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MARI KATAYAMA: il riscatto dalla vita. Quando la disabilità diventa bellezza

Mari Katayama è una famosa fotografa giapponese, che lavora particolarmente sul suo corpo e gioca con la sua disabilità. Nasce nel 1987 in una cittadina vicino Tokyo con una malattia molto grave e rara, l’emimelia tibiale che impedisce alle ossa delle arti inferiori e, nel suo caso, anche di una mano nata solo con due dita, di svilupparsi completamente, portando ad un malfunzionamento.

A nove anni fu costretta ad amputarsi le gambe. Una scelta dolorosa, eppure, per Mari Katayama sembra essere l’inizio di una rinascita, graduale, piena di problematiche, ma che le darà gloria per la sua forza, e la sua arte.

«Dovevo decidere se rimanere per il resto della mia vita su una sedia a rotelle oppure camminare con le mie gambe. Ho scelto la seconda opzione»

Lei riuscirà a camminare dopo un anno, con l’aiuto delle sue protesi, ma dovrà combattere con il suo senso di solitudine e l’esclusione sociale che nel frattempo avviene a scuola, bullizzata dai suoi compagni perché considerata diversa, strana.

Ricordiamo che Mari, aveva solo dieci anni. Ma non demorde. Lei è sognatrice, vorrebbe solo essere come tutti gli altri, ma da un momento all’altro deve combattere con questo mondo artificiale delle protesi, e va alla ricerca della propria identità.

Afferma che nei momenti di sconforto comprende che non esistono solo gesti e parole per comunicare, c’è molto altro. Molti, nella sofferenza, mollano, accettano e convivono nel dolore. Mari no. Lei con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente, è pronta ad avere un riscatto dalla vita.

«Per anni nessuno voleva avere a che fare con me. I momenti trascorsi da sola mi hanno fatto capire che esistevano modi diversi di comunicare oltre alle parole e ai gesti»

You’re mine

A 14 anni inizia la passione per la fotografia, vuole imparare a fotografare e fotografarsi, perché il suo lavoro dev’essere intimo, senza intrusione di secondi. Mari Katayama comincia ad autoritrarsi nella sua camera, dove passa l’infanzia, ristretta da quattro mura che le facevano da scrigno, indossa una parrucca bionda, e comincia a sfogarsi, e avvicinandosi alla fotografia, crea un dialogo attivo tra il suo corpo e l’arte.

I suoi scatti mostrano composizioni surreali e fantastiche, con l’obiettivo di valorizzare il proprio corpo partendo dalla diversità, valorizzandolo attraverso creazioni che lei stessa realizza.

«Non potete separare il mio corpo dalla mia arte»

Mari si sente una vera donna. Vorrebbe indossare un paio di tacchi, ma al momento dice di volersi accontentare di quella parrucca, che sentiva parte di sé. Mette in mostra la sua disabilità, o meglio, mette in scena la sfida che la vita le ha dato, l’affronta a testa alta, non nasconde le sue gambe. È vulnerabile.

Le protesi diventano il centro della scena, evidenzia le sue ferite. È importante ricordare un’artista come Mari Katayama, avere la forza di reagire, accettarsi e mostrarsi al mondo non è facile! Ma comunicare attraverso l’arte, può essere un tentativo di libertà? Certo! Mari è la dimostrazione che il suo malore, la sua patologia può essere trasformata in bellezza.

Ophelia

Iniziano così i primi progressi, la sua camera diventa un vero e proprio studio. Peluche, merletti, conchiglie, perle, sono tutti elementi che Mari mette in scena per autoritrarsi. Poi la svolta. Vuole superare sé stessa, e indosserà dei tacchi, l’emblema della femminilità che Katayama tanto ama, e si fa portavoce di questo particolare aspetto, creando delle scarpe con il tacco per le sue protesi che indossa in occasioni pubbliche, mentre si esibisce nel canto, oppure sfila in passerella e nelle sue fotografie. Inoltre, produce anche dei video in cui insegna a camminare con i tacchi, che diventano delle effettive performance dell’artista.

Shadow puppet

Nella prima serie di scatti White legs del 2009, Mari Katayama si ritrae in varie posizioni e angolazioni, in un ambiente luminoso in cui il colore predominante è il bianco.

‘’Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi. L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.’’

White legs

Nel 2019 partecipa anche alla Biennale di Venezia e Paris Photo, e al Museo di Arte Moderna dell’Università del Michigan con le esposizioni personali, trasformando il suo corpo in scultura viva attraverso l’essenza dell’autoritratto fotografico, come una dea mitica che emerge dalle acque profonde della nostra natura e cultura, Mari Katayama trasforma in realtà sogni e speranze.

In Shell (Biennale di Venezia)

Di tematica differente risulta essere la mostra Bystander, una delle più recenti. Mari crea un rapporto tra sé, il mare e la fauna marina, in particolare assumendo le sembianze di un granchio. La malformazione della sua mano, infatti, sembra assomigliare ad una chela, similitudine sulla quale gioca l’artista. Inoltre, afferma di ispirarsi alla Nascita di Venere, Botticelli.

Bystander

L’artista affronta la disabilità e la relazione con gli altri, in modo da comprendere sé stessa e rinunciare alle categorie che la società contemporanea impone. Eppure il suo obbiettivo non è mai stato quello di diventare una star dell’arte contemporanea. I suoi ritratti, le sue creazioni in stoffa e conchiglie erano realizzati solo per piacere personale. Mari provoca, seduce e intriga.

Il sentimento provato osservando le opere di Mari, non è compassione, ma al contrario è la percezione di una donna forte che ha saputo sconfiggere i suoi stessi limiti. Oggi lei diventa un esempio per tutte le persone che si trovano nella sua stessa condizione. Grazie al potere creativo dell’arte, Mari, come ogni altro merita di crearsi un’altra chance nel mondo.

‘’Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.’’

A cura di Rossella Balletta

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