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L’uovo nell’arte: un soggetto, diversi punti di vista

Da simbolo di creazione, a gioco, a prodotto commerciale, come si propone l’uovo nell’arte?

Da sempre figura primordiale, ha ricoperto diversi ruoli nel percorso artistico, sia da un punto di vista sociale, rituale e fisico, ma anche da un punto di vista filosofico (Chi è nato prima?)

Inizio e fine

Il tema della creazione, esplicitato nella rappresentazione dell’uovo, è un aspetto comune che, però, come le diverse forme di espressione visuale, si evolve di pensiero in pensiero, di artista in artista.

Chi fa, della creazione e del rituale, proprio punto di forza è senza dubbio Piero Manzoni, il quale legittima lo status dell’artista attraverso opere ed eventi. Il tema dell’uovo viene trattato dall’artista già nel 1959, nelle Uovo sculture, opere autenticate come arte dall’impronta dell’artista, impressa sulla superficie.

Tra le performance, occorre ricordare la più famosa e probabilmente radicale dell’artista, tenutasi alla Galleria Azimut il 21 aprile 1960, Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. Qui, Manzoni, invita il pubblico a consumare l’arte, delle uova sode, che assumono una rilevanza artistica in quanto realizzate dall’artista: in un rituale quasi sciamanico si gioca sui concetti di legittimazione e mercificazione d’arte. L’uovo come creazione del creatore, veicolo d’arte dal produttore al consumatore, alimento da un lato e accesso al mondo dell’arte dall’altro.

L’uovo costituisce nella sua semplicità, nel suo simbolismo, un tramite tra l’artista e il pubblico: attraverso la legittimazione dell’uovo come arte si deride la pratica artistica, nell’esagerazione del rituale si ironizza sulla figura dell’artista e se ne riconferma il potere.

L’uovo è inequivocabilmente un prodotto artistico, figlio dell’artista. L’uovo è tema caro anche a Lucio Fontana, il quale, negli stessi anni di Manzoni, indaga nuovi spazi e dimensioni. Pitture sagomate e poi tagliate, sculture forate, nelle diverse accezioni proposte, l’artista argentino utilizza l’uovo per entrare in un altro spazio. Concetto Spaziale. La fine di Dio (1963-1964), converte il significato “tradizionale” dell’uovo: da creazione a fine.

Come definito dallo stesso artista, le opere pittoriche su telai ovali sono l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla. L’altrove ritrovato squarciando la tela costituisce l’infinito, un’altra dimensione, e l’uovo funge da portale, non è più l’origine bensì la fine (e dunque, in senso lato, la fine di Dio contrapposta all’origine).

L’uovo è un inizio o una fine?

Pop e pedagogico

Svuotato e privato del significato aulico e simbolico è l’uovo proposto da Andy Warhol. L’unione di solenne e popolare si presenta sotto forme di rappresentazione mai elaborate nell’arte antecedente all’avvento della Pop Art. Le uova sono grafiche, sagome eccentricamente colorate, svuotate di un senso ulteriore, un’analogia fumettistica e al tempo stesso un prodotto di massa. L’uovo è il quotidiano, parte della tipica colazione americana, che assume la nuance eccentrica tipicamente Pop.

Seppur grafico, un uovo differente è quello di Enzo Mari. Pedagogico, progettuale, sociale, in L’uovo e la gallina, libro illustrato per bambini, l’artista indaga gli elementi primordiali di vita e natura. Le illustrazioni offrono al bambino una nuova possibilità di elaborazione del reale: a partire dalla nascita, Mari mostra un obiettivo di auto-progettazione, configurando l’autonomia del bambino. A partire dalla prima cellula, il designer traccia un percorso vitale, interessato ad uno sviluppo creativo e autonomo del lettore.

L’equilibrio

Se da un lato la rappresentazione grafica svuota di senso il simbolo, dall’altra ne elabora un’accezione differente. Erede dell’uovo Pop di Warhol è senza dubbio la parodia, mossa dallo stesso estro ironico, di Jeff Koons.

Lo scintillio e la brillantezza dell’opera dell’artista fungono da specchio per lo spettatore, in un interesse fotografico e di soddisfazione dello sguardo. Sicuramente, specchiarsi nella serie famosa di Koons, Celebration, realizzata dalla metà degli anni Novanta, dev’essere un grande onore. Le opere rappresentano, tra gli altri soggetti, diverse uova, siano queste sculture lucenti o pitture ugualmente scintillanti: di Cracked Egg (1995-1999; 1994-2006), ad esempio, si ritrovano nella collezione due riproduzioni in forme differenti, rispettivamente una pittura e una scultura.

Tra mercificazione ed ironia, altro carattere da sottolineare della produzione dell’artista è senza dubbio l’equilibrio: il significato del forte bilanciamento delle sue creazioni è un dibattito aperto, ma è certo come l’uovo si presti perfettamente a questa funzione. Sia quest’ultimo impacchettato (come accade in Smooth Egg With a Bow, 1994-2009), rotto o dipinto su tela, la struttura naturalmente perfetta dell’uovo si adatta in maniera esemplare alle sue elaborazioni.

Si può quindi considerare l’uovo come creazione, come apertura ad un’altra dimensione, come grafica priva di senso o illustrazione pedagogica, fino a definirlo emblema dell’equilibrio. È curioso notare come il contemporaneo offra molteplici punti di vista e spunti, articolando un elemento così semplice e al contempo così complesso, indagato a lungo dal processo artistico.

Cosa ne pensi di questi punti di vista? Quale interpretazione ti ha colpito di più?

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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Eventi/Mostre

News della settimana

Tempo di lettura: 1,40 minuti

MARINA ABRAMOVIČ RITORNA PER SOSTENERE L’UCRAINA: THE ARTIST IS PRESENT

Marina Abramovič, definitasi la “nonna della performance art”, fa il suo ritorno con una delle sue performance più famose: the artist is present.

L’evento si terrà presso Sean Kelly Gallery a New York il 16 aprile; la performance sarà un’occasione per raccogliere fondi a sostegno dell’Ucraina.

Il ricavato sarà devoluto alla Direct Relief: un’organizzazione no profit che collabora con il Ministero della Salute ucraino per fornire assistenza medica urgente ai cittadini. 

LA MOSTRA “KEITH HARING” PROROGATA FINO AL 18 APRILE 2022

La mostra in onore di Keith Haring aperta a Palazzo Blu di Pisa il 12 novembre 2021 è prorogata fino al lunedì di Pasquetta, 18 aprile.

La decisione è stata presa in seguito alla mole di visitatori pervenuti, oltre 75mila. 

L’esposizione a cura di Kaoru Yanase rende omaggio ad uno dei più celebri street artist, che ha soggiornato proprio a Pisa durante il 1989. Si tratta di una mostra con numerosi pezzi mai esposti in Italia; le opere provengono dalla “Nakamura Keith Haring Collection” in Giappone e ripercorrono l’intera carriera dell’artista, e le numerose tecniche artistiche da lui indagate, non perdetevela! 

VIA ALLE ESPOSIZIONI ALLA MANIFATTURA TABACCHI DI FIRENZE

Il progetto NAM – Not A Museum della manifattura tabacchi presenta, dal 7 aprile, The Vernal Age of Miry Mirrors

La mostra, curata da Treti Galaxie, propone la recente serie di sculture dell’artista Michele Gabriele in dialogo con un insieme di video inediti. 

L’esposizione indaga il punto di vista dello spettatore, ispirandosi a posizioni che l’essere umano assume naturalmente quando visita per la prima volta uno spazio espositivo.

Se siete curiosi di scoprire questo mondo ne avrete la possibilità fino al 7 maggio, e potete anche usufruire delle visite guidate, il tutto gratuitamente! Non perdetevela! 

Quale novità ti ha colpito e interessato di più?


Articolo a cura di Sanaa Boumasdou

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Arte

Disabilità e accessibilità: l’arte appartiene a tutti

Quanto è bello e importante per noi poter camminare tra i corridoi di una galleria, di un palazzo rinascimentale, di un’antica villa romana, attraversare gli stessi ambienti che hanno attraversato artisti come Michelangelo, Raffaello e personaggi come Lorenzo il Magnifico? Quanto è bello poter gustare e osservare con i nostri occhi le sfumature di una tela espressionista, la luce che scivola sui marmi di Bernini o quella che si incastra nei crocifissi di Cimabue?

Spesso sentiamo che queste meraviglie possono essere osservate, vissute ed essere raggiungibili da chiunque. Ma la cultura è davvero così inclusiva? Abbiamo tutti la possibilità di viverla?

A partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, sono molti i fattori che hanno cambiato l’aspetto e la fruibilità di un museo. I museologi, infatti, si sono interrogati su quali fossero quegli elementi che avrebbero garantito al visitatore un percorso intuitivo, guidato, comodo e alla portata di tutti, tramite l’inserimento di segnaletica a terra, cartelli e insegne con icone immediatamente riconoscibili, toilette, armadietti e servizio bar, così da rendere la visita un piacere e non un’interminabile fatica di ore passate in piedi. Ma sono davvero alla portata di tutti? L’accesso alla cultura presenta molto spesso una barriera sia economica, sia fisica da non sottovalutare.

La difficoltà di accesso ai plessi museali è evidente per le persone che hanno disabilità motoria degli arti inferiori e si spostano quindi con la sedia a rotelle. Questo però non sempre è dovuto ad una mancata attenzione da parte degli operatori museali, spesso la causa è la struttura stessa dell’edificio, soprattutto in Italia e in generale in Europa, in cui le istituzioni museali si trovano in edifici storici plurisecolari, al contrario ad esempio degli Stati Uniti, in cui a partire dalla seconda metà dell’800 sono stati costruiti edifici ex novo dove collocare le gallerie d’arte e i musei, adattando quindi le esigenze e le necessità ad una struttura nuova, pensata per rispondere proprio a determinati bisogni non solo dal punto di vista dell’accessibilità, ma anche dal punto di vista dell’allestimento della collezione permanente.

La tematica è scottante e ha ripreso una forte voce in anni recenti.

Nel 2018 sono state pubblicate dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo le linee guida per la redazione del piano di eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A) nei musei, complessi museali, aree e parchi archeologici e nel 2019 durante la Conferenza Generale dell’ICOM (International Council of Museums) svoltasi a Kyoto, l’Italia ha proposto l’istituzione di una Commissione Internazionale per l’accessibilità, l’inclusione e l’usabilità museale, già presente nel nostro Paese, ma non a livello mondiale.

A Firenze, la Galleria degli Uffizi – ufficialmente il museo più visitato in Italia – ha fatto passi da gigante per poter permettere la visita a persone con disabilità motoria, tramite ingressi con rampe e numerosi ascensori che consentono alle persone di poter raggiungere ogni piano della galleria.

Non si può dire lo stesso della galleria di Palazzo Pitti, in cui esplicitamente il museo richiede accompagnatori per coloro che siedono sulla sedia a rotelle, in quanto l’ingresso è eccessivamente ripido per poter essere affrontato in autonomia, il piano della Galleria d’Arte Moderna non ha porte automatiche – e quindi deve esser spinto a mano – e infine il Tesoro dei Granduchi può esser visitato soltanto in parte.

A Roma presso i Musei Vaticani – ma non solo – è possibile noleggiare sedie a rotelle tradizionali gratuitamente, in quanto alcune zone del museo non hanno spazio a sufficienza per far transitare quelle elettriche. Gran parte del museo è visitabile e tutti i punti di interesse sono raggiungibili grazie all’assenza di barriere architettoniche. Nonostante questo, gli itinerari previsti dalle guide turistiche non tengono conto di persone con difficoltà motorie, pertanto non possono parteciparvi. Per rimediare a questo, è stata proposta la visita guidata “Giardini Vaticani senza barriere”, che percorre un itinerario adatto e accessibile.

Sarebbe troppo facile se ci fermassimo alla disabilità motoria. L’arte è un’esperienza che deve arrivare all’anima di tutti, e come possono le arti figurative raggiungere un non vedente? È fondamentale poter accogliere le necessità di ognuno e far incontrare le opere a chi conosce il mondo con il proprio tatto, e non con la propria vista.

Per le persone ipovedenti e non vedenti è stata trovata una soluzione che consente di “vedere” l’opera d’arte tramite l’ascolto, dotando quasi ogni museo di audioguide descrittive molto specifiche che possono aiutare l’individuo a rendersi partecipe di ciò che lo circonda.

E per coloro che non possono sentire? La necessità di inclusione è sempre più forte e preme le coscienze degli operatori museali, che hanno identificato come metodo fondamentale la riproduzione tattile delle opere principali conservate nelle più importanti collezioni permanenti, come ad esempio l’Opera del Duomo di Firenze, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, i Musei Vaticani, il Museo Egizio di Torino.

Il progetto Art for the Blind è stato promosso da Roma Capitale ed è nato e pensato per non vedenti, in collaborazione con il Museo dell’Ara Pacis e con i Musei Capitolini che, grazie alle nuove tecnologie, possono mettere gli individui in contatto con la grandezza dell’antica Roma attraverso un’esplorazione plurisensoriale resa possibile dalle tecnologie innovative, che hanno portato alla realizzazione di pannelli tattili in rilievo e linguaggio braille, di modelli in scala sia della struttura del museo, sia delle opere principali che si trovano al loro interno.

Purtroppo, sono pochi i musei che vi aderiscono, ma grazie ad un’altra importante iniziativa, l’inclusività si sta facendo strada. Infatti, nel 2015 la fondazione De Agostini e l’associazione L’abilità hanno dato luce al progetto “Museo per tutti”, che mira a facilitare la fruibilità della cultura alle persone con disabilità intellettiva, ma soprattutto mira ad un grande cambiamento sociale che permetta di abbattere i pregiudizi riguardo la loro capacità di immergersi e di rapportarsi con l’arte.

Il loro progetto si sta fortunatamente spargendo a macchia d’olio in molte regioni d’Italia, coinvolgendo musei importanti come la Pinacoteca di Brera e il Castello Sforzesco a Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo Nazionale Palazzo Massimo di Roma, la Venaria Reale di Torino, il Museo degli Innocenti di Firenze e molti altri ancora.

Affinché la società possa compiere un importante passo in avanti è necessario che, prima di quelle architettoniche, tutti abbattano le proprie barriere mentali nei confronti di chi vede il mondo con un occhio diverso, e proprio perché diverso non meno importante.

Articolo a cura di Alice di Nicola

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Arte

My Bed – Tracey Emin

Sofferenza che diventa arte

Bastano queste poche parole per raccontare a pieno l’istallazione del 1998 dell’artista inglese Tracey Emin: l’opera fu esposta per la prima volta a Tokyo e venduta per 150 mila sterline; successivamente fu presentata alla Tate Britain di Londra nel 1999, in seguito alla nomina dell’artista al Turner price; è stata poi riproposta nel 2015 con un nuovo allestimento, nella medesima galleria.

L’artista Tracey Emin e l’istallazione My Bed presso la Tate Britain di Londra.

Come vediamo, si tratta di un’opera che ha attraversato il corso della storia dell’arte contemporanea, dagli anni ’90 fino ad oggi, suscitando, in ogni contesto di esposizione, il medesimo scalpore: si tratta di un’istallazione inserita in una stanza vuota, in cui un letto matrimoniale disfatto si impone nello spazio sterile, raccogliendo intorno a sé oggetti di varia natura, tra cui biancheria intima, bottiglie di vodka, preservativi usati, pillole anticoncezionale e mozziconi di sigarette.  

Dettagli dell’istallazione My Bed.

L’opera in sé può essere tranquillamente considerata un ready-made del XX secolo, in cui oggetti svariati presi da contesti poco canonici all’arte diventano parte integrante dell’istallazione e vengono proiettati nello spazio artistico per eccellenza, ovvero la galleria. 

Soltanto considerando questo aspetto, l’opera della Emin risulta già fortemente provocatoria, in quanto presenta al visitatore degli elementi che sono parte della sua vita quotidiana e li spoglia della loro funzione iniziale per renderli, appunto, arte. Tale punto di vista viene reso ancora più forte dalla scelta dell’artista di abbattere il ‘muro’ asettico dei ready-made duchampiani, in favore di una narrazione personale, viscerale e profondamente legata al modo stesso in cui l’artista vive l’arte.

Ma cosa racconta davvero quest’opera?

È la stessa artista a parlarne in un’intervista rilasciata nel 2015, a seguito del riallestimento di My Bed a Londra:

“Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vivi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.”

Si tratta, quindi, di un’opera nata da una vicenda personale che aveva segnato profondamente l’esistenza della Emin, costringendola addirittura a fermare la sua vita per alcuni giorni. In base a questo, trasformare quel ricordo doloroso in arte ha una funzione del tutto esorcizzante, nonché mira ad incapsulare nella memoria un momento del passato dell’artista, destinato ad essere eterno.   

Questo impianto fortemente autobiografico non era nuovo nelle opere dell’artista: ella era già conosciuta in Europa per le sue opere di arte contemporanea che spaziavano dalla pittura, alla neon art e si collocavano in una zona intermedia tra il desiderio carnale e una forma di dolore profondo, in una chiave di lettura che era sempre soggettiva e privata. Questo non stupisce considerando il passato della Emin: la sua fu un’esistenza segnata dalla povertà e dalla violenza (fu purtroppo stuprata a soli 13 anni) e solo l’arte riuscì a riscattare la sua vita.

Nel caso dell’allestimento del 2015, l’entità personalizzante dell’opera viene maggiormente accentuata da diverse scelte curatoriali fatte proprio dalla Emin che, non solo resero lo spazio genale più suggestivo, ma in un certo senso suggeriscono il riscatto esistenziale a cui si accennava.

Innanzitutto, la sala nella quale fu inserita l’installazione fu allestita con alcune pitture di Francis Bacon, un artista di inizio ‘900 conosciuto soprattutto per la brutalità e la crudezza delle sue raffigurazioni, e alcuni disegni della stessa Emin. Entrambi i registri iconografici hanno funzione di rappresentare l’assetto caotico su cui si sviluppa l’opera e di assecondarne il movimento, il disordine e lo scompiglio che, non è solo esteriore, ma è sintomatico di un malessere interiore.

I nuovi soggetti raffigurati nei disegni della Emin, però, non sono una trasposizione di quello stato d’animo, bensì sono individui capaci di uscire dallo spazio di quel letto, di trovare nuova vitalità al di fuori di quella capsula temporale, ma lo fanno comunque in un nuovo caos, in quel disordine naturale che è proprio della vita, proprio come fa la Tracey Emin del presente.

Articolo a cura di Giuliana Di Martino

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Arte

L’arte del “politicamente scorretto”

Ci troviamo nella sala 26 della Biennale di Venezia del 1972 quando il noto artista Gino De Dominicis presenta l’opera che viene ricordata come tra gli scandali più epocali dell’arte del secondo novecento: Paolo Rosa, un ragazzo affetto da sindrome di down, viene “esposto” come opera d’arte nell’angolo della sala, seduto con un cartello al collo su cui è possibile leggere “Seconda soluzione d’immortalità (l’universo è immobile).

Il ragazzo seduto si presta ad osservare con sguardo ingenuo e privo di ogni pregiudizio i tre lavori disposti per terra, attorno alla sua figura: “il Cubo invisibile”,” la Palla di gomma (caduta da due metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo” e la pietra di “Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra”

Pur celando un significato profondo e lontano da ogni forma di denigrazione, l’opera ha turbato in maniera significativa il pubblico che, incredulo, ha gridato allo scandalo e al vilipendio. L’isteria che ne è conseguita ha costretto l’artista a togliere i cartelli identificativi delle opere e sostituire il soggetto della sua installazione il giorno successivo con una bambina in età prescolare.

Siamo davanti ad uno degli ormai innumerevoli episodi in cui la libertà di espressione di un’artista ha varcato la soglia del “politicamente corretto”, rompendo quel filo sottile che separa ciò che si è disposti ad accettare da ciò che viene classificato come lesivo di ogni forma di rispetto.

Ma cosa si intende per “politicamente corretto”? e in che modo influisce nella libertà di espressione degli artisti?

Nel periodo in cui De Dominicis ha esposto la sua installazione il tema del “politically correct” non era ancora entrato appieno nella nostra quotidianità; difatti, se in passato esibire un’opera potenzialmente “offensiva” non destava una così fervida opposizione da parte del pubblico, nel contesto statunitense dei primi anni ’80 si iniziò a condannare a gran voce come “inaccettabile” ogni sbavatura nella moralità degli artisti e non solo.

Il recente evolversi del pensiero sociale ha portato ad una maggiore apertura verso tale corrente ideologica che mira al rispetto imprescindibile verso tutto e tutti e condanna aspramente ogni potenziale offesa rivolta a determinate categorie di persone.

L’arte all’insegna del “vietato vietare”, priva di vincoli e leggi viene improvvisamente sottoposta a quelle regole che era solita sovvertire; ogni bisogno espressivo viene così smussato e condizionato, costretto a rimanere dentro i confini di un inamovibile rispetto oltre il quale rischierebbe un vero e proprio”linciaggio” mediatico.

A risentirne, oltre che la creatività degli artisti emergenti, è soprattutto il patrimonio artistico ereditato dai maestri delle correnti storico-artistiche passate. E’ così che assistiamo alla copertura dei nudi capitolini, ritenuti irrispettosi della religiosità islamica, alle critiche rivolte per l’esposizione della “Spigolatrice di Sapri” le cui nudità suggeriscono una visione sessualizzata della donna, alla censura del “Bacio” di Rodin o perfino alla rimozione delle opere del pittore preraffaellita Waterhouse dalle sale della Manchester Art Galery poiché ritenute sessiste.

Decoro, pudicizia e moralità sembrano cucire le regole del nuovo tessuto sociale che mentre in passato sembrava rifiutare la censura, interpretandola come uno spregevole atto reazionario, oggi inverte la sua prospettiva mostrando una fervida intolleranza verso ogni forma di sregolatezza operata dagli artisti.

Ed è qui che vengono alla mente le parole di Andrea Delmastro pronunciate a palazzo Montecitorio:

«il Rinascimento, la nudità, le carni sono nella carne della nostra Costituzione culturale. E’ giusto che il premier iraniano Rouhani in visita all’Italia li veda! »

Ma non è forse una libertà dell’arte quella di eccedere, sovvertire, venire meno alle regole imposte?

Non basterebbero decine di mani per contare tutti gli artisti che hanno fatto della “scorrettezza” una vera e propria linea guida per produrre la loro arte e sarebbe impensabile reinventare le loro opere in una versione più blanda dell’originale.

Focalizzando l’attenzione alle tendenze artistiche contemporanee non si può non mensionare l’irriverenza dell’artista padovano Maurizio Cattelan che sembra voler insultare e prendersi gioco con stile delle pubbliche istituzioni.  “LOVE” ( Libertà -Odio -Vendetta – Eternità) è tra le sue opere di maggior dibattito,che vede un dito medio campeggiare in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano.

Non si è atteso molto dalla sua inaugurazione che la suscettibilità di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese ha ritenuto l’opera un chiaro segno di irriverenza al mondo della finanza.

Tuttavia, ad alimentare il fuoco della polemica sono, in modo particolare, le sue opere che vedono l’utilizzo di animali uccisi e imbalsamati: un canarino a cui vengono tagliate brutalmente le ali, un cavallo appeso al soffitto di una galleria o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I.” conficcato nell’addome, o uno scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.

I movimenti animalisti si sono schierati contro le sue opere, condannandole come irrispettose per la vita degli animali declassati ad oggetti da esibire, sacrificati per finalità estetiche: un’arte, dunque, insensata, da bloccare, spegnere e censurare.

Ma la domanda da porsi è: sono tali immagini proposte ad essere offensive per gli animali o la mano dell’uomo ad esserlo? In tal senso l’arte di Cattelan sarebbe da intendersi come una denuncia delle vessazioni inferte agli animali e non un modo per denigrarne la natura.

Così accade per le opere di Damien Hirst che prevedono la pratica dell’imbalsamazione di animali, uccisi ed inglobati nella formaldeide. Una scelta vile e scorretta secondo le associazioni di animalisti che considerano l’operato di Hirst una squallida operazione commerciale, irrispettosa di animali viventi e senzienti.

Si tratta di rispetto mancato o legittima libertà espressiva?

A questa domanda rispondiamo con l’opinione del critico d’arte e curatore Luca Beatrice :

«Se togliamo all’arte contemporanea la sua capacità di rompere le convenzioni, tanto vale non farla! »

E tu, cosa ne pensi? Scrivi la tua opinione nei commenti!

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Artista

Vaclav Pisvejc, artista o vandalo?

Pisvejc nasce a Praga nel 1967, dopo aver frequentato l’Accademia d’ arte nella stessa città per tre anni, inizia a viaggiare in giro per l’Europa, Stati Uniti e Sudamerica, facendo mostre e vendendo i suoi lavori. Si trasferisce a Firenze nel 2007.

“Ho conosciuto Vaclav un po’ di anni fa, era appena arrivato da Praga e la prima cosa che mi mostrò furono i suoi diari pieni di disegni e collage che mi sembrarono subito dei piccoli capolavori. Poco dopo riuscii a vedere i suoi famosi ritratti ai potenti o appartenenti allo show business da Berlusconi a Homer Simpson da Mao a Papa Benedetto XVI e persino Riccardo Nencini e Matteo Renzi.”

-Costanza Baldini

Parliamo oggi di lui perché è l’autore dell’ intervento sulla statua “Pietà” in Piazza della Signoria, avvenuto l’8 marzo 2022.

Pisvejc esegue una vera e propria performance, davanti ad alcuni spettatori che lo accolgono con un applauso finale, finché non viene bloccato dagli agenti della polizia.

L’artista stesso dichiara:

“Un imperatore a cui hanno

mangiato la testa, un Leone che trionfa sul piccolo corpo straziato.

La vittima oggi ha i colori dell’Ucraina.

Basta con la guerra”.

Pisvejc era entrato in azione lunedì in via della Vigna Nuova a Firenze dove aveva sostituito un divieto di accesso con un altro con la scritta centrale “Putin” come primo segno di protesta di guerra.

L’artista è lo stesso che ha bruciato il telo nero steso sopra la copia del David in segno di protesta contro la guerra da parte della città di Firenze; non si conosce bene il motivo di questo gesto, e a primo impatto sembra essere in contrasto con quello che ha fatto intendere attraverso altre sue manifestazioni che mostra solidarietà per l’Ucraina.

Non è nuovo a simili bravate, a Firenze ha già fatto parlare di sé in diverse occasioni: la prima volta nel 2012, quando tappezzò l’enorme ex convento di Sant’Orsola in pieno centro con dei finti dollari. Nel 2014 si sdraiò nudo, ancora una volta sui dollari, in via Zannetti, a due passi dal Duomo di Firenze, di fronte all’ingresso del museo Casa Martelli. L’anno dopo, invece, in pieno giorno si spogliò di nuovo proprio lungo la navata di Santa Maria del Fiore, la cattedrale fiorentina.

L’ultimo suo intervento è stata l’aggressione ai danni di Marina Abramovic, episodio nel quale le spacco una tela in testa.

La provocazione che vi lanciamo è…

Cosa ne pensate a riguardo? È un artista o un vandalo?

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TOMÁS SARACENO

Dall’intersecarsi di conoscenze multidisciplinari- che spaziano dalle scienze naturali alle influenze architettoniche – nasce l’arte di Tomas Saraceno, artista argentino di fama mondiale la cui creatività sembra superare ogni barriera, che sia essa sociale, comportamentale o geografica.

Immergersi nell’arte di Saraceno equivale ad assorbire un nuovo modo di vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta: un’arte lungimirante la sua, che affonda le radici nell’ecosostenibilità e indica la strada da percorrere alle tendenze artistiche contemporanee.

Vediamo insieme in cosa consiste la sua innovazione e motivo che rende il suo pubblico così coinvolto ed affascinato.

Installazioni “visionarie”

A rendere originale l’operato di Saraceno è, innanzitutto, la visione metaforica ed utopica che vi sta alla base. L’artista intende offrire una nuova visione etica ed ecosostenibile sulle cose e sul mondo, affronta temi legati all’inquinamento e al riscaldamento climatico con estrema creatività, sensibilizzando il pubblico di fruitori ad avvicinarsi ad uno stile di vita ben lontana dall’antropocene a cui si è abituati.

Ciò che l’artista promuove è l’apertura ad una nuova era geologica detta “areocene”, un’era dominata dall’Aria e dove l’uomo può vivere in sintonia ed armonia col proprio pianeta.

Per far ciò realizza delle strutture sospese e fluttuanti che se da un lato intendono fungere da modello per una possibile vita futura nel rispetto dell’ambiente e nell’accettazione della sua “superiorità” rispetto all’uomo, dall’altro consentono a chi le osserva di poter connettersi con tali meccanismi e diventare parte dell’ambiente da rispettare.

Il visitatore davanti alle sue opere riveste un ruolo importante poiché non si limita ad una mera osservazione dell’opera ma è chiamato a partecipare attivamente, diventando parte integrante dell’installazione e suggerendone possibili sviluppi futuri.

Così accade in “On Time Space Foam”, installazione fatta di membrane poste a 20 metri dal suolo in cui gruppi limitati di persone possono tuffarsi e muoversi come fossero sopra una grande nuvola. Un secondo pubblico, posto al di sotto dell’installazione, osserva l’effetto dal basso che appare come una grande membrana organica resa viva dai movimenti dei fruitori.

Il tema dell’utopia urbana ricorre in diverse opere di Saraceno che si serve della tecnologia per creare architetture, reti, spazi condivisi che si integrano nell’ambiente circostante.

Nelle sue “Cloud Cities” Saraceno immagina di ricreare una città transnazionale ed ecosostenibile tra le nuvole ispirandosi a bolle di sapone e ragnatele: l’artista idealizza dunque l’architettura futura ed immagina come la società potrebbe vivere.

Ognuna di queste opere parte dallo studio di sociologia, etologia, energie alternative ed ingegneria e permette di entrare in connessione con elementi non umani come polvere, ragni o piante che diventano protagonisti delle sue metafore del cosmo.

Lo studio della ragnatela: “14 Billions” e “In Orbit”

Gran parte delle opere di Saraceno ruotano attorno ad uno studio approfondito dei ragni e delle ragnatele. L’artista stesso rivela:

“Sono un grande ammiratore di come i ragni costruiscono le proprie ragnatele; li ho osservati per un bel po’ di tempo, il modo in cui questi incredibili mondi si uniscono, il loro modo di colonizzare e migrare (…)”

Ed è proprio dall’osservazione di queste strutture naturali che l’artista trae ispirazione per la creazione delle sue imponenti installazioni. Saraceno è il primo artista ad aver misurato, scansionato e digitalizzato in 3d una ragnatela!

Da queste sue scansioni – che continuano tutt’ora nel suo Arachnid research Lab con l’ausilio di studiosi e collaboratori -nascono due delle sue più celebri installazioni; La prima, dal titolo “14 Billions” viene presentata nel 2010 alla Bonniers Konsthall di Stoccolma e consiste nella scansione tridimensionale della ragnatela di una vedova nera.

La seconda, dal titolo “In Orbit”, presentata nel 2013 nella piazza Ständehaus di Düsseldorf, consiste in una grande ragnatela contenente delle sfere di 2.500 mq suddivisa in 3 livelli e sospesa a più di 25 metri dal suolo. Come per le ragnatele, i visitatori che vi salgono  modificano la tensione dei fili, generando una vibrazione percepita da tutti i presenti.

Tramite la vibrazione della struttura, lo spettatore può così avere la percezione dello spazio esattamente come accade per i ragni che, non avendo un apparato uditivo, percepiscono mediante vibrazioni l’avvicinarsi di un insetto o un essere umano.

“Le ragnatele sono creazioni architettoniche complesse; alcuni aracnidi le ritessono ogni notte, solo per divorarle e digerirle di nuovo la mattina successiva, mentre attendono che sul loro terreno di caccia cali il crepuscolo. In termini umani, potremmo parlare di tali invenzioni come di una cultura”

E’ chiaro come l’interesse per lo spazio e la gravità caratterizzino gran parte delle sue opere, contribuendo a delineare quel fil rouge che parte dall’idea -forse un po’ utopica – di un mondo ecologista ed innovativo e arriva dritto alla gente inglobandola in se, come in una enorme ed imponente ragnatela.

Se hai trovato le sue opere interessanti lascia un like e facci sapere cosa ne pensi, la tua opinione è importante per noi 💙

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Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Artista

ASSOCIAZIONE ULTRABLU

Una scommessa per l’arte. Da outsider a ultrablu.

PERCHE’ NASCE ULTRABLU?

ULTRABLU APS è una APS (Associazione di Promozione Sociale), che nasce nel 2017 a Roma e ospita artisti under 30. È un atelier d’arte e una piccola casa editrice.
Il progetto UltraBlu nasce per far convivere alla pari, artisti normodotati e artisti diagnosticati con disturbi pervasivi dello sviluppo, per farli interagire liberamente, all’interno della quale, non esiste alcun canone per definire la normalità. Anzi, la loro convinzione è che la neuro-diversità costituisce una risorsa specifica dell’essere umano, portatrice di bellezza e arricchimento condiviso.

L’outsider o Art Brut è autentica, originale, non influenzata da nessun tipo di arte, non appartiene ad una corrente di pensiero, ma è un’arte di sé stessi, ed è questo che la rende unica.

RICONOSCERE E VALORIZZARE IL TALENTO NELLA DIVERSITA’

La diversità diventa un pretesto da conoscere e valorizzare, ma come? I soggetti autistici hanno un pensiero visivo e una capacità spaziale differente rispetto alle persone normodotate, e le loro capacità si avvicinano a ciò che faceva Pablo Picasso negli ultimi anni della sua carriera, la ricerca verso l’essenzialità, verso la decostruzione e ricostruzione dell’immagine, solo che questo succede in modo spontaneo, se parliamo di soggetti autistici. Inoltre, talvolta è il caos, il disturbo interiore che permette alla creatività di attivare gli ingranaggi ed esplodere come un fuoco d’artificio.

A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.
-Pablo Picasso

IL LOGO:

un messaggio forte, deciso, chiaro. Ultrablu sceglie una pupilla e una parola, uniti dal blu. La scelta della parola UltraBlu, è un simbolo che nasce da due ragioni: ogni lettera è un contenitore di energia che si regge dalla simmetria delle due vocali di apertura e chiusura, che crea un equilibrio fra diverse sensibilità, uno dei loro obiettivi.

Ultra significa al di là, indica il superamento di un certo limite attraverso il blu, il colore dell’immaginazione, il più raro e prezioso, che non è lo stesso blu del cielo o del mare, ma è un colore mentale fatto di lontananze e profondità che contiene l’intimità. Infatti, il blu rimuove le cose ordinarie da loro senso ordinario. Un vero e proprio manifesto, una rivoluzione artistica.

Incontro, relazione, ispirazione. L’atelier

Immaginate un luogo sottratto alle pressioni della vita quotidiana! Immaginate un luogo dove si riuniscono le esperienze e la sensibilità, e l’unica diversità che si rappresenta è quella di età o di personalità.

L’atelier è un luogo lontano dalla competizione in cui ognuno può affermare la propria differenza. Gli artisti con difficoltà nell’area neuropatica, sono capaci di creare una sintesi estetica senza precedenti, e sapete perché?
Loro creano arte senza la paura di un giudizio, sono privi di condizionamenti, sono stimolati dalla non-competizione. Le loro immagini non ci suggeriscono risposte, ma creano dentro di noi curiosità.

Gli artisti non rappresentano l’arte, la manifestano, il loro modo di creare è un impulso privo di concettualizzazione e privo di riferimenti culturali.
UltraBlu è un luogo dove si apprende il rispetto altrui, si vive lo scambio e l’esplorazione umana, e soprattutto la libertà. Questa non è una terapia, ma tramite il laboratorio i partecipanti imparano a manifestare l’essenza dell’arte e soprattutto, l’acquisizione di competenze artistiche che permetterà loro di lavorare sulla propria strada, e allo stesso tempo creare nuovi coinvolgimenti.

Bisogna riconoscere che la neuro-diversità, soprattutto nel campo dell’arte, significa tutto e allo stesso tempo non significa nulla, poiché ogni artista vive una propria dimensione neurologica, per questo il laboratorio non va considerata come una terapia.

UltraBlu è anche una casa editrice, pubblicano libri illustrati, libri d’arte, libri a fumetti per bambini, e per ogni età. Nella creazione di questi libri, l’immaginazione non è soggetta al testo ma si integra con esso in una relazione fra pari. Sparla di sistema di relazioni, in cui sono coinvolti spazi bianchi, testi e figure, in cui ogni lettura diventa una nuova esperienza.
Ovviamente, l’associazione si apre anche al sociale affrontando in modo attivo e intelligente una delle problematiche più attuali, l’inclusione.

‘’Quando il segno e la parola sondano l’insolito, la neurodiversità si fa ricchezza’’

VI PRESENTIAMO UN ARTISTA: SIMONE CASSESE

Simone Cassese secondo di due fratelli nasce a Roma il 15 febbraio 1997, nel 1999 manifesta la cosiddetta “regressione autistica” e di conseguenza gli viene diagnosticato un autismo infantile.

Dal 2007 incomincia a manifestare un forte interesse nel disegno; tale interesse viene studiato dall’equipe della dott.ssa Magda Di Renzo che lo inserirà all’interno di una sua pubblicazione “I significati dell’autismo” insieme a numerosi disegni di Simone.

‘‘Lo smacco che ci lascia interdetti’’

I disegni a grafite, acquarello e matite colorate di Simone sembrano giocare una partita doppia sul filone della semplicità e complessità. Ci introducono come una carezza infantile in un sistema di forme e colori semplici, ma potenti, capace di intrattenere lo sguardo con interrogativi. I lavori di Simone Cassese ci consultano, e ci pongono quesiti a cui rispondere è davvero difficile.

La figura, bambi, ad esempio, nonostante il titolo che sembra ricordare quella famosa icona della Disney, un personaggio dell’immaginario infantile, si rileva invece un’immagine tanto diversa e potente. Simone studia la bellezza e la crudeltà del mondo, ha la capacità di restituire all’immagine un sistema complesso, quel sistema che è il mondo. Questo è ciò che Simone definisce smacco.

Nelle immagini che hanno per figura gli animali Due volpi, La rana, La balena felice, forse è ancora più evidente lo smacco, l’esistenza di una trama invisibile che tiene insieme le parti; non siamo più interpellati, sono immagini autonome che restituiscono appieno le relazioni nel mondo animale dal quale l’uomo è sempre tagliato fuori.

Articolo a cura di Rossella Balletta

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Arte

Where Love is illegal

Ancora oggi in più di 80 paesi identificarsi come lesbiche, gay, bisessuali, transgender o intersessuali viene considerato un crimine punibile con la reclusione, con pene corporali o, nel peggiore dei casi, con la morte.

Sebbene alcune nazioni si stiano aprendo ad un progressivo riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQI+ sono ancora troppi i casi in cui il pregiudizio sociale vi si scaglia contro con una ferocia tale da lasciare interdetti.

Da questa matrice di grave ingiustizia nasce “Where Love is Illegal”, un progetto sull’omofobia e transfobia portato avanti da Robin Hammond che, attraverso una raccolta di scatti, documenta la violenza e le discriminazioni subite dalle vittime delle varie nazioni le quali combattono per il riconoscimento dei loro diritti.

Le loro testimonianze personali di sopravvivenza colpiscono dritte alle coscienze e si pongono l’intento di coinvolgerle nella creazione di un mondo in cui l’amore non è, e non deve mai, essere illegale.

Lo storytelling di diritti umani

Ma cosa fa esattamente Robin Hammond? Definirlo un fotografo documentarista appare riduttivo. Il suo impegno nel riconoscimento e nella tutela dei diritti umani va oltre il racconto visivo delle sue fotografie. Ad Hammond, infatti, si deve la creazione di Witness Change , un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla promozione dei diritti umani che si impegna a documentare, attraverso vari progetti, le problematiche legate ai diritti e allo sviluppo che affliggono molti paesi.

Ed è proprio da questa organizzazione che ha origine “Where Love is illegal” che ha visto il fotografo documentare le storie di 65 persone di 15 nazionalità diverse; ogni scatto e ogni racconto creano un dialogo empatico tra le persone volto a trasformare le opinioni, aprire le menti e cambiare le politiche.

I soggetti di questi scatti scelgono in prima persona come intendono posare, cosa indossare, come presentarsi, scrivono a mano le loro storie e lettere da condividere con il mondo. Molti di loro hanno raccontato il loro vissuto per la prima volta poiché sono stati, sino ad ora, zittiti dal bigottismo circostante; si assiste dunque ad un susseguirsi di vicende strazianti come quella di Darya, una giovane donna russa bi-genere.

“Siamo come uccisi, davvero, e le nostre vite e le nostre anime mutilate… E la polizia non aiuta, proprio come non ha aiutato me, mi ha solo cacciata fuori, mi ha umiliata, stracciato ogni mia dichiarazione non appena hanno sentito quelle parole preziose: ‘Io sono lesbica.’ […] Degli uomini mascherati mi hanno urlato degli insulti omofobi picchiandomi con delle mazze da baseball”

Seguono altre testimonianze come quella di Buje, giovane gay del nord della Nigeria, che è stato arrestato, tenuto in prigione per 40 giorni e condannato a 15 frustate con una frusta da cavallo. Secondo la legge della Sharia avrebbe dovuto essere giustiziato.

“Dio dovrebbe toglierti la vita in modo che tutti abbiano la pace perché hai causato tanta vergogna alla nostra famiglia”

Questo progetto ha raggiunto e coinvolto molte persone da tutto il mondo, è apparso in numerose pubblicazioni tra cui la copertina del Time Magazine, sulle riviste e sui giornali, accumulando adesioni e donazioni: ciò ha dato vita ad una vera e propria campagna sui social media che amplifica le voci dei sopravvissuti e raccoglie fondi per le organizzazioni preesistenti che supportano le persone LGBTQI+ nelle aree dove la persecuzione è diffusa.

“La mia famiglia ha iniziato a respingermi. Mio fratello maggiore è andato dal capo della nostra tribù per trovare la giusta punizione per me… In Iraq è normale uccidere un membro della famiglia gay perché è un crimine contro l’onore della famiglia. Avevo davvero paura per la mia vita”. – Khalid

Ecco un esempio in cui la fotografia, nella sua versatile strumentalità, riesce a perseguire tra gli obiettivi più nobili che superano i confini della fotografia stessa: in questo caso, ogni scatto racchiude un disperato e speranzoso invito a “cessare il fuoco”, deporre le armi dell’intolleranza e abbracciare rispettosamente ogni diversità… poiché se amare è un diritto, rispettarlo è un dovere.

Se hai trovato il progetto interessante, visita il link:

https://www.instagram.com/whereloveisillegal/

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

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Artista

Vittorio Iavazzo

Nato a Napoli nel 1991, Vittorio Iavazzo è uno scultore contemporaneo dall’impronta estremamente originale.

La sua formazione ha inizio in seguito alla grande passione per il disegno, che lo porterà nel 2014 a specializzarsi nell’illustrazione e poi nel 2016 nella grafica d’arte presso l’Accademia delle Belle Arti della sua città natale.

Nonostante la sua bravura in campo disegnativo, la sua produzione artistica non si limita ad una sola tecnica, ma spazia ampiamente nella scultura, nella pittura e approfondisce le varie tecniche grafiche, grazie soprattutto alla viva attività culturale della città partenopea, che ha permesso all’artista di lavorare in ambito scenografico, pubblicitario e religioso.

Dopo solo un anno dalla laurea magistrale, nel 2017 espone la sua prima mostra personale dal titolo Outcast, grazie al progetto Giovani Artisti, presso la romana Galleria Moderni.
Nello stesso anno realizza un’opera molto importante e soprattutto permanente presso la scuola del Balletto di Roma Centro Danza, costituita da una serie di pannelli di grande formato che rappresentano l’arte del danzare non solo nella sua espressione fisica ma anche in quella spirituale, sfruttando accesi toni di colori contrastanti e giustapposti l’un l’altro, portando alla luce l’arte della danza come punto di contatto tra anima e libertà, assieme ad altre brevi frasi realizzate con una tecnica che richiama quella del collage.

Iavazzo è conosciuto soprattutto per le sue sculture in cartapesta, che appaiono tanto esili quanto potenti. Sono opere di piccolo e medio formato, esposte nel 2018 presso la galleria RvB Arts di Roma, dalla quale è oggi rappresentato, in occasione della mostra personale Nella materia e oltre.
Tramite l’interessante allestimento della mostra si può esaminare tutto il processo artistico che accompagna lo scultore nella creazione delle sue opere, partendo dagli schizzi, dai disegni preparatori, dai bozzetti in cera, giungendo alla realizzazione finale, mostrando agli occhi del visitatore la genesi straordinaria delle sue opere.

“Un vero e proprio diario del mio lavoro, […]; attraversando la progettazione, creazione e trasformazione della materia, andando “oltre”, raccontando le difficoltà, i ripensamenti, i dubbi ma soprattutto le mie emozioni quotidiane durante questo percorso.”

La mostra è stata parte del progetto MANI (Manualità Armonia Narrazione Italiana), attraverso la quale la galleria ha invitato giovani artisti per mostrare l’importanza della manualità, del “saper fare”artigiano, che è proprio della tradizione italiana, Iavazzo infatti fa sposare nelle sue opere questa tradizione antica con il progresso del contemporaneo.

Le sue figure sono estremamente dinamiche, attraverso salti quasi pindarici sembrano voler sfidare la forza di gravità, senza curarsi del sottile basamento che le sostiene, che le ancora a terra e che è posto spesso asimmetricamente rispetto alla centralità della figura scultorea.

Le loro espressioni sono contrite, spaventate, talvolta sorprese e le loro posizioni instabili e innaturali sembrano voler essere lo sfogo di un tormento, di una molteplicità di forti emozioni custodita in quei piccoli corpi, una molteplicità espressa anche dalla vasta gamma cromatica che li caratterizza, esplodendo infine, con abile maestria tecnica, in un vulcano di vortici e di contrazione dei corpi.

Iavazzo si riallaccia ad una tradizione ancor più precedente: dalle sue opere traspare la classicità facendo ricorso al nudo, tema classico per eccellenza, reinterpretandolo in chiave contemporanea, filtrandolo tramite la sua soggettività così intrinsecamente umana, priva dell’ordine e della simmetria che caratterizza invece il composto nudo antico.

Osservando i capolavori esposti presso questa mostra, si percepisce la linfa vitale che attraversa le opere e colpisce violentemente lo spettatore, coinvolgendolo nei sentimenti più umani che appartengono alla vita di ognuno e che conferiscono quindi alle sculture di Iavazzo una valenza universale, portando alla luce temi importanti, come possiamo osservare nell’opera dell’Abbraccio, in cui due figure dal genere indistinto si stringono l’una all’altra diventando quasi carne della stessa carne, le mani dell’uno si confondono con la schiena dell’altro, è un’opera carica emotivamente, che può suscitare sentimenti contrastanti dalla nostalgia alla passione, dalla riconciliazione alla fratellanza tra esseri umani.

“Per me l’Arte è come un fiume, sorge dal pensiero, ti attraversa il cuore superando cascate e
deviazioni arrivando a sfociare dalle mani…”

Articolo a cura di Alice di Nicola