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ALBERTO BURRI: mito dell’artista vulcanico e primigenio

Vi siete mai chiesti come un’artista diventa tale? In qualsiasi forma d’arte, che sia la pittura, la danza, il teatro, necessaria è la passione, unico motore della creatività; accanto a lei, è fondamentale il costante esercizio, sopportato dallo studio e dalla pratica.

Esiste, però, un’altra componente. Essa non può essere letta sui libri o appresa dall’esercizio, ma è legata all’essenza stessa dell’uomo o della donna che sceglie di fare arte: il talento.

In questa riflessione, è Alberto Burri a farci comprendere l’importanza del talento: egli fu un’artista che, dalle ceneri della II Guerra Mondiale, nel giro di pochi anni si impose sul panorama nazionale e internazionale.

BIOGRAFIA

Raccontare la vita di Alberto Burri in un solo l’articolo è un’impresa temeraria: dal suo racconto sembra quasi impossibile che un solo uomo, in una sola vita, abbia vissuto e fatto così tanto.

La sua intensa esistenza inizia a Città di Castello dove nacque nel 1915. La sua formazione non ebbe nulla a che vedere con l’arte, in quanto dopo aver conseguito la maturità classica, conseguì la laurea in medicina nel 1940.

Ottenuto il diploma per l’esercizio della professione, si arruolò nell’esercito italiano con il grado di sottotenente medico e fu assegnato alle legioni dell’Africa settentrionale. Nel 1946 fu recluso nel campo di concentramento di Hereford, in Texas, per ben 18 mesi e, rifiutando di firmare una dichiarazione di collaborazione, fu catalogato tra i “fascisti irriducibili”.

Rientrò in Italia prima della fine della guerra, e visse tra Napoli, Città di Castello e Roma: fu qui che ottenne la sua prima mostra personale nel 1947 presso la galleria La Margherita di Gaspero del Corso e fu supportato dalla presenza dei poeti Libero de Libero e Leonardo Sinisgalli.

Nel 1948 si recò a Parigi. Durante il soggiorno francese, apprezzò le opere di Mirò e conobbe le prima forme artistiche del movimento dell’”informale”.

Dopo aver preso parte a numerose esposizioni, il successo internazionale arrivò nel 1953, con le mostre di Chicago e New York. Le sue opere riempirono le sale della galleria Guggenheim (ricordiamo soprattutto la mostra del 1977 “Alberto Burri. A retrospective View 1948-77”), dell’Allan Frumkin Gallery e del MOMA, ma rimasero parte integrante anche del panorama artistico italiano: nel 1955, infatti, espose alla Quadriennale romana.

La sua attività espositiva rimase molto attiva fino al 1960, ottenendo una sala privata alla Biennale di Venezia e fu premiato dall’Associazione internazionale dei critici d’arte. A questo traguardo, seguirono una serie di trasferte internazionali in Messico, USA, Parigi, Rotterdam, Australia, dove espose alla mostra Contemporary Italian Paintings, Medio Oriente e Nord Africa, partecipando alla mostra Peintures italiennes d’aujourd’hui.

Si occupò anche di teatro: nel 1963 disegnò una serie di scenografie e costumi per cinque balletti del pianista americano Morton Gould alla Scala di Milano, per poi dedicarsi interamente agli allestimenti teatrali per tutta la prima metà degli anni ’70.

Nel 1975 partecipò ad Operazione Arcevia, un progetto di costruzione ex novo di una comunità da realizzare nell’omonimo comune (provincia di Ancona), con i contributi di artisti, musicisti, critici, scrittori ecc., realizzando un bozzetto per il teatro.

Burri morì a Nizza nel 1995, un mese prima del suo ottantesimo compleanno.  

LA MATERIA DI BURRI

Come ha potuto un medico militare diventare una delle più importanti personalità artistiche del ‘900?

In primo luogo, è necessario chiarire che fu una profonda necessità interiore a spingere Burri a dedicarsi all’arte: fu, infatti, durante i mesi della prigionia in Texas che maturò l’idea di abbandonare la carriera nella medicina e di crescere come artista, nella piena convinzione che dipingere fosse il modo migliore per superare le difficoltà quotidiane.

La lunga esperienza di Burri può essere definita “antintellettualistica” perché rifiuta ogni sorta di traduzione o spiegazione verbale. È lo stesso Burri ad aver spiegato questo concetto:

Le parole non mi sono d’aiuto quando prova a parlare della mia pittura. Questa è un’irriducibile presenza che rifiuta di essere tradotta in qualsiasi forma di espressione”

Nella figura di Alberto Burri, si manifesta una tendenza tipica dell’arte contemporanea della seconda metà del ‘900, ovvero la volontà di sperimentare, soprattutto nella scelta dei materiali da impiegare nella pittura.

Dopo una prima fase astratta, Burri, infatti, si dedicò all’analisi del rapporto tra immagine e materia, realizzando i cosiddetti Neri e i Catrami.

Nella prima serie, è il colore ad essere il vero protagonista della composizione, in cui il fondo emerge sottolineando lo spessore la densità della materia: lo spazio della tela diventa, indissolubilmente, lo spazio del colore.   

Nei Catrami, invece, il pigmento non è più utilizzato in maniera convenzionale, ma le forme rappresentate nascono dal contatto tra i suoi strati, dalle sue sgocciolature e dalle irregolarità. In questa seconda serie, non è soltanto la scelta della forma o della materia ad interessare l’artista, ma la sua attenzione si rivolge alla scelta del supporto su cui dipingere: la tela, infatti, non è più una superficie bianca e lisca, ma viene prelevate dal mondo e trasportata nel quadro. Si ritrovano, dunque, scritte tipografiche, sacchi ed elementi esterni di ogni genere, di cui l’artista si appropria e “investe” di una nuova espressività.

Nel 1950 realizza il primo pezzo della serie dei Sacchi, il Sacco 5p, che consiste in un frammento di sacco pieno di rattoppi, buchi e cuciture, incorniciato senza l’apporto della pittura.

Da questa prima sperimentazione con una materia extra pittorica, nel 1950 cominciò la serie delle Muffe e i Gobbi, utilizzando il materiale logorato nei Sacchi. Le muffe, in particolare, venivano realizzate, sfruttando le efflorescenze prodotte dalla pietra pomice combinata alla tradizionale pittura a olio.

La svolta successiva nella sua pittura avvenne nel 1952, a seguito della visita a Roma di Rauschenberg, esponente del new dada: il loro incontro sarà decisivo per lo sviluppo dimensionale delle sue opere e per la nascita del “grande stile” di Burri (denominato così dal critico George Sweeney), che, dal 1956, si baserà sulla scelta di materiali plastici che sostituiscono la tela.

Ponendosi a stretto contatto con i tagli di Fontana, Burri abbandona il pennello ed impugna la fiamma ossidrica, uno strumento che gli permette di aggredire, esaltare e bucare violentemente la superficie pittorica e deformare i confini del materiale usato; il fuoco, inoltre, conduce ad un mutamento dello stato chimico del materiale scelto, appunto la combustione ed è, quindi, occasione di cambiamento, ma anche di annullamento del materiale stesso.

Inizialmente, iniziò a lavorare con il legno, il ferro e la carta, ma fu con la plastica che raggiunse gli effetti più spettacolari. Egli predilesse tre tipi di plastica, la rossa, la nera e il cellophane trasparente, sempre montata su un supporto in tela o alluminio; utilizzò un tipo di plastica alla volta, in modo da far spiccare la potenza monocromatica, intaccata di seguito dal grigio fumo o dal nero della combustione.

Dal 1973 inizia il ciclo dei Cretti. Si tratta di superfici formate da creata o caolino (materiali impastati allo stato liquido con il vinavil) che provocano spaccature e fessurazioni sulla tela precedentemente fatta essiccare.

Questa nuova tecnica, portò Burri a confrontarsi con superfici molto ampie e allo sconfinamento nell’ambiente: l’esempio più famoso è il cretto di Gibellina (Trapani), nato sulle macerie della città distrutta dal terremoto. Di questo progetto, Burri disse:

Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti […] dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento.”

A cura di: Giuliana Di Martino

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