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Eventi/Mostre

Breaking news of the week 03.06.22

  1. UN SECOLO CORONATO DALL’ARTE

Il generale livornese Giorgio Allori spegne 100 candeline, e ai familiari chiede un regalo semplice ma speciale: tornare dopo tanti anni a visitare il suo museo preferito, gli Uffizi. Per l’occasione è proprio il direttore del museo Eike Schmidt in persona a fargli da guida.

Nel 1943, appena uscito dall’Accademia Militare di Modena, il generale non aderisce alla Repubblica di Salò, viene fatto così prigioniero e viene internato nei campi di prigionia nazisti. Liberato alla fine della guerra, torna in Italia, avanza nella carriera militare fino a raggiungere il grado di generale; per tutta la vita ha coltivato l’amore per l’arte.

«La devo a mio padre Giulio (ndr. La passione per l’arte) di lavoro era bancario, ma nel tempo libero si dedicava alla pittura. Grazie a lui ho conosciuto gli Uffizi quando non avevo ancora dieci anni, quasi un secolo fa: era molto diverso da oggi, a visitarlo saremo stati in tutto 50 persone.»

Generale Giorgio Allori

  • LET’S GET DIGITAL! – UN VIAGGIO NEL MONDO DEGLI NFT A FIRENZE

La Fondazione Palazzo Strozzi presenta Let’s Get Digital! Un nuovo progetto espositivo che mette in primo piano la rivoluzione dell’arte degli NFT, i Non-Fungible Token.

Ma cosa sono gli NFT? Si tratta di contenuti digitali certificati dal sistema della blockchain. Questa tecnologia rende i file digitali non modificabili, e sono registrati in un archivio che permette al file di essere visualizzato da tutti ma posseduto solo da una singola persona. Le opere d’arte, di per sé facilmente duplicabili, in questa realtà digitale vanno ad alimentare un mercato diverso rispetto a quello tradizionale permettendo un nuovo rapporto tra produzione e fruizione del pubblico.

Quelle che possono sembrare dinamiche da film di fantascienza diventano realtà con l’esposizione a Palazzo Strozzi disponibile per i più curiosi fino al 31 luglio.

La mostra si apre nel cortile del Palazzo con l’installazione dell’artista turco Refik Anadol.

Site Specific è un’opera dinamica basata su AI (Intelligenza Artificiale) che, grazie a una serie di algoritmi, crea visioni illusionistiche garantendo un’esperienza ipnotica e multisensoriale all’interno di un’atmosfera di contrasto tra contemporaneo e moderno. Da lasciare a bocca aperta anche i più scettici!

Diverse sono le opere che vi aspettano anche all’interno, non perdetevele!

  1. UOMO LANCIA TORTA CONTRO LA GIOCONDA

Ormai il video è diventato virale: un uomo con tanto di parrucca e sedia a rotelle che tira addosso alla Monna Lisa una torta alla panna.

Ebbene sì, domenica 29 maggio un uomo accede al museo del Louvre fingendosi una persona in sedia a rotelle, condizione che gli ha permesso di avere la precedenza superando la marea di persone. Una volta trovatosi vicino, l’uomo si è alzato rapidamente e ha imbrattato il vetro con la torta gridando slogan ambientalisti, successivamente ha sparso delle rose prima di essere spinto a terra dalla sicurezza.

L’opera fortunatamente è completamente indenne, in quanto protetta da un vetro antiproiettile.

Diverse volte l’opera è stata attaccata nella sua storia, questa volta non è stata danneggiata, ma sicuramente è un gesto che ha fatto parlare di sé, te cosa ne pensi?

«Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola qualche anno fa (ndr. Nel 1957 l’opera è stata colpita con un sasso che ha provocato il distaccamento di parte della pittura a olio nella zona superiore) caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre. Leonardo inconsciamente ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. (…) posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco.»

Salvador Dalì fornisce una lettura psicoanalitica.

Quale novità ti ha colpito e interessato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour

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Arte

My Bed – Tracey Emin

Sofferenza che diventa arte

Bastano queste poche parole per raccontare a pieno l’istallazione del 1998 dell’artista inglese Tracey Emin: l’opera fu esposta per la prima volta a Tokyo e venduta per 150 mila sterline; successivamente fu presentata alla Tate Britain di Londra nel 1999, in seguito alla nomina dell’artista al Turner price; è stata poi riproposta nel 2015 con un nuovo allestimento, nella medesima galleria.

L’artista Tracey Emin e l’istallazione My Bed presso la Tate Britain di Londra.

Come vediamo, si tratta di un’opera che ha attraversato il corso della storia dell’arte contemporanea, dagli anni ’90 fino ad oggi, suscitando, in ogni contesto di esposizione, il medesimo scalpore: si tratta di un’istallazione inserita in una stanza vuota, in cui un letto matrimoniale disfatto si impone nello spazio sterile, raccogliendo intorno a sé oggetti di varia natura, tra cui biancheria intima, bottiglie di vodka, preservativi usati, pillole anticoncezionale e mozziconi di sigarette.  

Dettagli dell’istallazione My Bed.

L’opera in sé può essere tranquillamente considerata un ready-made del XX secolo, in cui oggetti svariati presi da contesti poco canonici all’arte diventano parte integrante dell’istallazione e vengono proiettati nello spazio artistico per eccellenza, ovvero la galleria. 

Soltanto considerando questo aspetto, l’opera della Emin risulta già fortemente provocatoria, in quanto presenta al visitatore degli elementi che sono parte della sua vita quotidiana e li spoglia della loro funzione iniziale per renderli, appunto, arte. Tale punto di vista viene reso ancora più forte dalla scelta dell’artista di abbattere il ‘muro’ asettico dei ready-made duchampiani, in favore di una narrazione personale, viscerale e profondamente legata al modo stesso in cui l’artista vive l’arte.

Ma cosa racconta davvero quest’opera?

È la stessa artista a parlarne in un’intervista rilasciata nel 2015, a seguito del riallestimento di My Bed a Londra:

“Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vivi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.”

Si tratta, quindi, di un’opera nata da una vicenda personale che aveva segnato profondamente l’esistenza della Emin, costringendola addirittura a fermare la sua vita per alcuni giorni. In base a questo, trasformare quel ricordo doloroso in arte ha una funzione del tutto esorcizzante, nonché mira ad incapsulare nella memoria un momento del passato dell’artista, destinato ad essere eterno.   

Questo impianto fortemente autobiografico non era nuovo nelle opere dell’artista: ella era già conosciuta in Europa per le sue opere di arte contemporanea che spaziavano dalla pittura, alla neon art e si collocavano in una zona intermedia tra il desiderio carnale e una forma di dolore profondo, in una chiave di lettura che era sempre soggettiva e privata. Questo non stupisce considerando il passato della Emin: la sua fu un’esistenza segnata dalla povertà e dalla violenza (fu purtroppo stuprata a soli 13 anni) e solo l’arte riuscì a riscattare la sua vita.

Nel caso dell’allestimento del 2015, l’entità personalizzante dell’opera viene maggiormente accentuata da diverse scelte curatoriali fatte proprio dalla Emin che, non solo resero lo spazio genale più suggestivo, ma in un certo senso suggeriscono il riscatto esistenziale a cui si accennava.

Innanzitutto, la sala nella quale fu inserita l’installazione fu allestita con alcune pitture di Francis Bacon, un artista di inizio ‘900 conosciuto soprattutto per la brutalità e la crudezza delle sue raffigurazioni, e alcuni disegni della stessa Emin. Entrambi i registri iconografici hanno funzione di rappresentare l’assetto caotico su cui si sviluppa l’opera e di assecondarne il movimento, il disordine e lo scompiglio che, non è solo esteriore, ma è sintomatico di un malessere interiore.

I nuovi soggetti raffigurati nei disegni della Emin, però, non sono una trasposizione di quello stato d’animo, bensì sono individui capaci di uscire dallo spazio di quel letto, di trovare nuova vitalità al di fuori di quella capsula temporale, ma lo fanno comunque in un nuovo caos, in quel disordine naturale che è proprio della vita, proprio come fa la Tracey Emin del presente.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Artista

OLIVIERO TOSCANI

FOTOGRAFO ITALIANO PER ANTONOMASIA

Ottant’anni di vita (appena compiuti) per sessanta di carriera. È questa la proporzione che ci introduce alla storia di Oliviero Toscani, emblema della fotografia italiana nei decenni più significativi della nostra storia.

Toscani è il classico esempio del “figlio d’arte”, in quanto figlio di Fedele Toscani, uno dei più famosi fotoreporter del Corriere della Sera che, sin dalla giovane età, lo spinse alla pratica della fotografia. Non è un caso che a soli 14 anni pubblicò il suo primo scatto sul Corriere: nel 1956, infatti, aveva accompagnato il padre a Predappio in occasione della tumulazione di Mussolini e aveva ritratto il volto straziato della moglie Rachele. “Sei stato più bravo di me” gli disse il padre.

In seguito al diploma in fotografia nel 1965 presso la Kunstgewerbenschule di Zurigo in cui ebbe la possibilità di studiare con i più importanti nomi dell’arte del tempo, tra i quali Marcel Duchamp e Karl Schmid, iniziò a lavorare nella pubblicità e realizzò campagne per alcuni importanti marchi come Chanel, Valentino e Fiorucci.

A partire dagli anni ’90, incrementò la sua attività nell’editoria, fondando le riviste Colors, primo giornale globale del mondo, e Fabrica, centro internazionale per la arti e la ricerca della comunicazione moderna; assunse anche il ruolo di direttore creativo nel mensile Talk Miramax di New York e fu il coordinatore della pubblicazione di 30 ans de Liberation, un volume che, sulla base degli articoli del quotidiano Liberation, ripercorreva gli ultimi trent’anni di storia.

LA DENUNCIA FOTOGRAFICA IN TOSCANI

L’arte deve provocare. Se sei un vero artista devi essere il primo ad essere provocato, se così non è vuol dire che la tua arte non vale tanto”.

(Toscani, 2021)

Sono state queste le parole di Oliviero Toscani in occasione del suo intervento nella trasmissione La versione di Fiorella, in onda su Rai3. Sono parole che non sorprendono considerando lo scopo ultimo di ogni suo scatto. È vero che la sua carriera ha trovato spazio prevalentemente nel settore della moda, ma, con la sua arte, anche il senso stesso della moda ha cambiato direzione.

Il linguaggio fotografico di Toscani si caratterizza per la sua semplicità, la sua poca elaborazione e l’estrema attenzione all’analisi dei volti e dei corpi, spesso unici elementi delle composizioni. Questa apparente semplicità cela la profonda consapevolezza di Toscani dei mali del mondo di cui egli stesso è portavoce e di cui può essere testimone anche dalla sua posizione di privilegiato.

Questa sua idea di fotografia come strumento di denuncia si manifesta soprattutto nella campagna per la Benetton, la più importante e duratura della sua carriera. Con questa collaborazione, iniziata negli anni ’80, Toscani non sancì soltanto la sua fama, ma delineò uno stile del tutto personale, capace di raccontare l’Italia moderna e i suoi tabù. La moda non rappresentò più un fenomeno separato dal mondo che la creava, ma divenne un pretesto per riflettere sui temi più forti della società degli anni ’80 e ’90: l’Aids, il razzismo, l’omofobia, il problema della criminalità organizzata. 

Per comprendere la potenza di questi scatti, è importante ricordare che Toscani abbandonò la collaborazione con la Benetton nel 2000, in seguito ad una campagna controversa che aveva come soggetti i condannati a morte negli Stati Uniti che provocò un vero e proprio scandalo contro la casa di moda. La collaborazione con l’azienda è poi ripresa nel 2018 fino all’inizio del 2020.

La volontà di dedicarsi ai temi più controversi della società, però, non si esaurisce con questi scatti. Scandalosa fu anche la campagna per il marchio Nolita, in cui fotografò la modella Isabelle Caro, malata di anoressia, che morì qualche anno dopo la pubblicazione della serie fotografica.

L’impegno sociale di Oliviero Toscani si è anche manifestato nella scelta di entrare in politica, schierandosi con i Radicali, a partire dal tempo della leadership di Marco Pannella. Nel 1971 fu uno dei firmatari della lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli, in cui venivano accusati di negligenza alcuni funzionari che si erano occupati del caso di Giuseppe Pinelli, anarchico e partigiano italiano, che era precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo alla questura di Milano.

Non c’è dubbio che la personalità di questo fotografo e uomo di politica abbia destato tanto scalpore nella società contemporanea, soprattutto per il suo carattere dirompente, senza filtri e la sua presa di posizione radicale in ogni fatto o evento sociale. Quindi, che la persona di Oliviero Toscani sia amata o meno è un fatto del tutto soggettivo: ciò che invece non può essere negato è il suo contributo all’arte in genere, in quanto è stato forse il primo ad allontanare la fotografia italiana dalla sua natura elitaria, affinché essa potesse essere strumento, motore di comunicazione e arma di contestazione per eccellenza.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Artista

DAVID LACHAPELLE

PROVOCAZIONE ED ECCENTRICITA’

Recentemente protagonista di un’esposizione presso la Cappella Palatina del Maschio Angioino di Napoli, David LaChapelle è l’emblema della fotografia contemporanea.

Nato a Hartford nel 1963, si forma presso la North Carolina School of the Arts e la School of Art di New York, città in cui la sua fama verrà sancita. Il suo nome, in gioventù, fu associato alla figura di Andy Warhol che offrì al giovane LaChapelle il primo incarico per la rivista Interview magazine, fondata dall’artista Pop nel 1969. 

A partire dagli anni ’80, LaChapelle collaborò prevalentemente con il settore pubblicitario, curando le copertine delle riviste più famose al mondo, tra cui Vanity Fair, GQ e Vogue; ebbe, inoltre, la possibilità di lavorare a contatto con i grandi nomi della musica pop e del cinema, da Madonna ad Angelina Jolie, da Whitney Houston a Leonardo Di Caprio.

Oltre alle numerose raccolte fotografiche prodotte e pubblicate a partire dagli anni 2000, LaChapelle si è interessato alla regia, realizzando videoclip musicali per Britney Spears, Elton John e Amy Winehouse, e trailer per le serie tv Desperate Housewives e Lost.

SURREALISMO E CLASSICITA’

Nei suoi scatti LaChapelle ha sempre posto l’accento sulla rappresentazione e sull’analisi della società occidentale, presentandone i tabù, come la piaga dell’AIDS da cui egli stesso fu affetto, ma anche criticandone aspramente lo sfrenato consumismo.

Discendente della generazione degli stage photographer, i suoi ritratti riproducono veri e propri set cinematografici dal fascino barocco, in cui i soggetti sono i protagonisti indiscussi. Il suo stile, innegabilmente vicino ai temi della Pop art, è caratterizzato dalla scelta di una gamma coloristica precisa, data da colori accesi, quasi fluo e da scenari iperrealisti e onirici, che ancora una volta lo legalo ai grandi nomi dell’arte contemporanea, come Mirò e Dalì.

Un momento cruciale per la carriera di LaChapelle fu un viaggio a Roma, svolto nel 2005, in cui osservando i capolavori di Michelangelo, in particolare gli affreschi della Cappella Sistina, concepì una delle sue più famose serie, nonché una delle più criticate, The Deluge. Essa era incentrata sulla rivisitazione in chiave contemporanea dei temi biblici e vide la partecipazione di alcuni volti noti della moda e della musica, come la top model Naomi Campbell e il re del pop Micheal Jackson.

David LaChapelle, The Deluge, 2005.

La scelta di temi biblici non si esaurisce in The Deluge, ma trova una sua evoluzione in Jesus is my homeboy, in cui la figura di Cristo si palesa negli scenari più degradati della società: l’artista riprende le composizioni spaziali di Leonardo, ma mira soprattutto a creare un netto contrasto tra la modernità dell’uomo del nuovo secolo e la figura salvifica di Gesù.

David LaChapelle, Jesus is my homeboy, 2003.

Provocatoria e al limite della blasfemia è anche la serie Beatification (1990-2007), in cui il tema dell’Inferno dantesco e della Pietà michelangionesca rivivono nella figura di Micheal Jackson, volto del nuovo figlio di Dio.

David LaChapelle, The Beatification, 1990-2007.

Al 2019 risale la serie Mary Magdalene, in cui Kim Kardashian si è prestata ad immagine della più famosa peccatrice, perdonata e accolta da Cristo.

David LaChapelle, Mery Magdalene, 2019.

Il suo interesse per la classicità, dato dalla sua formazione accademica, si manifesta fortemente anche negli scatti successivi. Nel 2009 sviluppò la serie Rebirth of Venus, in cui LaChapelle presentò la dea della bellezza come una Madonna cristiana, figlia del suo tempo; in Rape of Africa dello stesso anno, attraverso una rilettura dell’opera botticelliana Venere e Marte, presenta il dramma della guerra e della schiavitù in Africa. Il volto di Naomi Campbell si presta a nuova Venere, attenta e con lo sguardo rivolto allo spettatore; Marte è un uomo bianco, indifferente di fronte al dramma che si sta consumando, emblematicamente raffigurato dai due bambini, uno con in mano un fucile, e l’altro che, invano, tenta di svegliare l’inerme Marte.

David LaChapelle, Rebirth of Venus, 2009.

David LaChapelle è ad oggi uno dei fotografi più famosi e apprezzati sulla scena contemporanea. La sua è un’arte che fonde l’amore per l’immortalità delle arti figurative e la modernità intramontabile della libertà di espressione, scopo ultimo di ogni sua opera.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Artista

ENRICO FERRARINI

In un connubio perfetto tra formazione e pratica, Enrico Ferrarini è parte integrante del mondo dell’arte italiana.

Nato a Modena nel 1987, si approccia alla scultura presso l’Istituto Professionale “Pietro Tacca” di Carrara, dedicandosi allo studio delle tecniche di lavorazione della ceramica. Prosegue i suoi studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera, dove conosce la storia della scultura classica, ma mira all’elaborazione di uno stile personale, intimo e dinamico.

A soli 23 anni inizia la sua carriera da insegnante, portando avanti un’idea di arte libera, in cui non esistono limiti o confini, ma soltanto la forza incontrastabile dell’immaginazione.

Accanto alle produzioni scultoree da artista indipendente, Enrico Ferrarini continua la sua missione da insegnante: nel 2020 viene eletto Accademico Corrispondente presso l’Accademia Delle Arti e del Disegno di Firenze ed è attualmente Professore presso l’Accademia di Belle Arti del capoluogo toscano; inoltre, organizza numerosi workshop e corsi di formazione per giovani scultori.  

Foto dal sito ufficiale dell’artista https://www.enricoferrarini.com/sculture

LA SCULTURA DELL’ANIMA E DELLA MENTE

Il percorso di creazione di un’opera di Ferrarini unisce istinto e meditazione, in una chiave interpretativa che sfrutta materiali precisi e tematiche della sfera umana. L’artista è stato in grado di proporre una scultura moderna, ma profondamente intrisa di classicità, simmetria ed emozione.

Le sue sculture sono caratterizzate da un’attenzione minuziosa per l’anatomia della persona, un campo di ricerca approfondito da Ferrarini, sia attraverso letture, sia attraverso la pratica continua del disegno; a questo si aggiunge l’interesse per le espressioni del corpo, referenti della complessità dei sentimenti umani.

In un’intervista da remoto al Talk Quarantena Nydai, l’artista ha spiegato nel dettaglio il processo creativo da lui seguito: tutto inizia da un’idea, uno stimolo che proviene dall’interno, in cui spesso coesistono sentimenti o pensieri contrastanti; viene abbozzata una prima immagine o su un disegno o direttamente sull’argilla, in cui la forma “danza” da subito con la materia.

La scultura, pur essendo un’arte che spinge verso l’immobilità, viene sconvolta da Ferrarini che, invece, protende al dinamismo e al movimento. L’idea che sta alla base di ogni sua produzione è quella di far dialogare sentimenti e istinti differenti che si incontrano in un unico corpo plastico.

Come detto in precedenza, il lavoro di scultore di Ferrarini si accompagna ad un percorso di formazione personale: negli ultimi anni si è interessato soprattutto alla neuroscienza e al meccanismo di lavoro dei neuroni specchio: si tratta di una particolare classe di neuroni che rispondono a stimoli motori e sensoriali e si attivano sia quando il soggetto compie una certa azione o quando vede compiere la medesima azione da un altro individuo; sono, quindi, alla base di tutti i fenomeni empatici di comprensione intersoggettiva.

L’interesse scientifico di Ferrarini si sposa con la predilezione di tematiche astratte, quali il tempo, l’amore, la sofferenza, metaforicamente riprodotte facendo ricorso alla figura umana, sia maschile che femminile.

In Revoluzione troviamo esplicati tutti questi concetti.

Enrico Ferrarini, Revoluzione, 2014

Si tratta di un’opera frutto di un processo creativo molto lungo: due corpi, uno statico con il volto di un bambino, e uno in movimento, con un volto di adulto, legati tra loro quasi in un percorso di evoluzione che, dall’infanzia, conduce alla maturità. La bocca è il punto di collegamento più rilevante, in quanto essa si prolunga dal primo al secondo volto. Anche nel busto dell’uomo adulto si vede il contorno di una bocca, all’altezza del cuore.

Enrico Ferrarini, Revoluzione (dettaglio dei volti), 2014

Ferrarini dà anche un impianto prospettivo alla scultura, in quanto, vista da destra, essa mostra soltanto il volto dell’uomo adulto; viceversa, si scorge il volto del fanciullo. Si tratta di una rappresentazione di un momento particolare della vita dell’artista, un momento di transizione e di trasformazione, come mostra il movimento stesso delle figure.

Completamente diversa sul piano formale è Sara.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Come riferito dell’artista, si tratta della rappresentazione del momento esatto in cui avviene l’innamoramento, in particolare quello fulmineo in cui, in un solo momento, la vita del singolo è destinata a cambiare. Ecco che il volto della figura femminile si trasforma, diventa più espressiva e subisce nuovamente una metamorfosi.

Enrico Ferrarini, Sara, 2021

Questa stessa visione dell’amore come processo di trasformazione personale viene riproposto da Ferrarini in Insieme.

Enrico Ferrarini, Insieme, 2020

L’opera, anche in questo caso, è frutto di un percorso di lavoro molto lungo, basato sull’idea di far congiungere le due anime in un unico corpo. Gli amanti provengono da esperienze di vita differenti, hanno intrapreso percorsi di diversa natura, rappresentati sempre dai volti in movimento. Le loro strade, però, li hanno condotti a questo momento. Insieme.

La componente dello spazio e del tempo si fondono nel bacio, in un tripudio di passionalità e affetto.

Come abbiamo visto, Ferrarini rappresenta i suoi soggetti in maniera fluida, con dei tratti quasi sfuocati, ma capaci di parlare al cuore dello spettatore che riconosce, nell’inquietudine delle forme, il suo stesso stato d’animo.

Per questo motivo, la scultura di Ferrarini non vive per sé stessa, ma si rapporta con l’esterno come se fosse dotata di una forza centrifuga in grado di catturare, di far riflettere e di commuovere.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Artista

JR

Jean Renè, nome completo di Jr, è un artista e fotografo francese la cui fama è sancita in tutto il mondo.

Classe 1983, inizia la sua carriera artistica da ragazzo, rivolgendo il suo interesse verso la strada, con lo scopo di lasciare un segno indelebile nella società e nei suoi spazi. Inizialmente, si dedicò alla produzione di graffiti sui tetti di Montfermeil, sua città natale, e sui vagoni della metropolitana, ma il punto di svolta arriverà con la fotografia.

Nell’ottica di un’arte che vive in mezzo alla gente e si fa portavoce di messaggi sociali, Jr inizia ad applicare le fotocopie delle sue fotografie sui marciapiedi e sulle strade, rendendo l’arte accessibile a tutti, nonché praticabile.

Dai primi anni 2000 la sua carriera vive una vera e propria escalation che lo porta ad esporre in tutto il mondo; i suoi “musei all’aperto”, inoltre, gli garantiscono numerosi riconoscimenti, a partire dal premio TED (Technology Entertainment Design) ricevuto nel 2010, che aprirà la strada ad uno dei più grandi progetti artistici mai realizzati: l’Inside Out Project.

Jr alla conferenza TED 2011

 L’ARTE A SERVIZIO DELLA COMUNITA

Nel 1972, il critico d’arte Enrico Crispolti parlava del concetto di “Arte sociale”, inserendosi in quella lunga discussione, figlia degli anni ’60, che voleva riconsiderare la posizione dell’arte all’interno della società, in particolare nel contesto urbano. Seppur in una chiave del tutto contemporanea, Jr segue il medesimo pensiero, non soffermandosi tanto sul senso dell’arte come motore di sviluppo della città, quanto come strumento di racconto delle anime che la popolano.

La sua è un’arte profondamente intima e pura, che lascia dialogare la veridicità della fotografia con l’immediatezza e l’inclusività della street art. Dice, infatti, l’artista: «In strada raggiungiamo persone che non vanno mai ai musei», sancendo il senso della sua missione, ovvero allontanare l’arte dalla sua immagine elitaria e renderla fruibile (o addirittura “percorribile”) a chiunque.

Come un fotografo di tutto rispetto, la sua produzione è segnata da una serie di “raccolte”, anche se definirle così potrebbe risultare assolutamente riduttivo. Infatti, più che di raccolte, si parla di veri e propri progetti che si sviluppano, inizialmente, nel perimetro cittadino. Dal 2004 al 2006, ricordiamo, infatti, Portraits of a Generation, una serie di ritratti di giovani parigini esposti a Les Bosquets, uno dei quartieri più degradati della sua città natale.

Il progetto si è poi sviluppato in seguito a dei fatti di cronaca locale: nel 2005, dopo l’uccisione di due ragazzi, erano scoppiate rivolte in tutto il quartiere, in cui i giovani del posto saccheggiavano e distruggevano tutto ciò che potevano. Così nel 2006, Jr allargò il progetto già avviato, coinvolgendo proprio quei giovani, con lo scopo di presentare alla comunità coloro che venivano definiti “la feccia della società”. Con i suoi ritratti a pieno formato, spesso caratterizzati da facce spaventose, Jr invitava i passanti a interrogarsi sulla vera natura di quei ragazzi, certamente colpevoli, ma, forse, anche vittime di un sistema a loro avverso.

Al 2007 risale il suo primo progetto all’estero, ovvero il Face2Face, in Medio Oriente, nota come la più grande mostra fotografica illegale. In un’area simbolo per le tre religioni politeiste, nonché luogo di scontro anche nella contemporaneità, Jr, in collaborazione con un altro artista, incollò ritratti di palestinesi e israeliani faccia a faccia su entrambi i lati di una barriera di separazione, in formati monumentali. Lo scopo di tale disposizione era quello di sottolineare le somiglianze di questi due popoli perennemente in guerra, con la volontà di mettere da parte divergenze e tensioni.

Con Women are Heroes, Jr intraprende il suo primo tour internazionale. Volti di donne sorridenti, seriose, fotografe nella loro vita quotidiana hanno riempito le mura di numerose città dal Brasile al Kenya, dall’India alla Francia. L’artista vuole raccontare la centralità e la forza della figura femminile, in un’epoca in cui le donne continuano ad essere oggetto di violenza o strumento nelle mani di fanatici religiosi.

Women are Heroes, Parigi (2009)

È innegabile che il progetto più conosciuto e più ambizioso di Jr sia stato, e sia tutt’ora, l’Inside Out. Esso si è sviluppato dalla vincita del premio TED e prende forma dalle parole di Jr in occasione della conferenza TED a Long Beach, California, nel 2011.

“I wish for you to stand up for what you care about by participating in a global art project, and together we’ll turn the world…INSIDE OUT.”

Anche in questa occasione, Jr mira al coinvolgimento del pubblico del mondo che, da spettatore, diventa, ancora una volta, protagonista indiscusso. Chiunque ha potuto partecipare al progetto, inviando un proprio ritratto che, successivamente, è stato “fotocopiato” e riproposto sulle strade del mondo, secondo il dettato tipico dell’artista. 

La scelta di coinvolgere attivamente lo spettatore risulta essere una presa di posizione molto forte; non soltanto il soggetto intervenuto si presenta, nello stesso tempo, come artista e come opera d’arte, ma diventa “cittadino del mondo”. Il suo volto è destinato ad incontrarne un altro, magari lontano fisicamente migliaia di chilometri. Ogni barriera viene abbattuta ed esiste un’unica grande realtà: il mondo stesso di cui ognuno fa parte.

Inside Out, New York (2012)

La sua carriera, però, non si esaurisce nella scelta del volto umano come soggetto. Ha avuto la possibilità di reinterpretare luoghi simbolo della cultura mondiale, tra cui la famosa piramide del Musée de Louvre, in occasione del trentesimo anniversario della struttura. Qui, ha realizzato, con l’aiuto di 400 volontari, un grandissimo collage che, attraverso una straordinaria illusione ottica, sembra avvolgere la piramide che viene assorbita dal vortice sottostante.

Progetto per la piramide del Louvre, Parigi (2019)

In Italia nel 2021, il volto di Palazzo Strozzi è stato trasformato da Jr che, con l’opera La Ferita, ha proposto una significativa riflessione sulla cultura al tempo del Covid-19; il senso dell’opera è quello di sottolineare l’inaccessibilità di tutto i luoghi d’arte, attraverso una sorta di squarcio che si apre alla visione dell’interno, ma rappresenta comunque una barriera invalicabile.

La Ferita, Palazzo Strozzi, Firenze (2021)

Jr è, ad oggi, uno degli artisti più conosciuti al mondo. Il suo è uno sguardo rivoluzionario e avveniristico che, con della carta e la semplicità del volto umano, ha saputo interpretare in modo unico la storia contemporanea del mondo.   

A cura di Giuliana Di Martino

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Eventi/Mostre

Nicolò Rosso all’Accademia Italiana

Il 22 Ottobre 2021 presso l’Accademia Italia si è tenuto uno speech presidiato da Nicolò Filippo Rosso, vincitore World Press nella sezione Contemporary Issues  2020 e recentemente anche dell’Eugene Smith Fund Grant Recipient.


Exodus é il progetto fotografico premiato da due tra i più importanti concorsi fotografici al mondo.
Il fotografo racconta la migrazione di quasi cinque milioni di persone in fuga dal Venezuela.

Attraverso i suoi scatti testimonia la tragica situazione di bambini, donne e tutti coloro che a causa delle condizioni di violenza, difficoltà di accesso all’istruzione e mancanza di opportunità di lavoro, sono costrette a migrare.


Arriva dritto al cuore e alla mente dello spettatore.


Abbiamo posto alcune domande all’autore e questi sono i concetti chiave!

Processo di autoconoscenza
Conoscere se stessi guardando gli altri, un processo di Trasformazione.

Assumersi la responsabilità di fotografare momenti tragici
Far sapere cosa succede in determinati contesti dando dignità a Uomini e Donne.

Estetica funzionale
L’ etica con cui si decide di agire deve essere assistita da un’estetica che trasmetta al meglio la visione del fotografo, l’immagine è una traduzione della realtà!

Nicolò Rosso è un fotoreporter di grande esperienza ed è riuscito a condensarla in brevi frasi chiare e illuminanti.
Da questo evento abbiamo tratto maggiore consapevolezza.

Grazie per aver letto l’articolo!💙

Leggine altri nella sezione blog o cerca l’artista nella barra di ricerca
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Profilo instagram di Nicolò: https://www.instagram.com/nico.filipporosso/

passeggera.offical.

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Jenny Saville mostra al museo del novecento Firenze

Nell’esatto momento in cui si entra nell’area dedicata a Jenny Saville le sue opere monumentali trafiggono lo spettatore.

Con forza dirompente inducono ad avvicinarsi per osservare la pittura che ha spessore e corpo. Ogni pennellata dà compiutezza ai ritratti che si ergono maestosi, mentre il colore, al servizio dei volti, contribuisce a sbalordire, rendendo le figure vitali e pulsanti, creazioni autonome.

Sorprendente è la capacità di raffigurare il magma vitale e le molteplici forme dell’io in opere tangibili.
In un continuum tra Rinascimento e Contemporaneità, l’artista britannica si destreggia abilmente, traendo ispirazione da grandi come Michelangelo e Leonardo.


Studia l’essere umano nella sua corporeità e predilige una riproduzione del reale.

Non si esime, quindi, dal rappresentare nudi e coppie di amanti, maternità, morte e dolore.

Quest’ultimo è il protagonista del ritratto di Rosetta II che raffigura una ragazza non vedente in contemplazione estatica, con il volto di tre quarti reclinato all’indietro e lo sguardo vitreo. Quando il portale è aperto l’opera sembra dialogare con il Crocifisso di Giotto, situato al centro della navata di Santa Maria Novella.

Sofferenza e rassegnazione sembrano trasudare da ogni angolo e costituiscono il legame tra le due opere.
Durante il percorso lo spettatore è sopraffatto da un senso di completa impotenza e dipendenza, una seduzione che assuefà i sensi.

Sensazioni inenarrabili da sperimentare personalmente.

A cura di: Annalisa D’alessandro

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Artista

Marcel Duchamp

Capace di sovvertire la tradizionale concezione di opera d’arte perseguendo il rifiuto di ogni tipo di logica, il francese Marcel Duchamp costituisce un punto di svolta nella storia dell’arte mondiale.

Nato nel 1887, è considerato il massimo esponente del movimento dada e figura di spicco nel periodo surrealista nonchè precursore dell’arte concettuale; La sua concezione si rivela essere fuori dagli schemi, alla base di un’ arte innovativa e concettualizzata, di  portata rivoluzionaria ed epocale che si inserisce in un contesto storico – quello di inizio ‘900 – già segnato dalle prime avanguardie artistiche.

Intorno al 1913 Duchamp si afferma come artista esponendo il celebre “Nudo che scende le scale” all’esposizione dal titolo “Armory Show” di New York ma è solo dopo la realizzazione de “Il grande vetro” che decide di smettere di dipingere per dedicarsi ad una nuova modalità di espressione artistica, destinata ad ispirare le generazioni di artisti contemporanei dagli anni ’50 in poi.

«L’arte è un gioco tra artista e spettatore»

E’ con “ruota di bicicletta” che Duchamp da il via alla produzione dei Ready Made, oggetti presi dalla vita di tutti i giorni ed elevati ad opera d’arte, privati della funzione per cui sono stati creati. L’opera, in modo particolare, vede l’accostarsi di due oggetti differenti, uno sgabello in legno ed una ruota di bicicletta il cui assemblaggio ne determina un reciproco annullamento funzionale: lo sgabello non può più essere utilizzato e così la ruota, destinata a girare a vuoto.

I Ready Made di Duchamp anticipano il Dadaismo, quella tendenza culturale nata a Zurigo nel 1926 che coinvolge soprattutto le arti visive, il teatro e la grafica, determinandone uno stravolgimento non solo concettuale ma anche nelle modalità di realizzazione dell’opera.

Tra i Ready Made più celebri a generare violente critiche ed aperto rifiuto da parte del pubblico vi è “Fontana” del 1917: un orinatoio rovesciato di 90 gradi e firmato R. Mutt.; con questo gesto provocatorio, Duchamp sfida l’arte tradizionale che privilegia il senso della vista e si focalizza alla ricerca di un’estetica nuova, indifferente alla logica del bello e del brutto.

«Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti»

Oltre allo pseudonimo sopracitato, Duchamp crea un alter-ego femminile per firmare alcuni suoi lavori: “Rrose Selavy” – L’eros è la vita- si presenta come una moderna donna degli anni 20, spesso ritratta dall’amico fotografo Man Ray.

Duchamp sperimenta, nel corso della sua vita, tutte le avanguardie: dall’impressionismo all’espressionismo per poi passare dal simbolismo al cubismo e futurismo, creando lavori che si prestano ad essere interpretati in modi diversi e sempre nuovi, caratterizzati da una profonda e dissacrante ironia.

L.H.O.O.Q. è l’opera attraverso cui Duchamp ha inteso parodiare l’immagine della famosa Gioconda di Leonardo, disegnandole i baffi e il pizzetto, effettuando un gesto che mai nessuno avrebbe mai pensato di fare: abbassare un’opera d’arte di culto dal piedistallo. Una vera e propria rivoluzione ideologica la sua, capace di travolgere e stravolgere una tradizione artistica centenaria.

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Artista

Jean-Michel Basquiat

Esponente del graffitismo statunitense e promotore di un’arte aperta, pubblica e popolare, Jean Michel Basquiat ha dato vita ad opere mediante l’uso di linguaggi visivi differenti: un’arte libera e neo- espressionista la sua che, in pochi anni, gli ha consentito di raggiungere il successo nelle gallerie d’arte internazionali e l’elogio della critica.

A quindici anni fugge di casa riuscendo ad iscriversi poco dopo alla City-as-School, una scuola di Manhattan per ragazzi dotati: è lì che inizia il sodalizio artistico con il writer Al Diaz. Firmandosi col nome SAMO (SAMe Old shit), iniziano a ricoprire le pareti e le metropolitane di New York con messaggi poetici in grado di mettere in discussione il capitalismo, l’avidità ed il nepotismo che alimentano il mondo dell’arte.

“SAMO saves idiots”

“SAMO as neo art form”

“SAMO as an attitude towards playing art”

La retrospettiva “The Square Show” del 1980, organizzata da un gruppo di artisti, tra cui Keith Haring, permette a Basquiat di esporre le proprie opere lanciando così la sua carriera: da lì a poco i suoi quadri verranno richiesti e venduti a decine di migliaia di dollari.

La produzione creativa altro non fa che rispecchiare il malessere di questo artista che vive la sua vita tra donne e droga, “mangiato vivo” dall’eroina e sfruttato dai galleristi.

La presenza ricorrente di ossa e teschi, immagini rozze ed infantili, i riferimenti a temi forti come la schiavitù ed il razzismo configurano il carattere della sua arte esplosiva di una forte espressività. I suoi disegni anatomici si contraddistinguono per una carica poetica dai tratti oscuri ed angosciati.

«Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita»

Alternando periodi di inerzia a momenti di improvvisa iperattività ha realizzato un distinto numero di opere che hanno formato oggetto di mostre internazionali quali una personale a Modena ed una collettiva a New York : tra quelle di maggior rilievo “Irony of the Negro Policeman” e “Hollywood Africans” riprendono il tema del razzismo inducendo l’osservatore a riflettere sulla condizione dei cittadini afroamericani, ribadendo il controllo che le persone bianche hanno, per la maggioranza, su di questi.

In ogni opera ricorre la scrittura quale elemento compositivo fondante: Basquiat scrive parole nella lingua della nazione a cui il quadro si riferisce e, in un gesto ricco di carica riflessiva, le nasconde passandoci sopra il colore.

L’arte di questo singolare creativo si caratterizza per i suoi motivi contrastanti e i numerosi riferimenti al fumetto ed alla pubblicità; la rozzezza delle immagini presentate, inoltre, è stata spesso affiancata concettualmente all’Art Brut di Jean Dubuffet.

L’amicizia e collaborazione con Andy Warhol – che nel 1983 lo introduce nell sua Factory – accompagna parte della sua carriera: i due realizzano opere d’arte a quattro mani e Warhol introduce Basquiat in svariati ambienti artistici statunitensi di rilievo. Nello stesso anno si dedica alla musica pubblicando un disco Rap dal titolo “Beat Bop”.

La sua vita può essere considerata una perfetta parabola che racconta la New York degli anni ’80: La morte di overdose ad appena ventisette anni pone fine al suo successo fulmineo, fugace ed esplosivo. La sua arte, tuttavia, continua ad essere apprezzata ed esposta in tutto il mondo.