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Arte

Interessarsi all’arte nel 2022: Arte per dar voce a sé stessi, al presente e al mondo.

Nella frenesia delle giornate, imbottigliati nel traffico, sommersi da scadenze e appuntamenti, rapiti dalle mansioni giornaliere, si arriva a fine giornata con la voglia di spegnersi tra una preoccupazione e l’altra, con il pensiero e l’angoscia di dover ripartire l’indomani e il giorno dopo ancora, e ancora. È necessario fermarsi, mettere una virgola e talvolta un punto, ma come, se non si lascia spazio alla propria individualità?

Perché e come l’arte dovrebbe aiutare un mondo soffocato da guerre, migrazioni, estinzioni animali, rivolte civili e la caduta sempre più rapida verso un punto di non ritorno nei confronti del cambiamento climatico?

Quale ruolo ha l’arte in tutto ciò?

L’arte in tutte le sue forme e manifestazioni fornisce gli strumenti per dare voce alle proprie necessità, al proprio grido, che esso sia un bisogno stremato di pace interiore, di sfogo, o che sia uno schiaffo alle istituzioni, alla società, a tutto quello che viene ignorato, l’arte dà la voce a tutti coloro che non sono ascoltati provocando non di rado molto rumore.

La crisi totale che il mondo sta vivendo impatta non poco, soprattutto le ultime generazioni, che ne sono direttamente coinvolte e guardano verso il futuro con una grave miopia per cui niente è nitido. Lo spavento che ne scaturisce provoca un sentimento negativo di impotenza, che comporta la necessità di annullare ciò che c’è fuori, mettere noi stessi e il mondo in modalità silenziosa, conduce alla ricerca di una via catartica, liberatoria, un rifugio di contemplazione che l’arte offre tramite un’esperienza estetica che devasta, ipnotizza e mette a tacere tutto ciò che è al di fuori di essa.

Grandi pensatori come Kierkegaard e Schopenhauer considerano l’arte come la migliore alleata per poter ascoltare intimamente se stessi, per avere un momento di pace, sfruttarla come stile di vita immergendoci nella bellezza pura, che sia essa classica, rinascimentale o barocca.

Riscoprire l’arte come rifugio consente non solo di liberarci per un attimo dal mondo soffocante, ma anche di riscoprire e riapprezzare il passato che diamo spesso per scontato, con le sue opere che cospargono il nostro Paese come una costellazione.

In un mondo palpitante di cambiamenti, l’arte viene utilizzata come strumento politico, nelle lotte sociali e ambientali, laddove le proteste non riescono ad arrivare, un’opera d’arte riesce ad essere fortemente impattante in quanto mette davanti agli occhi con prepotenza le responsabilità che ha ogni individuo, nessuno escluso, nei confronti di questi cambiamenti che sono necessari.

Due esempi palpitanti sono incarnati da due artisti, l’afro-brasiliano Alexis Peskine e l’africano Romuald Hazoumé. Attraverso le loro opere, hanno mostrato agli occhi del mondo l’argomento scottante dell’immigrazione vissuta sulla loro pelle, appellandosi a capolavori dell’arte come La zattera della medusa di Géricault, riattualizzandola nel contemporaneo o allestendo nel British Museum delle imbarcazioni formate da una serie di taniche di benzina, che assumono un valore particolare perché diventano delle maschere tribali.

L’artista capovolge il tutto in un’ottica post-coloniale dal forte impatto emotivo, alludendo anche al trasporto degli schiavi che per secoli ha subito la sua popolazione.

A. Peskine, Raft of Medusa, 2016.

Sono delle opere che scuotono emotivamente chi guarda, così come le opere degli artisti Barbara Kruger e David Hockney, due artisti attivi nell’abbattimento di pregiudizi contro l’omosessualità e nella lotta per la parità dei sessi.

Le opere della Kruger hanno una cromaticità semplice che ricorre a tre colori giustapposti che si esaltano l’un l’altro, ma soprattutto esaltano il messaggio di cui si fanno portavoce, gridando al mondo dei diritti che ogni donna ha e deve avere sul proprio corpo, spesso oggettivato dalla storia, dalla società e in maniera più forte dalla politica.

Barbara Kruger, infatti, lavora principalmente durante gli anni ’70 e ’80 quando sono stati raggiunti importanti obiettivi come la legittimità dell’uso della pillola anticoncezionale, che ha portato con sé una maggior consapevolezza e soprattutto scelta nel rapporto tra la donna e il proprio corpo, come mostra l’opera Your body is a battleground, il tuo corpo è un campo di battaglia.

B. Kruger, Your body is a battleground, 1989
B. Kruger, Untitled (We Don’t Need Another Hero), 1987
 

Allo stesso modo, David Hockney è stato tra gli artisti che, accanto a Peter Blake, hanno dato avvio alla Pop Art e si è prodigato nell’emancipazione dell’amore omosessuale, con opere molto provocatorie, scegliendo il paesaggio di Beverly Hills, con colori che riprendono la tavolozza di Matisse, collocando i suoi personaggi all’interno di ambienti semplici in cui ricorre frequentemente l’elemento della piscina.

Questi artisti dimostrano quanto l’arte possa essere uno strumento di forza che porta ad una presa di coscienza, una consapevolezza, poter far emergere tutto ciò che viene condannato, per rivendicare i propri diritti e quelli degli altri, è una lotta che chiama tutti al fronte perché quello che accade all’altro riguarda ogni individuo.

Articolo a cura di Alice di Nicola

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Arte

Tre documentari imperdibili sul mondo dell’arte

Chiunque abbia fatto esperienza d’arte nella propria vita visitando un museo o passeggiando tra i corridoi di una galleria può confermare che, a prescindere dalla propria conoscenza storico-artistica, le opere che ci troviamo davanti in un modo o nell’altro riescono a colpirci intimamente, sia con emozioni positive sia negative.

Talvolta rimaniamo incantati dalla pura bellezza estetica che ci suscita un senso di serenità, quasi di soddisfazione, talvolta invece gli artisti ci lasciano persino indifferenti, e usciamo dal museo senza capirli, ne rimaniamo delusi, o addirittura infastiditi, andiamo avanti nella nostra routine quotidiana senza dar più peso all’esperienza vissuta, commettendo spesso l’errore di non accorgerci che proprio quando è l’arte ad infastidirci, allora vuol dire che è riuscita a permeare inconsciamente e ha toccato le nostre corde. È proprio in quel momento, in quel sentimento disturbato, che l’arte – soprattutto quella contemporanea – funziona.

Il fascino che esercitano le opere ci stimola la curiosità di andare oltre la tela o la scultura osservata, ci pone tanti interrogativi sul chi e sul perché sia stata realizzata in un determinato modo e in un determinato momento storico, ci lascia assetati e ci porta a volerne sapere di più.

Grazie alle numerose piattaforme online e all’abbondante produzione cinematografica, abbiamo a disposizione un numero infinito di documentari scientifici sugli artisti. Oggi è possibile scoprire – con gioia o con tristezza – cosa si cela dietro la mano dell’artista: la sua storia, la sua cultura, il suo pensiero, i suoi amici.

Ma non solo questo, i documentari ci portano dietro le quinte del mondo dell’arte, raccontandoci passo dopo passo quale meccanismo tecnico si cela dietro la realizzazione di un’opera, ci svela il funzionamento reale delle committenze, e spesso ci rivela la spiacevole sorpresa di scoprire come funziona il mercato artistico contemporaneo.

Ecco alcune proposte di tre documentari imperdibili che lasciano a bocca aperta, che commuovono e, cosa più importante, permettono di allargare il proprio orizzonte.

SAVING BANKSY (2017), di Colin M. Day

Il documentario narra la verità nuda e cruda delle vicende dei più importanti artisti contemporanei della street art, tra cui Ben Eine, grande amico del britannico Banksy.

Ben descrive la potenza del cosiddetto “effetto Banksy”, cioè la rivoluzione che ha scatenato la sua arte nelle strade. La sua intervista mette in luce la condizione di pericolo e fa toccare con mano la sensazione di disagio che vivono personaggi come lui. Molti artisti – considerati vandali per operare sulle proprietà private – vengono imprigionati e multati. Il documentario in particolare analizza la guerra che la città di San Francisco ha scatenato contro gli inconfondibili ratti di Banksy che invadevano i muri, portando messaggi più che espliciti di polemica contro il sistema.

Ma cosa succede se la street art, arte che appartiene alla strada, viene musealizzata? Qui entra in gioco il collezionista d’arte Brian Grief che, in seguito alla rimozione delle opere di Banksy dopo 48h dalla loro realizzazione, decide di salvare l’ultima opera rimasta a San Francisco, opponendosi contro la dinamica spaventosa del mercato. Viene messo in mostra come migliaia di dollari sborsati dai collezionisti uccidano un’opera d’arte sotto la falsa buona volontà di salvarla dalla sua distruzione permanente.

Il documentario ci lascia una grande domanda sulla necessità di conciliare due estremi: lasciare la street art vivere nel luogo dove appartiene a costo della sua distruzione, o portarla in un museo e quindi lasciar morire il suo messaggio?

“Some people become cops because they want to make the world a better place. Some people become vandals because they want to make the world a better looking place.”

LUCIAN FREUD: A SELF PORTRAIT (2020), di David Bickerstaff

Nipote del padre della psicanalisi, Lucian Freud si racconta e viene raccontato in limpida sincerità attraverso le sue straordinarie, originali opere prive di pudore.

A partire dalla metà degli anni ’60, i nudi di Freud si sono imposti in tutta la loro corporeità. Una corporeità che cerca di rispondere alla domanda che Lucian si poneva prima di realizzare ogni opera: “Cosa cerco in un dipinto?” e caricava le sue opere di risposte, poneva in esse tutta la sua irritazione, il suo senso di stupore e meraviglia e quando si sentiva avvelenato e privo di luce si recava presso la National Gallery di Londra per ammirare in particolare l’arte del XIX secolo.

Il film ci porta a contatto con i suoi nudi, criticati come imbarazzanti, troppo espliciti, spudorati nel loro assonnato abbandonarsi alla corporeità, alla fisicità della carne che li riveste, li carica di una sensualità pigra, e alla sua tecnica lenta nella realizzazione, con delle pennellate cariche e pesanti che vanno ad enfatizzare la massa e le imperfezioni fisiche dei suoi soggetti.

Il documentario è un’occasione splendida per conoscere questo magnifico artista, l’unico a ritrarre la grandezza della Regina Elisabetta II in una tela paradossalmente ed incredibilmente piccola.

“The aura given out by a person or object is as much a part of them as their flesh.”

GERHARD RICHTER PAINTING (2012), di Corinna Belz

Una delle voci più importanti nel panorama tedesco è senz’altro quella di Richter, un pittore straordinario che ha ambiziosamente creato e sperimentato un numero altissimo di tecniche e materiali.

Questo documentario porta alla luce – grazie ad intime confessioni, materiale archivistico raro, interviste ai suoi amici e collaboratori galleristi – la sua ricca ricerca artistica, iniziata con l’arte astratta ed ispirata soprattutto ai grandi modelli italiani, in particolare Tiziano, riproponendo le loro opere in un modo totalmente nuovo, sovrapponendo tanti strati di pittura e concludendo con una spessa pennellata su tutta la superficie del quadro, tale da renderlo appannato ed offuscato.

In un mondo ormai immerso nella pop art, nell’arte concettuale e nell’arte povera, Richter riprende la pittura in sé come vero punto di partenza, dimostrandosi cosciente dello stato di sopravvivenza in cui essa si trova.

“I blur things to make everything equally important and equally unimportant.”

Articolo a cura di Alice Di Nicola

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Arte Eventi/Mostre

Aprile 2022: News dal mondo dell’arte

DOVE ARTE MODERNA E ARTE CONTEMPORANEA SI INCONTRANO: FONTE DI VITA

Fons Vitae è la nuova installazione del museo Marino Marini a Firenze. Fino a lunedì 6 giugno è possibile visitare la nuova mostra firmata da quattro artisti contemporanei in dialogo con il Santo Sepolcro di Leon Battista Alberti. Il fine artistico è quello di riflettere sul mistero di cui parla il capolavoro albertiano – la resurrezione di Gesù – creando un ambiente contemporaneo di ‘rinascita’ attraverso elementi della natura e cercando simboli nel Cosmo. Tutta da vivere!

«è una mostra che cattura lo spirito del luogo (…), il simbolismo del tempietto Rucellai e la forza delle opere di arte contemporanea (…).». – Patrizia Asproni , presidente del museo Marino Marini.

«Questa mostra traduce in immagini la speranza di tutti di tornare a vivere»

– Timoty Verdon, direttore dell’ufficio di Arte sacra della diocesi di Firenze

JEAN BOGHOSSIAN A FIRENZE

Galleria Il Ponte continua la sua stagione espositiva dando spazio all’artista, scultore e pittore contemporaneo libanese. Dal 24 aprile fino al 1° luglio sarà possibile una full immersion nel mondo di Boghossian dove il binomio distruzione-costruzione fa da re. 13 sono i lavori in mostra che includono diversi materiali trattati con fuoco e fumo realizzati nel decennio 2011-2021. Non perdetevela!

«La fiamma ossidrica, come il pennello, diventa l’estensione del mio braccio»

– Jean Boghossian

«L’opera di Jean Boghossian è testimone dei nostri tempi, cattura i paradossi che ci circondano: la guerra e la pace, (…) contrasti tanto divergenti e reali che si impongono ai nostri occhi»

– Bruno Corà

FRANCESCO DE MOLFETTA, GIULIA MAGLIONICO E GIUSEPPE VENEZIANO A GALLERIA BONIONI ARTE: MEMORIES FROM THE PRESENT

Dal 29 aprile al 25 maggio i tre artisti saranno ospiti con le loro opere alla Galleria di Reggio Emilia in Corso Garibaldi nell’esposizione Memories from the present.

Con una trentina di lavori totali circa, ognuno, attraverso il proprio stile, si concentra su un unico tema: la memoria.

«Nei dipinti e nelle sculture di Giuseppe Veneziano la memoria viene sollecitata dai supereroi, tra immaginario, storia e narrazioni; nelle opere di Francesco De Molfetta la memoria viene mutata, ricostruita e attualizzata attraverso (…) nuove identità; nelle tele di Giulia Maglionico è indagato, infine, il concetto contemporaneo di memoria, che attraverso i social verrà tramandato alle future generazioni»

– Marco Rubino, curatore

Vi ha incuriosito? Non perdetevela!

Quale novità ti ha colpito e intrigato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour

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Arte

L’uovo nell’arte: un soggetto, diversi punti di vista

Da simbolo di creazione, a gioco, a prodotto commerciale, come si propone l’uovo nell’arte?

Da sempre figura primordiale, ha ricoperto diversi ruoli nel percorso artistico, sia da un punto di vista sociale, rituale e fisico, ma anche da un punto di vista filosofico (Chi è nato prima?)

Inizio e fine

Il tema della creazione, esplicitato nella rappresentazione dell’uovo, è un aspetto comune che, però, come le diverse forme di espressione visuale, si evolve di pensiero in pensiero, di artista in artista.

Chi fa, della creazione e del rituale, proprio punto di forza è senza dubbio Piero Manzoni, il quale legittima lo status dell’artista attraverso opere ed eventi. Il tema dell’uovo viene trattato dall’artista già nel 1959, nelle Uovo sculture, opere autenticate come arte dall’impronta dell’artista, impressa sulla superficie.

Tra le performance, occorre ricordare la più famosa e probabilmente radicale dell’artista, tenutasi alla Galleria Azimut il 21 aprile 1960, Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. Qui, Manzoni, invita il pubblico a consumare l’arte, delle uova sode, che assumono una rilevanza artistica in quanto realizzate dall’artista: in un rituale quasi sciamanico si gioca sui concetti di legittimazione e mercificazione d’arte. L’uovo come creazione del creatore, veicolo d’arte dal produttore al consumatore, alimento da un lato e accesso al mondo dell’arte dall’altro.

L’uovo costituisce nella sua semplicità, nel suo simbolismo, un tramite tra l’artista e il pubblico: attraverso la legittimazione dell’uovo come arte si deride la pratica artistica, nell’esagerazione del rituale si ironizza sulla figura dell’artista e se ne riconferma il potere.

L’uovo è inequivocabilmente un prodotto artistico, figlio dell’artista. L’uovo è tema caro anche a Lucio Fontana, il quale, negli stessi anni di Manzoni, indaga nuovi spazi e dimensioni. Pitture sagomate e poi tagliate, sculture forate, nelle diverse accezioni proposte, l’artista argentino utilizza l’uovo per entrare in un altro spazio. Concetto Spaziale. La fine di Dio (1963-1964), converte il significato “tradizionale” dell’uovo: da creazione a fine.

Come definito dallo stesso artista, le opere pittoriche su telai ovali sono l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla. L’altrove ritrovato squarciando la tela costituisce l’infinito, un’altra dimensione, e l’uovo funge da portale, non è più l’origine bensì la fine (e dunque, in senso lato, la fine di Dio contrapposta all’origine).

L’uovo è un inizio o una fine?

Pop e pedagogico

Svuotato e privato del significato aulico e simbolico è l’uovo proposto da Andy Warhol. L’unione di solenne e popolare si presenta sotto forme di rappresentazione mai elaborate nell’arte antecedente all’avvento della Pop Art. Le uova sono grafiche, sagome eccentricamente colorate, svuotate di un senso ulteriore, un’analogia fumettistica e al tempo stesso un prodotto di massa. L’uovo è il quotidiano, parte della tipica colazione americana, che assume la nuance eccentrica tipicamente Pop.

Seppur grafico, un uovo differente è quello di Enzo Mari. Pedagogico, progettuale, sociale, in L’uovo e la gallina, libro illustrato per bambini, l’artista indaga gli elementi primordiali di vita e natura. Le illustrazioni offrono al bambino una nuova possibilità di elaborazione del reale: a partire dalla nascita, Mari mostra un obiettivo di auto-progettazione, configurando l’autonomia del bambino. A partire dalla prima cellula, il designer traccia un percorso vitale, interessato ad uno sviluppo creativo e autonomo del lettore.

L’equilibrio

Se da un lato la rappresentazione grafica svuota di senso il simbolo, dall’altra ne elabora un’accezione differente. Erede dell’uovo Pop di Warhol è senza dubbio la parodia, mossa dallo stesso estro ironico, di Jeff Koons.

Lo scintillio e la brillantezza dell’opera dell’artista fungono da specchio per lo spettatore, in un interesse fotografico e di soddisfazione dello sguardo. Sicuramente, specchiarsi nella serie famosa di Koons, Celebration, realizzata dalla metà degli anni Novanta, dev’essere un grande onore. Le opere rappresentano, tra gli altri soggetti, diverse uova, siano queste sculture lucenti o pitture ugualmente scintillanti: di Cracked Egg (1995-1999; 1994-2006), ad esempio, si ritrovano nella collezione due riproduzioni in forme differenti, rispettivamente una pittura e una scultura.

Tra mercificazione ed ironia, altro carattere da sottolineare della produzione dell’artista è senza dubbio l’equilibrio: il significato del forte bilanciamento delle sue creazioni è un dibattito aperto, ma è certo come l’uovo si presti perfettamente a questa funzione. Sia quest’ultimo impacchettato (come accade in Smooth Egg With a Bow, 1994-2009), rotto o dipinto su tela, la struttura naturalmente perfetta dell’uovo si adatta in maniera esemplare alle sue elaborazioni.

Si può quindi considerare l’uovo come creazione, come apertura ad un’altra dimensione, come grafica priva di senso o illustrazione pedagogica, fino a definirlo emblema dell’equilibrio. È curioso notare come il contemporaneo offra molteplici punti di vista e spunti, articolando un elemento così semplice e al contempo così complesso, indagato a lungo dal processo artistico.

Cosa ne pensi di questi punti di vista? Quale interpretazione ti ha colpito di più?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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Arte

Disabilità e accessibilità: l’arte appartiene a tutti

Quanto è bello e importante per noi poter camminare tra i corridoi di una galleria, di un palazzo rinascimentale, di un’antica villa romana, attraversare gli stessi ambienti che hanno attraversato artisti come Michelangelo, Raffaello e personaggi come Lorenzo il Magnifico? Quanto è bello poter gustare e osservare con i nostri occhi le sfumature di una tela espressionista, la luce che scivola sui marmi di Bernini o quella che si incastra nei crocifissi di Cimabue?

Spesso sentiamo che queste meraviglie possono essere osservate, vissute ed essere raggiungibili da chiunque. Ma la cultura è davvero così inclusiva? Abbiamo tutti la possibilità di viverla?

A partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, sono molti i fattori che hanno cambiato l’aspetto e la fruibilità di un museo. I museologi, infatti, si sono interrogati su quali fossero quegli elementi che avrebbero garantito al visitatore un percorso intuitivo, guidato, comodo e alla portata di tutti, tramite l’inserimento di segnaletica a terra, cartelli e insegne con icone immediatamente riconoscibili, toilette, armadietti e servizio bar, così da rendere la visita un piacere e non un’interminabile fatica di ore passate in piedi. Ma sono davvero alla portata di tutti? L’accesso alla cultura presenta molto spesso una barriera sia economica, sia fisica da non sottovalutare.

La difficoltà di accesso ai plessi museali è evidente per le persone che hanno disabilità motoria degli arti inferiori e si spostano quindi con la sedia a rotelle. Questo però non sempre è dovuto ad una mancata attenzione da parte degli operatori museali, spesso la causa è la struttura stessa dell’edificio, soprattutto in Italia e in generale in Europa, in cui le istituzioni museali si trovano in edifici storici plurisecolari, al contrario ad esempio degli Stati Uniti, in cui a partire dalla seconda metà dell’800 sono stati costruiti edifici ex novo dove collocare le gallerie d’arte e i musei, adattando quindi le esigenze e le necessità ad una struttura nuova, pensata per rispondere proprio a determinati bisogni non solo dal punto di vista dell’accessibilità, ma anche dal punto di vista dell’allestimento della collezione permanente.

La tematica è scottante e ha ripreso una forte voce in anni recenti.

Nel 2018 sono state pubblicate dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo le linee guida per la redazione del piano di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A) nei musei, complessi museali, aree e parchi archeologici e nel 2019 durante la Conferenza Generale dell’ICOM (International Council of Museums) svoltasi a Kyoto, l’Italia ha proposto l’istituzione di una Commissione Internazionale per l’accessibilità, l’inclusione e l’usabilità museale, già presente nel nostro Paese, ma non a livello mondiale.

A Firenze, la Galleria degli Uffizi – ufficialmente il museo più visitato in Italia – ha fatto passi da gigante per poter permettere la visita a persone con disabilità motoria, tramite ingressi con rampe e numerosi ascensori che consentono alle persone di poter raggiungere ogni piano della galleria.

Non si può dire lo stesso della galleria di Palazzo Pitti, in cui esplicitamente il museo richiede accompagnatori per coloro che siedono sulla sedia a rotelle, in quanto l’ingresso è eccessivamente ripido per poter essere affrontato in autonomia, il piano della Galleria d’Arte Moderna non ha porte automatiche – e quindi deve esser spinto a mano – e infine il Tesoro dei Granduchi può esser visitato soltanto in parte.

A Roma presso i Musei Vaticani – ma non solo – è possibile noleggiare sedie a rotelle tradizionali gratuitamente, in quanto alcune zone del museo non hanno spazio a sufficienza per far transitare quelle elettriche. Gran parte del museo è visitabile e tutti i punti di interesse sono raggiungibili grazie all’assenza di barriere architettoniche. Nonostante questo, gli itinerari previsti dalle guide turistiche non tengono conto di persone con difficoltà motorie, pertanto non possono parteciparvi. Per rimediare a questo, è stata proposta la visita guidata “Giardini Vaticani senza barriere”, che percorre un itinerario adatto e accessibile.

Sarebbe troppo facile se ci fermassimo alla disabilità motoria. L’arte è un’esperienza che deve arrivare all’anima di tutti, e come possono le arti figurative raggiungere un non vedente? È fondamentale poter accogliere le necessità di ognuno e far incontrare le opere a chi conosce il mondo con il proprio tatto, e non con la propria vista.

Per le persone ipovedenti e non vedenti è stata trovata una soluzione che consente di “vedere” l’opera d’arte tramite l’ascolto, dotando quasi ogni museo di audioguide descrittive molto specifiche che possono aiutare l’individuo a rendersi partecipe di ciò che lo circonda.

E per coloro che non possono sentire? La necessità di inclusione è sempre più forte e preme le coscienze degli operatori museali, che hanno identificato come metodo fondamentale la riproduzione tattile delle opere principali conservate nelle più importanti collezioni permanenti, come ad esempio l’Opera del Duomo di Firenze, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, i Musei Vaticani, il Museo Egizio di Torino.

Il progetto Art for the Blind è stato promosso da Roma Capitale ed è nato e pensato per non vedenti, in collaborazione con il Museo dell’Ara Pacis e con i Musei Capitolini che, grazie alle nuove tecnologie, possono mettere gli individui in contatto con la grandezza dell’antica Roma attraverso un’esplorazione plurisensoriale resa possibile dalle tecnologie innovative, che hanno portato alla realizzazione di pannelli tattili in rilievo e linguaggio braille, di modelli in scala sia della struttura del museo, sia delle opere principali che si trovano al loro interno.

Purtroppo, sono pochi i musei che vi aderiscono, ma grazie ad un’altra importante iniziativa, l’inclusività si sta facendo strada. Infatti, nel 2015 la fondazione De Agostini e l’associazione L’abilità hanno dato luce al progetto “Museo per tutti”, che mira a facilitare la fruibilità della cultura alle persone con disabilità intellettiva, ma soprattutto mira ad un grande cambiamento sociale che permetta di abbattere i pregiudizi riguardo la loro capacità di immergersi e di rapportarsi con l’arte.

Il loro progetto si sta fortunatamente spargendo a macchia d’olio in molte regioni d’Italia, coinvolgendo musei importanti come la Pinacoteca di Brera e il Castello Sforzesco a Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo Nazionale Palazzo Massimo di Roma, la Venaria Reale di Torino, il Museo degli Innocenti di Firenze e molti altri ancora.

Affinché la società possa compiere un importante passo in avanti è necessario che, prima di quelle architettoniche, tutti abbattano le proprie barriere mentali nei confronti di chi vede il mondo con un occhio diverso, e proprio perché diverso non meno importante.

Articolo a cura di Alice di Nicola

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My Bed – Tracey Emin

Sofferenza che diventa arte

Bastano queste poche parole per raccontare a pieno l’istallazione del 1998 dell’artista inglese Tracey Emin: l’opera fu esposta per la prima volta a Tokyo e venduta per 150 mila sterline; successivamente fu presentata alla Tate Britain di Londra nel 1999, in seguito alla nomina dell’artista al Turner price; è stata poi riproposta nel 2015 con un nuovo allestimento, nella medesima galleria.

L’artista Tracey Emin e l’istallazione My Bed presso la Tate Britain di Londra.

Come vediamo, si tratta di un’opera che ha attraversato il corso della storia dell’arte contemporanea, dagli anni ’90 fino ad oggi, suscitando, in ogni contesto di esposizione, il medesimo scalpore: si tratta di un’istallazione inserita in una stanza vuota, in cui un letto matrimoniale disfatto si impone nello spazio sterile, raccogliendo intorno a sé oggetti di varia natura, tra cui biancheria intima, bottiglie di vodka, preservativi usati, pillole anticoncezionale e mozziconi di sigarette.  

Dettagli dell’istallazione My Bed.

L’opera in sé può essere tranquillamente considerata un ready-made del XX secolo, in cui oggetti svariati presi da contesti poco canonici all’arte diventano parte integrante dell’istallazione e vengono proiettati nello spazio artistico per eccellenza, ovvero la galleria. 

Soltanto considerando questo aspetto, l’opera della Emin risulta già fortemente provocatoria, in quanto presenta al visitatore degli elementi che sono parte della sua vita quotidiana e li spoglia della loro funzione iniziale per renderli, appunto, arte. Tale punto di vista viene reso ancora più forte dalla scelta dell’artista di abbattere il ‘muro’ asettico dei ready-made duchampiani, in favore di una narrazione personale, viscerale e profondamente legata al modo stesso in cui l’artista vive l’arte.

Ma cosa racconta davvero quest’opera?

È la stessa artista a parlarne in un’intervista rilasciata nel 2015, a seguito del riallestimento di My Bed a Londra:

“Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vivi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.”

Si tratta, quindi, di un’opera nata da una vicenda personale che aveva segnato profondamente l’esistenza della Emin, costringendola addirittura a fermare la sua vita per alcuni giorni. In base a questo, trasformare quel ricordo doloroso in arte ha una funzione del tutto esorcizzante, nonché mira ad incapsulare nella memoria un momento del passato dell’artista, destinato ad essere eterno.   

Questo impianto fortemente autobiografico non era nuovo nelle opere dell’artista: ella era già conosciuta in Europa per le sue opere di arte contemporanea che spaziavano dalla pittura, alla neon art e si collocavano in una zona intermedia tra il desiderio carnale e una forma di dolore profondo, in una chiave di lettura che era sempre soggettiva e privata. Questo non stupisce considerando il passato della Emin: la sua fu un’esistenza segnata dalla povertà e dalla violenza (fu purtroppo stuprata a soli 13 anni) e solo l’arte riuscì a riscattare la sua vita.

Nel caso dell’allestimento del 2015, l’entità personalizzante dell’opera viene maggiormente accentuata da diverse scelte curatoriali fatte proprio dalla Emin che, non solo resero lo spazio genale più suggestivo, ma in un certo senso suggeriscono il riscatto esistenziale a cui si accennava.

Innanzitutto, la sala nella quale fu inserita l’installazione fu allestita con alcune pitture di Francis Bacon, un artista di inizio ‘900 conosciuto soprattutto per la brutalità e la crudezza delle sue raffigurazioni, e alcuni disegni della stessa Emin. Entrambi i registri iconografici hanno funzione di rappresentare l’assetto caotico su cui si sviluppa l’opera e di assecondarne il movimento, il disordine e lo scompiglio che, non è solo esteriore, ma è sintomatico di un malessere interiore.

I nuovi soggetti raffigurati nei disegni della Emin, però, non sono una trasposizione di quello stato d’animo, bensì sono individui capaci di uscire dallo spazio di quel letto, di trovare nuova vitalità al di fuori di quella capsula temporale, ma lo fanno comunque in un nuovo caos, in quel disordine naturale che è proprio della vita, proprio come fa la Tracey Emin del presente.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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L’arte del “politicamente scorretto”

Ci troviamo nella sala 26 della Biennale di Venezia del 1972 quando il noto artista Gino De Dominicis presenta l’opera che viene ricordata come tra gli scandali più epocali dell’arte del secondo novecento: Paolo Rosa, un ragazzo affetto da sindrome di down, viene “esposto” come opera d’arte nell’angolo della sala, seduto con un cartello al collo su cui è possibile leggere “Seconda soluzione d’immortalità (l’universo è immobile).

Il ragazzo seduto si presta ad osservare con sguardo ingenuo e privo di ogni pregiudizio i tre lavori disposti per terra, attorno alla sua figura: “il Cubo invisibile”,” la Palla di gomma (caduta da due metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo” e la pietra di “Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra”

Pur celando un significato profondo e lontano da ogni forma di denigrazione, l’opera ha turbato in maniera significativa il pubblico che, incredulo, ha gridato allo scandalo e al vilipendio. L’isteria che ne è conseguita ha costretto l’artista a togliere i cartelli identificativi delle opere e sostituire il soggetto della sua installazione il giorno successivo con una bambina in età prescolare.

Siamo davanti ad uno degli ormai innumerevoli episodi in cui la libertà di espressione di un’artista ha varcato la soglia del “politicamente corretto”, rompendo quel filo sottile che separa ciò che si è disposti ad accettare da ciò che viene classificato come lesivo di ogni forma di rispetto.

Ma cosa si intende per “politicamente corretto”? e in che modo influisce nella libertà di espressione degli artisti?

Nel periodo in cui De Dominicis ha esposto la sua installazione il tema del “politically correct” non era ancora entrato appieno nella nostra quotidianità; difatti, se in passato esibire un’opera potenzialmente “offensiva” non destava una così fervida opposizione da parte del pubblico, nel contesto statunitense dei primi anni ’80 si iniziò a condannare a gran voce come “inaccettabile” ogni sbavatura nella moralità degli artisti e non solo.

Il recente evolversi del pensiero sociale ha portato ad una maggiore apertura verso tale corrente ideologica che mira al rispetto imprescindibile verso tutto e tutti e condanna aspramente ogni potenziale offesa rivolta a determinate categorie di persone.

L’arte all’insegna del “vietato vietare”, priva di vincoli e leggi viene improvvisamente sottoposta a quelle regole che era solita sovvertire; ogni bisogno espressivo viene così smussato e condizionato, costretto a rimanere dentro i confini di un inamovibile rispetto oltre il quale rischierebbe un vero e proprio”linciaggio” mediatico.

A risentirne, oltre che la creatività degli artisti emergenti, è soprattutto il patrimonio artistico ereditato dai maestri delle correnti storico-artistiche passate. E’ così che assistiamo alla copertura dei nudi capitolini, ritenuti irrispettosi della religiosità islamica, alle critiche rivolte per l’esposizione della “Spigolatrice di Sapri” le cui nudità suggeriscono una visione sessualizzata della donna, alla censura del “Bacio” di Rodin o perfino alla rimozione delle opere del pittore preraffaellita Waterhouse dalle sale della Manchester Art Galery poiché ritenute sessiste.

Decoro, pudicizia e moralità sembrano cucire le regole del nuovo tessuto sociale che mentre in passato sembrava rifiutare la censura, interpretandola come uno spregevole atto reazionario, oggi inverte la sua prospettiva mostrando una fervida intolleranza verso ogni forma di sregolatezza operata dagli artisti.

Ed è qui che vengono alla mente le parole di Andrea Delmastro pronunciate a palazzo Montecitorio:

«il Rinascimento, la nudità, le carni sono nella carne della nostra Costituzione culturale. E’ giusto che il premier iraniano Rouhani in visita all’Italia li veda! »

Ma non è forse una libertà dell’arte quella di eccedere, sovvertire, venire meno alle regole imposte?

Non basterebbero decine di mani per contare tutti gli artisti che hanno fatto della “scorrettezza” una vera e propria linea guida per produrre la loro arte e sarebbe impensabile reinventare le loro opere in una versione più blanda dell’originale.

Focalizzando l’attenzione alle tendenze artistiche contemporanee non si può non mensionare l’irriverenza dell’artista padovano Maurizio Cattelan che sembra voler insultare e prendersi gioco con stile delle pubbliche istituzioni.  “LOVE” ( Libertà -Odio -Vendetta – Eternità) è tra le sue opere di maggior dibattito,che vede un dito medio campeggiare in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano.

Non si è atteso molto dalla sua inaugurazione che la suscettibilità di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese ha ritenuto l’opera un chiaro segno di irriverenza al mondo della finanza.

Tuttavia, ad alimentare il fuoco della polemica sono, in modo particolare, le sue opere che vedono l’utilizzo di animali uccisi e imbalsamati: un canarino a cui vengono tagliate brutalmente le ali, un cavallo appeso al soffitto di una galleria o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I.” conficcato nell’addome, o uno scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.

I movimenti animalisti si sono schierati contro le sue opere, condannandole come irrispettose per la vita degli animali declassati ad oggetti da esibire, sacrificati per finalità estetiche: un’arte, dunque, insensata, da bloccare, spegnere e censurare.

Ma la domanda da porsi è: sono tali immagini proposte ad essere offensive per gli animali o la mano dell’uomo ad esserlo? In tal senso l’arte di Cattelan sarebbe da intendersi come una denuncia delle vessazioni inferte agli animali e non un modo per denigrarne la natura.

Così accade per le opere di Damien Hirst che prevedono la pratica dell’imbalsamazione di animali, uccisi ed inglobati nella formaldeide. Una scelta vile e scorretta secondo le associazioni di animalisti che considerano l’operato di Hirst una squallida operazione commerciale, irrispettosa di animali viventi e senzienti.

Si tratta di rispetto mancato o legittima libertà espressiva?

A questa domanda rispondiamo con l’opinione del critico d’arte e curatore Luca Beatrice :

«Se togliamo all’arte contemporanea la sua capacità di rompere le convenzioni, tanto vale non farla! »

E tu, cosa ne pensi? Scrivi la tua opinione nei commenti!

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Arte

Where Love is illegal

Ancora oggi in più di 80 paesi identificarsi come lesbiche, gay, bisessuali, transgender o intersessuali viene considerato un crimine punibile con la reclusione, con pene corporali o, nel peggiore dei casi, con la morte.

Sebbene alcune nazioni si stiano aprendo ad un progressivo riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQI+ sono ancora troppi i casi in cui il pregiudizio sociale vi si scaglia contro con una ferocia tale da lasciare interdetti.

Da questa matrice di grave ingiustizia nasce “Where Love is Illegal”, un progetto sull’omofobia e transfobia portato avanti da Robin Hammond che, attraverso una raccolta di scatti, documenta la violenza e le discriminazioni subite dalle vittime delle varie nazioni le quali combattono per il riconoscimento dei loro diritti.

Le loro testimonianze personali di sopravvivenza colpiscono dritte alle coscienze e si pongono l’intento di coinvolgerle nella creazione di un mondo in cui l’amore non è, e non deve mai, essere illegale.

Lo storytelling di diritti umani

Ma cosa fa esattamente Robin Hammond? Definirlo un fotografo documentarista appare riduttivo. Il suo impegno nel riconoscimento e nella tutela dei diritti umani va oltre il racconto visivo delle sue fotografie. Ad Hammond, infatti, si deve la creazione di Witness Change , un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla promozione dei diritti umani che si impegna a documentare, attraverso vari progetti, le problematiche legate ai diritti e allo sviluppo che affliggono molti paesi.

Ed è proprio da questa organizzazione che ha origine “Where Love is illegal” che ha visto il fotografo documentare le storie di 65 persone di 15 nazionalità diverse; ogni scatto e ogni racconto creano un dialogo empatico tra le persone volto a trasformare le opinioni, aprire le menti e cambiare le politiche.

I soggetti di questi scatti scelgono in prima persona come intendono posare, cosa indossare, come presentarsi, scrivono a mano le loro storie e lettere da condividere con il mondo. Molti di loro hanno raccontato il loro vissuto per la prima volta poiché sono stati, sino ad ora, zittiti dal bigottismo circostante; si assiste dunque ad un susseguirsi di vicende strazianti come quella di Darya, una giovane donna russa bi-genere.

“Siamo come uccisi, davvero, e le nostre vite e le nostre anime mutilate… E la polizia non aiuta, proprio come non ha aiutato me, mi ha solo cacciata fuori, mi ha umiliata, stracciato ogni mia dichiarazione non appena hanno sentito quelle parole preziose: ‘Io sono lesbica.’ […] Degli uomini mascherati mi hanno urlato degli insulti omofobi picchiandomi con delle mazze da baseball”

Seguono altre testimonianze come quella di Buje, giovane gay del nord della Nigeria, che è stato arrestato, tenuto in prigione per 40 giorni e condannato a 15 frustate con una frusta da cavallo. Secondo la legge della Sharia avrebbe dovuto essere giustiziato.

“Dio dovrebbe toglierti la vita in modo che tutti abbiano la pace perché hai causato tanta vergogna alla nostra famiglia”

Questo progetto ha raggiunto e coinvolto molte persone da tutto il mondo, è apparso in numerose pubblicazioni tra cui la copertina del Time Magazine, sulle riviste e sui giornali, accumulando adesioni e donazioni: ciò ha dato vita ad una vera e propria campagna sui social media che amplifica le voci dei sopravvissuti e raccoglie fondi per le organizzazioni preesistenti che supportano le persone LGBTQI+ nelle aree dove la persecuzione è diffusa.

“La mia famiglia ha iniziato a respingermi. Mio fratello maggiore è andato dal capo della nostra tribù per trovare la giusta punizione per me… In Iraq è normale uccidere un membro della famiglia gay perché è un crimine contro l’onore della famiglia. Avevo davvero paura per la mia vita”. – Khalid

Ecco un esempio in cui la fotografia, nella sua versatile strumentalità, riesce a perseguire tra gli obiettivi più nobili che superano i confini della fotografia stessa: in questo caso, ogni scatto racchiude un disperato e speranzoso invito a “cessare il fuoco”, deporre le armi dell’intolleranza e abbracciare rispettosamente ogni diversità… poiché se amare è un diritto, rispettarlo è un dovere.

Se hai trovato il progetto interessante, visita il link:

https://www.instagram.com/whereloveisillegal/

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Arte

Monet, Renoir e Munch: come la sofferenza può salvarti la vita

COSA RESTA DI UN PITTORE SENZA VISTA, DI UN PITTORE SENZA MANI, DI UN PITTORE SENZA FELICITA’?

Nella cultura occidentale in cui viviamo, la sanità mentale e fisica sono i primi presupposti per essere felici, per essere apprezzati dalla società e per sentirsi realizzati nella propria carriera, soffocando di conseguenza ogni tipo di deviazione, di diversità, di disagio sia in noi stessi sia nell’altro.

L’arte, supremo specchio della vita, ci dimostra ancora una volta l’importanza di abbracciare le proprie fragilità, non importa se mentali o fisiche, più o meno gravi che siano, e di trarre da esse luce e meraviglia.

L’idealizzazione che siamo soliti attribuire ai grandi maestri dell’arte spesso ci annebbia la vista e la percezione che abbiamo di essi, facendoci dimenticare dell’intrinseca natura umana che caratterizzava ognuno di loro, un’umanità fatta di fragilità, insicurezze, fallimenti e malattie.

La gratitudine che dovremmo attribuire loro non dovrebbe essere soltanto legata alla grande bellezza con cui hanno decorato le asprezze della storia e alle loro rivoluzionarie intuizioni, ma soprattutto la gratitudine per averci dimostrato che quella grande bellezza è nata da una profonda sofferenza.

Claude Monet, padre dell’impressionismo, sviluppò la sua creazione artistica partendo da una sensibilità legata alla percezione soggettiva del mondo, una percezione in cui reale e irreale sono fusi.

Sulla tela viene restituito il sentimento che scaturisce dalla visione di ciò che si ha davanti, in modo tanto rapido da poter congelare l’attimo, l’impressione, non importa quindi restituire una visione mimetica della realtà. Le colonne portanti di questa corrente artistica sono la luce e il colore, la cui alleata migliore è la vista.

Nel 1912 a Monet fu diagnosticata una cataratta bilaterale che comportò un processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino e la percezione distorta dei colori reali, causando un ingiallimento, una confusione e un oscuramento dei colori. Gli occhi, i suoi più fidati alleati per indagare la realtà, lo stavano lentamente abbandonando, mettendo in discussione la realtà stessa e facendolo cadere in un limbo di insicurezza in cui non poteva più fidarsi nemmeno di ciò che gli permetteva di conoscere il mondo.

«Il colore è la mia ossessione quotidiana, la gioia e il tormento.»

La malattia peggiorò, i cristallini degradati filtravano soltanto una parte dello spettro della luce visibile, il blu e il violetto sono sostituiti dal rosso e dal giallo, il rosso diventa arancione, per non parlare dei contorni ormai vaghi, labili, dissolti.
Nel 1923, dopo una lunga resistenza da parte dell’artista, Monet fu operato per la rimozione definitiva del cristallino dell’occhio sinistro.

La mancanza fu sopperita da una lente correttiva che gli consentiva in modo accettabile di distinguere i profili, lamentando però visioni doppie e distorsioni.
La visione senza cristallino di Monet gli permise di captare onde luminose di lunghezza d’onda inferiore a quelle ultraviolette e di lunghezza d’onda superiore a quelle infrarosse, un difetto visivo che lo rese uno dei pochi al
mondo capaci di cogliere quelle sfumature, in quanto i raggi ultravioletti sono filtrati dai nostri cristallini.

Le ninfee rimasero sempre uno dei soggetti cui era più affezionato, vediamo cambiare il loro colore proprio dopo l’operazione, poiché cambiava la percezione che Monet aveva di esse. Scomparvero i toni giallastri causati dalla cataratta e tornarono i blu del campo ultravioletto che l’assenza di cristallino gli permise di scoprire e che i suoi occhi tanto difettosi poterono riuscire a cogliere.

L’esperienza di Monet ci invita a guardare con gli occhi dell’altro che, seppur appaiano difettosi, sbagliati, ci mostrano un mondo straordinariamente diverso e proprio per questo ancor più ricco. Lo ha reso possibile esaltando a sua cecità invece di lasciarsi abbattere da essa.

Pierre-Auguste Renoir, i cui quadri pullulano di gioia, scene di convivialità e sorrisi, sono frutto di una grande sofferenza fisica, che il pittore esorcizza nei suoi capolavori.

Nel 1892, all’età di cinquant’anni gli viene diagnosticata l’artrite reumatoide e verso la fine dello stesso anno viene colpito da una paralisi facciale. L’artrite assunse una forma sempre più aggressiva circa otto anni dopo e a settant’anni lo rese quasi completamente disabile.

Le testimonianze fotografiche ci mostrano un Renoir seduto su una sedia nel suo atelier, con le mani completamente tumefatte ormai al limite del movimento, le dita ricurve, deformi, numerosi tendini estensori delle dita e dei polsi divorati dalla malattia serrarono le sue mani in un pugno chiuso.

Dopo un’ennesima paralisi agli arti superiori e inferiori, Renoir fu costretto alla sedia a rotelle. Nonostante la salute cagionevole, Renoir non smise mai di dipingere, talvolta piangendo dal dolore, facendosi costruire un supporto specifico in legno per le tele, il quale gli permetteva di ruotarle
e di dipingere senza eccessivi movimenti corporali, mentre il pennello gli venne legato con delle fasce alle mani dalla moglie, dai figli o dalle modelle.

Renoir ritrova nell’arte la vita che non poteva più vivere con il suo fisico, ma solo con il suo spirito, portando al mondo un grande amore per la vita, sempre desideroso di sperimentare, usando toni chiari e luminosi per i suoi soggetti e le sue fresche ambientazioni.
La sua vera necessità fisica e la sua medicina fu la pittura, che non abbandonò mai.

Renoir ci ha dimostrato come dall’arte possa scaturire il coraggio per combattere la sofferenza, ci ha insegnato a condividere la pelle dell’altro, ci ha insegnato che nonostante il corpo sia paralizzato, nulla può fermare la sete dell’anima e che dalle lacrime nascono dei capolavori.

L’arte come terapia abbraccia un gran ventaglio di disabilità, non solo fisica ma anche e soprattutto mentale, mostrandosi come via di uscita, di sfogo, permettendo all’anima di poter gridare senza essere sentita, accogliendo sulla tela gli schizzi del dolore e del tormento interiore, salvando le persone dall’implosione.

EDVARD MUNCH IN BILICO SUL BARATRO DELLA FOLLIA

Nato a Loten in Norvegia nel 1863, in una famiglia numerosa che viveva di stenti. La sua infanzia fu una costellazione di traumi come la morte della madre e di una sorella a causa della tubercolosi, la condizione psico-depressiva del padre, la morte del fratello subito dopo il matrimonio, le crisi psichiche della sorella Laura, cui era indicibilmente affezionato.

Fin da bambino, Edvard mostrò una particolare attenzione nei confronti del disegno, che applicò nei suoi studi di ingegneria assecondando la volontà paterna, presso il politecnico di Christiana che poi nel 1880 abbandonò a causa della sua salute altalenante.

La pittura scandinava di inizio Ottocento era dominata dal classicismo di matrice europea, affondava le proprie radici nel Rinascimento. L’influenza dell’arte tedesca medievale poi aprì le porte al romanticismo nazionalista, che destò una coscienza nazionale e un’esigenza di sviluppare un’arte autonoma, dunque i temi tradizionali furono soppiantati da soggetti tratti dalla storia nazionale e dalla mitologia.

La Norvegia in particolare era priva di centri culturali cui fare riferimento e priva di accademie d’arte, di conseguenza gli artisti si spostavano in Germania, in particolare a Monaco e a Düsseldorf, altri invece a Parigi dove nel Salon del 1880 esposero circa 30 quadri di artisti scandinavi, i quali apprezzavano particolarmente l’uso della luce impressionista, senza però mai permettere una sua imposizione.

Munch iniziò a dipingere e a studiare storia dell’arte da autodidatta, per poi esporre uno dei suoi primi dipinti nel 1883: La fanciulla malata.

La critica sua contemporanea era divisa tra sostenitori che esaltavano il suo particolare modo di impiegare di colori e oppositori che accusavano una non finitezza dei suoi quadri, come se fossero lasciati ad uno stato di abbozzo.
Il viaggio a Parigi l’anno seguente colpì particolarmente l’artista che
si trovò tête-à-tête con le opere dell’avanguardia francese, spingendo la sua pittura verso la dissoluzione della composizione mediante l’uso di macchie di colore, linee grafiche sinuose e ondulate, prediligendo tra i suoi soggetti degli scorci di realtà e convivialità.

Nel 1889 la morte del padre costituì un tragico punto di svolta per l’artista, che si trovava a Parigi e non poté assistere alla cerimonia funeraria. La perdita gli causò un profondo dolore testimoniato nella sua fervida attività intellettuale, che possiamo leggere nel suo ricco diario che costantemente aggiornava, in cui descriveva i suoi turbamenti, i suoi pensieri e il rapporto che aveva con la figura paterna, caratterizzato da forti ostilità:

«Le risate dei miei amici mi feriscono, l’alba è grigia e triste quando la si guarda attraverso le lacrime. Non riesco a far altro che lasciar scorrere il dolore dall’alba al tramonto. Sto seduto da solo con milioni di ricordi, come milioni di pugnali che mi lacerano il cuore e le ferite rimangono aperte.»

L’incontro con il poeta simbolista Goldstein influenzò profondamente la pittura di Munch, che abbandonò i dipinti realisti e si aggrappò a struggenti raffigurazioni di persone che soffrono, amano, si emozionano.

Sebbene i dipinti di questo periodo siano riconducibili alle esperienze biografiche dell’artista, il suo proposito era quello di esprimere stati d’animo universali. La sua passione per l’esternalizzazione dei sentimenti nelle opere la dimostrava anche nei ritratti dei suoi amici, che restituivano le loro passioni e i loro turbamenti grazie alla profondità dello sguardo e all’ipnotico stile di Munch, ondulato e coinvolgente.

Il suo stile di vita errabondo, mai sobrio e intenso, iniziò a manifestare effetti di febbrilità nella sua persona, iniziando a ritrarre i drammi umani come nel Fregio della vita, in cui le pulsioni erotiche sono celate sotto le sinuosità della riva nell’opera Le tre fasi della donna, in un simbolismo insistente che pervade le sue atmosfere misteriose, lunari, annebbiate, indicando una inquietudine interiore anche nei sottotitoli delle opere che compongono il fregio: Seme dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia, Morte.

La crescente popolarità corrispose a un declino psicofisico di Munch, l’inizio di una crisi esistenziale che lo accompagnerà per anni. Una lite con la sua fidanzata Tulla terminò in un colpo di pistola che lo ferì a un dito, evento drammatico che lo segnò fisicamente e mentalmente, iniziando a ritrarsi nelle opere con la sua unica fonte di consolazione: l’alcol, il cui eccessivo uso lo portò a frequenti crisi di nervi, allucinazioni e attacchi paranoici.

«Ero al margine della follia, sul punto di precipitare.»

I soggetti che ritrae diventano strettamente correlati al suo stato d’animo, tanto da non renderli più drammi universalmente validi in cui ogni persona può riconoscersi, pertanto le sue opere iniziarono a diventare urtanti per la
sensibilità dei visitatori, il dipinto dei Bagnanti nudi del 1907 infatti fu messo in disparte, con minaccia di intervento da parte delle autorità.

In fondo, non è molto diverso da quello che accadrebbe oggi a distanza di un secolo, spesso è la reazione, la fuga che ogni essere umano ha di fronte ai profondi turbamenti dell’altro.

Nel 1908, Munch fu ricoverato nel dipartimento di neurologia in una clinica a Copenhagen per sette mesi, dove trasformò la sua stanza in un atelier, mosso dall’incessante bisogno di dipingere, usando come modelli persino il medico e l’infermiere.

L’arte passò dall’essere un lavoro all’essere l’unico sfogo, l’unico appiglio per non annegare, per non sentirsi soffocato dalla vita, dai tormenti che lo martellavano, l’unico respiro, seppur affannato.

L’arte era la sua vera medicina per combattere le dilanianti sofferenze, cui nessun farmaco avrebbe potuto sopperire davvero.

Articolo a cura di Alice di Nicola

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Arte e storie d’amore

Se c’è una cosa che accomuna le personalità dell’arte appartenenti ad epoche, stili e contesti diversi è l’amore: “l’amor che move il sole e l’altre stelle” disse il sommo poeta Dante Alighieri, l’amore che ispira generazioni di cuori creativi, l’amore passionale, non corrisposto, tormentato, vissuto a pieno o nascosto, che sovrasta gli animi ispirando ogni pennellata, verso o nota musicale.

Oggi parliamo proprio dell’amore come centro attorno a cui gravita la produzione creativa di moltissimi artisti passati e contemporanei.


Tra le coppie nella vita e nell’arte più conosciute torreggiano Frida Kahlo e Diego Rivera la cui storia d’amore sembra essere stata un intreccio di tormenti e complicità. La stessa artista ha rivelato:


“Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”


Il loro percorso insieme ha inizio nel 1922, anno del loro incontro, e per l’intera sua durata fu costellato da tradimenti. Diego Rivera prediligeva un libertinaggio amoroso che indispettiva l’innamoratissima e sensibile Frida: molti dei suoi dipinti hanno ad oggetto il dolore emotivo causato dai numerosi tradimenti del marito.

Tuttavia, anche lei amò avventurarsi in storie passeggere: non erano rare le sue relazioni extraconiugali di tipo omosessuale.


Nonostante l’apparente instabilità e follia del loro amore, entrambi non potevano fare a meno di reincontrarsi e riconoscersi come punto di riferimento l’uno nella vita dell’altro.


“Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’ “arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt? Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre…

Una storia d’amore a prova di grida e porte in faccia che resta tra le più discusse nella storia dell’arte novecentesca.


E se è vero che talvolta l’amore provoca qualche dolore è altrettanto vero che senza di esso non vi sarebbe altrettanto alta emozione da cui lasciarsi ispirare.
Ciò che accade quando Claude Monet incontra Camille Doncieux è un vero e proprio colpo di fulmine. Siamo nel 1865 quando il pittore, ancora anonimo e scapestrato, incontra Camille in una libreria: la ragazza diciottenne, bruna, affascinante e di umili origini, era promessa ad un rampollo facoltoso ma è ormai risaputo che al cuor non si comanda.

I due, andando contro il volere delle rispettive famiglie e incontro ad una vita di stenti e difficoltà, fuggirono insieme per vivere intensamente la loro storia d’amore. Si sposarono ed ebbero un figlio di nome Jean.


Camille divenne la sua musa ispiratrice per eccellenza, l’unica modella che l’artista ritrasse infinite volte in innumerevoli pose. I ritratti en plein air con l’iconico ombrellino verde sono oggi pietre miliari della sua produzione impressionista e dell’intera storia dell’arte. La morte precoce di lei, dovuta ad un cancro all’utero, posa un velo di malinconia sulla pittura dell’artista che continuerà a ritrarre il ricordo di lei per tutta la sua vita.
Un amore autentico il loro, in grado di andare oltre le difficoltà di circostanza.


Facciamo un ulteriore passo indietro nel tempo, nella prima metà del Seicento, per introdurre una storia d’amore estremamente passionale tra la pittrice Artemisia Gentileschi e Francesco Maria Maringhi:
Lei artista tra le più reputate del suo tempo, lui ricco rampollo di una antica famiglia dell’aristocrazia fiorentina.

La loro storia d’amore lussuriosa si scandisce tra Roma, Firenze e Napoli, e vede il corrispondersi di numerose lettere passionali tra i due amanti in cui emergono promesse di fedeltà e dichiarazioni d’amore incondizionato.


Tra ricatti, gelosie e imbrogli, il loro amore sembra ardere come una fiamma violenta ed incapace di spegnersi, una fiamma che illuminò la pittura di Artemisia e che fu accettata persino dal marito di lei, Pierantonio Stiattesi, che sperava, assecondando la relazione clandestina dei due, di ottenere dal Maringhi dei vantaggi economici.

Pare che i due innamorati si siano sposati in segreto a coronamento di un amore incapace di porsi dei limiti: un po’ come i dipinti di Artemisia che ancora oggi vengono esposti nei più importanti musei del mondo.


Di storie d’amore nell’arte ce ne sono di parecchie e ognuna di esse, con i suoi tormenti e colori, ha lasciato un segno indelebile nel nostro bagaglio visivo.


Quale storia d’amore ti ha colpito particolarmente?


Scrivilo nei commenti!