Categorie
Artista

XAVIER LUGGAGE: glamour e disinibizione

Se è vero che lo stile di un creativo sia lo specchio del suo carattere, della sua realtà e delle sue più innate fantasie, quello del fotografo emergente Xavier Luggage riflette l’eccentricità, il senso di sfida e la mancanza di inibizione che contrassegnano la sua vita; una vita da appassionato girovago, capace di trasformare ogni angolo della città in cui si trova – anche il più grigio e banale- in un perfetto set per degli scatti ambientati dal mood energico e stravagante.

Attivo principalmente nella zona statunitense di Broward, lo si trova spesso impegnato in tour fotografici in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, che lui stesso decide di intraprendere con entusiasmo e voglia di dominare le scene.

Il suo motto? Fidarsi dell’istinto e mettici il 150%!

Ma vediamo in cosa consiste questa sua unicità:

Energia fotografica

Da una prima visione, anche approssimativa, del suo vasto portfolio di fotografie non può che saltare immediatamente all’occhio una caratteristica lampante che riesce ad accomunare tra loro anche scatti stilisticamente diversi sotto lo stesso nome: l’energia fotografica.

Il termine, seppur difficile da definire verbalmente, si presta ad essere ben identificabile visivamente: i colori nitidi e vibranti sembrano saltare fuori da ogni scatto e i soggetti si rivolgono verso l’obbiettivo con aria di scherno e di sfida. Ciò, affiancato alla tendenza del fotografo ad immortalare le scene dal basso verso l’alto, fa acquisire dinamismo non solo ai soggetti ritratti, prevalentemente femminili, ma alle scene nella loro interezza.

E’ così che le strade di grandi città come New York e Los Angeles diventano dei veri e propri palchi su cui far esibire i soggetti e catapultare chi osserva in un’atmosfera luminosa, satura e provocante tale da evocare la grinta di un video musicale anni ’90!

Questa sua tendenza all’esplicito gli sarà utile nel realizzare, oltre che ritratti, anche fotografie di moda e advertising: affiancato da stylist e direttori creativi,realizza la copertina 2022 della rivista Adweek e diversi scatti per Voight, il magazine dell’omonima modella Valentina Voight, sua prediletta in numerosi progetti fotografici.

La sua fotografia viene poi scelta come identificativa per alcuni brand statunitensi emergenti come “Good Americans” e “Behaving like Teenagers”. Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su Forbes.

Seduttività: la donna protagonista della scena

La fotografia di Xavier Luggage si discosta dal classico immaginario da cartolina di Los Angeles in cui palme altissime e tramonti sull’oceano fanno da protagonisti. La bellezza dei paesaggi viene accolta marginalmente, limitandosi a stare in secondo piano per fare da cornice al vero protagonista della scena: il soggetto.

Il suo occhio, difatti, esclude ogni qualsivoglia elemento distrattore per focalizzarsi interamente sulla donna ritratta che appare come la regina indiscussa dello scatto, intenta a catturare le attenzioni su di se mettendo in evidenza una malizia spudorata. Ed è qui che arriviamo all’altra fondamentale caratteristica di questi scatti: l’erotismo.

Espressività e pose disinibite vengono messe in luce dalla saturazione volutamente accentuata che sembra trovare radice ispiratrice nell’iconica copertina del Time Magazine 1978 in cui la modella Cheryl Tiegs risplende di abbronzatura in un costume da bagno rosso fiammante. Il costume c’è, la pelle satinata pure, ma questa volta viene compiuto un passo in più che fa la differenza.

Difatti quello proposto da Xavier è un erotismo che si lascia alle spalle ogni inibizione e ogni eleganza ma coinvolge con aggressività l’osservatore, con la stessa tenacia e carica provocativa con cui Britney Spears e Madonna calcavano i palchi alle soglie degli anni 2000. Difatti, il sottofondo della cultura visuale passata ritorna, seppur inconsciamente, in più di una serie di scatti.

Una modella che lecca appassionatamente un gelato, si sfila i tacchi e cammina sull’asfalto rovente da una giornata estiva, che si accende una sigaretta mostrando volutamente le sue nudità. Insomma: scatti dai pochi colori ma di grande carica erotica.

Erede di LaChapelle?

Donne libere ed eccentriche, colori saturi ed eccessivi: che possa essere un degno erede di LaChapelle?

Sebbene i due fotografi abbiano delle evidenti affinità stilistiche, sono molti gli elementi a fare da divisorio: mentre LaChapelle gioca con temi onirici e biblici, li dissacra col suo sapiente obbiettivo e da espressione ad una visionarietà proiettata verso un immaginario che va ben oltre la realtà in cui è inserito, la fotografia di Xavier Luggage sembra circostriversi ad una scelta tematica volutamente ristretta che non si estende oltre il panorama compositivo della realtà americana, lussureggiante e contemporanea.

Scritte sui muri scrostati, barbeque in giardino, automobili di lusso, palme, grattacieli ed insegne di fast food costituiscono lo scenario prediletto con cui incorniciare i suoi soggetti, rappresentativi di una realtà giovane, glamour e mai trasognata.

Insomma, una fotografia senza pretese la sua, espressione di una identità unica che si colloca in definitiva nell’odierno panorama fotografico statunitense.

Se hai trovato la lettura utile lascia un like e facci sapere cosa ne pensi, la tua opinione è importante per noi 💙

Non dimenticare di condividere l’articolo!

A cura di Maria Nunzia Geraci

Categorie
Artista

JULIANO MAZZUCHINI: una ricerca pittorica tra fotografia e citazione

Artista poliedrico di origini brasiliane, Juliano Mazzuchini, vive e lavora a Buenos Aires, Argentina. Formatosi in una scuola di teatro, tra il 2004 e il 2007, diventa attore, con una predilezione per il teatro epico.

Dieci anni più tardi la sua ricerca artistica verte sul campo delle arti visuali, della pittura e del figurativismo.

L’indagine artistica lo condurrà ad esposizioni, anche personali, in Brasile e Argentina, tra le quali si ricorda Cuanto pesa lo que no tiene anclaje (2019), allestita presso la Galeria Espacio Studio di Buenos Aires.

Attualmente membro del Laboratorio Internazionale di Pratiche Artistiche del Brasile (ILAP BR), gran parte delle sue opere sono state commissionate e vendute sulla pagina online di Saatchi Art.

La sua formazione teatrale e il suo cambio di rotta verso l’arte visuale, si presentano come primi accenni di un’interdisciplinarità caratteristica della sua produzione artistica. Ricche di citazioni dal passato, le creazioni di Mazzuchini si ispirano – per stessa ammissione del pittore – ad artisti seicenteschi, quali Rembrandt e Velázquez, senza però svincolarsi da riferimenti più contemporanei.

Riprendendo modelli, più o meno apertamente, l’artista guarda molto all’arte che lo precede, sintomo di una profonda volontà di ricerca.

Citazioni e concetti

Ceci n’est pas la reproduction interdite è un’opera realizzata nel 2021. Come Mazzuchini stesso dichiara nella descrizione della pittura (su saatchiart.com), il titolo costruisce un enigmatico gioco di parole e di concetti che si intrecciano riferendosi inevitabilmente ai quadri di Magritte.

Il cruciverba del titolo riprende il rebus proposto ne La Trahison des Images del 1929 dal pittore surrealista belga (la celebre didascalia – o non didascalia – Ceci n’est pas une pipe) e al tempo stesso un’altra opera realizzata da Magritte nel 1937, Reproduction interdite.

In una mise en abyme enigmatica, Juliano Mazzuchini gioca con la negazione paradossale di René Magritte, citandone parole e opera. Reproduction interdite si caratterizza per il soggetto che nello specchio non si vede in volto, stessa posizione nella quale, posti davanti a Ceci n’est pas la reproduction interdite si ritroverebbero gli spettatori.

L’artista brasiliano non si limita a un intricato gioco di parole tra citazione del passato e presente, ma porta l’osservatore a farne inevitabilmente parte. L’opera cerca un riferimento surrealista scoprendo uno sviluppo più concettuale.

Le parole dell’artista, nella descrizione dell’opera, espongono come chiare ispirazioni siano la gestualità del selfie davanti ad un quadro (“abbastanza comune quando si visita un’esposizione”) e indubbiamente la tela di Magritte. Viene specificato, inoltre, come la figura nel dipinto sia l’artista stesso.

Il rapporto con la fotografia

Aspetto fondamentale da considerare, nell’opera appena citata ma anche nell’intera produzione di Mazzuchini è il suo rapporto con la fotografia.

In questo caso specifico la fotografia risulta essenziale nel completamento del senso dell’opera. Il titolo e il totale riferimento alla tela del 1937 di Magritte si ottengono solo grazie ad una prova fotografica, che diventa complice dell’enigma concettuale.

La fotografia risulta molto importante nella produzione di Mazzuchini non solo per instaurare un rapporto con lo spettatore, ma anche come riferimento per le opere, in un’ottica ispiratrice.

Come si vede in un’immagine del suo sketchbook, pubblicata su Instagram dallo stesso artista, vengono riproposte figurativamente diverse fotografie novecentesche, tra le quali uno scatto di Walker Evans.

La relazione dell’artista con la fotografia è intensa, immortala il tempo per poi rielaborare l’immagine in forma pittorica: si tratti di fotografie realizzate dallo stesso Mazzuchini o attinte da grandi maestri del Novecento, lo scatto è sempre parte fondamentale del processo.

Altre tele che si rifanno esplicitamente alla fotografia sono indubbiamente To Gerhard Richter (2020) e Light and shadow class with Nan Goldin Painting (2020).

Processo creativo e soggetti

La rielaborazione dell’immagine fotografica in pittura è stato un processo già vissuto e padroneggiato da figure come Francis Bacon e Gerhard Richter: seppur non negli stessi termini, la pittura di Mazzuchini sembra coglierne e riprenderne i tratti.

La fotografia è un momento, un istante cristallizzato che viene poi rielaborato pittoricamente, il ritratto di ciò che l’artista definisce di “meditazione”. L’artista brasiliano vede la pittura come sguardo sul mondo, riflessione personale: i soggetti sono spesso di spalle, senza volto, espressione di emozioni o circostanze che vengono immortalate fotograficamente dall’artista e poi trasposte su tela.

In un’intervista per la galleria newyorkese Guy Hepner, Juliano Mazzuchini descrive il suo processo creativo.

Il mio processo pittorico incontra la fotografia […] Nel periodo pandemico, ho iniziato a costruire immagini che chiamo “pre-dipinto” fotografando il mio stesso corpo, prestandomi alla costruzione della scena e del gesto che avrei dipinto. […] Questa procedura diventa così una costante nel mio processo; crea una connessione tra la mia precedente esperienza nell’arte performativa e la produzione nelle arti visuali, costituendo una performance per i miei dipinti, come un attore-pittore nel parateatro”.

Ti ha incuriosito il processo creativo di Juliano Mazzuchini? Quale opera ti ha colpito maggiormente? Per saperne di più sull’artista, visita il suo profilo Instagram @mazzuchini.

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

Categorie
Artista

Tre artisti contemporanei

Jago, Giulia Cenci e Lucianella Cafagna: artisti italiani di cui sentiremo parlare

Parlare di arte contemporanea è probabilmente l’impresa più difficile nel campo della divulgazione, sia perché ciascuno di noi, da me che scrivo a te che leggi, siamo parte stessa di questa contemporaneità e ne viviamo i continui mutamenti; sia perché l’arte di oggi si è spinta da molto tempo oltre il suo semplice valore estetico per intraprendere nuovi percorsi di creazione di realtà sempre nuove, spesso mentali e concettuali, ma che provengono dal mondo stesso dal quale sono state create: il mio e il tuo.  

Il panorama d’arte italiano, per quanto poco conosciuto, è pieno di giovani talenti destinati a cambiare il corso della storia e del mercato artistico. Oggi parleremo di tre di loro.

JAGO – Il nuovo Michelangelo

“La mia vita è fatta di fallimenti, per scolpire qualcosa bisogna prima romperla”

Classe 1987, nasce a Frosinone dove si dedica sin da subito alla formazione nel campo artistico, ma non terminò l’Accademia di Belle Arti, continuando da autodidatta. A soli 24 anni fu scelto da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54° edizione della Biennale di Venezia, evento che sancì la sua fama internazionale.

L’opera Benedetto XVI esposta alla Biennale di Venezia.

Ad oggi Jago è uno degli scultori italiani più conosciuti al mondo: le sue opere hanno riempito le sale dell’Armony Show di Manhattan, della Reggia id Caserta e della Galleria Doria Pamphilj nonché alcune delle più importanti piazze italiane, quali Piazza Plebiscito a Napoli e Piazza del Popolo a Roma.

Lock-down, esposta in piazza Plebiscito nel 2020.
La pietà, esposta in varie chiese di Roma.

La sua arte ha persino superato i confini ‘terrestri’ quando nel 2019 Jago fu il primo artista ad inviare una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale, tornata poi sulla terra l’anno dopo, sotto la custodia di Luca Parmitano.

First Baby, 2019.

La sua è un’arte che parla la lingua della realtà, un’arte di grande impatto e fortemente intima. Come ‘nuovo Michelangelo’ è come se suoi corpi fuoriuscissero direttamente dal blocco di marmo scolpito che, straordinariamente, dà alla luce corpi così veritieri da sentirne quasi il calore e con un’espressività così potente da catturare e stupire lo spettatore.

GIULIA CENCI – Assenza di plasticità

Giulia Cenci è una giovane scultrice di successo formatasi all’Accademia di Belle arti di Bologna, ma stabilitasi ad Amsterdam dove tutt’oggi lavora. Qui, nel Nord dell’Europa avvenne la grande svolta della sua carriera: si distaccò dalle installazioni site-specific di cui si era occupata negli anni bolognesi, ed iniziò a confrontarsi con la dimensione spaziale e solitaria dello studio.

Quello spazio vuoto da colmare con la creazione di forme d’arte divenne il luogo nel quale esercitare la propria ricerca sul rapporto tra il corpo e il contesto, tra il contesto e gli oggetti, tra gli oggetti e il loro creatore.

L’arte della Cenci si approccia al materiale secondo azioni differenti: o attraverso la distruzione dello stesso che narra e produce un risultato tramite l’alterazione, la distruzione o la modifica delle forme attraverso delle azioni portate all’estremo; oppure creando sovrapposizioni di numerosi strati di epidermidi di sculture, quasi degli ibridi di cui è difficile comprendere la vera origine.

Questa considerazione specifica al singolo oggetto d’arte la si riscontra anche nelle istallazioni di grandi dimensioni, in cui si perde quella componente unitaria e compatta dell’opera, ma si attua una vera e propria dislocazione spaziale di macerie ‘prelevate’ e ricontestualizzate, in cui anche i singoli frammenti sono stati mutati e suddivisi in altri piccoli frammenti. È come se la Cenci volesse ricercare l’origini della materia scelta attraverso la frammentazione dell’oggetto. Dice infatti l’artista:

L’oggetto interrotto, la scultura interrotta, che si riprende in un’altra parte dello spazio con un altro oggetto interrotto […] Non sono affatto rovine, sono un paesaggio […] un Insieme attraversabile e, credo, nemmeno così incomprensibile e surreale, poiché per me è il risultato del modo in cui la materia, le cose ed i corpi assumono o meno fisicità nello spazio”.

Da questa concezione nascono opere e mostra fortemente dinamiche in cui lo spettatore diventa parte di quella divisione e ne comprende l’estrema unitarietà.

L’originalità della sua filosofia artistica è stata riconosciuta anche dalle grandi istituzioni d’arte: nel 2019 riceve il Baloise Art Prize per l’opera Territory e, attualmente, è una delle artiste ad esporre all’Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia; si è dedicata anche allo sviluppo e alla divulgazione dell’arte contemporanea fondando lo spazio espositivo milanese Tile Projecr Space e il magazine online KABUL.

Giulia Cenci, Territory.

LUCIANELLA CAFAGNA -Intima semplicità

Annoverata tra i venti artisti contemporanei più rilevanti del panorama italiano, Lucianella Cafagna ci mostra un altro lato delle arti visive, quello della pittura.

A differenza dei due artisti precedenti, la sua formazione avviane prettamente all’estero presso l’Ècole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, ma, paradossalmente, le sue produzioni risentono maggiormente dell’influsso dell’arte del nostro passato, soprattutto quella di inizio XX secolo, dominata dalla corrente del realismo magico.

Le opere della Cafagna sono immagini spoglie, in cui pochi soggetti si distribuiscono in luoghi desolati e statici, spesso con costruzioni plastiche tipiche del linguaggio dechirichiano; le sue tele si presentano allo spettatore come fotografie sgranate dal tempo e sembrano portare le tracce di ricordi lontani.

I colori pastosi di forte richiamo alla pittura impressionista, si sposano con equilibrio allo spazio, caratterizzato da un giusto dosaggio tra spazi vuoti e pieni; il tutto è accompagnato da una trama emotiva sotterranea di cui la luce e l’uso del chiaroscuro costituiscono gli elementi guida. Gli effetti luministici creano, infatti, una realtà sospesa nel tempo e gli scenari proposti appaiono come immagini del subconscio dell’artista: è innegabile, però, che essi siano specchio di una realtà che parla di verità in cui i momenti, le azioni sembrano bloccate in un attimo definito, pieno di emozione e nostalgia.

Tante sono stati gli eventi in cui la Cafagna ha esposto le sue opere: tra gli altri, nel 2011 ha partecipato alla 54° esposizione d’arte delle Biennale di Venezia e nel 2019 la prestigiosa cornice di Palazzo Merulana ha dedicato a lei una mostra personale.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

Categorie
Artista

MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

Categorie
Artista

FÉLIX GONZÁLEZ-TORRES: amore e dolore tra pubblico e privato

L’arte mostra spesso un aspetto fortemente politico ma non necessariamente vincolata da concetti politici, la produzione artistica si è sempre distinta per un suo rapporto, sia questo inconsapevole o consapevole, con il reale. La dimensione circostante, il contesto, è frequentemente oggetto delle creazioni.

Il coinvolgimento sociale da parte dell’arte è diventato sempre più esplicito, manifestazione di un interesse per i problemi del contemporaneo. La denuncia, la sensibilizzazione, sono solo alcune delle modalità utilizzate dagli artisti per trattare tematiche spesso ignorate o addirittura scomode.

Tra le più commoventi manifestazioni di queste problematiche sociali si trovano le opere di Félix González-Torres. Di origini cubane, l’artista si trasferisce e vive negli Stati Uniti, dove crea un’arte unica nei suoi intimi significati. Qui, morirà nel 1996 a causa dell’AIDS.

Le opere

Le sue creazioni, non incasellabili in un unico movimento artistico, rappresentano concetti e significati profondi attraverso una forma ricalcata dal Neodadaismo o dal Minimalismo.

Le opere, spesso oggetti – citazione e ripresa dei readymade – ruotano attorno al tema della coppia, due orologi sincronizzati ((Untitled (Perfect Lovers)), due cuscini di un letto sfatto (Untitled (Billboard of an Empty bed)).

Gli oggetti per González-Torres non sono fini a se stessi – in questo differenti dai readymade – bensì portatori di concetti più profondi, sentimentali. L’amore è presente nell’artista come ragione di vita ma anche come panico per la sua possibile perdita: la duplicità dell’emozione è ciò che viene mostrato nella sua produzione. Così, nelle opere, rimanda ad una complicità ma anche al dolore lacerante della perdita, riproponendo la massima ispirazione della sua arte: il compagno Ross.

Amore e malattia

Il compagno dell’artista morirà consumato dall’AIDS e la produzione esprime tristemente questo concetto, dischiudendo a più spunti di riflessione, dal privato al sociale. Nelle opere realizzate in seguito alla morte di Ross si ritrova una tenerezza composta, un tentativo di vivere e condividere il ricordo di un amore.

Untitled (Portrait of Ross in L.A.) è un’opera realizzata l’anno della morte del compagno (1991). Si tratta di un cumulo di caramelle dai colori eccentrici, ammassate in un angolo di una galleria, per un totale ideale di 80 kg.

Il peso dei dolci è lo stesso del corpo dell’amante che, a poco a poco viene consumato dalla malattia, così come le caramelle vengono raccolte dai visitatori. Il ritratto di Ross sparisce come il suo male lo porta a svanire, mentre il suo ricordo rimane in coloro che ne prendono un pezzo. L’artista condivide il dolore e al tempo stesso l’amore per il compagno, che rivive attraverso la ricostruzione del suo corpo, ogni mattina e ogni sera.

Se da un lato si mostra la perdita personale, il ricordo di un amore perduto, dall’altro si trova la volontà di condivisione, la costruzione di una relazione con il pubblico. Lo spettatore prende parte all’amore e al dolore dell’artista, contribuisce alla rivivificazione della memoria e al tempo stesso è portato inevitabilmente a riflettere.

Tra pubblico e privato

Le opere di Félix González-Torres costituiscono una rappresentazione della sua realtà personale, volutamente condivisa con il pubblico, sia per l’aspetto sentimentale, sia per successive e conseguenti considerazioni sociali. Dal tema dell’amore al tema della malattia, vissuta come un tabù negli anni Novanta ma ancora oggi stigmatizzata, le installazioni elaborano il privato dell’artista riverberando inevitabilmente sul pubblico.

Untitled (Blood) del 1992 è una tenda di perline di plastica. La forma richiama il Minimalismo, colma però di un concetto importante che nasce dall’esperienza privata e muove verso il sociale. Il richiamo al sangue, come si evince dal titolo, ai globuli rossi, alla progressione della malattia, si muove da una sfera intima, vissuta, ad una riflessione generale sul tema.

Quanto è importante sensibilizzare?

Nell’arte di Félix González-Torres si è posti di fronte ad un’ambivalenza tra pubblico e privato, arte politica ed espressione personale. È proprio la sensibilizzazione la chiave espressiva: da un vissuto che viene teneramente condiviso con il pubblico, l’artista conduce ciascuno a riflettere sul presente. Seppur realizzate tre decenni fa, le opere di Gonzales Torres dischiudono alle medesime osservazioni, muovendo la stessa empatia nei confronti della sua esperienza.

Inoltre, è bene considerare gli anni nei quali opera l’artista e la sua scelta espressiva. Negli anni Novanta sono da poco iniziati i primi movimenti per l’attivismo gay e mentre molti artisti scelgono un percorso di aperta denuncia, González-Torres si propone una sensibilizzazione differente. Le installazioni mirano alla condivisione e all’empatia, una denuncia velata ma allo stesso tempo più efficace.

L’America degli anni Novanta si scandalizza facilmente e l’artista fornisce temi all’epoca considerati sconcertanti: l’omosessualità e l’AIDS, spesso non pronunciati per pudore o associati tra loro a causa della preclusione.

Il tema della malattia e, in particolare dell’AIDS, è ancora soggetto di ignoranza e pregiudizio. Anche trent’anni dopo le opere non solo risultano attuali ma necessarie, volte ad una consapevolezza che la società non è ancora pronta ad avere.

Pensi che l’arte possa essere un utile strumento di sensibilizzazione? Trovi ancora attuali queste opere?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

Categorie
Artista

Vaclav Pisvejc, artista o vandalo?

Pisvejc nasce a Praga nel 1967, dopo aver frequentato l’Accademia d’ arte nella stessa città per tre anni, inizia a viaggiare in giro per l’Europa, Stati Uniti e Sudamerica, facendo mostre e vendendo i suoi lavori. Si trasferisce a Firenze nel 2007.

“Ho conosciuto Vaclav un po’ di anni fa, era appena arrivato da Praga e la prima cosa che mi mostrò furono i suoi diari pieni di disegni e collage che mi sembrarono subito dei piccoli capolavori. Poco dopo riuscii a vedere i suoi famosi ritratti ai potenti o appartenenti allo show business da Berlusconi a Homer Simpson da Mao a Papa Benedetto XVI e persino Riccardo Nencini e Matteo Renzi.”

-Costanza Baldini

Parliamo oggi di lui perché è l’autore dell’ intervento sulla statua “Pietà” in Piazza della Signoria, avvenuto l’8 marzo 2022.

Pisvejc esegue una vera e propria performance, davanti ad alcuni spettatori che lo accolgono con un applauso finale, finché non viene bloccato dagli agenti della polizia.

L’artista stesso dichiara:

“Un imperatore a cui hanno

mangiato la testa, un Leone che trionfa sul piccolo corpo straziato.

La vittima oggi ha i colori dell’Ucraina.

Basta con la guerra”.

Pisvejc era entrato in azione lunedì in via della Vigna Nuova a Firenze dove aveva sostituito un divieto di accesso con un altro con la scritta centrale “Putin” come primo segno di protesta di guerra.

L’artista è lo stesso che ha bruciato il telo nero steso sopra la copia del David in segno di protesta contro la guerra da parte della città di Firenze; non si conosce bene il motivo di questo gesto, e a primo impatto sembra essere in contrasto con quello che ha fatto intendere attraverso altre sue manifestazioni che mostra solidarietà per l’Ucraina.

Non è nuovo a simili bravate, a Firenze ha già fatto parlare di sé in diverse occasioni: la prima volta nel 2012, quando tappezzò l’enorme ex convento di Sant’Orsola in pieno centro con dei finti dollari. Nel 2014 si sdraiò nudo, ancora una volta sui dollari, in via Zannetti, a due passi dal Duomo di Firenze, di fronte all’ingresso del museo Casa Martelli. L’anno dopo, invece, in pieno giorno si spogliò di nuovo proprio lungo la navata di Santa Maria del Fiore, la cattedrale fiorentina.

L’ultimo suo intervento è stata l’aggressione ai danni di Marina Abramovic, episodio nel quale le spacco una tela in testa.

La provocazione che vi lanciamo è…

Cosa ne pensate a riguardo? È un artista o un vandalo?

Categorie
Artista

TOMÁS SARACENO

Dall’intersecarsi di conoscenze multidisciplinari- che spaziano dalle scienze naturali alle influenze architettoniche – nasce l’arte di Tomas Saraceno, artista argentino di fama mondiale la cui creatività sembra superare ogni barriera, che sia essa sociale, comportamentale o geografica.

Immergersi nell’arte di Saraceno equivale ad assorbire un nuovo modo di vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta: un’arte lungimirante la sua, che affonda le radici nell’ecosostenibilità e indica la strada da percorrere alle tendenze artistiche contemporanee.

Vediamo insieme in cosa consiste la sua innovazione e motivo che rende il suo pubblico così coinvolto ed affascinato.

Installazioni “visionarie”

A rendere originale l’operato di Saraceno è, innanzitutto, la visione metaforica ed utopica che vi sta alla base. L’artista intende offrire una nuova visione etica ed ecosostenibile sulle cose e sul mondo, affronta temi legati all’inquinamento e al riscaldamento climatico con estrema creatività, sensibilizzando il pubblico di fruitori ad avvicinarsi ad uno stile di vita ben lontana dall’antropocene a cui si è abituati.

Ciò che l’artista promuove è l’apertura ad una nuova era geologica detta “areocene”, un’era dominata dall’Aria e dove l’uomo può vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta.

Per far ciò realizza delle strutture sospese e fluttuanti che se da un lato intendono fungere da modello per una possibile vita futura nel rispetto dell’ambiente e nell’accettazione della sua “superiorità” rispetto all’uomo, dall’altro consentono a chi le osserva di poter connettersi con tali meccanismi e diventare parte dell’ambiente da rispettare.

Il visitatore davanti alle sue opere riveste un ruolo importante poiché non si limita ad una mera osservazione dell’opera ma è chiamato a partecipare attivamente, diventando parte integrante dell’installazione e suggerendone possibili sviluppi futuri.

Così accade in “On Time Space Foam”, installazione fatta di membrane poste a 20 metri dal suolo in cui gruppi limitati di persone possono tuffarsi e muoversi come fossero sopra una grande nuvola. Un secondo pubblico, posto al di sotto dell’installazione, osserva l’effetto dal basso che appare come una grande membrana organica resa viva dai movimenti dei fruitori.

Il tema dell’utopia urbana ricorre in diverse opere di Saraceno che si serve della tecnologia per creare architetture, reti, spazi condivisi che si integrano nell’ambiente circostante.

Nelle sue “Cloud Cities” Saraceno immagina di ricreare una città transnazionale ed ecosostenibile tra le nuvole ispirandosi a bolle di sapone e ragnatele: l’artista idealizza dunque l’architettura futura ed immagina come la società potrebbe vivere.

Ognuna di queste opere parte dallo studio di sociologia, etologia, energie alternative ed ingegneria e permette di entrare in connessione con elementi non umani come polvere, ragni o piante che diventano protagonisti delle sue metafore del cosmo.

Lo studio della ragnatela: “14 Billions” e “In Orbit”

Gran parte delle opere di Saraceno ruotano attorno ad uno studio approfondito dei ragni e delle ragnatele. L’artista stesso rivela:

“Sono un grande ammiratore di come i ragni costruiscono le proprie ragnatele; li ho osservati per un bel po’ di tempo, il modo in cui questi incredibili mondi si uniscono, il loro modo di colonizzare e migrare (…)”

Ed è proprio dall’osservazione di queste strutture naturali che l’artista trae ispirazione per la creazione delle sue imponenti installazioni. Saraceno è il primo artista ad aver misurato, scansionato e digitalizzato in 3d una ragnatela!

Da queste sue scansioni – che continuano tutt’ora nel suo Arachnid research Lab con l’ausilio di studiosi e collaboratori -nascono due delle sue più celebri installazioni; La prima, dal titolo “14 Billions” viene presentata nel 2010 alla Bonniers Konsthall di Stoccolma e consiste nella scansione tridimensionale della ragnatela di una vedova nera.

La seconda, dal titolo “In Orbit”, presentata nel 2013 nella piazza Ständehaus di Düsseldorf, consiste in una grande ragnatela contenente delle sfere di 2.500 mq suddivisa in 3 livelli e sospesa a più di 25 metri dal suolo. Come per le ragnatele, i visitatori che vi salgono  modificano la tensione dei fili, generando una vibrazione percepita da tutti i presenti.

Tramite la vibrazione della struttura, lo spettatore può così avere la percezione dello spazio esattamente come accade per i ragni che, non avendo un apparato uditivo, percepiscono mediante vibrazioni l’avvicinarsi di un insetto o un essere umano.

“Le ragnatele sono creazioni architettoniche complesse; alcuni aracnidi le ritessono ogni notte, solo per divorarle e digerirle di nuovo la mattina successiva, mentre attendono che sul loro terreno di caccia cali il crepuscolo. In termini umani, potremmo parlare di tali invenzioni come di una cultura”

E’ chiaro come l’interesse per lo spazio e la gravità caratterizzino gran parte delle sue opere, contribuendo a delineare quel fil rouge che parte dall’idea -forse un po’ utopica – di un mondo ecologista ed innovativo e arriva dritto alla gente inglobandola in se, come in una enorme ed imponente ragnatela.

Se hai trovato le sue opere interessanti lascia un like e facci sapere cosa ne pensi, la tua opinione è importante per noi 💙

Non dimenticare di condividere l’articolo!

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

Categorie
Artista

ASSOCIAZIONE ULTRABLU

Una scommessa per l’arte. Da outsider a ultrablu.

PERCHE’ NASCE ULTRABLU?

ULTRABLU APS è una APS (Associazione di Promozione Sociale), che nasce nel 2017 a Roma e ospita artisti under 30. È un atelier d’arte e una piccola casa editrice.
Il progetto UltraBlu nasce per far convivere alla pari, artisti normodotati e artisti diagnosticati con disturbi pervasivi dello sviluppo, per farli interagire liberamente, all’interno della quale, non esiste alcun canone per definire la normalità. Anzi, la loro convinzione è che la neuro-diversità costituisce una risorsa specifica dell’essere umano, portatrice di bellezza e arricchimento condiviso.

L’outsider o Art Brut è autentica, originale, non influenzata da nessun tipo di arte, non appartiene ad una corrente di pensiero, ma è un’arte di sé stessi, ed è questo che la rende unica.

RICONOSCERE E VALORIZZARE IL TALENTO NELLA DIVERSITA’

La diversità diventa un pretesto da conoscere e valorizzare, ma come? I soggetti autistici hanno un pensiero visivo e una capacità spaziale differente rispetto alle persone normodotate, e le loro capacità si avvicinano a ciò che faceva Pablo Picasso negli ultimi anni della sua carriera, la ricerca verso l’essenzialità, verso la decostruzione e ricostruzione dell’immagine, solo che questo succede in modo spontaneo, se parliamo di soggetti autistici. Inoltre, talvolta è il caos, il disturbo interiore che permette alla creatività di attivare gli ingranaggi ed esplodere come un fuoco d’artificio.

A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.
-Pablo Picasso

IL LOGO:

un messaggio forte, deciso, chiaro. Ultrablu sceglie una pupilla e una parola, uniti dal blu. La scelta della parola UltraBlu, è un simbolo che nasce da due ragioni: ogni lettera è un contenitore di energia che si regge dalla simmetria delle due vocali di apertura e chiusura, che crea un equilibrio fra diverse sensibilità, uno dei loro obiettivi.

Ultra significa al di là, indica il superamento di un certo limite attraverso il blu, il colore dell’immaginazione, il più raro e prezioso, che non è lo stesso blu del cielo o del mare, ma è un colore mentale fatto di lontananze e profondità che contiene l’intimità. Infatti, il blu rimuove le cose ordinarie da loro senso ordinario. Un vero e proprio manifesto, una rivoluzione artistica.

Incontro, relazione, ispirazione. L’atelier

Immaginate un luogo sottratto alle pressioni della vita quotidiana! Immaginate un luogo dove si riuniscono le esperienze e la sensibilità, e l’unica diversità che si rappresenta è quella di età o di personalità.

L’atelier è un luogo lontano dalla competizione in cui ognuno può affermare la propria differenza. Gli artisti con difficoltà nell’area neuropatica, sono capaci di creare una sintesi estetica senza precedenti, e sapete perché?
Loro creano arte senza la paura di un giudizio, sono privi di condizionamenti, sono stimolati dalla non-competizione. Le loro immagini non ci suggeriscono risposte, ma creano dentro di noi curiosità.

Gli artisti non rappresentano l’arte, la manifestano, il loro modo di creare è un impulso privo di concettualizzazione e privo di riferimenti culturali.
UltraBlu è un luogo dove si apprende il rispetto altrui, si vive lo scambio e l’esplorazione umana, e soprattutto la libertà. Questa non è una terapia, ma tramite il laboratorio i partecipanti imparano a manifestare l’essenza dell’arte e soprattutto, l’acquisizione di competenze artistiche che permetterà loro di lavorare sulla propria strada, e allo stesso tempo creare nuovi coinvolgimenti.

Bisogna riconoscere che la neuro-diversità, soprattutto nel campo dell’arte, significa tutto e allo stesso tempo non significa nulla, poiché ogni artista vive una propria dimensione neurologica, per questo il laboratorio non va considerata come una terapia.

UltraBlu è anche una casa editrice, pubblicano libri illustrati, libri d’arte, libri a fumetti per bambini, e per ogni età. Nella creazione di questi libri, l’immaginazione non è soggetta al testo ma si integra con esso in una relazione fra pari. Sparla di sistema di relazioni, in cui sono coinvolti spazi bianchi, testi e figure, in cui ogni lettura diventa una nuova esperienza.
Ovviamente, l’associazione si apre anche al sociale affrontando in modo attivo e intelligente una delle problematiche più attuali, l’inclusione.

‘’Quando il segno e la parola sondano l’insolito, la neurodiversità si fa ricchezza’’

VI PRESENTIAMO UN ARTISTA: SIMONE CASSESE

Simone Cassese secondo di due fratelli nasce a Roma il 15 febbraio 1997, nel 1999 manifesta la cosiddetta “regressione autistica” e di conseguenza gli viene diagnosticato un autismo infantile.

Dal 2007 incomincia a manifestare un forte interesse nel disegno; tale interesse viene studiato dall’equipe della dott.ssa Magda Di Renzo che lo inserirà all’interno di una sua pubblicazione “I significati dell’autismo” insieme a numerosi disegni di Simone.

‘‘Lo smacco che ci lascia interdetti’’

I disegni a grafite, acquarello e matite colorate di Simone sembrano giocare una partita doppia sul filone della semplicità e complessità. Ci introducono come una carezza infantile in un sistema di forme e colori semplici, ma potenti, capace di intrattenere lo sguardo con interrogativi. I lavori di Simone Cassese ci consultano, e ci pongono quesiti a cui rispondere è davvero difficile.

La figura, bambi, ad esempio, nonostante il titolo che sembra ricordare quella famosa icona della Disney, un personaggio dell’immaginario infantile, si rileva invece un’immagine tanto diversa e potente. Simone studia la bellezza e la crudeltà del mondo, ha la capacità di restituire all’immagine un sistema complesso, quel sistema che è il mondo. Questo è ciò che Simone definisce smacco.

Nelle immagini che hanno per figura gli animali Due volpi, La rana, La balena felice, forse è ancora più evidente lo smacco, l’esistenza di una trama invisibile che tiene insieme le parti; non siamo più interpellati, sono immagini autonome che restituiscono appieno le relazioni nel mondo animale dal quale l’uomo è sempre tagliato fuori.

Articolo a cura di Rossella Balletta

Categorie
Artista

Vittorio Iavazzo

Nato a Napoli nel 1991, Vittorio Iavazzo è uno scultore contemporaneo dall’impronta estremamente originale.

La sua formazione ha inizio in seguito alla grande passione per il disegno, che lo porterà nel 2014 a specializzarsi nell’illustrazione e poi nel 2016 nella grafica d’arte presso l’Accademia delle Belle Arti della sua città natale.

Nonostante la sua bravura in campo disegnativo, la sua produzione artistica non si limita ad una sola tecnica, ma spazia ampiamente nella scultura, nella pittura e approfondisce le varie tecniche grafiche, grazie soprattutto alla viva attività culturale della città partenopea, che ha permesso all’artista di lavorare in ambito scenografico, pubblicitario e religioso.

Dopo solo un anno dalla laurea magistrale, nel 2017 espone la sua prima mostra personale dal titolo Outcast, grazie al progetto Giovani Artisti, presso la romana Galleria Moderni.
Nello stesso anno realizza un’opera molto importante e soprattutto permanente presso la scuola del Balletto di Roma Centro Danza, costituita da una serie di pannelli di grande formato che rappresentano l’arte del danzare non solo nella sua espressione fisica ma anche in quella spirituale, sfruttando accesi toni di colori contrastanti e giustapposti l’un l’altro, portando alla luce l’arte della danza come punto di contatto tra anima e libertà, assieme ad altre brevi frasi realizzate con una tecnica che richiama quella del collage.

Iavazzo è conosciuto soprattutto per le sue sculture in cartapesta, che appaiono tanto esili quanto potenti. Sono opere di piccolo e medio formato, esposte nel 2018 presso la galleria RvB Arts di Roma, dalla quale è oggi rappresentato, in occasione della mostra personale Nella materia e oltre.
Tramite l’interessante allestimento della mostra si può esaminare tutto il processo artistico che accompagna lo scultore nella creazione delle sue opere, partendo dagli schizzi, dai disegni preparatori, dai bozzetti in cera, giungendo alla realizzazione finale, mostrando agli occhi del visitatore la genesi straordinaria delle sue opere.

“Un vero e proprio diario del mio lavoro, […]; attraversando la progettazione, creazione e trasformazione della materia, andando “oltre”, raccontando le difficoltà, i ripensamenti, i dubbi ma soprattutto le mie emozioni quotidiane durante questo percorso.”

La mostra è stata parte del progetto MANI (Manualità Armonia Narrazione Italiana), attraverso la quale la galleria ha invitato giovani artisti per mostrare l’importanza della manualità, del “saper fare”artigiano, che è proprio della tradizione italiana, Iavazzo infatti fa sposare nelle sue opere questa tradizione antica con il progresso del contemporaneo.

Le sue figure sono estremamente dinamiche, attraverso salti quasi pindarici sembrano voler sfidare la forza di gravità, senza curarsi del sottile basamento che le sostiene, che le ancora a terra e che è posto spesso asimmetricamente rispetto alla centralità della figura scultorea.

Le loro espressioni sono contrite, spaventate, talvolta sorprese e le loro posizioni instabili e innaturali sembrano voler essere lo sfogo di un tormento, di una molteplicità di forti emozioni custodita in quei piccoli corpi, una molteplicità espressa anche dalla vasta gamma cromatica che li caratterizza, esplodendo infine, con abile maestria tecnica, in un vulcano di vortici e di contrazione dei corpi.

Iavazzo si riallaccia ad una tradizione ancor più precedente: dalle sue opere traspare la classicità facendo ricorso al nudo, tema classico per eccellenza, reinterpretandolo in chiave contemporanea, filtrandolo tramite la sua soggettività così intrinsecamente umana, priva dell’ordine e della simmetria che caratterizza invece il composto nudo antico.

Osservando i capolavori esposti presso questa mostra, si percepisce la linfa vitale che attraversa le opere e colpisce violentemente lo spettatore, coinvolgendolo nei sentimenti più umani che appartengono alla vita di ognuno e che conferiscono quindi alle sculture di Iavazzo una valenza universale, portando alla luce temi importanti, come possiamo osservare nell’opera dell’Abbraccio, in cui due figure dal genere indistinto si stringono l’una all’altra diventando quasi carne della stessa carne, le mani dell’uno si confondono con la schiena dell’altro, è un’opera carica emotivamente, che può suscitare sentimenti contrastanti dalla nostalgia alla passione, dalla riconciliazione alla fratellanza tra esseri umani.

“Per me l’Arte è come un fiume, sorge dal pensiero, ti attraversa il cuore superando cascate e
deviazioni arrivando a sfociare dalle mani…”

Articolo a cura di Alice di Nicola

Categorie
Artista

OLIVIERO TOSCANI

FOTOGRAFO ITALIANO PER ANTONOMASIA

Ottant’anni di vita (appena compiuti) per sessanta di carriera. È questa la proporzione che ci introduce alla storia di Oliviero Toscani, emblema della fotografia italiana nei decenni più significativi della nostra storia.

Toscani è il classico esempio del “figlio d’arte”, in quanto figlio di Fedele Toscani, uno dei più famosi fotoreporter del Corriere della Sera che, sin dalla giovane età, lo spinse alla pratica della fotografia. Non è un caso che a soli 14 anni pubblicò il suo primo scatto sul Corriere: nel 1956, infatti, aveva accompagnato il padre a Predappio in occasione della tumulazione di Mussolini e aveva ritratto il volto straziato della moglie Rachele. “Sei stato più bravo di me” gli disse il padre.

In seguito al diploma in fotografia nel 1965 presso la Kunstgewerbenschule di Zurigo in cui ebbe la possibilità di studiare con i più importanti nomi dell’arte del tempo, tra i quali Marcel Duchamp e Karl Schmid, iniziò a lavorare nella pubblicità e realizzò campagne per alcuni importanti marchi come Chanel, Valentino e Fiorucci.

A partire dagli anni ’90, incrementò la sua attività nell’editoria, fondando le riviste Colors, primo giornale globale del mondo, e Fabrica, centro internazionale per la arti e la ricerca della comunicazione moderna; assunse anche il ruolo di direttore creativo nel mensile Talk Miramax di New York e fu il coordinatore della pubblicazione di 30 ans de Liberation, un volume che, sulla base degli articoli del quotidiano Liberation, ripercorreva gli ultimi trent’anni di storia.

LA DENUNCIA FOTOGRAFICA IN TOSCANI

L’arte deve provocare. Se sei un vero artista devi essere il primo ad essere provocato, se così non è vuol dire che la tua arte non vale tanto”.

(Toscani, 2021)

Sono state queste le parole di Oliviero Toscani in occasione del suo intervento nella trasmissione La versione di Fiorella, in onda su Rai3. Sono parole che non sorprendono considerando lo scopo ultimo di ogni suo scatto. È vero che la sua carriera ha trovato spazio prevalentemente nel settore della moda, ma, con la sua arte, anche il senso stesso della moda ha cambiato direzione.

Il linguaggio fotografico di Toscani si caratterizza per la sua semplicità, la sua poca elaborazione e l’estrema attenzione all’analisi dei volti e dei corpi, spesso unici elementi delle composizioni. Questa apparente semplicità cela la profonda consapevolezza di Toscani dei mali del mondo di cui egli stesso è portavoce e di cui può essere testimone anche dalla sua posizione di privilegiato.

Questa sua idea di fotografia come strumento di denuncia si manifesta soprattutto nella campagna per la Benetton, la più importante e duratura della sua carriera. Con questa collaborazione, iniziata negli anni ’80, Toscani non sancì soltanto la sua fama, ma delineò uno stile del tutto personale, capace di raccontare l’Italia moderna e i suoi tabù. La moda non rappresentò più un fenomeno separato dal mondo che la creava, ma divenne un pretesto per riflettere sui temi più forti della società degli anni ’80 e ’90: l’Aids, il razzismo, l’omofobia, il problema della criminalità organizzata. 

Per comprendere la potenza di questi scatti, è importante ricordare che Toscani abbandonò la collaborazione con la Benetton nel 2000, in seguito ad una campagna controversa che aveva come soggetti i condannati a morte negli Stati Uniti che provocò un vero e proprio scandalo contro la casa di moda. La collaborazione con l’azienda è poi ripresa nel 2018 fino all’inizio del 2020.

La volontà di dedicarsi ai temi più controversi della società, però, non si esaurisce con questi scatti. Scandalosa fu anche la campagna per il marchio Nolita, in cui fotografò la modella Isabelle Caro, malata di anoressia, che morì qualche anno dopo la pubblicazione della serie fotografica.

L’impegno sociale di Oliviero Toscani si è anche manifestato nella scelta di entrare in politica, schierandosi con i Radicali, a partire dal tempo della leadership di Marco Pannella. Nel 1971 fu uno dei firmatari della lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli, in cui venivano accusati di negligenza alcuni funzionari che si erano occupati del caso di Giuseppe Pinelli, anarchico e partigiano italiano, che era precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo alla questura di Milano.

Non c’è dubbio che la personalità di questo fotografo e uomo di politica abbia destato tanto scalpore nella società contemporanea, soprattutto per il suo carattere dirompente, senza filtri e la sua presa di posizione radicale in ogni fatto o evento sociale. Quindi, che la persona di Oliviero Toscani sia amata o meno è un fatto del tutto soggettivo: ciò che invece non può essere negato è il suo contributo all’arte in genere, in quanto è stato forse il primo ad allontanare la fotografia italiana dalla sua natura elitaria, affinché essa potesse essere strumento, motore di comunicazione e arma di contestazione per eccellenza.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino