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MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

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ASSOCIAZIONE ULTRABLU

Una scommessa per l’arte. Da outsider a ultrablu.

PERCHE’ NASCE ULTRABLU?

ULTRABLU APS è una APS (Associazione di Promozione Sociale), che nasce nel 2017 a Roma e ospita artisti under 30. È un atelier d’arte e una piccola casa editrice.
Il progetto UltraBlu nasce per far convivere alla pari, artisti normodotati e artisti diagnosticati con disturbi pervasivi dello sviluppo, per farli interagire liberamente, all’interno della quale, non esiste alcun canone per definire la normalità. Anzi, la loro convinzione è che la neuro-diversità costituisce una risorsa specifica dell’essere umano, portatrice di bellezza e arricchimento condiviso.

L’outsider o Art Brut è autentica, originale, non influenzata da nessun tipo di arte, non appartiene ad una corrente di pensiero, ma è un’arte di sé stessi, ed è questo che la rende unica.

RICONOSCERE E VALORIZZARE IL TALENTO NELLA DIVERSITA’

La diversità diventa un pretesto da conoscere e valorizzare, ma come? I soggetti autistici hanno un pensiero visivo e una capacità spaziale differente rispetto alle persone normodotate, e le loro capacità si avvicinano a ciò che faceva Pablo Picasso negli ultimi anni della sua carriera, la ricerca verso l’essenzialità, verso la decostruzione e ricostruzione dell’immagine, solo che questo succede in modo spontaneo, se parliamo di soggetti autistici. Inoltre, talvolta è il caos, il disturbo interiore che permette alla creatività di attivare gli ingranaggi ed esplodere come un fuoco d’artificio.

A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.
-Pablo Picasso

IL LOGO:

un messaggio forte, deciso, chiaro. Ultrablu sceglie una pupilla e una parola, uniti dal blu. La scelta della parola UltraBlu, è un simbolo che nasce da due ragioni: ogni lettera è un contenitore di energia che si regge dalla simmetria delle due vocali di apertura e chiusura, che crea un equilibrio fra diverse sensibilità, uno dei loro obiettivi.

Ultra significa al di là, indica il superamento di un certo limite attraverso il blu, il colore dell’immaginazione, il più raro e prezioso, che non è lo stesso blu del cielo o del mare, ma è un colore mentale fatto di lontananze e profondità che contiene l’intimità. Infatti, il blu rimuove le cose ordinarie da loro senso ordinario. Un vero e proprio manifesto, una rivoluzione artistica.

Incontro, relazione, ispirazione. L’atelier

Immaginate un luogo sottratto alle pressioni della vita quotidiana! Immaginate un luogo dove si riuniscono le esperienze e la sensibilità, e l’unica diversità che si rappresenta è quella di età o di personalità.

L’atelier è un luogo lontano dalla competizione in cui ognuno può affermare la propria differenza. Gli artisti con difficoltà nell’area neuropatica, sono capaci di creare una sintesi estetica senza precedenti, e sapete perché?
Loro creano arte senza la paura di un giudizio, sono privi di condizionamenti, sono stimolati dalla non-competizione. Le loro immagini non ci suggeriscono risposte, ma creano dentro di noi curiosità.

Gli artisti non rappresentano l’arte, la manifestano, il loro modo di creare è un impulso privo di concettualizzazione e privo di riferimenti culturali.
UltraBlu è un luogo dove si apprende il rispetto altrui, si vive lo scambio e l’esplorazione umana, e soprattutto la libertà. Questa non è una terapia, ma tramite il laboratorio i partecipanti imparano a manifestare l’essenza dell’arte e soprattutto, l’acquisizione di competenze artistiche che permetterà loro di lavorare sulla propria strada, e allo stesso tempo creare nuovi coinvolgimenti.

Bisogna riconoscere che la neuro-diversità, soprattutto nel campo dell’arte, significa tutto e allo stesso tempo non significa nulla, poiché ogni artista vive una propria dimensione neurologica, per questo il laboratorio non va considerata come una terapia.

UltraBlu è anche una casa editrice, pubblicano libri illustrati, libri d’arte, libri a fumetti per bambini, e per ogni età. Nella creazione di questi libri, l’immaginazione non è soggetta al testo ma si integra con esso in una relazione fra pari. Sparla di sistema di relazioni, in cui sono coinvolti spazi bianchi, testi e figure, in cui ogni lettura diventa una nuova esperienza.
Ovviamente, l’associazione si apre anche al sociale affrontando in modo attivo e intelligente una delle problematiche più attuali, l’inclusione.

‘’Quando il segno e la parola sondano l’insolito, la neurodiversità si fa ricchezza’’

VI PRESENTIAMO UN ARTISTA: SIMONE CASSESE

Simone Cassese secondo di due fratelli nasce a Roma il 15 febbraio 1997, nel 1999 manifesta la cosiddetta “regressione autistica” e di conseguenza gli viene diagnosticato un autismo infantile.

Dal 2007 incomincia a manifestare un forte interesse nel disegno; tale interesse viene studiato dall’equipe della dott.ssa Magda Di Renzo che lo inserirà all’interno di una sua pubblicazione “I significati dell’autismo” insieme a numerosi disegni di Simone.

‘‘Lo smacco che ci lascia interdetti’’

I disegni a grafite, acquarello e matite colorate di Simone sembrano giocare una partita doppia sul filone della semplicità e complessità. Ci introducono come una carezza infantile in un sistema di forme e colori semplici, ma potenti, capace di intrattenere lo sguardo con interrogativi. I lavori di Simone Cassese ci consultano, e ci pongono quesiti a cui rispondere è davvero difficile.

La figura, bambi, ad esempio, nonostante il titolo che sembra ricordare quella famosa icona della Disney, un personaggio dell’immaginario infantile, si rileva invece un’immagine tanto diversa e potente. Simone studia la bellezza e la crudeltà del mondo, ha la capacità di restituire all’immagine un sistema complesso, quel sistema che è il mondo. Questo è ciò che Simone definisce smacco.

Nelle immagini che hanno per figura gli animali Due volpi, La rana, La balena felice, forse è ancora più evidente lo smacco, l’esistenza di una trama invisibile che tiene insieme le parti; non siamo più interpellati, sono immagini autonome che restituiscono appieno le relazioni nel mondo animale dal quale l’uomo è sempre tagliato fuori.

Articolo a cura di Rossella Balletta

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Monet, Renoir e Munch: come la sofferenza può salvarti la vita

COSA RESTA DI UN PITTORE SENZA VISTA, DI UN PITTORE SENZA MANI, DI UN PITTORE SENZA FELICITA’?

Nella cultura occidentale in cui viviamo, la sanità mentale e fisica sono i primi presupposti per essere felici, per essere apprezzati dalla società e per sentirsi realizzati nella propria carriera, soffocando di conseguenza ogni tipo di deviazione, di diversità, di disagio sia in noi stessi sia nell’altro.

L’arte, supremo specchio della vita, ci dimostra ancora una volta l’importanza di abbracciare le proprie fragilità, non importa se mentali o fisiche, più o meno gravi che siano, e di trarre da esse luce e meraviglia.

L’idealizzazione che siamo soliti attribuire ai grandi maestri dell’arte spesso ci annebbia la vista e la percezione che abbiamo di essi, facendoci dimenticare dell’intrinseca natura umana che caratterizzava ognuno di loro, un’umanità fatta di fragilità, insicurezze, fallimenti e malattie.

La gratitudine che dovremmo attribuire loro non dovrebbe essere soltanto legata alla grande bellezza con cui hanno decorato le asprezze della storia e alle loro rivoluzionarie intuizioni, ma soprattutto la gratitudine per averci dimostrato che quella grande bellezza è nata da una profonda sofferenza.

Claude Monet, padre dell’impressionismo, sviluppò la sua creazione artistica partendo da una sensibilità legata alla percezione soggettiva del mondo, una percezione in cui reale e irreale sono fusi.

Sulla tela viene restituito il sentimento che scaturisce dalla visione di ciò che si ha davanti, in modo tanto rapido da poter congelare l’attimo, l’impressione, non importa quindi restituire una visione mimetica della realtà. Le colonne portanti di questa corrente artistica sono la luce e il colore, la cui alleata migliore è la vista.

Nel 1912 a Monet fu diagnosticata una cataratta bilaterale che comportò un processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino e la percezione distorta dei colori reali, causando un ingiallimento, una confusione e un oscuramento dei colori. Gli occhi, i suoi più fidati alleati per indagare la realtà, lo stavano lentamente abbandonando, mettendo in discussione la realtà stessa e facendolo cadere in un limbo di insicurezza in cui non poteva più fidarsi nemmeno di ciò che gli permetteva di conoscere il mondo.

«Il colore è la mia ossessione quotidiana, la gioia e il tormento.»

La malattia peggiorò, i cristallini degradati filtravano soltanto una parte dello spettro della luce visibile, il blu e il violetto sono sostituiti dal rosso e dal giallo, il rosso diventa arancione, per non parlare dei contorni ormai vaghi, labili, dissolti.
Nel 1923, dopo una lunga resistenza da parte dell’artista, Monet fu operato per la rimozione definitiva del cristallino dell’occhio sinistro.

La mancanza fu sopperita da una lente correttiva che gli consentiva in modo accettabile di distinguere i profili, lamentando però visioni doppie e distorsioni.
La visione senza cristallino di Monet gli permise di captare onde luminose di lunghezza d’onda inferiore a quelle ultraviolette e di lunghezza d’onda superiore a quelle infrarosse, un difetto visivo che lo rese uno dei pochi al
mondo capaci di cogliere quelle sfumature, in quanto i raggi ultravioletti sono filtrati dai nostri cristallini.

Le ninfee rimasero sempre uno dei soggetti cui era più affezionato, vediamo cambiare il loro colore proprio dopo l’operazione, poiché cambiava la percezione che Monet aveva di esse. Scomparvero i toni giallastri causati dalla cataratta e tornarono i blu del campo ultravioletto che l’assenza di cristallino gli permise di scoprire e che i suoi occhi tanto difettosi poterono riuscire a cogliere.

L’esperienza di Monet ci invita a guardare con gli occhi dell’altro che, seppur appaiano difettosi, sbagliati, ci mostrano un mondo straordinariamente diverso e proprio per questo ancor più ricco. Lo ha reso possibile esaltando a sua cecità invece di lasciarsi abbattere da essa.

Pierre-Auguste Renoir, i cui quadri pullulano di gioia, scene di convivialità e sorrisi, sono frutto di una grande sofferenza fisica, che il pittore esorcizza nei suoi capolavori.

Nel 1892, all’età di cinquant’anni gli viene diagnosticata l’artrite reumatoide e verso la fine dello stesso anno viene colpito da una paralisi facciale. L’artrite assunse una forma sempre più aggressiva circa otto anni dopo e a settant’anni lo rese quasi completamente disabile.

Le testimonianze fotografiche ci mostrano un Renoir seduto su una sedia nel suo atelier, con le mani completamente tumefatte ormai al limite del movimento, le dita ricurve, deformi, numerosi tendini estensori delle dita e dei polsi divorati dalla malattia serrarono le sue mani in un pugno chiuso.

Dopo un’ennesima paralisi agli arti superiori e inferiori, Renoir fu costretto alla sedia a rotelle. Nonostante la salute cagionevole, Renoir non smise mai di dipingere, talvolta piangendo dal dolore, facendosi costruire un supporto specifico in legno per le tele, il quale gli permetteva di ruotarle
e di dipingere senza eccessivi movimenti corporali, mentre il pennello gli venne legato con delle fasce alle mani dalla moglie, dai figli o dalle modelle.

Renoir ritrova nell’arte la vita che non poteva più vivere con il suo fisico, ma solo con il suo spirito, portando al mondo un grande amore per la vita, sempre desideroso di sperimentare, usando toni chiari e luminosi per i suoi soggetti e le sue fresche ambientazioni.
La sua vera necessità fisica e la sua medicina fu la pittura, che non abbandonò mai.

Renoir ci ha dimostrato come dall’arte possa scaturire il coraggio per combattere la sofferenza, ci ha insegnato a condividere la pelle dell’altro, ci ha insegnato che nonostante il corpo sia paralizzato, nulla può fermare la sete dell’anima e che dalle lacrime nascono dei capolavori.

L’arte come terapia abbraccia un gran ventaglio di disabilità, non solo fisica ma anche e soprattutto mentale, mostrandosi come via di uscita, di sfogo, permettendo all’anima di poter gridare senza essere sentita, accogliendo sulla tela gli schizzi del dolore e del tormento interiore, salvando le persone dall’implosione.

EDVARD MUNCH IN BILICO SUL BARATRO DELLA FOLLIA

Nato a Loten in Norvegia nel 1863, in una famiglia numerosa che viveva di stenti. La sua infanzia fu una costellazione di traumi come la morte della madre e di una sorella a causa della tubercolosi, la condizione psico-depressiva del padre, la morte del fratello subito dopo il matrimonio, le crisi psichiche della sorella Laura, cui era indicibilmente affezionato.

Fin da bambino, Edvard mostrò una particolare attenzione nei confronti del disegno, che applicò nei suoi studi di ingegneria assecondando la volontà paterna, presso il politecnico di Christiana che poi nel 1880 abbandonò a causa della sua salute altalenante.

La pittura scandinava di inizio Ottocento era dominata dal classicismo di matrice europea, affondava le proprie radici nel Rinascimento. L’influenza dell’arte tedesca medievale poi aprì le porte al romanticismo nazionalista, che destò una coscienza nazionale e un’esigenza di sviluppare un’arte autonoma, dunque i temi tradizionali furono soppiantati da soggetti tratti dalla storia nazionale e dalla mitologia.

La Norvegia in particolare era priva di centri culturali cui fare riferimento e priva di accademie d’arte, di conseguenza gli artisti si spostavano in Germania, in particolare a Monaco e a Düsseldorf, altri invece a Parigi dove nel Salon del 1880 esposero circa 30 quadri di artisti scandinavi, i quali apprezzavano particolarmente l’uso della luce impressionista, senza però mai permettere una sua imposizione.

Munch iniziò a dipingere e a studiare storia dell’arte da autodidatta, per poi esporre uno dei suoi primi dipinti nel 1883: La fanciulla malata.

La critica sua contemporanea era divisa tra sostenitori che esaltavano il suo particolare modo di impiegare di colori e oppositori che accusavano una non finitezza dei suoi quadri, come se fossero lasciati ad uno stato di abbozzo.
Il viaggio a Parigi l’anno seguente colpì particolarmente l’artista che
si trovò tête-à-tête con le opere dell’avanguardia francese, spingendo la sua pittura verso la dissoluzione della composizione mediante l’uso di macchie di colore, linee grafiche sinuose e ondulate, prediligendo tra i suoi soggetti degli scorci di realtà e convivialità.

Nel 1889 la morte del padre costituì un tragico punto di svolta per l’artista, che si trovava a Parigi e non poté assistere alla cerimonia funeraria. La perdita gli causò un profondo dolore testimoniato nella sua fervida attività intellettuale, che possiamo leggere nel suo ricco diario che costantemente aggiornava, in cui descriveva i suoi turbamenti, i suoi pensieri e il rapporto che aveva con la figura paterna, caratterizzato da forti ostilità:

«Le risate dei miei amici mi feriscono, l’alba è grigia e triste quando la si guarda attraverso le lacrime. Non riesco a far altro che lasciar scorrere il dolore dall’alba al tramonto. Sto seduto da solo con milioni di ricordi, come milioni di pugnali che mi lacerano il cuore e le ferite rimangono aperte.»

L’incontro con il poeta simbolista Goldstein influenzò profondamente la pittura di Munch, che abbandonò i dipinti realisti e si aggrappò a struggenti raffigurazioni di persone che soffrono, amano, si emozionano.

Sebbene i dipinti di questo periodo siano riconducibili alle esperienze biografiche dell’artista, il suo proposito era quello di esprimere stati d’animo universali. La sua passione per l’esternalizzazione dei sentimenti nelle opere la dimostrava anche nei ritratti dei suoi amici, che restituivano le loro passioni e i loro turbamenti grazie alla profondità dello sguardo e all’ipnotico stile di Munch, ondulato e coinvolgente.

Il suo stile di vita errabondo, mai sobrio e intenso, iniziò a manifestare effetti di febbrilità nella sua persona, iniziando a ritrarre i drammi umani come nel Fregio della vita, in cui le pulsioni erotiche sono celate sotto le sinuosità della riva nell’opera Le tre fasi della donna, in un simbolismo insistente che pervade le sue atmosfere misteriose, lunari, annebbiate, indicando una inquietudine interiore anche nei sottotitoli delle opere che compongono il fregio: Seme dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia, Morte.

La crescente popolarità corrispose a un declino psicofisico di Munch, l’inizio di una crisi esistenziale che lo accompagnerà per anni. Una lite con la sua fidanzata Tulla terminò in un colpo di pistola che lo ferì a un dito, evento drammatico che lo segnò fisicamente e mentalmente, iniziando a ritrarsi nelle opere con la sua unica fonte di consolazione: l’alcol, il cui eccessivo uso lo portò a frequenti crisi di nervi, allucinazioni e attacchi paranoici.

«Ero al margine della follia, sul punto di precipitare.»

I soggetti che ritrae diventano strettamente correlati al suo stato d’animo, tanto da non renderli più drammi universalmente validi in cui ogni persona può riconoscersi, pertanto le sue opere iniziarono a diventare urtanti per la
sensibilità dei visitatori, il dipinto dei Bagnanti nudi del 1907 infatti fu messo in disparte, con minaccia di intervento da parte delle autorità.

In fondo, non è molto diverso da quello che accadrebbe oggi a distanza di un secolo, spesso è la reazione, la fuga che ogni essere umano ha di fronte ai profondi turbamenti dell’altro.

Nel 1908, Munch fu ricoverato nel dipartimento di neurologia in una clinica a Copenhagen per sette mesi, dove trasformò la sua stanza in un atelier, mosso dall’incessante bisogno di dipingere, usando come modelli persino il medico e l’infermiere.

L’arte passò dall’essere un lavoro all’essere l’unico sfogo, l’unico appiglio per non annegare, per non sentirsi soffocato dalla vita, dai tormenti che lo martellavano, l’unico respiro, seppur affannato.

L’arte era la sua vera medicina per combattere le dilanianti sofferenze, cui nessun farmaco avrebbe potuto sopperire davvero.

Articolo a cura di Alice di Nicola

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Arteterapia

CHE COS’È ?

L’ arteterapia nasce negli anni Quaranta del Novecento. 

Praticata inizialmente da artisti sensibili al potenziale comunicativo dell’arte, in collaborazione con psicologi e psichiatri

Si è sviluppata in seguito fino a definirsi come disciplina autonoma. 

I campi d’impiego dell’arteterapia si sono ampliati acquistando una dimensione rilevante negli interventi di prevenzione e riabilitazione di diversi disturbi psicologici e sociali.

La didattica di tale terapia ha radici negli insegnamenti dell’arte, della creatività e degli studi psicodinamici. I lavori artistici sono il mezzo per l’espressione e la comunicazione del mondo interno, emozioni, fantasie e pensieri, ed offrono un luogo dove dare una forma visibile e condivisibile ai propri vissuti.

Va ad utilizzare le potenzialità, che ogni persona possiede, di elaborare in maniera creativa tutte quelle sensazioni che non emergono con le parole in modo da incoraggiare i talenti, le attitudini e le abilità migliorando la qualità della vita della persona.

La sua natura multidisciplinare inserisce la figura dell’arteterapeuta tra le diverse figure professionali coinvolte nei programmi di prevenzione e cura, contribuendo alla diagnosi, alla presa in carico e al trattamento di disagi psicologici o sociali. 

ARTERAPIA NEL TEMPO 

In passato le espressioni artistiche più coinvolgenti trovano applicazione nella “normalità”. Uno dei tanti esempi sono i canti militari o i canti tradizionali dei marinai che servono a lenire la paura dei combattenti e a incoraggiarsi a vicenda in contesti difficili.

Nei manicomi arabi sembra che fossero applicate sedute di musicoterapia, mentre nel XIX secolo il dottor Philippe Pinel insieme ai suoi discepoli introducono tale tecnica negli istituti di cura europei per malattie psichiche.

In Europa la prima promotrice dell’arteterapia fu Friedl Dicker-Brandeis, specializzata nell’arte tessile e nella fotografia. 

Dal 1934 al ’38 diventa insegnante nel ghetto di Praga. Questo impiego diventa per lei un modo per imparare che l’arte può essere un legame con la parola, il suono, il colore e la forma: comincia ad osservare come i suoi giovani studenti utilizzano l’arte per far fronte a discriminazioni e soprusi, diventando per loro un modo per elaborare i traumi, i lutti ed eventuali violenze. 

«Today only one thing seems important — to rouse the desire towards creative work, to make it a habit, and to teach how to overcome difficulties that are insignificant in comparison with the goal to which you are striving.»

«Oggi solo una cosa sembra importante – risvegliare il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo un’abitudine, e insegnare come superare le difficoltà insignificanti rispetto alla meta per la quale vi state sforzando.»

F.D. Brandeis

Nel 1942 Brandeis viene deportata nel campo di concentramento per via delle sue origini ebree, e nel campo di transito di Terezin diventa insegnante di arte per tantissimi bambini allontanati dalle loro famiglie. Con i suoi laboratori artistici ella si pone l’obiettivo di riequilibrare il mondo emozionale dei bambini, sottoposti a situazioni traumatiche, attraverso lezioni di arte. Friedl muore nel 1944 a Birkenau dentro una camera a gas.

A partire dagli anni ’50 negli Stati Uniti inizia l’esperienza più importante ai fini della definizione metodologica dell’arteterapia grazie alla nascita di due orientamenti legati a due figure fondamentali: Edith Kramer, alunna della Brandeis, e Margaret Naumburg

La Naumburg, psichiatra e psicoanalista, parte dal presupposto che i sentimenti inconsci sono più facilmente riconoscibili nelle immagini piuttosto che nelle parole, e stimola, così, la comunicazione tra paziente e arteterapeuta attraverso le immagini sulle quali, inevitabilmente, si vanno a proiettare emozioni e vissuti personali. 

Margaret, quindi, utilizza l’arte come strumento per svelare significati inconsci.

Edith Kramer

La Kramer, essendo un’artista, riserva un valore diverso all’espressione artistica. 

Ella, infatti, pone attenzione ai procedimenti psicologici che si attivano durante il lavoro creativo rendendosi consapevole del grande aiuto dell’arte sia per il disagio psichico che nella sofferenza esistenziale.

E’ a partire dalla sua esperienza di arteterapeuta e dai suoi approfonditi studi psicologici che nasce l’elaborazione di una precisa linea metodologica che vede la centralità del processo creativo ed artistico nel percorso terapeutico e che rientra sotto il nome di “Arte come terapia”.

L’arte diventa terapia, e la tecnica terapeutica non cerca tanto di svelare e interpretare il materiale inconscio, quanto di attivare capacità, risorse e processi, diventando un vero e proprio mezzo di sostegno per l’IO, favorendo lo sviluppo del senso d’identità e promuovendo una generale maturazione. 

La Kramer sottolinea il fatto che l’arteterapeuta deve avere una profonda conoscenza sia dei processi artistici che delle caratteristiche e possibilità dei materiali proposti, condizione indispensabile all’intuizione artistica che deve sostenere la relazione terapeutica.

Dipinto realizzato da F.D. Brandeis

ARTETERAPIA OGGI

 È una forma di intervento, nel quale si fa uso di differenti mediatori artistici al fine di favorire il potenziamento e l’affermazione della persona o del gruppo, la piena utilizzazione delle proprie risorse e il miglioramento della qualità della vita.

L’arteterapia si caratterizza come un approccio di sostegno non-verbale, mediante l’uso di materiali artistici, basandosi sul presupposto secondo cui il processo creativo corrisponde a un miglioramento dello stato di benessere della persona, migliorandone la qualità del vissuto. 

COME?

Tra i mediatori artistici si contano la danza, la musica, il teatro, la fotografia e la pittura.

Questi mediatori artistici vengono usati in laboratori consoni ricchi di stimoli che rispettano tutte le regole del setting: lo spazio e il tempo sono ben definiti e tutto ciò che accade all’interno di tale spazio e tempo acquisisce un significato che facilita la comprensione del paziente. 

L’arteterapeuta gioca un ruolo fondamentale perché deve occuparsi di evidenziare il lato significativo e comunicativo. L’obiettivo è quello di creare una relazione empatica con il soggetto in modo che possa esprimersi senza filtri. 

Nel laboratorio ci si può dedicare a:

  • Arti visive si può disegnare, colorare, modellare, utilizzare fotografie o filmati
  • Musicoterapia: si può ascoltare musica per favorire una maggiore attivazione o il rilassamento
  • Danzaterapia: si impara a liberare il corpo consentendogli di esprimere pensieri, emozioni e sentimenti
  • Teatroterapia: permette di comunicare con il corpo e con la voce, di osservare il mondo con gli occhi di un altro e di giocare con ciò che è finzione e ciò che è verità
  • Gioco si propongono diverse attività ludiche con il fine di allenare la persona alla vita e di permettere la ricerca del SÉ, di un sé corrispondente ai propri bisogni.

Le aree di intervento dell’arteterapia sono tre:

  1. Area Terapeutica:

L’arteterapia può essere inserita nel programma riabilitativo dei casi di handicap gravi e disturbi psichiatrici.

In questi casi le tecniche espressive non sono mai le uniche responsabili dei miglioramenti, poiché ciò che “cura” è il rapporto terapeuta-paziente. 

Quello che diventa importante sono gli strumenti che un operatore sensibile può utilizzare per scoprire e conoscere le immagini, le sensazioni e i sogni di un paziente che non riesce ad esprimersi con le parole.

  1. Area riabilitativa

L’arteterapia può essere utilizzata anche con bambini, anziani, adolescenti e adulti portatori di handicap fisici in assenza di vere e proprie patologie psichiche. Diventa un’esperienza ludica in cui si è liberi di esprimere sé stessi attraverso le proprie possibilità senza ricevere giudizi, né condizionamenti. 

L’obiettivo non è “fare bene”, ma è comunicare i pensieri e le emozioni così come viene istintivamente fare. Si può produrre anche uno scarabocchio se è questo che riusciamo a fare e ci rappresenta. In questa maniera l’utente con un corpo trasformato o diversamente abile vive il proprio corpo, non lo subisce.

  1. Area preventiva e educativa: 

Le tecniche espressive sono utili per favorire una maggiore conoscenza di sé stessi nei momenti di cambiamento che capitano nella vita: durante una crisi coniugale, un cambiamento di lavoro, nei casi di leggera depressione… 

Può essere utile liberare le proprie energie creative attraverso un percorso in un laboratorio artistico.

ARTETERAPIA IN ITALIA

Fino ad oggi l’arteterapia è stata utilizza come tecnica riabilitativa e/o di sostegno con il fine di riduzione degli handicap psicofisici, di miglioramento delle capacità relazionali e di inserimento di gruppo per personalità affette da patologie che vanno aldilà della nevrosi. 

I professionisti che si sono cimentati in questo ambito sono esperti nei campi più disparati che vanno dalla letteratura alla musica non arrivando mai, però, alla psicoterapia nel suo significato più proprio. Questo è causato dalla mancanza di istituzioni che selezionino e formino un arteterapeuta professionalmente, e anche dalla mancanza di figure che sappiano riunire una formazione psichiatrica-psicoanalitica con affermate qualità artistiche.

In Gran Bretagna, per esempio, questo tipo di trattamento è affidato a psicoanalisti o psichiatri con affermate attitudini artistiche, che grazie alla loro formazione teorica riescono a elaborare in forma terapeutica quanto possono assorbire dalla seduta di gruppo o singola. 

Nonostante ciò, sembra che la nostra situazione stia migliorando dato che negli ultimi anni sono cominciate a sorgere scuole di questo tipo come, per esempio Artedo.

Articolo a cura di: Sanaa Boumasdour