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Arte

Il silenzio nell’arte

L’assenza di rappresentazione può essere considerata arte? Esporre il nulla può essere un processo artistico?

L’arte, nella sua storia ed evoluzione, è sempre stata strettamente ancorata ad un binomio: bellezza e rappresentazione. Questo ha portato a considerare gran parte delle manifestazioni artistiche come una proposizione del bello in tutte le sue forme, declinate in modo differente nei diversi momenti storici.

Questa concezione, spesso circoscrizione e banalizzazione del processo artistico, è stata completamente scardinata con l’avvento del Novecento. È qui che si assiste ad un cambio di rotta, a un’interdisciplinarietà ed ampliamento di interessi artistici mai riscontrato prima, a un avvicinamento all’astratto e a un distacco dalla tradizionale nozione di bello. L’arte del secolo scorso si concentra su altri paradigmi, scardinando il passato nei tentativi più vari o riproponendolo in una rielaborazione del tutto nuova.

Questa breve premessa risulta necessaria per la comprensione dell’arte, in particolare contemporanea, e per tentare di rispondere – almeno sommariamente – ai quesiti sulla legittimazione del nulla come arte.

John Cage, 4’33’’

Nel 1952, il compositore statunitense John Cage, realizza un’opera della durata di quattro minuti e trentatré secondi, adatta a qualsiasi strumento. La composizione si articola in tre atti, i quali si concretizzano in completo silenzio. O meglio, presentazione di un apparente silenzio, poiché colmato da qualsiasi suono atmosferico o circostanziale. Il silenzio inscenato da Cage non è un vero silenzio, il quale è considerato come utopico dall’artista stesso: vi sarà sempre un contesto a risuonare nel silenzio e per questo non sarà mai assoluto.

Quell’assenza di rumore assoluta ricercata dal compositore – impossibile da realizzare in quanto tale – si è concretizzata in una profonda provocazione, la quale non solo ha rappresentato il silenzio, ma ha obbligato chiunque fosse presente ad assistervi. Tutti gli spettatori, così come chi ascolterà la riproposizione dell’opera, sarà costretto a subire questa potente provocazione concettuale: l’ascolto del nulla, del vuoto, del silenzio.

L’artista ha definito, tra le sue molteplici sperimentazioni musicali, 4’33” come la sua opera più importante, tanto da pubblicare nel 1961, Silenzio, una raccolta di scritti e conferenze di Cage. Al momento della pubblicazione del testo il compositore ha già influenzato la musica europea e con questa stampa afferma la sua ispirazione anche al di fuori dell’ambito musicale, interessando l’arte nelle sue mille sfaccettature.

Al di là del significato dell’opera in sé e della concezione di John Cage, sono estremamente rilevanti le ripercussioni. Cosa vuol dire realizzare un’opera senza quella che può essere considerata la sua sostanza fondamentale?  

Il contesto, i riverberi nell’arte, altre declinazioni di silenzio

Sul finire degli anni Cinquanta, in Europa, musica – e in seguito arte senso lato – guardano alle sperimentazioni ed in particolare a quella di Cage. Sono gli anni del Dopoguerra, dominati da un lato da un’apatia pregnante, totale, declinata in ogni manifestazione artistica.

Lo svuotamento dell’individuo, apportato dalla Seconda Guerra Mondiale, è una delle situazioni che conducono John Cage a ritrovare la pienezza di senso nel silenzio, nella non-composizione. Nel Vecchio Continente nasce e si sviluppa il movimento artistico Fluxus: con esso, tutto diventa arte e al tempo stesso nulla è arte.

Il silenzio viene analizzato come espressione di per sé, l’opera perde il suo senso tradizionale in virtù di nuove acquisizioni. Un anno prima della composizione di Cage, Robert Rauschenberg, provocativa e complessa personalità New Dada, realizza White Paintings. Nel 1951 vengono create una serie di pitture bianche, molto distanti dalle opere di collage caratterizzate da colori vivaci tipiche del Neodadaismo, un’allusione ad una pittura azzerata.

Gli oggetti trovati e gli interventi di collage vengono trasformati in un silenzio tombale, dal riempimento della tela si riflette sull’azzeramento di un linguaggio. Si osserva il nulla, proprio dell’individuo di quel periodo e di un quesito sempre più martellante: il silenzio è un’espressione? La tela esposta da Rauschenberg, così come lo spartito di John Cage sono fini a loro stesse, non hanno implicazioni altre: sono dei vuoti, delle manifestazioni del silenzio.

Come reagire all’assenza di rappresentazione?

Cosa considerare arte nel contemporaneo risulta sempre più complesso a causa della molteplicità di espressioni distanti tra loro per concezione e forma. È opportuno legittimare il vuoto come arte per via della sua potenza estetica: la sua capacità di esprimersi come silenzio, la risonanza di questa concezione nello spettatore.

In conclusione, è necessario svincolarsi da una rigida concezione dell’arte delimitata dal binomio di rappresentazione e bellezza per poter comprendere l’artisticità dell’opera. In particolare, dal Novecento, si è appreso come anche il brutto sia arte e come anche l’assenza di rappresentazione sia una manifestazione artistica non priva di sostanza.

Superando il tema della legittimazione artistica, è opportuno comprendere l’importanza del silenzio e di come quest’ultimo costituisca una potente espressione condivisa. La rappresentazione nell’arte, ormai da un secolo, lascia il posto alla presentazione: la necessità di un vero e proprio soggetto, delimitato, definito, non appartiene al contemporaneo multiforme.

Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l’intenzione di ascoltare e quella di non farlo. (John Cage)

Conoscevi già quest’opera di John Cage e la sua importanza per l’arte? Faccelo sapere nei commenti!

Articolo a cura di Rebecca Canavesi

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