Punto d’incontro: De Chirico e Kostabi

Picasso sosteneva che l’artista, per definirsi grande, dovesse “rubare” l’idea altrui, farla propria andando oltre la sua semplice riproduzione; Il processo di evoluzione delle arti suggerisce poi che questi deve vivere per osservare la realtà, lasciarsi guidare ed ispirare da cio che recepisce e, quando spinto da insoddisfazione, immaginare contesti diversi da essa come forma di ribellione;
Deve consultare l’altrui visione d’insieme e rubarne le sfumature per comprendere al meglio la propria: il confronto, difatti, permette all’artista di scavare in profondità dentro se stesso, scoperchiando il modo più adatto per esprimersi, la cui unicità si rivela mezzo riconoscitore della sua arte.


E’ partendo da tale “furto d’idee” che introduciamo due artisti di fama internazionale ovvero Giorgio De Chirico, nato nel 1888, e Mark Kostabi classe 1960: il primo massimo esponente della pittura metafisica del Novecento, il secondo figura di riferimento all’interno del movimento artistico dell’East Village e grande estimatore del lavoro di De Chirico.


Resi distanti da appena un secolo, lontani in tempo e costume sociale, De Chirico e Kostabi presentano una vicinanza in termini di visionarietà stilistica non indifferente.

Il parallellismo tra le loro attività è in grado di offire a chi osserva una nuova lettura interpretativa della loro arte.


Giorgio De Chirico: Una realtà oltre il reale

Avvolte da un’atmosfera silente e ferma a mezz’aria, le opere di Giorgio de Chirico rappresentano un gesto di opposizione alle tendenze avanguardiste dell’arte a lui contemporanea.

Al dinamismo estetico proposto dai futuristi ama contrapporsi presentando una staticità di figure ed ambienti, ognuno dei quali si caratterizza per la presena di atmosfere silenziose, riempite dai soli vuoti emozionali e fossilizzate in momenti indefinibili nel tempo.


Cogliere l’essenza della realtà al di la di ciò che l’esperienza sensoriale recepisce è il concetto posto a base della sua pittura.
La sua produzione si scandisce in diversi periodi che vedono il susseguirsi di opere enigmatiche, dense di malinconica incompiutezza, in grado di trasportare l’osservatore in contesti surreali frutto dell’inconscio.

Lo stesso artista rivela che opere come “Enigma di un pomeriggio metafisico” nascono da visioni:


“Ebbi la strana impressione di guardare quelle cose per la prima volta e la composiione del dipinto si rivelò all’occhio nella mia mente”


Sogni e visioni diventano il fulcro di una raffigurazione nuova che se da un lato si caratterizza per un ritorno alla figuratività classica e tecnica, dall’altro presenta una componente pittorica del tutto contemporanea: tutto è rappresentato con una minuzia ossessiva ed una definizione tanto precisa da ottenere un effetto contrario a quello del realismo e la prospettiva si costruisce secondo molteplici punti di fuga tra loro in contrasto.

Osservare le sue opere equivale ad immergersi in uno strano sogno in cui paesaggi apparentemente realistici sono assemblati in maniera confusa ed una solitudine inquieta si fa assordante in chi vi partecipa con gli occhi.


Caseggiati moderni, grandi piazze deserte e stazioni ornate da orologi che segnano orari non corrispondenti all’ombra degli oggetti dipinti sono due elementi ricorrenti nelle sue opere in cui manichini, candide statue di marmo, colonne e personaggi mitologici figurano come i soli protagonisti di tali situazioni “fuori dal tempo”.


Celebre la serie delle “Piazze metafisiche” in cui è palpabile l’influenza della grecia e del mondo classico nell’immaginario del pittore in cui viene riproposto in maniera inquietante. “Ettore e Andromaca” del 1917 e “Ville romane” sono tra le più note.


La totale assenza di figura umana è riempita dalla rappresentazione di oggetti che la ragione percepisce come incongrui rispetto al contesto – come potrebbe essere, ad esempio, una barca a remi in un salotto.


“Un’opera d’arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell’uomo senza preoccuparsi ne del buon senso ne della logica”

Mark Kostabi: L’interpretazione del reale


Le figure evanescenti di De Chirico rappresentano la tela su cui Mark Kostabi dipinge la propria visione della realtà.
Il suo stile nasce da un’attenta osservazione del mondo, sia del mondo fisico sia del mondo dei modelli culturali: da essi estrapola, di volta in volta, contesti diversi in cui inserire i suoi soggetti senza volto.


Il Cambio di contesto è il carattere principale della cifra pittorica di Kostabi che, al contrario di De Chirico il quale dipingeva delle “istantanee” riprese all’interno del suo universo estetico, fa vivere i soggetti in diversi ambienti in cui le figure si fondono in maniera omogenea. Molti di queste ambientazioni si rifanno ai grandi del passato come Mondrian, Da Vinci, Dalì e Modigliani.


Le sue figure sono biancastre e ben contornate, con un rilievo plastico formato dalle ombre; si presentano senza un volto e senza un tempo, metafisiche ed evanescenti, ad espressione di quelle paure universali che incombono sull’uomo inserito nella società. Le loro “azioni” rimandano a questioni politiche, sociali e psicologiche prese in prestito all’attualità.


L’idea del manichino come uomo-automa contemporaneo non può che rimandare all’estetica che De Chirico esprime in opere come “Le muse inquietanti”. Anche in questo caso l’io interiore tende sovrastare la fedeltà realistica per raggiungere una realtà ancora più vera e dal messaggio ancor più diretto.


Kostabi gioca con l’emotività del messaggio dietro le sue figurazioni, alludendo alla surrealtà tipica di Magritte ed alla malinconica solitudine di De Chirico. Per tale motivo i suoi dipinti sono stati definiti un “compendio” di quanto più sublime ed eccelso l’arte abbia espresso fino ad oggi.


Confronto stilistico: L’uomo-automa contemporaneo


La stesura di campiture di colore piatte ed uniformi e la rappresentazione di figure anonime in cui ognuno può riconoscere se stesso sono caratteri che accomunano entrambi gli artisti in tecnica e concettualità.

Nell’arte di De Chirico la rappresentazione dell “uomo senza volto” trova ispirazione dall’omonimo dramma del fratello Alberto Savinio, pittore e scrittore; Kostabi giustifica l’utilizzo dell’uomo-automa in termini interpretativi asserendo:

“Il volto è vuoto poiché deve essere riempito dagli altri”.


L’arte dell’interpretazione è alla base della visione di Kostabi che fornisce al mondo una chiave di lettura per risolvere il mistero celato dalle realtà che presenta; L’immaginazione di chi osserva si sostituisce così alla creazione dell’originale.
Mentre nella pittura di De Chirico i soggetti sono caratterizzati da una incombente staticità, le figure di Kostabi si muovono, interagiscono, si scambiano, evocano un pensiero critico: non sono altro che lo specchio di modelli di consumo e di comportamento che inconsapevolmente assumiamo.


L’universalizzazione dei soggetti è l’altro tema chiave che affianca i due artisti che, seppur in maniera differente e con alle spalle diversi vissuti storici, invitano l’osservatore a rendersi partecipe di una realtà oltre il reale, una “surrealtà” che, nel caso di De Chirico, andrà a creare il fondamento per l’opera dei surrealisti.
Se in De Chirico l’atmosfera si permea dell’esasperata attesa di un qualche accadimento, in Kostabi il soggetto si muove nel circondario che si presenta colorato e dinamico, contrapposto al grigiore della figura anonima.

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