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La medicina di Klimt

Pensare alle opere di Gustave Klimt è come immergersi in una dimensione ultraterrena, fatta di corpi sinuosi, sguardi magnetici e colori vibranti. Nella sua lunga carriera, Klimt ha segnato profondamente l’evoluzione dell’arte occidentale, lasciando alle nuove generazioni uno stile unico nel suo genere, nonché capace di catturare l’attenzione anche dei meno esperti.

È innegabile che le opere più conosciute di Klimt siano quelle prodotte a partire dalla secessione Viennese del 1897: il colore oro, la spiccata bidimensionalità delle forme e la celebrazione della figura femminile sono i protagonisti di questa fase, conosciuta anche come periodo aureo.

Esiste, però, una produzione precedente di uguale importanza che sarà oggetto di questo approfondimento. Ci riferiamo, in particolare, alla commissione del 1894, in cui l’artista fu incaricato dall’Università di Vienna di decorare il soffitto dell’Aula Magna. Il trittico di dipinti doveva raffigurare le allegorie della Filosofia, della Giurisprudenza e della Medicina, in quanto il tema complessivo della decorazione era la “vittoria della luce sulle tenebre”: la volontà e lo scopo dei committenti, infatti, era quella di celebrare la vittoria delle scienze razionali e del loro effetto in ambito sociale.

Nonostante tali premesse e dopo un lungo periodo di lavoro, Klimt produsse delle composizioni a dir poco visionarie, completamente lontane da quella razionalità tanto ambita dall’ambiente accademico.

Tra i tre pannelli, l’allegoria della medicina fu la prima ad essere presentata: dalla fotografia dell’epoca (l’opera originale fu distrutta da un incendio durante la II guerra mondiale) emerge l’estro dell’artista che, influenzato dalla filosofia moderna di Schopenhauer e Nietzsche, aveva elaborato un’interpretazione del tutto personale dell’esistenza umana.

Da uno sfondo scuro, che contrasta sin da subito con il tema della decorazione, emerge una moltitudine di corpi, svestiti e sospesi nell’aria pesante. L’umanità non è più portatrice della luce della ragione, ma vive in preda ad un tormento infernale. Questo concetto viene sottolineato dalla scelta dell’artista di raffigurare sia corpi di giovani e bambini, che di vecchi, avvolti nel velo nero della morte. Tra tutti, emerge la figura centrale di Igea, figlia di Asclepio dio della medicina, il cui nome deriva dal greco Ὑγίεια, ovvero “salute” o “rimedio”, la cui fierezza accentua il dramma sullo sfondo.

L’allegoria della Medicina scatenò un aspro scontro tra l’artista e la committenza, che presentò ricorso al Ministero dell’Istruzione per far sì che Klimt non potesse più esporre le proprie opere; non solo al pittore venne concesso di continuare, ma l’allegoria della Filosofia venne premiata con una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 e la Medicina venne mostrata alla X esposizione della Secessione nel 1901.

Gustav Klimt dimostrò una decisa indifferenza nei confronti di tutte le polemiche mosse contro di lui. In una sua dichiarazione disse:

«Ne ho abbastanza della censura, adesso faccio da me. Desidero liberarmene. Desidero liberarmi da tutte queste stupidaggini che mi ostacolano e mi impediscono di lavorare».

L’episodio fu un vero e proprio scandalo nella Vienna del tempo e, da quel momento, Klimt decise di accettare commessioni solo dalla ricca borghesia viennese, e non più da vertici istituzionali.

Klimt non vedrà compiersi il destino delle tre allegorie, in quanto morì di febbre spagnola nel 1918, dopo averle vendute; in particolare la Medicina, insieme alla Giurisprudenza, fu acquistata da Wittgenstein, finanziatore del pittore, che la espose nel castello di Immendorf. Come detto in precedenza, le due allegorie furono distrutte in un incendio appiccato dalle truppe tedesche.

A cura di: Giuliana Di Martino

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