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PETER LINDBERGH

Cos’è che rende un fotografo, oltre che un attento osservatore, un altrettanto abile interprete d’anime? Saper leggere dentro le spigolosità interiori di un soggetto è una prerogativa oggi comune; Ad essa, tuttavia, si aggiunge l’abilità di tradurre ciò che si è letto in immagine, dando modo all’osservatore di percepire il soggetto ritratto con lo stesso grado di sensibilità della persona che lo ha scattato: questi caratteri trovano il loro punto d’elevazione massimo nello stile di Peter Lindbergh.

Il suo modo di fare fotografia ha tracciato una linea di demarcazione oltre la quale è stato impossibile tornare indietro. Sfidando i canoni estetici inarrivabili della fashion photography anni ’80, Lindbergh ha scelto di percorrere la strada “meno battuta”, proponendo alle riviste un’ideale di bellezza di gran lunga più difficile da immortalare: la bellezza vera.

«Non è che mi preoccupa l’essere autentico, è che è l’unica cosa che mi interessa»

LE ORIGINI

Peter Lindbergh nasce a Leszno, in Polonia, nel 1944. La passione per l’arte matura con lui a Duisburg, città in cui trascorre la giovinezza. Ad un primo periodo di servizio militare segue il trasferimento a Berlino: lì inizia a studiare Belle Arti presso l’Accademia anche se, poco dopo, comprende che dipingere su imposizione degli insegnanti non lo soddisfa come vorrebbe.

La sua indole lo spinge a cercare ispirazione altrove: è così che per circa un anno si trasferisce ad Arles, in Francia, seguendo le orme del suo eterno idolo Vincent van Gogh.

La passione per la fotografia arriva in un secondo momento ed in maniera del tutto casuale: acquista la sua prima macchina fotografica per scattare delle foto ai bambini di suo fratello e da quel momento decide di fare della fotografia il mezzo principale attraverso cui esprimersi.

Per circa due anni affianca il fotografo tedesco Hans Lux per poi aprire uno studio in proprio a Dusseldorf nel 1973. Non passa molto tempo da quando realizza il suo primo servizio di moda per la rivista Stern, per cui lavorano fotografi del calibro di Hans Feurer, Helmut Newton e Guy Bourdin.

Sembra difficile crederlo ma agli albori della sua carriera Lindbergh ricevette molti no da parte delle riviste: i suoi lavori non rispecchiavano i canoni usuali che venivano presentati e che il pubblico richiedeva.

L’essere costretto da tali imposizioni non lo ferma: si propone a Vogue USA con dei ritratti raffiguranti modelle al naturale, senza posizioni forzate ma con espressioni spontanee e sorridenti.

Anche se in un primo momento queste fotografie vengono scartate brutalmente dai redattori, sarà poi Anna Wintour a rivalutarle una volta prese le redini della rivista. E’ allora che Peter richiama le stesse modelle – quasi per ripicca – e realizza la serie di scatti tra le più iconiche della sua carriera, White Shirts, in cui le ragazze con addosso la sola camicia bianca si buttano una sopra l’altra ridendo e giocando sulla spiaggia. Lo scatto diventa la prima copertina di Peter per Vogue USA del 1988 – la prima di molte altre!

Lindbergh è stato inoltre l’unico fotografo a firmare per tre volte, nel 1996, nel 2002 e nel 2017, lo storico calendario della Pirelli per cui ancora oggi viene ricordato.

ANIME IN BIANCO E NERO

«In un’epoca in cui le donne sono rappresentate dai media e ovunque come ambasciatrici di perfezione e bellezza ho pensato fosse importante ricordare a tutti che c’è una bellezza diversa, più reale, autentica e non manipolata dalla pubblicità o da altro. Una bellezza che parla di individualità, del coraggio di essere sé stessi e di sensibilità»

Lindbergh si addentra nel mondo della fotografia di moda nel momento in cui questa sembra essere più satura di artifizi: la bellezza delle modelle anni ’80 è esasperata da fotoritocchi e filtri, dando luogo non solo a canoni estetici fittizi ed irraggiungibili ma anche ad un glamour eccessivo e primo di emozione, destinato a sparire gradatamente con il passare delle mode.

Peter Lindbergh non fa sua questa visione della fotografia e non scende a compromessi con clienti e redattori. Nonostante le numerose porte in faccia, porta avanti uno stile che racconta le donne e gli uomini per come sono veramente, destinato ad influenzare i successivi quarant’anni della fotografia: ridà umanità ai soggetti fotografati che non vengono così visti come dei manichini apatici da vestire estrosamente ma come delle personalità da tirare fuori e lasciar risplendere.

Per Lindbergh la persona viene prima del vestito e l’uomo prima del fotografo.

Nel suo libro “Images of Women II” del 2015 scrive:

«Questa dovrebbe essere la responsabilità dei fotografi oggi: liberare le donne, liberare tutti dal terrore dell’eterna giovinezza e della perfezione»

Il suo stile si spoglia del fotoritocco pesante ed apatico per permettere alla naturale emozione del soggetto di emergere: qui gioca un ruolo fondamentale l’utilizzo del bianco e nero – unico ed inarrivabile nel suo caso -che diventa la penna preferita con cui siglare ogni scatto.

La fotografia a colori, difatti, non risuona nelle sue corde: i suoi tentativi privi di bianco e nero sembravano, a suo dire, delle “pessime pubblicità di cosmetici”.

A costituire il leitmotiv dei suoi progetti fotografici è poi l’esaltazione della bellezza emancipata, una bellezza mai commerciale che non si radica nelle fondamenta malsane della finzione ma si riveste di naturalezza: Tra le tante degne di nota, emerge la serie di scatti “Smoking Women”.

Sebbene le modelle siano in parte svestite in diversi lavori, la sua fotografia non si macchia mai di erotismo senza essere prima velato da una disarmante eleganza d’insieme: le espressività pensierose ed autentiche vengono portate al centro dell’attenzione di chi osserva, attenzione che viene catturata nella sua totalità senza indurre alla necessità di indirizzare l’occhio altrove.

Non riconoscerne gli scatti sembra dunque essere impossibile: i suoi ritratti così intimi evidenziano un occhio fotografico autoriale, cinematografico e personale che va oltre l’attrezzatura e arriva dritto all’anima, mostrandone la perfetta imperfezione.

Superando i confini della mera estetica, Lindbergh ha lanciato il fenomeno delle supermodelle, fotografato negli anni ’90 le top model più note di sempre, da Claudia Schiffer a Naomi Campbell, Kate Moss, Cindy Crewford e Linda Evangelista, consacrandole al mondo della moda e firmando le più importanti copertine di tutti i tempi.

Ad impreziosire poi la sua tecnica è il suo carattere sensibile ed umano, capace di instaurare dei legami di sincero affetto con i soggetti da ritrarre; nel backstage di un servizio fotografico realizzato con una donna immortalata da lui più volte negli anni ha affermato:

«Questa è la miglior fotografia che io ti abbia mai scattato, e lo sai che scatto tanto. Sai perché? Questa immagine ha tutto quello che non avevi vent’anni fa. Ha la tua vita»

La sua ideologia, la sua estetica, la sua umanità hanno costituito un punto di rottura decisivo nella fotografia di moda e non solo: la figura femminile viene definitivamente spogliata dalle vesti di illusoria idealità e rivestita di un bianco e nero delicato e magistrale.

Con la sua “umanità fotografica” Peter Lindbergh si rileva tra i capostipiti di un nuovo realismo che continua ad ispirare le nuove generazioni di fotoamatori.

Per saperne di più sull’artista visita i link:

A cura di: Maria Nunzia Geraci

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