colori spenti i quali verranno abbandonati nelle opere più mature.

Mangiatori di patate, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam

L’opera più rinomata del suo soggiorno olandese è “i mangiatori di patate” del 1885, conservata presso il museo di Van Gogh ad Amsterdam. È il pittore stesso a fornirne una descrizione in una lettera scritta al fratello:

«Un contadino è più vero coi suoi abiti di fustagno tra i campi, che quando va a Messa la domenica con una sorta di abito da società. Analogamente ritengo sia errato dare a un quadro di contadini una sorta di superficie liscia e convenzionale. Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l’odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città».

Il pittore olandese, ricreando un’atmosfera quasi simile alle taverne caravaggesche, non raffigura un’atmosfera idillica, ma la tavolozza è ancora una volta cupa, fatta di colori pastosi ed è scelta con l’intento di raffigurare la realtà e lo squallore della vita dei lavoratori;

tuttavia, la scena è profondamente emotiva e l’osservatore sembra quasi empatizzare con i soggetti, in quanto è lo stesso artista a fare parte di questa realtà, che conosce e vive giornalmente.

Con il trasferimento a Parigi Van Gogh entrò in contatto con l’arte del suo tempo, influenzata soprattutto dalla cultura impressionista (Vincent, inizialmente, non apprezzò molto l’impressionismo, ma predilesse l’indirizzo artistico della “scuola di Barbizon” di cui faceva parte Corot) e conobbe artisti come Toulouse-Lautrec (nel 1887, egli stesso compose un ritratto di Van Gogh) e Paul Guaguin; subì, soprattutto, il fascino dello stile neo-impressionista di Paul Signac che lo portò a prediligere scene di paesaggi e ritratti realizzati con piccoli tocchi di colore che ricordavano il puntinismo.

È in questo periodo che Van Gogh iniziò a produrre i primi autoritratti e fu molto interessato alle composizioni floreali che gli diedero la possibilità di sperimentare la sua nuova tecnica pittorica.

Autoritratto, 1886/1887, Wadsworth Atheneum, Hartford

In particolare, ricordiamo l’”Autoritratto” realizzato nell’inverno tra il 1887-1888 e conservato a Vienna, in cui notiamo un netto mutamento nella scelta dei colori e nel tratto delle pennellate, ma resta costante la malinconia della scena, questa volta suggerita dagli occhi penetranti del pittore.

Ma è ad Arles che l’artista creò i suoi capolavori più rappresentativi. Travolto dalla bellezza dei paesaggi provenzali, Van Gogh lavorò incessantemente, vivendo nella solitudine della natura: è proprio in queste opere che si sviluppa definitivamente il personalismo dell’artista che, proprio ad Arles, giunge alla completa perdita di sé stesso. Questo abbandono è espresso nella dedizione di Vincent al lavoro, suo unico scopo di vita, ma anche nella presa di coscienza della sua instabilità mentale.

Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, 1888, Museo Kroller-Muller, Otterlo

Tra le opere oggi celeberrime ricordiamo la “terrazza del caffè la sera, Place du Forum” del 1888 conservata presso il museo Kroller-Muller a Otterlo e ispirata all’opera letteraria “Bel-ami” romanzo del 1885 di Guy de Maupassant.

La scelta di rappresentare un caffè francese risulta perfettamente coerente con gli interessi della cultura ottocentesca, ma ciò che stupisce è la dolcezza del tratto e della linea che l’artista predilige. Van Gogh modella lo scorcio cittadino utilizzando i colori stessi e il contrasto tra i blu e i gialli, scegliendo una visione notturna travolta dal bagliore delle stelle e dei lampioni sulle strade. Lo sguardo del pittore sembra muoversi tra i volti rilassati e gioiosi dei clienti della caffetteria, cogliendo i loro gesti e suggerendo, attraverso la linea, il rumore delle porcellane.

La sedia di Vincent, 1888, National Gallery, Londra
La sedia di Gauguin, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

La sedia di Vincent” e la “sedia di Guaguin” del 1888, conservati rispettivamente presso la National Gallery di Londra e il Museo di Van Gogh ad Amsterdam, sono due delle opere più discusse dalla critica anche a causa dell’assenza di una precisa interpretazione fornita dal pittore.

Nonostante la scelta del medesimo soggetto, le due tele presentano un opposto schema coloristico: la prima mostra colori molto più accesi, come se fosse investita dalla luce proveniente da una finestra; la seconda mostra dei toni sicuramente più cupi che ricordano l’atmosfera delle prime opere olandesi. Il lavoro sulle due tele fu molto lungo: furono dipinte precedentemente al famoso taglio dell’orecchio, ma Van Gogh le elaborò anche durante e dopo il ricovero ospedaliero.

Le due sedie “gemelle” nascondono un incerto significato simbolico che il pittore non ha mai chiarito in nessuna delle sue lettere. La semplicità della prima sedia rispetto alla complessità della seconda suggerisce probabilmente la profonda inferiorità con cui Van Gogh viveva la sua arte rispetto a quella di Gauguin, verso cui provò sempre una profonda e sincera ammirazione.

A questa prima interpretazione si aggiunge la scelta dell’artista di raffigurare la sedia e non il pittore che lo aveva abbandonato: tale visione suggerisce il profondo senso di solitudine e smarrimento che Van Gogh dovette fronteggiare, ma che tenta di esorcizzare raffigurando quelle sedie su cui erano soliti discutere di arte e di vita. Le sedie, però, non fanno più parte di un unico ambiente, ma si posano su due tele diverse, in contesti ormai disgiunti.

Notte stellata sul Rodano, 1888 Museo D’Orsay Parigi

Disegno preparatorio

Parlando di Arles, è difficile non ricordare la “notte stellata sul Rodano” del 1888, oggi al Museo d’Orsay di Parigi: fu una delle dieci tele esposte presso la mostra parigina degli artisti indipendenti e a cui seguirà la seconda “notte stellata” del 1889, oggi a New York. L’opera fu accompagnata da un disegno preparatorio che Vincent spedì a Eugene Boch, pittore belga contemporaneo, e una descrizione scritta per il fratello:

«Ho passeggiato una notte lungo il mare sulla spiaggia deserta, non era ridente, ma neppure triste, era… bello. Il cielo di un azzurro profondo era punteggiato di nuvole d’un azzurro più profondo del blu base, di un cobalto intenso, e di altre nuvole d’un azzurro più chiaro, del lattiginoso biancore delle vie lattee. Sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa chiare, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a Parigi […] la spiaggia di un tono violaceo, e mi pareva anche rossastra, con dei cespugli sulla duna (la duna è alta 5 metri), dei cespugli color blu di Prussia. Ho fuori dei disegni a mezzo foglio e un disegno grande, che fa da pendant all’ultimo».

In questo ulteriore paesaggio notturno, Van Gogh dimostra di aver elaborato uno stile del tutto personale: le piccole pennellate di colore che compongono il tratto di strada si infrangono con il corso del fiume che, come un specchio, riflette la magnificenza del cielo stellato. Gli astri, raffigurati quasi come piccoli fiori, sovrastano il centro abitato e sono testimoni del sentimento dei due amanti in basso, in cui lo spettatore può e riesce ad immedesimarsi.

Nonostante la velocità e l’immediatezza con cui Van Gogh rappresentava le sue scene, numerosi studi hanno anche mostrato l’estrema fedeltà con cui l’artista riporta l’esatta posizione delle stelle sulla tela.

Notte stellata, 1889, MOMA, New York

La seconda “notte stellata”, dipinta durante il ricovero ospedaliero presso Saint-Remy de Provence, risulta essere un’opera molto più tormentata, emblema della sofferenza di cui Van Gogh fu vittima dopo la convivenza con Gauguin.

Tutti gli elementi dell’ambientazione sembrano fluttuare per dirigersi verso quel mondo parallelo in cui la mente dell’artista si rifugia per trovare pace dai turbamenti dell’anima. Ancora una volta, due opere “gemelle” celano significati opposti.

Ad Auvers-sur-Ois Van Gogh ricerca la pace, ma invano: sono le sue stesse opere a tradire tale desiderio, in quanto nascondono la sua tribolazione.

Chiesa di Auvers, 1890, Museo d’Orsay, Parigi

Tra queste ricordiamo “chiesa di Auverse” del 1890: il monumento quasi deforme ricorda la maniera pittorica della “notte stellata”; lo spazio si allarga orizzontalmente grazie alle due strade che si diramano ai lati dell’edificio, ma l’opera si innalza anche longitudinalmente, grazie al modo in cui Van Gogh compone la chiesa.

Ancora una volta i colori sono protagonisti: sul verde del prato ombreggia l’edificio religioso a sua volta caratterizzato dal contrasto tra l’arancio del tetto e il blu notte delle vetrate. L’assenza di luce all’interno della chiesa contrasta con l’evidente luce del giorno all’esterno: tale caratterizzazione è monito del turbamento e del buio dell’anima in cui il pittore è immerso.

Campo di grano con volo di corvi, 1890, Van Gogh Museum, Amsterdam

Tra le ultime opere dell’artista, oltre agli autoritratti e alla serie dei girasoli, emerge “campo di grano con covo di corvi” del 1890, ubicato al museo di Van Gogh.

L’opera appare come pervasa da una forza interiore, quasi da un motore che attraversa le spighe di grano: la sagoma più definita dei corvi che si infrangono sul campo diventa sempre meno nitida nella parte superiore della tela in cui lo stormo sembra presagire una tempesta. Il sentiero che attraversa il campo è vuoto, desolato ed è l’unico elemento privo di forza vitale che termina prima della fine del campo.

Per tutti questi aspetti la critica ha supposto che si trattasse dell’ultima grande opera dell’artista; essa è una perfetta sintesi della malattia di Vincent, un uomo forse giusto, incompreso, ma folle. Molti storici dell’arte e psichiatri hanno tentato di definire con certezza i disturbi di cui era vittima l’artista, ma una risposta certa non è mai arrivata.

L’unica verità è che Vincent Van Gogh ha lasciato ai posteri non solo l’esempio di un’arte sublime, profonda e sincera, ma anche un importante messaggio d’amore nei confronti degli uomini e della natura, suo luogo prediletto.

In un tempo in cui l’essere umano dimentica i suoi simili, dimentica di appartenere ad un unico mondo, ormai vulnerabile, è un pittore folle dell’800 a fornirci la strada giusta da seguire. In una lettera del 1883 scrive al fratello:

“[…] il mondo mi riguarda solo in quanto sento un certo debito e n senso di dovere nei suoi confronti, perché ho calcato per trent’anni questa terra e, per gratitudine, voglio lasciare di me un qualche ricordo sotto forma di disegni o dipinti. Mi considero una persona che deve portare a compimento qualcosa con amore, entro pochi anni, e questo lo deve fare con energia”.

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Francesca Woodman

L’arte fotografica di Francesca Woodman è da considerarsi di particolare importanza nella storia dell’arte contemporanea e della fotografia mondiale; d’ispirazione per molti fotografi, i suoi scatti si configurano come una forma di esteriorizzazione di frustrazioni e paure tutte interiori, capaci di dialogare ed entrare in simbiosi con lo spazio esterno.

La Woodman nasce a Denver, negli Stati Uniti, ma è nell’Italia degli anni di piombo che vive la sua adolescenza: sviluppa i suoi primi scatti all’età di tredici anni i quali, fin da subito, si distinguono per il loro carattere malinconico, suggestivo e movimentato.

Il concetto di trasformazione del corpo, la mimesi con lo sfondo, l’atmosfera claustrofobica ed a tratti spettrale sono i punti cardini di uno stile delineato ed, al contempo, in grado di innovarsi attraverso continue sperimentazioni.

Le immagini di Francesca Woodman sono prevalentemente realizzate in bianco e nero ed è mediante l’utilizzo di lunghe o doppie esposizioni che riesce ad introdursi all’interno delle scene, attuando delle vere e proprie performance davanti la fotocamera ed evocando tentativi di fuga dalla propria “anima imprigionata”.

La predilezione per l’autoritratto costituisce, infatti, il filo conduttore della sua intera produzione artistica che non manca di esaltare i canoni estetici di bellezza sia corporea che architettonica.

Sfocata, nascosta, in movimento, la sua figura, spesso nuda, appare alla costante ricerca di qualcosa di ineffabile che lascia l’osservatore inquieto, curioso e col fiato sospeso.

Nel 1978 crea la sua prima mostra fotografica presso la libreria antiquaria Maldoror di Roma: è in questo luogo, infatti, che maturano le sue suggestioni estetiche e stilistiche.

La serie fotografica realizzata a Washington con il tema dei corpi in comunione con la natura è tra le più celebri in cui la Woodman ha optato per il coinvolgimento di altri soggetti di cui nasconde, in fase di scatto, il viso o parti del corpo.

La sua prima ed unica collezione di fotografie porta il titolo di “alcune disordinate geometrie interiori” in cui sono presenti gran parte dei suoi suggestivi autoritratti.

Alla giovane età di 22 anni, Francesca Woodman si toglie la vita gettandosi dall’ East Side di New York, lasciando, nonostante la morte prematura, una produzione fotografica pari a 10,000 negativi di cui appena 120 fotografie sono ad oggi esposte al pubblico. La sua morte è ancora oggi avvolta nel mistero: che i suoi scatti fossero, in qualche modo, un indizio rivelatore dell’intento già premeditato di suicidarsi?

Ad ogni modo, le sue fotografie forti, profonde ed a tratti surreali la rendono una delle artiste più influenti del ‘900, capace di mettersi abilmente in gioco sia davanti che dietro l’obiettivo.