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Monet, Renoir e Munch: come la sofferenza può salvarti la vita

COSA RESTA DI UN PITTORE SENZA VISTA, DI UN PITTORE SENZA MANI, DI UN PITTORE SENZA FELICITA’?

Nella cultura occidentale in cui viviamo, la sanità mentale e fisica sono i primi presupposti per essere felici, per essere apprezzati dalla società e per sentirsi realizzati nella propria carriera, soffocando di conseguenza ogni tipo di deviazione, di diversità, di disagio sia in noi stessi sia nell’altro.

L’arte, supremo specchio della vita, ci dimostra ancora una volta l’importanza di abbracciare le proprie fragilità, non importa se mentali o fisiche, più o meno gravi che siano, e di trarre da esse luce e meraviglia.

L’idealizzazione che siamo soliti attribuire ai grandi maestri dell’arte spesso ci annebbia la vista e la percezione che abbiamo di essi, facendoci dimenticare dell’intrinseca natura umana che caratterizzava ognuno di loro, un’umanità fatta di fragilità, insicurezze, fallimenti e malattie.

La gratitudine che dovremmo attribuire loro non dovrebbe essere soltanto legata alla grande bellezza con cui hanno decorato le asprezze della storia e alle loro rivoluzionarie intuizioni, ma soprattutto la gratitudine per averci dimostrato che quella grande bellezza è nata da una profonda sofferenza.

Claude Monet, padre dell’impressionismo, sviluppò la sua creazione artistica partendo da una sensibilità legata alla percezione soggettiva del mondo, una percezione in cui reale e irreale sono fusi.

Sulla tela viene restituito il sentimento che scaturisce dalla visione di ciò che si ha davanti, in modo tanto rapido da poter congelare l’attimo, l’impressione, non importa quindi restituire una visione mimetica della realtà. Le colonne portanti di questa corrente artistica sono la luce e il colore, la cui alleata migliore è la vista.

Nel 1912 a Monet fu diagnosticata una cataratta bilaterale che comportò un processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino e la percezione distorta dei colori reali, causando un ingiallimento, una confusione e un oscuramento dei colori. Gli occhi, i suoi più fidati alleati per indagare la realtà, lo stavano lentamente abbandonando, mettendo in discussione la realtà stessa e facendolo cadere in un limbo di insicurezza in cui non poteva più fidarsi nemmeno di ciò che gli permetteva di conoscere il mondo.

«Il colore è la mia ossessione quotidiana, la gioia e il tormento.»

La malattia peggiorò, i cristallini degradati filtravano soltanto una parte dello spettro della luce visibile, il blu e il violetto sono sostituiti dal rosso e dal giallo, il rosso diventa arancione, per non parlare dei contorni ormai vaghi, labili, dissolti.
Nel 1923, dopo una lunga resistenza da parte dell’artista, Monet fu operato per la rimozione definitiva del cristallino dell’occhio sinistro.

La mancanza fu sopperita da una lente correttiva che gli consentiva in modo accettabile di distinguere i profili, lamentando però visioni doppie e distorsioni.
La visione senza cristallino di Monet gli permise di captare onde luminose di lunghezza d’onda inferiore a quelle ultraviolette e di lunghezza d’onda superiore a quelle infrarosse, un difetto visivo che lo rese uno dei pochi al
mondo capaci di cogliere quelle sfumature, in quanto i raggi ultravioletti sono filtrati dai nostri cristallini.

Le ninfee rimasero sempre uno dei soggetti cui era più affezionato, vediamo cambiare il loro colore proprio dopo l’operazione, poiché cambiava la percezione che Monet aveva di esse. Scomparvero i toni giallastri causati dalla cataratta e tornarono i blu del campo ultravioletto che l’assenza di cristallino gli permise di scoprire e che i suoi occhi tanto difettosi poterono riuscire a cogliere.

L’esperienza di Monet ci invita a guardare con gli occhi dell’altro che, seppur appaiano difettosi, sbagliati, ci mostrano un mondo straordinariamente diverso e proprio per questo ancor più ricco. Lo ha reso possibile esaltando a sua cecità invece di lasciarsi abbattere da essa.

Pierre-Auguste Renoir, i cui quadri pullulano di gioia, scene di convivialità e sorrisi, sono frutto di una grande sofferenza fisica, che il pittore esorcizza nei suoi capolavori.

Nel 1892, all’età di cinquant’anni gli viene diagnosticata l’artrite reumatoide e verso la fine dello stesso anno viene colpito da una paralisi facciale. L’artrite assunse una forma sempre più aggressiva circa otto anni dopo e a settant’anni lo rese quasi completamente disabile.

Le testimonianze fotografiche ci mostrano un Renoir seduto su una sedia nel suo atelier, con le mani completamente tumefatte ormai al limite del movimento, le dita ricurve, deformi, numerosi tendini estensori delle dita e dei polsi divorati dalla malattia serrarono le sue mani in un pugno chiuso.

Dopo un’ennesima paralisi agli arti superiori e inferiori, Renoir fu costretto alla sedia a rotelle. Nonostante la salute cagionevole, Renoir non smise mai di dipingere, talvolta piangendo dal dolore, facendosi costruire un supporto specifico in legno per le tele, il quale gli permetteva di ruotarle
e di dipingere senza eccessivi movimenti corporali, mentre il pennello gli venne legato con delle fasce alle mani dalla moglie, dai figli o dalle modelle.

Renoir ritrova nell’arte la vita che non poteva più vivere con il suo fisico, ma solo con il suo spirito, portando al mondo un grande amore per la vita, sempre desideroso di sperimentare, usando toni chiari e luminosi per i suoi soggetti e le sue fresche ambientazioni.
La sua vera necessità fisica e la sua medicina fu la pittura, che non abbandonò mai.

Renoir ci ha dimostrato come dall’arte possa scaturire il coraggio per combattere la sofferenza, ci ha insegnato a condividere la pelle dell’altro, ci ha insegnato che nonostante il corpo sia paralizzato, nulla può fermare la sete dell’anima e che dalle lacrime nascono dei capolavori.

L’arte come terapia abbraccia un gran ventaglio di disabilità, non solo fisica ma anche e soprattutto mentale, mostrandosi come via di uscita, di sfogo, permettendo all’anima di poter gridare senza essere sentita, accogliendo sulla tela gli schizzi del dolore e del tormento interiore, salvando le persone dall’implosione.

EDVARD MUNCH IN BILICO SUL BARATRO DELLA FOLLIA

Nato a Loten in Norvegia nel 1863, in una famiglia numerosa che viveva di stenti. La sua infanzia fu una costellazione di traumi come la morte della madre e di una sorella a causa della tubercolosi, la condizione psico-depressiva del padre, la morte del fratello subito dopo il matrimonio, le crisi psichiche della sorella Laura, cui era indicibilmente affezionato.

Fin da bambino, Edvard mostrò una particolare attenzione nei confronti del disegno, che applicò nei suoi studi di ingegneria assecondando la volontà paterna, presso il politecnico di Christiana che poi nel 1880 abbandonò a causa della sua salute altalenante.

La pittura scandinava di inizio Ottocento era dominata dal classicismo di matrice europea, affondava le proprie radici nel Rinascimento. L’influenza dell’arte tedesca medievale poi aprì le porte al romanticismo nazionalista, che destò una coscienza nazionale e un’esigenza di sviluppare un’arte autonoma, dunque i temi tradizionali furono soppiantati da soggetti tratti dalla storia nazionale e dalla mitologia.

La Norvegia in particolare era priva di centri culturali cui fare riferimento e priva di accademie d’arte, di conseguenza gli artisti si spostavano in Germania, in particolare a Monaco e a Düsseldorf, altri invece a Parigi dove nel Salon del 1880 esposero circa 30 quadri di artisti scandinavi, i quali apprezzavano particolarmente l’uso della luce impressionista, senza però mai permettere una sua imposizione.

Munch iniziò a dipingere e a studiare storia dell’arte da autodidatta, per poi esporre uno dei suoi primi dipinti nel 1883: La fanciulla malata.

La critica sua contemporanea era divisa tra sostenitori che esaltavano il suo particolare modo di impiegare di colori e oppositori che accusavano una non finitezza dei suoi quadri, come se fossero lasciati ad uno stato di abbozzo.
Il viaggio a Parigi l’anno seguente colpì particolarmente l’artista che
si trovò tête-à-tête con le opere dell’avanguardia francese, spingendo la sua pittura verso la dissoluzione della composizione mediante l’uso di macchie di colore, linee grafiche sinuose e ondulate, prediligendo tra i suoi soggetti degli scorci di realtà e convivialità.

Nel 1889 la morte del padre costituì un tragico punto di svolta per l’artista, che si trovava a Parigi e non poté assistere alla cerimonia funeraria. La perdita gli causò un profondo dolore testimoniato nella sua fervida attività intellettuale, che possiamo leggere nel suo ricco diario che costantemente aggiornava, in cui descriveva i suoi turbamenti, i suoi pensieri e il rapporto che aveva con la figura paterna, caratterizzato da forti ostilità:

«Le risate dei miei amici mi feriscono, l’alba è grigia e triste quando la si guarda attraverso le lacrime. Non riesco a far altro che lasciar scorrere il dolore dall’alba al tramonto. Sto seduto da solo con milioni di ricordi, come milioni di pugnali che mi lacerano il cuore e le ferite rimangono aperte.»

L’incontro con il poeta simbolista Goldstein influenzò profondamente la pittura di Munch, che abbandonò i dipinti realisti e si aggrappò a struggenti raffigurazioni di persone che soffrono, amano, si emozionano.

Sebbene i dipinti di questo periodo siano riconducibili alle esperienze biografiche dell’artista, il suo proposito era quello di esprimere stati d’animo universali. La sua passione per l’esternalizzazione dei sentimenti nelle opere la dimostrava anche nei ritratti dei suoi amici, che restituivano le loro passioni e i loro turbamenti grazie alla profondità dello sguardo e all’ipnotico stile di Munch, ondulato e coinvolgente.

Il suo stile di vita errabondo, mai sobrio e intenso, iniziò a manifestare effetti di febbrilità nella sua persona, iniziando a ritrarre i drammi umani come nel Fregio della vita, in cui le pulsioni erotiche sono celate sotto le sinuosità della riva nell’opera Le tre fasi della donna, in un simbolismo insistente che pervade le sue atmosfere misteriose, lunari, annebbiate, indicando una inquietudine interiore anche nei sottotitoli delle opere che compongono il fregio: Seme dell’amore, Sviluppo e dissoluzione dell’amore, Angoscia, Morte.

La crescente popolarità corrispose a un declino psicofisico di Munch, l’inizio di una crisi esistenziale che lo accompagnerà per anni. Una lite con la sua fidanzata Tulla terminò in un colpo di pistola che lo ferì a un dito, evento drammatico che lo segnò fisicamente e mentalmente, iniziando a ritrarsi nelle opere con la sua unica fonte di consolazione: l’alcol, il cui eccessivo uso lo portò a frequenti crisi di nervi, allucinazioni e attacchi paranoici.

«Ero al margine della follia, sul punto di precipitare.»

I soggetti che ritrae diventano strettamente correlati al suo stato d’animo, tanto da non renderli più drammi universalmente validi in cui ogni persona può riconoscersi, pertanto le sue opere iniziarono a diventare urtanti per la
sensibilità dei visitatori, il dipinto dei Bagnanti nudi del 1907 infatti fu messo in disparte, con minaccia di intervento da parte delle autorità.

In fondo, non è molto diverso da quello che accadrebbe oggi a distanza di un secolo, spesso è la reazione, la fuga che ogni essere umano ha di fronte ai profondi turbamenti dell’altro.

Nel 1908, Munch fu ricoverato nel dipartimento di neurologia in una clinica a Copenhagen per sette mesi, dove trasformò la sua stanza in un atelier, mosso dall’incessante bisogno di dipingere, usando come modelli persino il medico e l’infermiere.

L’arte passò dall’essere un lavoro all’essere l’unico sfogo, l’unico appiglio per non annegare, per non sentirsi soffocato dalla vita, dai tormenti che lo martellavano, l’unico respiro, seppur affannato.

L’arte era la sua vera medicina per combattere le dilanianti sofferenze, cui nessun farmaco avrebbe potuto sopperire davvero.

Articolo a cura di Alice di Nicola

Una risposta su “Monet, Renoir e Munch: come la sofferenza può salvarti la vita”

Bellissimo, profondo e che rivela un grande amore per l’Arte della Sofferenza…. è una porta aperta per la comprensione del mistero del dolore umano. Grande capacità emotiva di questa ragazza.

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