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GUERRA DE LA PAZ: ESEMPIO DI ECO-ARTE

Il progetto di cui parleremo oggi nasce dall’idea di due artisti cubani Alain Guerra e Neraldo de la Paz. Dall’unione ossimorica dei loro cognomi si è sviluppata una nuova idea di arte che, negli ultimi due decenni, ha trasformato gli scarti del nostro guardaroba collettivo in opere poetiche che consegnano potenti messaggi politici e ambientali.

Rispettivamente classe 1968 e 1955, Alain Guerra e Neraldo de la Paz hanno iniziato la loro collaborazione nel 1996, stabilendo la loro sede di lavoro a Miami, in Florida.

La prima mostra verificata di Guerra de la Paz è stata Les Chemical Carnales all’Hyde Park Art Center di Chicago nel 2000 a cui seguirono numerose esposizioni in tutto il mondo, non soltanto in musei e galleria, ma anche fiere e biennali. In totale, Guerra de la Paz ha avuto almeno 25 mostre personali e 43 collettive negli ultimi 20, esponendo per lo più negli Stati Uniti, ma ha anche nel Regno Unito, in Germania e Giappone; le opere dei due artisti sono anche esposte permanentemente nella collezione museale della Saatchi Gallery di Londra e della Fondation Francès a Senlis, nel nord della Francia.

USATO, SCARTATO, RICICLATO

La loro esperienza artistica affonda le radici nei ready-made dei primi anni del ‘900: le creazioni di Guerra de la Paz, però, vengono spogliate della concettualità delle opere di Duchamp, che rifiutava il concetto di arte, di artista e di museo stesso, e prediligono l’esaltazione della cultura moderna, della quale il duo si fa portavoce.

Il loro modo di fare arte segue precise fasi di elaborazione: si parte dall’analisi della realtà concreta, a cui è indissolubilmente legata la scelta dei materiali che vengono estrapolati direttamente dalla stessa. A questo segue l’idea di conferire alla materia una nuova vita, una sorta di sua reincarnazione in un corpo esterno che, in questo caso, è proprio l’opera d’arte.

Guerra de la Paz considera questa pratica di realizzazione una forma di “archeologia sostenibile”, in quanto il loro lavoro si confronta con la storia inerente ai detriti comuni e alla loro possibilità di utilizzo riciclato.

Gli artisti originariamente acquistavano i capi per il loro lavoro da aziende haitiane-americane coinvolte nel pepe trade, un mercato attivo per i vestiti di seconda mano ad Haiti. Il loro scopo è stato sempre quello di esplorare le qualità espressive dei tessuti scartati, realizzando sculture dinamiche e installazioni tattili.

Ogni installazione ha un tema preciso che affronta tutti i conflitti moderni, dal consumismo alla fede spirituale; la ricerca sulla contemporaneità, sui suoi totem, perfettamente rappresentati dagli abiti, si nutre di una creatività che vuol fare interrogare e riflettere e può essere anche a tratti inquietante.

I due artisti dicono della loro arte:

“[…] find inspiration in the familiarity of ready-made – whose archaeological qualities and encapsulated energies evoke the significance of the human footprint and reveal psychosocial and environmental messages – while exploring themes with cultural and historical relevance”

troviamo ispirazione nella “familiarità” del ready-made – le cui qualità archeologiche e le cui energie incapsulate evocano l’impronta umana e rivelano messaggi psicosociali e ambientali – mentre esplorano temi di rilevanza culturale e storica

Tutte le loro composizioni celano questa missione fondamentale; esempio emblematico è Nine in cui un gigantesco mucchio di vestiti, da abiti da ballo a maglioni natalizi, gravano sulle spalle di nove figure di cui di vedono sole scarpe, simbolo di una civiltà e dei suoi ricordi sconosciuti.

Sulla stessa scia troviamo Mort in cui, attraverso l’utilizzo di masse di materiale evocano i fardelli del consumo eccessivo e dell’oppressione: qui si presenta una figura solitaria su un letto pieghevole, un prigioniero che soffre silenziosamente sotto il peso di un pesante mucchio di indumenti di colore scuro.

In Atomic troviamo un chiaro riferimento storico agli eventi nefasti della II guerra mondiale, ma le forme alludono alle conseguenze a cui incorrerebbe l’umanità se continuasse l’attuale percorso di consumo, inquinamento e spreco.

Questa composizione ci permette di comprendere la posizione di Guerra de la Paz in merito al lavoro dell’industria della moda, un’analisi che può essere attuata attraverso il confronto con Ascension.

In queste due opere è possibile osservare due potenziali percorsi per questa industria e per i suoi consumatori: da un lato, il fungo atomico di Atomic potrebbe essere una rappresentazione della “moda veloce”, la cui produzione, consumo e smaltimento sono insostenibili e altamente tossici per l’ambiente; in opposizione la guglia rampicante di Ascension suggerisce l’idea di un futuro nuovo, suggerito anche dalla sfumatura coloristica che dal nero arrivo al bianco, e fatto di sostenibilità e rispetto per l’ambiente.

Concetti simili sono presenti in Indochine, Bonsai Tree e Spring, Sprang, Sprung che esplorano le speranzose possibilità di riutilizzo e rinnovamento, dando nuova vita a tessuti recuperati che si trasformano in alberi sinuosi dal fascino orientale.  

Guerra de la Paz non parla solo di ambiente o dell’auspicio a un futuro più sostenibile, ma si interessa anche alla complessità dell’esistenza umana, tendendo di interpretarla e di presentarla con i medesimi strumenti. Fino al 2016, infatti, i due artisti hanno lavorato sulla serie delle “variazioni fantasma”, utilizzando esclusivamente capi bianchi; “a stitch of time” del 2002 rientra in questa serie: si tratta di un insieme di 108 vestiti, appesi ad un filo metallico lungo più di due metri. Di questa composizione Guerra de la Paz ha detto:

i capi di abbigliamento, che un tempo definivano l’identità di un individuo, si trasformano in sagome spettrali […] La loro presenza esistenziale è sospesa in una scia silenziosa […] Si tratta di identità nascoste, disposte in un unico filo e fuse l’una nell’altra, per sottolineare la loro analogia su un’unica linea temporale segmentata, come un’ode al nostro passato ancestrale“.

Attraverso una lunga serie di abiti, i due artisti racchiudono l’intera umanità, fatta di presenza, spiritualità, e di forme che si rincorrono, ma proseguono il loro corso sulle radici del passato. Questa inusuale interpretazione dell’arte di Guerra de la Paz non annulla, però, l’interesse per la sostenibilità nel settore della moda in quanto anche gli abiti indossati portano riflessi del passato e tracce dell’esistenza umana che sopravvivono attraverso il riuso creativo.

Giuliana Di Martino

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