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Dorothea Lange

Considerata la madre della fotografia sociale americana, Dorothea Lange è riuscita a cogliere con occhio verista le sfumature più drammatiche della storia statunitense del ventesimo secolo producendo scatti iconici di forte impatto e riflessione.

Nonostante il deficit alla gamba destra, dovuto alla poliomielite contratta in giovane età, la Lange si impone con tenacia nel mondo della fotografia rivestendo un ruolo di commentatrice visiva d’attualità: tra scatti documentaristici, ritratti e reportage il suo lavoro diventa un punto cardine nell’evoluzione della Straight Photography.

A renderne peculiare lo stile non è la componente tecnica ne tantomeno quella creativa; contraria ad ogni alterazione fittizia della realtà, la Lange non “mette del suo” nello scatto ma si limita a riprodurre fedelmente e con distacco il vero delle situazioni che le si presentano davanti le quali, in piena crisi economica e finanziaria anni ’30, si rivelano essere particolarmente crude e drammatiche.

«Bisognerebbe utilizzare la macchina fotografica come se il giorno dopo si dovesse essere colpiti da improvvisa cecità»

La sua fotografia documenta la gente colpita sulla propria pelle dalla Grande Depressione e dai suoi disastrosi risvolti socio-economici.

Ritratti di immigrati, braccianti, operai e i loro sguardi angosciati immersi in composizioni drammatiche si pongono alla base della sua ricerca visiva; è così che tali soggetti fragili ridotti in miseria, vaganti per le strade delle cittadine californiane, diventano per la Lange il quadro realistico da immortalare e preservare nella sua importanza storica.

“Migrant Mother” è il suo scatto più iconico che ritrae una donna e i suoi figli a Nipomio, nell’Imperial Valley. La foto, datata 1936, si erge a simbolo della miseria umana e si pone lo scopo di sensibilizzare la politica del tempo (e non solo) alla criticità della condizione di vita della gente.

In “American Exodus”, pubblicato insieme a Paul Taylor, documenta l’esodo di 300 mila immigrati arrivati in California alla ricerca di lavoro nell’agricoltura.

La sua produzione fotografica non trova un fermo neanche dopo la seconda guerra mondiale, a seguito della quale inizia a lavorare per Life e contribuisce alla fondazione della rivista Aperture nel 1952 nonchè alla nascita dell’agenzia Magnum.

L’onestà tecnica con cui Dorothea Lange ritrae le ingiustizie sofferte dagli americani la rende, ad oggi, tra le fotografe documentariste più importanti del ‘900.

«La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza macchina fotografica»

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