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Leonardo Da Vinci

A cavallo tra il XV e il XVI secolo si assiste, in Italia, al fiorire di un’eccezionale creatività, spesso collegata alla volontà di veicolare messaggi di natura politica; muta anche lo stesso ruolo dell’artista che diventa un vero e proprio intellettuale, dotato di ingegno, di piena individualità e capacità di scelta.

Nonostante le opinioni divergenti in merito alla reale natura dello spirito di questo nuovo tempo, che in parte presagì la successiva crisi esistenziale degli artisti che condusse poi al Manierismo, è certo che il Rinascimento italiano portò alla luce la magnificenza di alcune personalità, capaci di sconvolgere un’intera era.

Tra questi, il primo fu Leonardo Da Vinci, capostipite della “triade divina” vasariana e per cui lo stesso biografo spese parole di lode nelle sue “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architetti”:

«Volle la natura tanto favorirlo, che dovunque è rivolse il pensiero, il cervello e l’animo, mostrò tanta divinità nelle cose sue che nel dare la perfezione di prontezza, divinità, bontade, vaghezza e grazia nessun altro mai gli fu pari.»

Il suo nome riecheggia nei testi di tanti intellettuali e critici d’arte che, unanimemente, hanno designato il suo lavoro come unico, irripetibile e di importanza fondamentale nello sviluppo del pensiero intellettuale occidentale.

BIOGRAFIA

Egli nacque a Vinci nel 1452 come figlio illegittimo di un notaio. Il suo apprendistato iniziò quasi subito e, all’età di dieci anni, fu mandato presso l’accademia di Andrea del Verrocchio (come era stato per Botticelli); secondo la tradizione, Leonardo fu notato sin da subito dal pittore fiorentino, soprattutto per via delle sue doti nel disegno.

La bottega del Verrocchio fu un luogo cruciale per la prima formazione del giovane allievo, dove si compì il proverbiale superamento del maestro. Del suo periodo di apprendistato, è rinomato il celebre Angeloin basso a sinistra nel “Battesimo di Cristo” del Verrocchio, che Leonardo dipinse poco più che vent’enne.

La sua originale torsione entra in contrasto con la rigidità delle altre figure ed esalta il suo naturalismo e la spontaneità del movimento: fu lo stesso Vasari, sin da questa prima produzione, a sostenere che il Da Vinci fosse stato il primo a rendere i suoi soggetti morbidi e in perfetta armonia con l’ambiente circostante, inaugurando la cosiddetta “maniera moderna”.

A questi anni risale anche l’avvicinamento a Lorenzo il Magnifico e alla sua cerchia, della quale faceva parte il suo maestro Verrocchio; frequentò probabilmente anche il Giardino di San Marco, lo stesso che dieci anni dopo ospitò Michelangelo.

Nel 1476 una grave accusa di sodomia, mai dimostrata, costò a Leonardo l’espulsione della Compagnia dei Pittori di Firenze e, dopo altre commissioni, sia private che religiose, lasciò la città per trasferirsi a Milano nel 1481.

Si trasferì presso la corte di Ludovico il Moro e vi trascorse moltissimi anni, raggiugendo esiti importanti nella pittura e lasciando una grande eredità agli artisti del futuro; la lettera indirizzo al signore di Milano, offrendo i suoi servigi, è considerata una vera e propria dichiarazione di eclettismo e disponibilità a esercitare un ruolo di artefice a tutto tondo.

Testimonianza della vita alla corte milanese di fine ‘400 sono i numerosi ritratti realizzati durante questo soggiorno che mostrano una precisa elaborazione dello stile di Antonello Da Messina e dei ritrattisti fiamminghi. I suoi ritratti si concentrano sui moti dell’animo e sull’atteggiamento espressivo dei suoi personaggi che possono essere ottenuti solo attraverso l’osservazione dei gesti corrispondenti al parlato degli stessi soggetti (“Trattato di pittura”).

Questa stessa concezione della rappresentazione della figura umana, gli fu d’aiuto nella progettazione dell’“Ultima Cena” per il convento di Santa Maria delle Grazie: per ciascuno soggetto, Leonardo preparò una serie innumerevole di schizzi, con lo scopo di porre l’attenzione sull’entità psicologica di ogni apostolo e, ovviamente, anche del Cristo.

A questo stesso periodo, risalgono gli studi sul corpo umano   e sulle perfette proporzioni dello stesso, che culminarono con l’esecuzione dell’Uomo vitruviano, la cui copia originale è conservata presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Con la caduta degli Sforza, a causa dell’arrivo di Carlo VIII, re di Francia, Leonardo fu costretto ad abbandonare Milano e vagabondare per numerose città: Mantova, Venezia e poi di nuovo Firenze. Quest’ultima stava vivendo una nuova fase artistica, segnata dall’attività del giovane Michelangelo, con il quale Leonardo si occupò della decorazione della Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Vecchio, che però non fu mai completata: essi realizzarono rispettivamente i bozzetti della “battaglia di Cascina” e la “battaglia di Anghiari”, giunte a noi solo attraverso delle copie, in quanto furono distrutte durante la II guerra mondiale.

Nel 1517, l’artista accolse l’invito del re di Francia Francesco I e rimase nella sua corte fino alla morte, avventa ad Amboise nel 1519.

IL MAESTRO DI PITTURA

La formazione di Leonardo, sin dal periodo fiorentino, si sviluppò sulla concezione dell’arte intesa come una forma di conoscenza

basata su principi scientifici, il cui compito era quello di comprenderli e riprodurre le leggi interne della natura; una delle sue doti principali era, infatti, quella di osservare e ricercare nell’ambiente a lui circostante le possibili cause dei diversi fenomeni naturali.

La sua luminosa carriera fu la naturale conseguenza del suo talento innato e della sua intelligenza sopra la norma, ma anche della volontà instancabile di conoscere, sperimentare, migliorare e raggiungere la tanto ambita perfezione.

Nel corso della sua lunga vita, Leonardo praticò esperimenti e indagini sui campi più disparati della natura, documentando i suoi studi su preziosissimi taccuini e con l’apporto del disegno, suo fedele compagno. Raffigurare ciò che vedeva era per Leonardo uno strumento essenziale per la comprensione della realtà fenomenica e necessario per decodificare le leggi della natura.

Sotto il profilo artistico, il disegno rappresentò l’ossatura di ogni sua opera: i suoi schizzi sono facilmente riconoscibili per via dall’andamento del tratto che va dal lato superiore sinistro verso quello inferiore destro del foglio (egli era mancino) e per l’uso del tratteggio. Alcuni dei suoi disegni più famosi rappresentano dei “semplici” panneggi: si tratta di composizioni molto articolate in cui l’uso dell’effetto “chiaro- scuro” è predominante.

Inoltre, egli fu uno dei primi ad utilizzare la sanguigna, ovvero una matita rossa di argilla ferrosa, utile per facilitare gli effetti luministici.

Anche la sua pittura, nonostante il talento precoce, subì un processo di evoluzione che può essere osservato proprio dalle sue prime tavole come l’Annunciazione, un dipinto ancora acerbo sotto il profilo compositivo, ma già pregno della tensione indagatrice che caratterizza l’intera produzione leonardesca.

La scena è carica di elementi di iperdescrittività artificiale che ancora derivano dal gusto gotico internazionale ed è ancora lontano l’effetto di “vista a perdita d’occhio” dei suoi orizzonti.

Uno degli esempi più alti della sua arte è forse la “Vergine delle Rocce”, commissionata dalla congregazione francescana di San Francesco Grande per un trittico d’altare, oggi in due copie conservate al Louvre di Parigi e alla National Gallery di Londra.

Le quattro figure si sposano perfettamente con l’ambiente circostante in un crogiuolo di energia e di moti universali, che trovano espressione attraverso la prospettiva aerea, elaborata dall’artista per dare consistenza all’aria che permea ogni cosa.

Inoltre, l’uso accurato del chiaro-scuro permette a Leonardo di conseguire quell’effetto di “sfumato” che conferisce rotondità e naturalezza alle figure: in merito, è importante ricordare le parole del critico d’arte Giulio Carlo Argan (1909-1992) che riconobbe a Leonardo la capacità di rappresentare, non la natura naturata, cioè la “natura creata”, ma la natura naturans, ovvero la “natura creatrice”.

IL MAESTRO DEL TUTTO

È innegabile che non esista esempio più calzante di Leonardo nell’identificazione del concetto di genio poliedrico, in quanto, con egual maestria, egli si impose sull’Italia del secondo ‘400 come pittore, ingegnere, poeta, trattatista, architetto, esperto di anatomia e di altre innumerevoli discipline.

I suoi interessi riguardarono ogni campo della natura e, grazie al suo acuto spirito di osservazione ed in particolare grazie all’appoggio di Ludovico il Muro, Leonardo poté dare sfogo alla sua inventiva: a Milano, infatti, aveva il titolo di “ingegnarius“, mentre nel suo secondo soggiorno fiorentino potrà fregiarsi del titolo di architetto e pittore.

Sono noti suoi disegni sia per la cupola del Duomo di Milano sia per edifici signorili; i suoi appunti contengono anche numerose invenzioni in campo militare, vari tipi di cannoni, tra cui il cannone con 33 canne e progettò navi con spuntoni in grado di rompere le carene nemiche.

Fu molto interessato alla botanica e allo studio del mondo animale: numerosi schizzi si soffermano sull’analisi dei movimenti degli animali, soprattutto degli uccelli. Infatti, già dal 1486 Leonardo aveva espresso la sua fede nella possibilità dell’uomo di volare: manifestò la volontà di dedicarsi alla trascrizione di un “trattato sugli uccelli” da cui avrebbe voluto estrarre il segreto del volo. Inizialmente, individuò nel paracadute lo strumento più semplice a cui fare riferimento, oltre a ideare numerosi prototipi di deltaplani ed elicotteri.

A questi si aggiungono i progetti di biciclette, di salvagenti ed anche una prima automobile con un meccanismo a molla e un telaio automatico (Museo Nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci).

Elencare tutti i suoi esperimenti ed i progetti sarebbe impossibile, non solo per la loro quantità, ma perché, ancora oggi, molte delle sue scoperte sono avvolte nell’ombra: non c’è dubbio che Leonardo sia stato ed è ancora oggi il genio per antonomasia, un uomo la cui inventiva è ancora in grado di stupire e ispirare le menti del futuro. Il suo estro fu da subito destinato all’immortalità e ci ha resi fieri di poterlo chiamare un tesoro del tutto italiano.

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