Steve McCurry

Massimo esponente della fotografia contemporanea e figura simbolo del fotoreportage, l’americano Steve McCurry vanta una produzione fotografica senza precedenti, carica di importanti ricerche antropologiche in grado di coinvolgere il pubblico alla scoperta di diversificati modi di vivere, indirizzandone l’interesse verso lontane e variopinte culture.


L’iniziale passione per la regia lo porta ad approfondire gli studi di cinematografia e teatro che, poco tempo dopo, si condensano in un sempre maggiore interessamento alla fotografia: dopo quattro anni di scatti effettuati per un quotidiano in Filadelfia, decide di lavorare in proprio come fotografo freelance. Entra a far parte dell’agenzia Magnum nel 1986 e inizia a muoversi come reporter del National Geographic magazine.


Viaggiando per l’India, il Nepal e l’Afghanistan, il suo curioso obiettivo cattura le storie di esperienza umana negli occhi della gente, documenta le conseguenze della guerra sul volto umano oltrepassando i confini della lingua e della cultura.

«Se sai aspettare le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto»

Raggiunge il punto massimo nella sua carriera quando, rischiando la vita, attraversa il confine tra Pakistan e Afghanistan insieme ai ribelli, prima dell’invasione russa. In quell’arco di tempo effettua centinaia di scatti: riesce a ritornare in Pakistan mantenendo intatti i rotoli di pellicola cuciti all’interno dei vestiti.


L’iconica fotografia dei ribelli Mujaheddin che controllano il passaggio dei convogli russi viene pubblicata sul New York Times e consacra la fama di Steve McCurry che, poco dopo, viene premiato con la prestigiosa medaglia d’oro “Robert Capa” per il miglior reportage realizzato all’estero con straordinario coraggio e spirito d’iniziativa.

Il suo stile unisce il reportage alla fotografia di viaggio, all’insegna dell’indagine sociale.

Ai colori vivaci e brillanti- caratteristici di McCurry- si contrappongono le storie di povertà e disperazione dei paesi raccontati, dilaniati dai conflitti.
Entrando silenziosamente nella vita dei soggetti raffigurati, fa esperienza della loro cultura e quotidianità: Sguardi espressivi, volti provati ed anime accese sono alla base della sua umana ricerca.


Per più di trent’anni le sue immagini iconiche hanno invaso libri e riviste di tutto il mondo. La copertina del National Geographic del giugno 1985 è ritenuta, in definitiva, la fotografia più celebre di McCurry: “La ragazza afgana” è ritratta in primo piano con occhi grandi ed impauriti in un campo di rifugiati in Pakistan.
Dopo dieci anni da quello scatto, il fotoreporter è tornato alla ricerca di Sharbat Gula, ritraendola con lo stesso sguardo che ha reso celebre in tutto il mondo il suo volto.

«Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona, quello in cui, per un istante, si cattura l’essenza di un altro individuo. Penso sia questo, uno dei più grandi poteri della fotografia»


Le fotografie di Steve McCurry, a cui sono dedicate grandi mostre antropologiche, continuano ad ispirare generazioni di fotografi; è attraverso i suoi colori intensi che ha documentato la spettacolarità dell’India, trasmettendo il suo incomparabile “senso viscerale della bellezza e della meraviglia”, sino ad allora disconosciuto in occidente.

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