Franco Battiato

Considerato un vero e proprio “filosofo della musica” dalla visione artistica senza paragoni, Franco Battiato ha lasciato al pubblico una vasta produzione artistica e musicale capace di attraversare la modernità in maniera emblematica illuminando di novità il panorama artistico italiano degli anni ’80 e non solo.

«E’ riuscito a farci vedere ciò che non vedevamo, a farci sentire ciò che non sentivamo, a farci conoscere culture, luoghi, sentimenti, emozioni che non conoscevamo»

A metà degli anni ’60 inizia a comporre la sua musica ma il vero successo non arriva prima del 1981 quando con l’album “La voce del padrone” riceve, oltre a grandi apprezzamenti dalla critica, un discreto successo tra il pubblico di ascoltatori. 

In poco tempo i suoi brani diventano famosi e ad oggi, così come le vecchie generazioni, anche le nuove continuano a cantare le sue intramontabili canzoni.

In un unico linguaggio – che è frutto di una variegata contaminazione di generi – Battiato riesce ad unire culture differenti: nasce uno stile unico e raffinato, ricco di spiritualità intelletto ed ironia, teso all’apertura e alla meditazione di quesiti esistenziali.

La sua arte cristallizza e sintetizza ciò che è “essenziale”, analizzando concetti alla base dell’esistenza spesso vissuti dalla moltitudine come superflui. Brani come “Centro di gravità permanente”, “Cuccuruccuccù” e “Bandiera Bianca” si caratterizzano infatti non solo per una particolare attenzione agli arrangiamenti, tipica in Battiato, ma soprattutto per la loro dimensione evocativa.

«Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente…»

La sua complessità e versatilità la si riscontra nella mescolanza di testi colti e sonorità pop, un’unione insolita che definisce un’anima sensibile, capace di regalare a chi lo ascolta grandi ed intense emozioni.

Dalla nostalgia alla speranza, all’amore e la morte, sono molti i temi che Battiato affronta nei suoi testi passati alla storia della musica come eterni capolavori; “La Cura” pubblicata nell’album “L’imboscata” del 1996 è tra le più commoventi e di successo, apprezzata ed interpretata da moltissimi artisti.

Spesso risulta di non semplice individuazione il soggetto a cui sono riferiti i suoi testi, che sia Dio, una donna o un uomo. Da ciò se ne ricava il carattere emblematico in cui la ricerca del divino fa da minimo comune denominatore: un divino ricercato nelle “cose semplici del mondo”.

Nel corso della sua carriera pubblica complessivamente 48 album e si occupa della regia di film come “Musikanten”, “Niente è come sembra” e “Perdutoamor”: grazie a quest’ultimo vince nel 2004 il Nastro D’argento come miglior regista italiano esordiente.

Si dedica inoltre alla pittura, producendo circa 80 opere figurative tra tele e tavole dorate, firmate con lo pseudonimo di Suphan Barzani.

La sua grande versatilità lo rende, oltre che artista all’avanguardia, uno dei più grandi intellettuali italiani del ‘900 e di questo secolo.

«Felici i giorni in cui il fato ti riempie di lacrime ed arcobaleni, della lussuria che tenta i papaveri con turbinii e voglie»

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