MICHAEL WOLF

Uno degli obiettivi principali degli artisti contemporanei, sin dall’epoca impressionista, è stato quello di raccontare la verità del loro mondo e di tradurla, soggettivamente o oggettivamente, in pura arte. Ovviamente, la concezione della realtà non è un concetto univoco, in quanto muta a seconda del tempo, del contesto geografico e, ovviamente, in base all’occhio che la osserva.

In questi termini, sin dall’800 ha avuto un’importanza fondamentale il rapporto tra uomo e città: la simbiosi tra “abitante” e “abitato” è stata oggetto di numerose riflessioni artistiche, che si sono intensificate con l’avvento della fotografia.  Soltanto “l’arte di catturare l’attimo”, infatti, è in grado di raccogliere la dinamicità della città nello spazio di una fotografia, un luogo finito in cui solo i grandi artisti raccolgono sfumature, paradossi e bellezza. 

Tra questi, è stata significativa l’esperienza di Micheal Wolf, uno dei più famosi e ammirati fotografi della nostra contemporaneità, scomparso da poco più di due anni.

BIOGRAFIA

Nacque a Monaco di Baviera, nel 1954: seguì gli studi in Germania, presso l’Università delle Arti Folkwang di Essen in cui si laureò in comunicazione visiva, ma, in precedenza, aveva svolto un soggiorno negli USA, studiando alla UC Berkley, e in Canada, frequentando il North Toronto Collegiate Institute.

Al termine della sua formazione, Wolf migrò vero l’Oriente, trasferendosi ad Hong Kong. Nella metropoli cinese, iniziò la sua attività di fotoreporter: dal 1994 lavorò per la Stern Magazine per sette anni, per poi concentrarsi sulla realizzazione di progetti personali. La scelta di diventare libero professionista nacque in seguito all’esigenza di Wolf di contrastare il progressivo declino del giornalismo che aveva perso introito a causa dell’arrivo di molte riviste online.

La sua prima pubblicazione, dal titolo Sitting in China, risale al 2002 e fu seguita da altre cinque raccolte, ognuna interessata a un tema urbano differente, e ben tredici libri di fotografia.

Il suo talento e la sua fama fu riconosciuta nel 2005, quando vinse il World Press Photo per la prima volta; fu nuovamente premiato nel 2010.

Morì nel 2019 a Hong Kong, lasciando una grande quantità di scatti che fanno parte di collezioni permanenti di importanti istituzioni museali con il MOMA, il Museum of Contemporary Photography di Chicago e il Brooklyn Museum di New York.

L’OCCHIO SULLA CITTA’

“While everybody is looking in one direction, I notice the detail, the one thing that nobody else has noticed”

Mentre tutti stanno guardando verso un’unica cosa, io noto il dettaglio, l’unica cosa che nessun’altro ha notat.

È così che Michael Wolf, durante un’intervista rilascia al Klat magazine nel 2013, fece riferimento al processo di creazione della sua arte.  È innegabile, infatti, che il fulcro di ogni suo scatto sia stato proprio il dettaglio, ma non in “senso pittorico”, bensì nel suo significato più puro.

In questi termini, il suo sguardo è stato sempre un occhio vigile sul mondo, un guardiano pronto a raccogliere e immortalare gli aspetti più variegati della vita di tutti i giorni, i momenti più spontanei e, spesso, anche i più paradossali.

Questo suo modo di percepire la realtà si è scontrato, però, con l’immagine della metropoli, di cui Hong Kong è emblema. La semplicità e la spontaneità dei suoi soggetti si mischia con i prodotti della produzione di massa e dell’industria.  

Questa chiave di lettura, la si ritrova sin dalla sua prima raccolta, Sitting in China: si tratta di una collezione di immagini di sedie fabbricate a mano con gli oggetti più disparati, inserite nel contesto urbano. In questi scatti la modernità della città si contrappone all’entità artigianale del soggetto.

Un aspetto che caratterizza la prima pubblicazione di Wolf è l’assenza della figura umana che non compare ancora come protagonista: gli oggetti immortalati in questa fase della sua carriera da artista indipendente, tuttavia, non avrebbero senso di esistere senza la presenza umana che è la forza creatrice dell’oggetto scelto da Wolf.

Il processo di inserimento dell’uomo nello spazio fotografico inizia nel 2008 con la raccolta The Trasparent City in cui l’artista tedesco tratta la tematica della privacy e del voyeurismo, ovvero quell’anormalità psichica di chi trae piacere sessuale nell’osservare di nascosto persona seminude o intende a spogliarsi.

In questo caso, l’occhio di Wolf affronta la complessità dello spazio urbano di Chicago, di cui fotografa i grattacieli, le loro vetrate (ecco perché trasparent city) e ciò che esse nascondono. Sulla stessa scia si sviluppa la raccolta Hong Kong Inside Outside, divisa in due edizioni.

Nella prima, Wolf rende protagoniste le abitazioni, soprattutto l’esterno dei grandi palazzi, con lo scopo di sottolineare l’affollamento dello spazio e di creare un senso di claustrofobia. Da un primo sguardo, lo spettatore ha l’impressione di trovarsi davanti ad immagini inanimate, prive di significato. In realtà, esse pullulano della forma di vita più vera, ovvero quella della quotidianità, dei vestiti appesi sui balconi, dei motori dei condizionatori e mostrano il vero motore della città.

Nella seconda edizione si concentra sull’interno delle abitazioni, mischiando, ancora una volta, il paesaggio urbano con la vita ordinaria di coloro che la abitano.

Ma è con Tokyo Compression che si palesa l’interesse dell’artista per l’uomo. In questa raccolta, divisa in tre edizioni (2010/2013),Wolf si concentra sull’affollamento della città, immortalando il volto dei pendolari, spesso colti in espressioni sofferenti o buffe.

Nei volti dei cittadini di Tokyo si palesa ogni emozione umana che, però, viene soverchiata dal flusso della quotidianità. Wolf ha abbandonato le architetture e lo sguardo di insieme sulla città, per lasciare spazio all’intimità dei sentimenti umani, compressi dai vetri dei mezzi pubblici. Emerge una nuova realtà, sempre quotidiana, ma maggiormente intensa, quasi inquieta.   

L’ultima eredità lasciata dal fotografo fu un progetto realizzato con Google Street View, in cui l’artista utilizzò le immagini fornite dal motore di ricerca. Nonostante inizi a mancare il contatto diretto di Wolf con i suoi soggetti, la spontaneità continua ad essere protagonista: l’occhio dell’artista non è più il solo ad osservare la moltitudine dei volti, ma, in suo aiuto, accorre il filtro di Google come sussidio.

In questa scelta, risuona l’eco dell’arte di Duchamp e del New Dada con i loro ready-made, ovvero oggetti prefabbricati, in questo caso l’immagine di Google, di cui si appropria l’artista, privandoli della loro funzione utilitaristica.

Il viaggio tra gli scatti unici di Michael Wolf ci ha mostrato un’immagine nuova della città, in cui il vecchio ed il nuovo vivono insieme, in cui le emozioni umane sono spesso vittima dell’ordinarietà del tempo, in cui, tra le luci accecanti dei palazzi, si nasconde una realtà semplice e vera, proprio come gli scatti che l’hanno raccontata.

Giuliana Di Martino

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