Categorie
Arte

CAN’T HELP MYSELF: l’opera di Sun Yuan e Peng Yu tra conflitto e paradosso

Definita da molti destabilizzante e decisamente provocatoria, “Can’t help myself” è l’opera d’arte robotica firmata dagli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu nell’anno 2016 ed esposta nel padiglione centrale della 58esima Esposizione d’arte internazionale di Venezia del 2019.

Protagonista dell’installazione che tanto ha scosso l’emotività degli spettatori è un grande braccio robotico, chiuso in una teca di plexiglass, la cui estremità a spatola cerca di arginare invano una pozza di liquido viscoso portandola verso il centro.

Il movimento disperato, i rumori metallici e il liquido che non accenna a diminuire in quantità raccontano la realtà automatizzata che oggi il mondo fronteggia ed invita a riflettere sulle ossessioni e le compulsioni dell’essere umano nella società contemporanea.

Originariamente commissionata dal Guggenheim di New York con l’intento di essere esposta nella mostra “Tales Of Your Time” diviene poi parte della collezione permanente del museo, incuriosendo il pubblico con la sua danza ipnotica e disperata.

Ma prima di entrare dentro il cuore complesso di quest’opera è opportuno offrire una panoramica sull’operato dei due autori il cui sodalizio artistico si è molto evoluto negli anni conducendoli all’ottenimento di importanti riconoscimenti come il “Contemporary Chinese Art Award”.

Entrambi nati nei primi anni ’70, Yuan e Yu si conoscono all’Accademia centrale d’arte di Pechino; nonostante il giovanissimo incontro, iniziano a collaborare solo all’inizio degli anni ’90 quando si incrociano ad una mostra d’arte contemporanea che vede entrambi come partecipanti.

L’affinità artistica è tale da spingerli a creare insieme una serie di opere passate alla storia della contemporaneità: tra queste la clamorosa “Dogs Which Cannot Touch Each Other” presentata al Guggenheim nel 1989 costretta poi alla censura da parte dei movimenti animalisti e l’installazione cinetica “Old Persons Home” alla Saatchi Gallery di Londra nel 2008. E’ ormai risaputo infatti che il fare arte di Sun Yuan e Peng Yu si presta ai più aspri dibattiti in quanto prevede l’utilizzo di materiali inusuali ed estremi come tassidermia o grasso umano, spesso accompagnati dalla tecnologia. Il loro approccio è concettuale, velato di un umorismo macabro che non teme di sfidare gli standard morali prevalenti dell’arte contemporanea mondiale.

La lotta tra la compulsione umana e la natura fisica dei materiali

Per realizzare l’opera, gli artisti si servono di un tipo di braccio robotico che viene spesso utilizzato su linee di produzione industriale, inserendo una pala su misura nell’estremità anteriore e dotandola, con l’aiuto di due ingegneri robotici, di un sistema software e di sensori di riconoscimento. Ad essi si aggiungono una serie di 32 movimenti che la macchina deve eseguire: Yuan e Yu chiamano questi movimenti “scratch an itch”, “bow and shake” e “ass shake”, nomi buffi che riflettono la loro intenzione di animare la macchina.

Questa sembra prendere una vita propria, danzando e tremando mentre il braccio robotico si muove tutt’intorno per contenere il liquido color sangue. Quando i sensori rilevano che il fluido si è allontanato troppo, il braccio lo riporta freneticamente al suo posto lasciando macchie sul terreno e schizzi sulle pareti circostanti.

“L’idea nasce da una forma di disturbo ossessivo compulsivo: quando un bicchiere d’acqua viene rovesciato sul tavolo e l’acqua si diffonde, le persone usano inconsciamente le mani per bloccare il flusso d’acqua, per impedire che l’acqua goccioli a terra o più in là sul tavolo. Il senso di controllo è un istinto umano. Viviamo tutti in un sistema, controllati dal sistema, e cerchiamo di controllare più cose nel sistema”

Il titolo dell’opera, “Can’t help myself” suggerisce l’impossibilità della macchina di riuscire nel suo intento: nonostante essa provi insistentemente a contenere il liquido che continua a propagarsi intorno a se è destinata a non riuscirci e il movimento metallico riflette la sua disperazione dal tratto incredibilmente umano.

I significati che vi si attribuiscono sono molteplici: la costante danza del robot rappresenta l’inutilità dei moderni tentativi di mantenere la sovranità, esprime l’inquietudine del mondo contemporaneo e il bisogno di controllo nonché l’impossibilità di riuscire a esprimere le proprie emozioni le quali, se trattenute, prendono il sopravvento sconvolgendo e distruggento ciò che le circonda… ed infatti, si ravvede una profondità di significato soprattutto nella stanza striata di liquido e schizzata attorno alla macchina.

Non è un caso che il colore e la consistenza del fluido abbiano un aspetto molto simile al sangue: esso rappresenta la violenza coinvolta nel rilevamento e nella protezione dei confini.

Ha lo scopo di evocare la stessa reazione istintiva che gli esseri umani hanno nei confronti dei meccanismi, spesso disumani, utilizzati dai governi per sorvegliare i confini tra luoghi e culture separati e il crescente uso della tecnologia moderna per monitorare i movimenti dei migranti attraverso le linee sovrane, impedendo la libera migrazione. Un’opera di denuncia, secondo molti, nei confronti del regime cinese che ruota attorno alla sottomissione, alla censura e al potere politico.

Le persone empatizzano dunque con la tristezza e la disperazione degli sforzi infiniti di questa macchina umanizzata intenta a spalare sangue, sforzi talmente vani da indurla ad arrugginirsi e smettere di funzionare nel 2019, perdendo quella battaglia di cui si conosceva già l’esito.

Arte robotica: quando la macchina viene umanizzata

Non è la prima volta che si assiste all’utilizzo di un braccio meccanico per l’espletamento di un’opera d’arte. Basti pensare all’installazione dal titolo “Choreographic Object” presentata dal coreografo e artista William Forsythe alla Gagosian Gallery di Le Bourget. Due immensi robot industriali effettuano una danza, accompagnati da grandi bandiere nere: un modo per riflettere ed esplorare sulla individualità e sul corpo tramutando il compito di un robot da industriale a poetico.

Anche qui, il ruolo del pubblico è di esclusiva osservazione ed interpretazione: l’oggetto coreografato è il solo protagonista dell’installazione la quale evidenzia l’umana tendenza di animare l’inanimato.

“Tutto è aperto all’interpretazione. Non si può avere un’opinione sull’interpretazione, è un fenomeno a sé stante. Alla gente piace antropomorfizzare, rendere le cose umane o sensuali. Dipende da come classificano le azioni e quali sono i loro riferimenti  – William Forsythe”

Articolo a cura di Maria Nunzia Geraci

Categorie
Arte

MUSICOTERAPIA: Nel profondo dell’anima

Siamo completamente circondati da rumori, musica, suoni. Potremmo dire che la musica è come la nostra ombra, ci segue dai nostri primi giorni di vita, e ci accompagnerà anche nei prossimi a seguire. Ma vi siete mai chiesti perché in momenti di disagio o angoscia, ascoltare musica diventa terapeutico? Questo succede anche quando si è felici che siamo alla costante ricerca di un ritmo che travolge e monitora le nostre giornate. Ecco, la musica ha un potere enorme, avvolge l’anima e dialoga con il profondo, ed è per questo che nasce la musicoterapia, volta a stimolare corpo, mente, emozioni e spirito.

Cos’è la musicoterapia?

È l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) per facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

Il suo utilizzo, quindi, si basa principalmente sulle relazioni e l’educazione, e nel caso riabilitante permette al paziente, di scovare nel suo inconscio e indagare tra i ricordi, non solo per un benessere psicofisico personale, ma soprattutto per instaurare una comunicazione non verbale, se non è possibile uno scambio diretto. Di fatto non è la musica che “guarisce” ma l’approccio corretto del terapeuta che favorisce il processo di integrazione da parte del paziente.

“Io non riesco a immaginare una cosa più appassionante e più piena di promesse della musicoterapia. Diventa necessaria e terapeutica per chi la riceve; i benefici, però, investono anche chi la esercita. Inciterei tutti quelli che la amano a dare il loro contributo affinché questo dono possa raggiungere sempre più persone e alleviare le sofferenze di coloro che ne hanno bisogno”
 Y. Menuhin

In che modo diventa terapeutica?

Essa viene utilizzata in diversi ambiti quali: disabilità motorie, disturbi dell’umore, disturbi alimentari, handicap, laboratori di gruppo, attività scolastiche, autismo e molto altro. Ma non solo, può essere utilizzata anche in contesti non clinici attraverso laboratori d’arte o laboratori di sviluppo della creatività, soprattutto in ambienti scolastici e per attività didattiche.

Come agisce?

La musicoterapia, in ambiti terapeutici, mira ad armonizzare il contatto paziente-terapeuta, tramite un dialogo attivo formato anche da soli suoni, un dialogo è possibile se vissuto attraverso un ascolto profondo, con assenza di giudizio.

Due sono le direzioni: l’ascolto dell’altro e l’ascolto di sé. La musica diviene terapeutica, soprattutto perché, ci permette di dare vita alla nostra identità sonora, definita in questo campo come ISO, cioè la storia dei nostri suoni che raggruppano eventi, ricordi, emozioni. Sono fondamentali le relazioni che si creano, perché se risvegliano un certo benessere nell’individuo, favoriscono anche la relazione con gli altri. La comunicazione non verbale, consente  alla musica e alle emozioni di utilizzare una ‘matrice’ comune che permette, in una relazione, di essere coinvolti in un processo di contatto e di trasformazione dei vissuti. Parliamo anche di problem-solving, con creatività e armonia.

E con l’arte? Che rapporto ha la musica?

In ogni epoca, in ogni luogo, l’essere umano oltre a voler lasciare un’impronta nel mondo, ha sempre lasciato una nota, un suono. In effetti, già nella grotta di Lascaux, abbiamo un chiaro esempio di ritmo, graffiti preistorici che probabilmente erano seguiti da una musica apotropaica, fino poi ad arrivare al contemporaneo: le avanguardie.

Artisti come Matisse e Kandinskij, passando per Mondrian e Paul Klee, hanno provato a evocare ritmi e tonalità sulla tela costruendo un dialogo compiuto tra l’arte e la musica. Sono chiari esempi, di come gli individui hanno la necessità di sentire musica e fare musica, ed anche un pennello sulla tela, crea melodia.

La musicoterapia è praticata soprattutto nella didattica, dove si svolgono laboratori interattivi creando coesione di gruppo. La musica stimola le funzioni cognitive, e aiuta a promuovere la creatività e ad accrescere l’espressività corporea, favorendo anche la socializzazione.

È affascinante scoprire  come il ritmo così come i rumori, il silenzio e ad esempio il semplice picchiettio delle dita sul banco, possono diventare musica, ma come? Coinvolgere i bambini in attività pratiche come la costruzione di uno strumento musicale,utilizzando materiali riciclati, oppure combinare suoni con oggetti del quotidiano, promuovendo  musica di  gruppo, rappresenta un approccio innovativo per il lavoro cooperativo, la sensibilizzazione sulla sostenibilità e il rispetto dell’ambiente. Questo è solo uno dei tanti esempi pratici di musicoterapia applicata alla didattica, ma è evidente che questa disciplina può essere applicata per ogni contesto.

Per concludere, è doveroso ricordare Ezio Bosso, un grande artista, compositore e musicista, affetto da una neuropatia motoria multifocale, una malattia autoimmune che colpisce i nervi motori. Fino alla fine della sua vita si è dedicato alla musica, nonostante la sua malattia lo ha costretto a non suonare il pianoforte.
“La musica è una vera terapia”, oppure “La musica è una terapia per la società”, sono frasi usate spesso dal grande compositore.

Un artista incredibile che aveva fatto della sua disabilità un vanto:

“Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono”.

Articolo a cura di Rossella Balletta

Categorie
Artista

Il futuro concetto di bellezza: SEMUEL SOUHUWAT

Colori abbaglianti, effetti stroboscopici, elevate saturazioni, fotografie inquinate da soggetti in bilico tra verità e immaginazione, carichi di provocazioni che affiorano tramite un originale e sapiente uso della post-produzione.

Semuel Souhuwat è un fotografo attivo ad Amsterdam presso lo studio fotografico e di graphic design Madebysem. Ha scattato notevoli lavori che vanno da ritratti di persone comuni a collaborazioni per importanti marchi e fotografie per campagne di moda.

Tramite l’obiettivo della sua macchina fotografica, Souhuwat proietta nei suoi scatti una provocazione che irrompe impertinente nel mondo della moda, che mina le certezze su cui si basano gli stereotipi di bellezza contemporanea e viene a porci una domanda di cui spesso ne è stato abusato il vero valore e significato: cos’è la bellezza? Nei momenti fragili della nostra esistenza, come l’adolescenza, la bellezza è un veicolo potentissimo con cui la società persuade la mente, avvelenandola con un concetto basato sulla finzione. Ci viene da sempre insegnato, in modo molto sottile, che la bellezza è una finzione perfetta da raggiungere tassativamente, ed è anche in base all’omologazione ad essa che viene misurato il nostro valore.

Questo meccanismo crea dei danni: complessi di inferiorità e distruzione di autostima, con il desiderio mai soddisfatto di raggiungere una finta bellezza da covergirl.

Souhuwat denuncia la sofferenza che si nasconde dietro il “dover apparire”, come in The Burden, e la pericolosità verso cui si tende nel voler ricorrere in modo eccessivo alla chirurgia plastica per correggere le imperfezioni e assomigliare alle icone della moda e dei social network, in particolare negli scatti Queen e The Kiss, appartenenti alla serie Local Surgeon 2084, in cui ritrae una modella semi distesa i cui tratti fisionomici sono stati volutamente alterati, accentuando in modo esagerato il mento, il naso sottilissimo e lo strettissimo punto vita, che sono solo tre degli stereotipi che Souhuwat ha voluto mettere in evidenza.

Al contrario, in molti dei suoi scatti la denuncia alla perfezione imposta dai mass media è realizzata tramite una sorta di parodia del corpo femminile, come nel caso di Jenn, sfigurandolo con una gobba e torsione innaturali, con delle cosce molto pronunciate, delle braccia possenti e delle mani tozze, arrivando a renderle figure mascoline quasi come le sibille di Michelangelo.

Lo spirito del fotografo non si esaurisce soltanto in questo, Souhuwat infatti decide di ritrarre i suoi soggetti analizzando la bellezza da un altro punto di vista, accettando soprattutto la pluralità delle caratteristiche che differenziano ogni essere umano l’uno dall’altro, e che variano in base alla terra d’appartenenza, alla cultura in cui si è immersi e al contesto storico.

Souhuwat prende tale posizione forte e decisa, vuole rovesciare tutto ciò che siamo abituati a vedere in una sola direzione ed esaltare il corpo umano nella sua plasticità, corporeità, nella bellezza delle sue forme, nella bellezza delle sue manifestazioni tramite personaggi quasi pittoreschi, che portano le loro stranezze all’estremo.

Il fotografo sceglie i suoi soggetti valorizzando i contrasti e le differenze che i corpi creano tra loro, veicolando questo messaggio importante anche in occasione degli scatti per le campagne pubblicitarie, che sono – per eccellenza – la comunicazione immediata con le masse.

Infine, la maestria di Souhuwat culmina nel ritratto individuale: un genere che tocca tutte le arti figurative sin dall’ellenismo.

I suoi ritratti sono estremamente sinceri, puri, sono dotati di una forte carica emotiva che non nasconde le particolarità dei suoi soggetti perché sono le indicazioni della loro bellezza, ha la capacità di mettere a nudo la persona che ha davanti a sé senza che lei se ne accorga; lo scatto è il momento di connessione tra il fotografo e il soggetto, sigilla un attimo, un istante, un segreto tra chi guarda e chi viene guardato, tra chi è dietro e chi è davanti l’obiettivo.

Articolo a cura di Alice Di Nicola

Categorie
Artista

RICONOSCERE L’ARTE

Capire l’arte in particolare l’arte contemporanea

Nonostante non esista una regola precisa per riconoscere l’arte, è possibile distinguere un oggetto da un’opera d’arte o ancora un orinatoio da una fontana.

L’opinione pubblica giudica l’arte del passato tale grazie alle evidenti abilità degli artisti. Infatti tutti riconoscono la maestria fuori dal comune delle sculture di Michelangelo o dei dipinti di Leonardo. 

Il giudizio cambia quando ci si trova di fronte a opere contemporanee, spesso giudicate banali e superficiali. 

Si tratta di un errore di comprensione, il lavoro è più concettuale che tecnico.

Infatti, la figura dell’artigiano e dell’artista coesistono, ma differiscono l’una dall’altra. Con Marcel Duchamp e l’introduzione del ready made inizia un nuovo periodo artistico che slega totalmente l’artista dalla componente tecnica. 

Questa concezione si è evoluta con artisti come Lucio Fontana e Andy Warhol.

L’arte, dunque, cambia il ruolo che ha da sempre ricoperto e diventa il mezzo per criticare e mettere in discussione la società moderna. 

Infatti, l’artista contemporaneo non mostra allo spettatore le sue abilità tecniche, ma invita a riflettere sulla propria condizione e su quella collettiva.

Ecco perché le Attese di Fontana possono provocare stupore o possono far esclamare “lo potevo fare anch’io”.

Il concetto dell’arte non si può ridurre ad una semplice definizione, i suoi significati sono diversi e i suoi usi molteplici.

Nonostante ciò, è possibile definire alcune caratteristiche e peculiarità per riconoscere e distinguere un semplice oggetto da un’opera d’arte, o ancora un orinatoio da una fontana. 

Si definisce arte <<In un senso molto ampio, la capacità di agire e di produrre che si basa su un complesso di regole e di tecniche, che servono per svolgere un’attività umana con determinati risultati>> (Definizione Treccani). 

In un significato più concreto <<si chiamano arte le opere create in un determinato tempo e luogo>>(Definizione Treccani).

Quindi, è necessario contestualizzare le opere per riuscire a comprenderne la funzione e il significato. A tal proposito,Walter Benjamin scrive che l’unicità dell’opera d’arte si identifica con la sua integrazione nel contesto della tradizione. Infatti, riconosciamo le opere più antiche create per rituali, prima magici e in seguito religiosi. Aggiunge che quando l’autenticità viene meno, come nel caso delle stampe delle pellicole fotografiche, l’intera funzione sociale dell’arte si trasforma in quanto non si fonda più sul rito, ma sulla politica.

Vittorio Sgarbi spiega che una delle condizioni fondamentali per cui si è consapevoli di trovarsi di fronte a un’opera d’arte. Essa resiste al tempo e l’uomo, conscio della propria caducità, inventa una realtà che si aggiunge a quella creata da Dio.

Se sei interessat* all’argomento inviaci “💜” su instagram, ti invieremo un pdf di circa 20 pagine che ti permetterà di comprendere l’arte, in particolare l’arte contemporanea.

Nel frattempo puoi ordinare questi libri che sono fantastici:

Per iniziare “Lo potevo fare anch’io” di Francesco Bonami

Per chi vuole approfondire “Ars est celare artem” di Paolo D’angelo

E per concludere un saggio di Mario Perniola “L’arte e la sua ombra”

Categorie
Arte

Il silenzio nell’arte

L’assenza di rappresentazione può essere considerata arte? Esporre il nulla può essere un processo artistico?

L’arte, nella sua storia ed evoluzione, è sempre stata strettamente ancorata ad un binomio: bellezza e rappresentazione. Questo ha portato a considerare gran parte delle manifestazioni artistiche come una proposizione del bello in tutte le sue forme, declinate in modo differente nei diversi momenti storici.

Questa concezione, spesso circoscrizione e banalizzazione del processo artistico, è stata completamente scardinata con l’avvento del Novecento. È qui che si assiste ad un cambio di rotta, a un’interdisciplinarietà ed ampliamento di interessi artistici mai riscontrato prima, a un avvicinamento all’astratto e a un distacco dalla tradizionale nozione di bello. L’arte del secolo scorso si concentra su altri paradigmi, scardinando il passato nei tentativi più vari o riproponendolo in una rielaborazione del tutto nuova.

Questa breve premessa risulta necessaria per la comprensione dell’arte, in particolare contemporanea, e per tentare di rispondere – almeno sommariamente – ai quesiti sulla legittimazione del nulla come arte.

John Cage, 4’33’’

Nel 1952, il compositore statunitense John Cage, realizza un’opera della durata di quattro minuti e trentatré secondi, adatta a qualsiasi strumento. La composizione si articola in tre atti, i quali si concretizzano in completo silenzio. O meglio, presentazione di un apparente silenzio, poiché colmato da qualsiasi suono atmosferico o circostanziale. Il silenzio inscenato da Cage non è un vero silenzio, il quale è considerato come utopico dall’artista stesso: vi sarà sempre un contesto a risuonare nel silenzio e per questo non sarà mai assoluto.

Quell’assenza di rumore assoluta ricercata dal compositore – impossibile da realizzare in quanto tale – si è concretizzata in una profonda provocazione, la quale non solo ha rappresentato il silenzio, ma ha obbligato chiunque fosse presente ad assistervi. Tutti gli spettatori, così come chi ascolterà la riproposizione dell’opera, sarà costretto a subire questa potente provocazione concettuale: l’ascolto del nulla, del vuoto, del silenzio.

L’artista ha definito, tra le sue molteplici sperimentazioni musicali, 4’33” come la sua opera più importante, tanto da pubblicare nel 1961, Silenzio, una raccolta di scritti e conferenze di Cage. Al momento della pubblicazione del testo il compositore ha già influenzato la musica europea e con questa stampa afferma la sua ispirazione anche al di fuori dell’ambito musicale, interessando l’arte nelle sue mille sfaccettature.

Al di là del significato dell’opera in sé e della concezione di John Cage, sono estremamente rilevanti le ripercussioni. Cosa vuol dire realizzare un’opera senza quella che può essere considerata la sua sostanza fondamentale?  

Il contesto, i riverberi nell’arte, altre declinazioni di silenzio

Sul finire degli anni Cinquanta, in Europa, musica – e in seguito arte senso lato – guardano alle sperimentazioni ed in particolare a quella di Cage. Sono gli anni del Dopoguerra, dominati da un lato da un’apatia pregnante, totale, declinata in ogni manifestazione artistica.

Lo svuotamento dell’individuo, apportato dalla Seconda Guerra Mondiale, è una delle situazioni che conducono John Cage a ritrovare la pienezza di senso nel silenzio, nella non-composizione. Nel Vecchio Continente nasce e si sviluppa il movimento artistico Fluxus: con esso, tutto diventa arte e al tempo stesso nulla è arte.

Il silenzio viene analizzato come espressione di per sé, l’opera perde il suo senso tradizionale in virtù di nuove acquisizioni. Un anno prima della composizione di Cage, Robert Rauschenberg, provocativa e complessa personalità New Dada, realizza White Paintings. Nel 1951 vengono create una serie di pitture bianche, molto distanti dalle opere di collage caratterizzate da colori vivaci tipiche del Neodadaismo, un’allusione ad una pittura azzerata.

Gli oggetti trovati e gli interventi di collage vengono trasformati in un silenzio tombale, dal riempimento della tela si riflette sull’azzeramento di un linguaggio. Si osserva il nulla, proprio dell’individuo di quel periodo e di un quesito sempre più martellante: il silenzio è un’espressione? La tela esposta da Rauschenberg, così come lo spartito di John Cage sono fini a loro stesse, non hanno implicazioni altre: sono dei vuoti, delle manifestazioni del silenzio.

Come reagire all’assenza di rappresentazione?

Cosa considerare arte nel contemporaneo risulta sempre più complesso a causa della molteplicità di espressioni distanti tra loro per concezione e forma. È opportuno legittimare il vuoto come arte per via della sua potenza estetica: la sua capacità di esprimersi come silenzio, la risonanza di questa concezione nello spettatore.

In conclusione, è necessario svincolarsi da una rigida concezione dell’arte delimitata dal binomio di rappresentazione e bellezza per poter comprendere l’artisticità dell’opera. In particolare, dal Novecento, si è appreso come anche il brutto sia arte e come anche l’assenza di rappresentazione sia una manifestazione artistica non priva di sostanza.

Superando il tema della legittimazione artistica, è opportuno comprendere l’importanza del silenzio e di come quest’ultimo costituisca una potente espressione condivisa. La rappresentazione nell’arte, ormai da un secolo, lascia il posto alla presentazione: la necessità di un vero e proprio soggetto, delimitato, definito, non appartiene al contemporaneo multiforme.

Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l’intenzione di ascoltare e quella di non farlo. (John Cage)

Conoscevi già quest’opera di John Cage e la sua importanza per l’arte? Faccelo sapere nei commenti!

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

Categorie
Eventi/Mostre

Luglio 2022: Le novità dell’arte

“Involution” diventa realtà!

Chad Knight, per molti anni skater professionista, sceglie di dedicarsi all’arte a partire dal 2013 producendo opere digitali.

Quelle che crea e pubblica sui social sono sculture dalla elaborata struttura architettonica, curate nei minimi dettagli e collocate in ambienti realmente esistenti.

Ma , sfortunatamente, si tratta di opere che non esistono nella realtà..o almeno così è stato fino allo scorso 28 giugno, data in cui Knight annuncia sulla piattaforma Twitter e Instagram quello che per molti anni è stato il suo sogno:

Quest’opera compare per la prima volta in formato digitale sul suo profilo Instagram il 20 febbraio 2017, diventando finalmente reale dopo 5 anni!

«INVOLUTION has been made real. Been trying to get my work made for years, feels good to see it come to life. »

«INVOLUTION è diventata realtà. Ho cercato di realizzare il mio lavoro per anni, è bello vederlo prendere vita. »

Se ti ha incuriosito la figura di questo artista, non perderti l’articolo sul nostro blog!  https://passeggera.com/2021/11/24/chad-knight-lartista-del-nostro-presente/

Torna Terraforma Festival

Finalmente dopo due anni torna il Terraforma Festival con la sua VII edizione dall’1 al 3 luglio.

Tre giorni di immersione in uno spazio inter-dimensionale fra l’elettronica sperimentale, le forme più avanzate dell’arte contemporanea, le evoluzioni teoriche dell’architettura e la sostenibilità ambientale 

Festival prodotto da Thress Productions in collaborazione con la Fondazione Augusto Rancilio avrà luogo a Milano a Villa Arconati in una fusione fra arte e natura.

Diverse saranno le personalità che animeranno il festival che quest’anno si presenta con una nuova chiave di lettura: No Talks⁠ – No Panels⁠ – No Screenings⁠ – No Lectures⁠ – No Workshops⁠ – No Meetings – No Streamings⁠ | FOR ONCE, WE JUST DANCE

L’obiettivo, infatti, è quello di concentrarsi sull’essenza originaria del festival: l’esperienza dello stare insieme attraverso la musica e la danza, legando il senso del ritmo alle frequenze naturali dell’ambiente.

Terraforma ha interpretato la sospensione pandemica come occasione per ripensare la propria natura e le proprie dinamiche in modo da offrire un’esperienza indimenticabile per chi la vivrà.

Assolutamente da non lasciarsela scappare!

PAOLA PEZZI – Passaggi di Stato

«Tutta l’esistenza è un passaggio di stato: anche noi, come la materia, siamo sottoposti a pressioni e mutazioni dell’ambiente esterno (…). La sfida è rimanere sempre noi stessi”

Sabino Maria Frassà – curatore della mostra

Siete in visita a Milano e avete voglia di un tuffo nell’arte contemporanea? Noi di Passeggera abbiamo giusto il consiglio che fa per voi!

Fino al 31 luglio avrete la possibilità di visitare la mostra personale di Paola Pezzi: Passaggi di Stato.

Classe 1963, Paola Pezzi frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera. Durante la sua carriera diverse le mostre personali e le opere comprese in collezioni di grande rilievo.

Alla base del suo lavoro e della sua ricerca sta quella che lei definisce «L’energia esistenziale». Ed i materiali?

«uso quello in cui inciampo felicemente e che mi consente di scivolare verso altre forme e spazi. Concepisco la mutevolezza naturale e la continua trasformazione delle cose e una visione del fare tesa a creare qualcosa che prima non esisteva… »

Sulla base di questa idea si va sviluppando la mostra che fa parte del ciclo MIRABILIA al Gaggenau DesignElementi, progetto curato dal direttore artistico Sabino Maria Frassà: raccontare la materia che si fa meraviglia attraverso il genio umano.

La mostra raccoglie opere iconiche provenienti da oltre trent’anni di carriera a raccontare l’evoluzione dell’artista. Da non perdere!

«Tramite gli elementi ricorrenti del movimento circolare e dei materiali presi dalla vita quotidiana, il gesto artistico di Paola Pezzi disciplina e domina la materia, dando vita a forme (…) che instaurano un’immediata empatia con lo spettatore, e in cui è chiara la dimensione del divenire – un divenire a cui non possiamo che guardare con curiosità, aspettando un nuovo passaggio di stato» .

Sabino Maria Frassà – curatore della mostra

A cura di Sanaa Boumasdour

Categorie
Arte

Marracash e Tarik Berber: un’assonanza visiva

Noi, loro, gli altri è l’ultimo album di Marracash, pubblicato nel novembre 2021. Soggetto del disco sono le riflessioni sul presente, sull’esistenza e le ansie dell’artista, nelle quali risulta quasi difficile non identificarsi. I brani sono espressione di grande profondità e frutto di collaborazioni con altre figure del mondo della musica.

Poche settimane fa viene rilasciato il video della canzone Dubbi, figlio di una partecipazione innovativa e differente. Tarik Berber, di origini bosniache formatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, è un artista conosciuto in Italia e a livello internazionale. Noto per le sue tele dominate dal rosso e dalle sovrapposizioni di volti ed elementi naturali, vanta collaborazioni con diverse gallerie.

L’ultima mostra, Seven sisters (2020), allestita alla Galleria Previtali di Milano, esibisce l’interconnessione tra pittura e incisione, tipica di Berber. Come affermato dallo stesso artista, nelle sue opere si ispira ad un’unione tra elementi pittorici e serigrafia, ripercorrendo le orme di una tecnica già utilizzata da Rauschenberg e approfondita dal bosniaco. Il segno grafico è preponderante, caratteristica che denota una continuità con l’ultimo progetto realizzato per il video di Marracash.

Tarik Berber, in un cortometraggio animato, mette in movimento 2500 tavole per dare un volto alle parole del cantante. Esposte nello spazio indipendente no-profit Assab One (a Milano), le rappresentazioni, sono caratterizzate da un tratto aggrovigliato, non netto, confuso come indica il testo del brano.

Dubbi. Corrispondenza tra testo e immagini

Si coglie, quindi, un’aderenza tra testo e immagini, un segno che traspone in video l’inquietezza delle parole. La modalità di rappresentazione di Tarik Berber e la scelta di affidare il proprio videoclip all’artista visuale da parte di Marracash, convergono nella realizzazione di un’opera unica. Il carattere visuale, profondamente connesso al sonoro, i passi che muovono sui rintocchi del beat della canzone, il testo che a tratti diventa costitutivo del corpo ritratto da Berber.

L’uomo protagonista del video realizzato dall’artista bosniaco è un manichino. Ad eccezione di alcune scene nelle quali assume i tratti del volto del cantante, il soggetto rappresentato da Berber è un uomo qualunque. Da un lato è un uomo vuoto, privo di identità, scavato come vuole scavare in sé Marracash nel testo, dall’altro può essere semplicemente chiunque.

La figura ricalca L’homme qui marche di Alberto Giacometti, una citazione nell’apparenza ma anche nel significato alle spalle dell’opera. Berber si ispira alla scultura di Giacometti, trasponendola totalmente in un frame del video. L’uomo che cammina nel video è caratterizzato da una forma indefinita e confusa, dall’assenza di tratti identitari, da una confusione di segni che non sempre sono in grado di delineare.

La citazione di Giacometti. La crisi

Al di là dell’aspetto formalmente citazionistico, è interessante l’analogia tra la scultura del 1961 e la sua citazione nel 2022. Perché citare L’Homme qui marche?

L’opera di Giacometti è figlia del suo contesto e del suo periodo storico. Frutto di forti influenze primitiviste, l’uomo scolpito è riflesso della figura umana nel suo presente. L’artista ritrae un individuo profondamente in crisi, ridotto all’osso, privato dell’identità e caratterizzato da forme allungate e sottili. Si rappresenta l’idea di un uomo sofferto, consumato dall’esistere, che vive in una condizione illusoria della realtà e che, per questo, non riesce ad avere possesso delle cose.

Il soggetto di Giacometti è il ritratto di una crisi, interiore ma anche esteriore. Conflittualità, illusione e dubbi sono ciò di cui, sessant’anni dopo, parla Marracash.

[…] Forse non c’è fuga che conduca all’evasione […] Forse la salute mentale è roba da ricchi, forse per andare avanti non devi ascoltarti […]

A più riprese viene sottolineata nel testo una condizione privata ma anche condivisa, l’urgenza di un benessere psicologico che sembra essere svanito nel presente. Dubbi e incertezze privano di stabilità e di identità, svuotano l’individuo conducendolo a camminare senza una meta, riducendolo ad un manichino.

Il valore per l’arte

Affidare la realizzazione del video a Tarik Berber ha ribadito, ancora una volta, un’interconnessione tra le arti e come queste ultime siano potentissimi media. L’arte è veicolo di sensazioni, emozioni, espresse all’unisono seppur attraverso canali creativi differenti. Sembra assurdo pensare la canzone di Marracash senza il video di Tarik Berber e viceversa, risulta quasi necessaria questa rappresentazione per meglio cogliere il senso delle parole del cantante.

Le immagini restituiscono visivamente, facendo riferimento al passato artistico, una crisi esistenziale propria del presente come lo era sei decenni fa. Se da un lato va necessariamente riconosciuta la potenza estetica al video di Berber e alle parole di Marracash, dall’altro, risultano socialmente essenziali le parole dello stesso cantante: Battersi per far capire che l’intrattenimento è arte.

Cosa sarebbe, dunque, l’intrattenimento e cosa l’arte?

Ti ha incuriosito l’opera di Tarik Berber? Per saperne di più sull’artista, visita il suo profilo Instagram @tarik.berber.art.

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

Categorie
Arte

Interessarsi all’arte nel 2022: Arte per dar voce a sé stessi, al presente e al mondo.

Nella frenesia delle giornate, imbottigliati nel traffico, sommersi da scadenze e appuntamenti, rapiti dalle mansioni giornaliere, si arriva a fine giornata con la voglia di spegnersi tra una preoccupazione e l’altra, con il pensiero e l’angoscia di dover ripartire l’indomani e il giorno dopo ancora, e ancora. È necessario fermarsi, mettere una virgola e talvolta un punto, ma come, se non si lascia spazio alla propria individualità?

Perché e come l’arte dovrebbe aiutare un mondo soffocato da guerre, migrazioni, estinzioni animali, rivolte civili e la caduta sempre più rapida verso un punto di non ritorno nei confronti del cambiamento climatico?

Quale ruolo ha l’arte in tutto ciò?

L’arte in tutte le sue forme e manifestazioni fornisce gli strumenti per dare voce alle proprie necessità, al proprio grido, che esso sia un bisogno stremato di pace interiore, di sfogo, o che sia uno schiaffo alle istituzioni, alla società, a tutto quello che viene ignorato, l’arte dà la voce a tutti coloro che non sono ascoltati provocando non di rado molto rumore.

La crisi totale che il mondo sta vivendo impatta non poco, soprattutto le ultime generazioni, che ne sono direttamente coinvolte e guardano verso il futuro con una grave miopia per cui niente è nitido. Lo spavento che ne scaturisce provoca un sentimento negativo di impotenza, che comporta la necessità di annullare ciò che c’è fuori, mettere noi stessi e il mondo in modalità silenziosa, conduce alla ricerca di una via catartica, liberatoria, un rifugio di contemplazione che l’arte offre tramite un’esperienza estetica che devasta, ipnotizza e mette a tacere tutto ciò che è al di fuori di essa.

Grandi pensatori come Kierkegaard e Schopenhauer considerano l’arte come la migliore alleata per poter ascoltare intimamente se stessi, per avere un momento di pace, sfruttarla come stile di vita immergendoci nella bellezza pura, che sia essa classica, rinascimentale o barocca.

Riscoprire l’arte come rifugio consente non solo di liberarci per un attimo dal mondo soffocante, ma anche di riscoprire e riapprezzare il passato che diamo spesso per scontato, con le sue opere che cospargono il nostro Paese come una costellazione.

In un mondo palpitante di cambiamenti, l’arte viene utilizzata come strumento politico, nelle lotte sociali e ambientali, laddove le proteste non riescono ad arrivare, un’opera d’arte riesce ad essere fortemente impattante in quanto mette davanti agli occhi con prepotenza le responsabilità che ha ogni individuo, nessuno escluso, nei confronti di questi cambiamenti che sono necessari.

Due esempi palpitanti sono incarnati da due artisti, l’afro-brasiliano Alexis Peskine e l’africano Romuald Hazoumé. Attraverso le loro opere, hanno mostrato agli occhi del mondo l’argomento scottante dell’immigrazione vissuta sulla loro pelle, appellandosi a capolavori dell’arte come La zattera della medusa di Géricault, riattualizzandola nel contemporaneo o allestendo nel British Museum delle imbarcazioni formate da una serie di taniche di benzina, che assumono un valore particolare perché diventano delle maschere tribali.

L’artista capovolge il tutto in un’ottica post-coloniale dal forte impatto emotivo, alludendo anche al trasporto degli schiavi che per secoli ha subito la sua popolazione.

A. Peskine, Raft of Medusa, 2016.

Sono delle opere che scuotono emotivamente chi guarda, così come le opere degli artisti Barbara Kruger e David Hockney, due artisti attivi nell’abbattimento di pregiudizi contro l’omosessualità e nella lotta per la parità dei sessi.

Le opere della Kruger hanno una cromaticità semplice che ricorre a tre colori giustapposti che si esaltano l’un l’altro, ma soprattutto esaltano il messaggio di cui si fanno portavoce, gridando al mondo dei diritti che ogni donna ha e deve avere sul proprio corpo, spesso oggettivato dalla storia, dalla società e in maniera più forte dalla politica.

Barbara Kruger, infatti, lavora principalmente durante gli anni ’70 e ’80 quando sono stati raggiunti importanti obiettivi come la legittimità dell’uso della pillola anticoncezionale, che ha portato con sé una maggior consapevolezza e soprattutto scelta nel rapporto tra la donna e il proprio corpo, come mostra l’opera Your body is a battleground, il tuo corpo è un campo di battaglia.

B. Kruger, Your body is a battleground, 1989
B. Kruger, Untitled (We Don’t Need Another Hero), 1987
 

Allo stesso modo, David Hockney è stato tra gli artisti che, accanto a Peter Blake, hanno dato avvio alla Pop Art e si è prodigato nell’emancipazione dell’amore omosessuale, con opere molto provocatorie, scegliendo il paesaggio di Beverly Hills, con colori che riprendono la tavolozza di Matisse, collocando i suoi personaggi all’interno di ambienti semplici in cui ricorre frequentemente l’elemento della piscina.

Questi artisti dimostrano quanto l’arte possa essere uno strumento di forza che porta ad una presa di coscienza, una consapevolezza, poter far emergere tutto ciò che viene condannato, per rivendicare i propri diritti e quelli degli altri, è una lotta che chiama tutti al fronte perché quello che accade all’altro riguarda ogni individuo.

Articolo a cura di Alice di Nicola

Categorie
Artista

Prue Stevenson

Quali sono i modi per alimentare la sensibilità attraverso l’arte? Cosa ci suggerisce la performance art? E se parliamo di Taekwondo?

Pure Stevenson è un’artista che usa questa strategia per condividere la sua arte e sostenere l’autismo. Innanzitutto Stevenson è un artista praticante, avendo completato sia un Bachelor of Fine Art (Expanded Studio Practice) che un Master of Fine Art.  È anche consulente autistica con AMAZE ed è anche membro di cintura nera di terzo grado in Taekwondo, cantante di Ice Cream in a Mug e fondatrice del progetto Stim Your Heart Out.

Realizza opere d’arte che come strumenti di espressione che collegano la pratica artistica alla sua identità, creando un lavoro introspettivo, ma con l’obiettivo di mostrare al pubblico, cosa si nasconde dietro la vita di una persona autistica. 

Mi piace usare il linguaggio della “diversabilità” per desensibilizzare la società.

Stevenson ha elaborato un linguaggio specifico nelle sue opere. “Non temere il tracollo” è uno degli slogan che ha inventato. Quando ha un crollo, soprattutto emotivo, in pubblico, non si sente molto sicura. La sua strategia è usare l’arte attraverso delle produzioni originali  che l’aiutano a comunicare con l’altro.  La frase “Non temere il tracollo” non riguarda solo la sua paura, ma crea un linguaggio universale, volto anche al pubblico.

Un aspetto curioso della Stevenson è che gran parte dei suoi lavori sono tascabili. Definisce ‘’un lavoro di viaggio’’ una sua opera in cui, lei sceglie di piegare un foglio A3 fin quando non diventa in A5, lo pone in tasca, e scrive ‘’non temere il tracollo” ogni volta che desidera farlo, soprattutto in casi di estrema ansia.. Scrive in diverse angolazioni, rigira il foglio, lo apre e poi lo ripiega, lo porta con sé, ad ogni tappa. Ogni frase, presenta una forte emozione provata da Stevenson. 

Stevenson sviluppa delle idee con alcune persone autistiche e neurotipiche; ad esempio, chiede loro di pensare a un momento della loro vita quotidiana in cui sentono vulnerabili oppure hanno bisogno di avere qualcosa, e di pensare a una frase che li motiva in quel momento. Lei elabora l’hanky. Ma cos’è? È una forma di comunicazione personale e soggettiva. Riprende l’idea dell’arte tascabile, usando un fazzoletto ricamato con una frase, un motto, che aiuti la persona a ricordare, nel momento del bisogno o crollo, come raggiungere il proprio equilibrio, ma aiuta anche a comunicare con gli altri, laddove lo scambio verbale è assente.

LA COMUNICAZIONE ATTRAVERSO IL TAEKWONDO: L’OPERA ‘EXPEND’ 

Expend – MCA (2018) è un dipinto che Stevenson prende a calci all’MCA sulla Sculpture Terrace per il Engaging Students with Disability Forum 2018. L’idea nasce da un pensiero non inusuale: ‘’perché faccio le cose che faccio nella mia vita? Perché faccio taekwondo?’’

Una tela enorme, vernice nera, piedi nudi e una cintura nera di taekwondo. ‘Expend’ è creato attraverso dei segni prodotti con calci d’ascia, una mossa tipica del taekwondo. Tale pratica è fondamentale per Stevenson perché l’aiuta a non avere troppi crolli emotivi, infatti quest’opera d’arte riguarda il processo di consumo e l’autoregolazione dell’energia, e ogni impronta registrata, ogni calcio dipinto sulla tela con vernice, è un simbolo di ciò che è stato espulso dal suo corpo. L’artista racconta spesso come d’adolescente aveva problemi riguardo alle sue emozioni, che non riusciva a calibrare. Talvolta la sua ipersensibilità l’ha esclusa dai contesti sociali. 

Il Taekwondo le permette di gestire le sue emozioni, e si sente socialmente accettabile. Afferma che quando ha realizzato questo lavoro, ha pensato a come utilizzare le attività ripetitive e banali per stimolare sé stessa in modo positivo e gestire i suoi sintomi ipersensoriali dell’autismo (di cui è affetta). Se notiamo lei usa sempre la stessa tecnica, la stessa posa. Perché? Tra i comportamenti che riguardano lo spettro autistico, si riconosce lo ‘Stimming’ che è un’azione fisica ripetitiva che fornisce divertimento, conforto e contribuisce all’autoregolazione delle emozioni. Quindi la scelta di Stevenson non è casuale. Sulla tela è presente il suo autismo, la sua fragilità resa forte, autentica con la ripetizione di calci, simbolo della sua passione, che nell’insieme diventano vibranti e carichi di vitalità.

Stevenson ha sempre studiato arte, cercando di comunicare le sue emozioni, e questo lavoro di autodifesa richiede molta energia e da sempre cerca di mettersi in gioco, difendendo la sua identità e educando gli altri allo sguardo autistico.

Nel video dov’è registrata la performance ‘’expend’’, si sente gridare continuamente “kihap”. L’artista racconta di come gli osservatori rimangono un po’ scioccati perché infastiditi dal continuo urlare; lei nel frattempo si sente ancora meglio perché quell’urlo rappresenta l’accettazione della neurodiversità e lo spazio per esprimere liberamente la sua cultura autistica. Afferma che quando urla rende i suoi calci ancora più forti e l’aiuta a vedere nel profondo.

La vera arte in fondo cos’è se non l’atto di esibizionismo interiore, in cui l’artista espone la sua anima davanti al fruitore. L’arte, soprattutto contemporanea, si impone di risvegliare i sensi dello spettatore, e Stevenson riesce sicuramente a comunicare e trasmettere una realtà molto profonda e travagliata, come la sua, ma come chi altro la vive. 

A cura di Rossella Balletta

Categorie
Eventi/Mostre

Breaking news of the week 03.06.22

  1. UN SECOLO CORONATO DALL’ARTE

Il generale livornese Giorgio Allori spegne 100 candeline, e ai familiari chiede un regalo semplice ma speciale: tornare dopo tanti anni a visitare il suo museo preferito, gli Uffizi. Per l’occasione è proprio il direttore del museo Eike Schmidt in persona a fargli da guida.

Nel 1943, appena uscito dall’Accademia Militare di Modena, il generale non aderisce alla Repubblica di Salò, viene fatto così prigioniero e viene internato nei campi di prigionia nazisti. Liberato alla fine della guerra, torna in Italia, avanza nella carriera militare fino a raggiungere il grado di generale; per tutta la vita ha coltivato l’amore per l’arte.

«La devo a mio padre Giulio (ndr. La passione per l’arte) di lavoro era bancario, ma nel tempo libero si dedicava alla pittura. Grazie a lui ho conosciuto gli Uffizi quando non avevo ancora dieci anni, quasi un secolo fa: era molto diverso da oggi, a visitarlo saremo stati in tutto 50 persone.»

Generale Giorgio Allori

  • LET’S GET DIGITAL! – UN VIAGGIO NEL MONDO DEGLI NFT A FIRENZE

La Fondazione Palazzo Strozzi presenta Let’s Get Digital! Un nuovo progetto espositivo che mette in primo piano la rivoluzione dell’arte degli NFT, i Non-Fungible Token.

Ma cosa sono gli NFT? Si tratta di contenuti digitali certificati dal sistema della blockchain. Questa tecnologia rende i file digitali non modificabili, e sono registrati in un archivio che permette al file di essere visualizzato da tutti ma posseduto solo da una singola persona. Le opere d’arte, di per sé facilmente duplicabili, in questa realtà digitale vanno ad alimentare un mercato diverso rispetto a quello tradizionale permettendo un nuovo rapporto tra produzione e fruizione del pubblico.

Quelle che possono sembrare dinamiche da film di fantascienza diventano realtà con l’esposizione a Palazzo Strozzi disponibile per i più curiosi fino al 31 luglio.

La mostra si apre nel cortile del Palazzo con l’installazione dell’artista turco Refik Anadol.

Site Specific è un’opera dinamica basata su AI (Intelligenza Artificiale) che, grazie a una serie di algoritmi, crea visioni illusionistiche garantendo un’esperienza ipnotica e multisensoriale all’interno di un’atmosfera di contrasto tra contemporaneo e moderno. Da lasciare a bocca aperta anche i più scettici!

Diverse sono le opere che vi aspettano anche all’interno, non perdetevele!

  1. UOMO LANCIA TORTA CONTRO LA GIOCONDA

Ormai il video è diventato virale: un uomo con tanto di parrucca e sedia a rotelle che tira addosso alla Monna Lisa una torta alla panna.

Ebbene sì, domenica 29 maggio un uomo accede al museo del Louvre fingendosi una persona in sedia a rotelle, condizione che gli ha permesso di avere la precedenza superando la marea di persone. Una volta trovatosi vicino, l’uomo si è alzato rapidamente e ha imbrattato il vetro con la torta gridando slogan ambientalisti, successivamente ha sparso delle rose prima di essere spinto a terra dalla sicurezza.

L’opera fortunatamente è completamente indenne, in quanto protetta da un vetro antiproiettile.

Diverse volte l’opera è stata attaccata nella sua storia, questa volta non è stata danneggiata, ma sicuramente è un gesto che ha fatto parlare di sé, te cosa ne pensi?

«Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola qualche anno fa (ndr. Nel 1957 l’opera è stata colpita con un sasso che ha provocato il distaccamento di parte della pittura a olio nella zona superiore) caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre. Leonardo inconsciamente ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. (…) posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco.»

Salvador Dalì fornisce una lettura psicoanalitica.

Quale novità ti ha colpito e interessato di più?

A cura di Sanaa Boumasdour